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di Mario Braconi
Come noto, negli USA, le due proposte di legge contro la pirateria digitale in discussione al Senato e alla Camera dei Rappresentanti hanno dato vita ad una mezza rivoluzione: sembra ormai chiaro che alla grande maggioranza dei cittadini americani l’idea di far gestire la propria libertà di espressione e di parola alle major dell’intrattenimento proprio non vada giù. Se negli USA dovesse essere approvata una legge del tenore di SOPA o PIPA, infatti, un provvedimento dell’autorità giudiziaria richiesto dalla parte presumibilmente lesa potrebbe portare in pochissimi giorni alla chiusura dei siti sospettati di consentire la fruizione illegale di materiale coperto da copyright.
Non solo: secondo alcuni commentatori americani, verrebbe rovesciato il modus operandi dell’attuale legislazione in materia (il Digital Millenium Copyright Act, o DMCA). Il DMCA garantisce all’internet provider la possibilità di non incorrere nei rigori della legge qualora accetti volontariamente di rimuovere i contenuti di cui viene contestata dal proprietario la legittimità di fruizione (questa scappatoia si chiama “safe harbor”, ovvero porto sicuro... dai guai giudiziari).
Secondo gli oppositori dei progetti paralleli di legge, invece, l’obiettivo è quello di rovesciare su chi gestisce il sito l’onere della vigilanza sui contenuti; non sarebbe insomma sufficiente ottemperare celermente alla richiesta di ristoro da parte un presunto danneggiato. Per non rischiare guai legali seri, occorrerebbe controllare che ogni singolo contenuto caricato dagli utenti non violi le leggi sul diritto d’autore. Una follia che, infatti, è riuscita a mettere assieme un fronte di oppositori smisurato ed estremamente eterogeneo, che va dagli hacker anarchici ad una coalizione di big corporation internet, tra cui Google, Facebook, Twitter, Mozilla ed Ebay)...
Grazie all’aumento di consapevolezza collettiva guadagnato grazie al tam-tam su internet (la stampa, per ragioni di conflitto d’interesse, si è tenuta generalmente a distanza da questa storia giornalistica) tutti i politici americani che in qualche modo hanno sostenuto o espresso simpatia per le norme liberticide contenute in SOPA e PIPA sono diventati rapidamente oggetto di pubblica esecrazione.
Non mancano i contributi creativi, come ad esempio l’applicazione per iPhone che, attraverso la lettura del codice a barre dei prodotti che stiamo per comprare ci avvisa se stiamo o meno dando soldi ad un sostenitore della censura di stato su internet. Né quelli militanti, come lo “sciopero” messo in atto lo scorso 18 gennaio da Wikipedia in lingua inglese e Reddit, assieme ad alte centinaia di siti meno noti ma molto frequentati.
Le corporation che dettano legge alla Casa Bianca sono scatenate: non solo vorrebbero incatenare l’intero popolo americano, ma in qualche modo stanno costringendo i diplomatici americani a ricattare in ogni possibile modo anche i governi stranieri percepiti come meno interessati alla repressione della violazione dei diritti d’autore del materiale made in USA.
Dopo le lamentele e le minacce di ritorsioni dell’ambasciatore americano (di cui abbiamo avuto notizia grazie a Wikileaks), il nuovo esecutivo spagnolo ha deciso di compiacere lo zio Tom approvando la cosiddetta legge Sinda. Così la Spagna è finita nel club dei paesi che la Electronic Frontier Foundation definisce “dei punti di strangolamento globali” della Rete.
Il governo italiano, che non si fa fatica a definire espressione pura del padronato (banche, finanze, corporation), non poteva essere da meno. Giovedì 19 gennaio è stato approvato dalla XIV Commissione Permanente per le Politiche dell’Unione europea alla Camera l’emendamento dell’On. Fava alla proposta di legge Centemero (ed altri) “in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell'informazione e per il contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete internet”.
Curioso, per inciso, constatare come la Lega, partito di estrema destra populista, in questo caso abbandoni il suo antiamericanismo, abbracciando la lucida follia che anima i politici americani che hanno concepito SOPA e PIPA. Forse l’idea di poter intervenire direttamente a castigare un sospetto “pirata digitale” senza perdere tempo a capire con un processo se sia colpevole o meno deve avere eccitato il peone Fava fino a confonderlo.
Sia come sia, grazie al suo prezioso emendamento, concepito in puro stile SOPA, quando un qualsiasi “soggetto interessato” dichiari che un dato contenuto in Rete viola il suo diritto d’autore, al provider conviene rimuoverlo alla svelta: se infatti non lo facesse potrebbe anche essere considerato complice del violatore, al pari dell'inserzionista che faccia pubblicità sul sito che, secondo un “soggetto interessato”, non un giudice, ripetiamo, starebbe violando la legge sul copyright.
Come spiega l’avvocato Guido Scorza, siamo di fronte al tentativo di “privatizzazione della giustizia che affida la libertà di manifestazione del pensiero sul web all’assoluta discrezionalità di soggetti privati: il segnalante, libero di chiedere la rimozione di ogni contenuto “sgradito” e il provider, obbligato ad assecondare la richiesta o ad assumersi in prima persona la responsabilità della eventuale effettiva illegittimità di un contenuto che non ha prodotto, non conosce, non può valutare”.
L'emendamento Fava, come del resto i parenti americani che l'hanno ispirato, è una delle più chiare dimostrazioni dell'aperto fastidio che il mondo degli affari oggi sembra provare nei confronti delle garanzie normalmente offerte dai sistemi giudiziari ai presunti colpevoli; le quali vengono a quanto pare, negli USA e ora anche in Italia, sono considerate un fastidioso impaccio per l'agenda dei “manovratori”.
Come è accaduto in Spagna per la legge Sinda, anche l’emendamento Fava è la conseguenza di pressioni diplomatiche da oltre Oceano. Che l’interessato, che in questi giorni “casualmente” sta incontrando negli USA diversi politici sostenitori di PIPA e SOPA, non fa nemmeno il tentativo di nascondere. Ha dichiarato al Corriere della Sera che “qui negli Usa mi hanno chiaramente detto che se non regoliamo il settore, i dazi commerciali rimarranno altissimi”.
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di Mario Braconi
Qualcosa deve essere scattato nella testolina di Rupert Murdoch lo scorso venerdì, mentre partecipava al Consumer Electronics Show di Los Angeles; è successo proprio durante la presentazione di Google TV, il servizio del gigante di Mountain View che, grazie ad un piccolo aggeggio elettronico, consente di vedere contenuti internet direttamente sul televisore del salotto.
Mentre lo speaker di Google spiegava il modo in cui si può andare a caccia di film e serie TV su Google TV, il vecchio tycoon ha chiesto quale esito darebbe la ricerca di un film di grande cassetta su Google TV (c’è chi dice che il titolo proposto fosse “Mission Impossible 4, Ghost Protocol”, chi invece, forse ironicamente, “I Pirati dei Caraibi”). “Lo stesso che si avrebbe con una normale query sul motore di ricerca”, è stata la risposta. Murdoch incalza l'interlocutore: “Google suggerirebbe anche link a siti che contengono materiale piratato?”. La risposta è stata la peggiore che si potesse immaginare: “Certamente, a meno che i siti non siano stati rimossi dai risultati di ricerca [in seguito ad un ordine dell’autorità giudiziaria]”.
Sembra che a quel punto il disappunto di Murdoch sia stato evidente. Non solo: la sua rabbia e frustrazione hanno continuato a defluire attraverso Twitter, dove si è espresso con la delicatezza e la diplomazia che contraddistinguono da sempre il personaggio: “Google è il re della pirateria, trasmette streaming gratuito di film e fa i soldi con la pubblicità: non c’è da meravigliarsi del fatto che investa milioni in attività di lobby”.
Non che sia troppo da stupirsi: da sempre i rapporti tra Google e il Citizen Caine dei nostri giorni sono tesi. Nel 2009, per dire, Murdoch dichiarò: “L’intero modello Google è basato sulla slealtà digitale. Tutto quello che fanno è il risultato di slealtà nei confronti dei creatori [di contenuti].” La polemica, allora, era causata dal fatto che Google, al pari di alcuni importanti siti che fungono anche da aggregatori (come The Drudge Report e The Huffington Post), genera una quantità formidabile di contatti sui siti di news, che però non producono entrate finanziarie per i destinatari. Un po' come avere un predicatore formidabile che riempie la chiesa, ma che non fa guadagnare un centesimo al prevosto... E’ questo il delitto più grande, almeno dal punto di vista del nostro formidabile Paperon de’ Paperoni degli antipodi, il quale non ha caso controlla due grandi giornali (il britannico The Times e l’americano Wall Street Journal), ai cui articoli online di accede solamente dopo aver sganciato dei soldi.
Ovviamente, la natura della relazione tra editori tradizionali e Google è complessa ed ambivalente: Murdoch potrà anche mangiarsi il fegato perché Mountain View non gli consente di spremere ogni dollaro / euro / sterlina possibile dai suoi potenziali clienti (anzi, magari gliene prende qualche centesimo). Eppure è difficile snobbare un attore così potente, ubiquo (“atmosferico”, scrive Anthony Wing Kosner su Forbes). Non a caso, sbollita la rabbia, il cinguettio successivo appare meno emotivo: “Google è una bella società che fa un mucchio di cose interessanti. Ho solo una lamentela, però importante”.
Come osserva Kosner, internet ha dimostrato il fallimento del modello economico basato su “comando e controllo”, che peraltro traspare con chiarezza dalle assurde proposte di legge contro la pirateria online attualmente allo studio presso le due camere del Congresso USA. La cosa ironica, però, è che “molti di coloro che sostengono lo Stop Online Piracy Act sono fieri sostenitori dei mercati totalmente liberi, almeno finché non siano a rischio i loro interessi particolari”.
Ed effettivamente Murdoch è tra i più convinti sostenitori dei due progetti di legge in corso di esame al Senato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America (noti come PIPA e SOPA): si tratta di bozze (mal) scritte sotto la dettatura delle major, che, oltre a dimostrare un'invincibile ignoranza dei meccanismi dell'economia digitale (non risolvono infatti la questione della pirateria online), rappresentano una concreta minaccia alle libertà civili negli USA e nel mondo.
Secondo quanto risulta allo Huffington Post (non certo tenero con il magnate australiano, che con buone ragioni considera una reale minaccia alla libertà e alla democrazia globali) l’anziano tycoon avrebbe fatto attività di lobbying per sostenere entrambi i progetti di legge; di più, avrebbe perfino incontrato personalmente Mitch McConnell il Minority Leader repubblicano al Senato, estensore di un indirizzo di buon senso, con cui ha chiesto alla maggioranza al Senato di “riconsiderare la sua decisione di andare avanti con questa proposta di legge”, a causa della sua problematicità.
Nel frattempo, lo scorso giovedì la filiale britannica della News Corp ha dato il via ad una prima serie di rimborsi alle vittime della sorveglianza illegale subita per anni per mani di giornalisti delle testate popolari che facevano capo al gruppo di Murdoch (The Sun e News Of The World, che ha chiuso lo scorso luglio proprio a causa dello scandalo). Se il denaro ha cominciato a defluire dai forzieri di Rupert il significato è uno solo: come spiega un comunicato della stessa News Corp, “la società ammette che i manager e dirigenti della NGN (che controllava News of The World, oltre che al blasonato The Times ndr) erano a conoscenza degli illeciti commessi dai loro sottoposti e che essi hanno tentato di nasconderli ingannando deliberatamente gli investigatori e distruggendo prove”.
Le richieste d’indennizzo già pervenute sono per il momento una sessantina, ma fonti della polizia parlano di un numero di potenziali vittime vicino alle 6.000 unità. Si tratta di una vicenda sordida, costellata di episodi davvero esecrabili: intercettazioni illegali di telefonini in uso a vittime e/o parenti di vittime di assassini pedofili, e/o di soldati tornati in patria in posizione orizzontale dentro una busta di plastica; cancellazione di messaggi in segreteria al fine di permettere nuove registrazioni da rubare, corruzione di ufficiali di polizia, pedinamento fisico di personaggi celebri (e dei loro figli minorenni) perfino fuori dai confini del Regno.
Il tutto per fornire carburante rigorosamente umano all’oscena macchina di quella stampa che non può essere definita che con le immortali parole del poeta latino Catullo: “cacata carta”. Sarà anche carta igienica quella che gonfia di bigliettoni le tasche di Murdoch, ma il vecchio finora gli è stato affezionato. Per dirne una, l’amicizia non troppo disinteressata di Murdoch con l’attuale premier conservatore Cameron ha finito per mettere quest'ultimo seriamente in imbarazzo, al momento in cui si è dovuto prendere come spin-doctor Andy Coulson, ex capo-redattore di News Of The World, enfant prodige, visino da primo della classe e temperamento da teppista in gessato grigio.
Almeno a quanto risulta dai processi, il capo della comunicazione dei Conservatori e poi perfino del Primo Ministro è stato il vero deus ex machina dell’infame macchina di News Of The World. Coulson, almeno ha ammesso le sue colpe, ha perso tutto e si è fatto anche un breve passaggio nelle galere del Regno. Rupert, invece, è imperterrito e gli avanza tempo per dire che Google è “un'azienda di ipocriti”.
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di Mario Braconi
Sembra che poche cose stiano a cuore al governo degli Stati Uniti quanto gli interessi della sua grande industria nazionale dell’intrattenimento. Come noto, infatti, tanto al Senato che alla Camera dei Rappresentanti sono da mesi in discussione due proposte di legge, rispettivamente il PIPA (Protect IP Act) e SOPA (Stop Online Piracy Act), che rappresentano il risultato di una politica totalmente asservita agli interessi delle corporation americane. Le quali, pur di sostenere un modello di business che fa acqua da tutte le parti, sono pronte a conculcare la libertà di pensiero e di espressione dei cittadini di tutto il mondo, nonché a rendere la Rete meno affidabile e sicura.
Come spiega Adam Dachis sul sito Lifehacker, il legislatore americano vorrebbe consentire alle autorità giudiziarie, su iniziativa della parte presumibilmente lesa, la possibilità di bloccare l’accesso degli utenti ai siti in odore violazione del diritto d’autore. Insomma, a fronte della contestazione promossa da una major, entro 5 giorni gli ISP potrebbero trovarsi obbligati ad impedire l’accesso al sito “incriminato”. Come se non bastasse, la proposta di legge prevede il divieto in capo a inserzionisti ed intermediari finanziari di fare affari con il sito oggetto del provvedimento (il caso Wikileaks, con cui Mastercard e PayPal tagliarono i ponti a seguito delle minacce del Pentagono deve pur aver insegnato qualche cosa).
Nel mondo paradossale che sognano i due promotori dei provvedimenti (Lamar Smith, repubblicano, e Patrick Leahy, democratico) è perfettamente normale, anzi perfino auspicabile passare qualche anno in galera per aver caricato su YouTube un video nel quale, per esempio, si sente una canzone i cui diritti di sfruttamento sono protetti da copyright. Ma l’aspetto più sconcertante è il pieno controllo che la grande industria reclama per sé, la cui ambizione ultima pare essere esautorare di fatto i sistemi giudiziari: sotto molti aspetti la lucida follia che anima tanto SOPA che PIPA tradisce il chiaro fastidio del mondo dell’entertainment per certe quisquilie antiquate come la libertà di espressione, la certezza del diritto, la sovranità nazionale (aggiungeremmo anche il senso del limite e quello del pudore).
Secondo Kirk Sigmon, esperto di diritto del web, se SOPA venisse approvata nella sua forma attuale, il Ministro della Giustizia USA (Attorney General) potrebbe agire nei confronti di tutti i proprietari di siti internet che rifiutino di “confermare formalmente alle autorità che esiste un’alta probabilità che nel loro sito si scambi gratuitamente materiale protetto da diritto d’autore”; ma anche contro chi gestisce siti radicati sul suolo americano il cui obiettivo sia (o sia stato!) “promuovere atti contrari alla legge sul diritto d’autore”. L’Attorney general potrebbe inoltre agire contro siti stranieri, che siano o meno su host negli Stati Uniti.
In poche parole, il ministro della giustizia diventerebbe una mazza da baseball nelle mani di un numero limitato di major: Facebook, YouTube, Twitter dovrebbero controllare ogni singolo elemento che viene caricato dai loro iscritti al fine di incorrere nei rigori della legge. Il tutto senza contare che la questione delle presunte violazioni del diritto d’autore potrebbero diventare un pretesto per far chiudere dei siti di idee politiche non gradite a chi promuove l’azione. Inoltre si verrebbe a creare un clima di “caccia alle streghe” grazie al quale nessuna azienda intratterrebbe rapporti commerciali con un’altra potenzialmente soggetta a censura.
Infine, ogni grande business dell’intrattenimento potrebbe citare in giudizio una qualsiasi start-up innovativa strozzandola in culla con il pretesto che non si è dotata di sistemi sufficientemente accurati per impedire la violazione del copyright. Ennesima declinazione di un modello di business superato e fallimentare, abbarbicato ad un potere corrotto che non esita a menomare la democrazia e ad impedire l’innovazione pur di garantirsi qualche giorno di sopravvivenza in più.
Il governo degli Stati Uniti è pronto davvero a tutto pur di fare gli interessi dei suoi amici delle corporation dell’intrattenimento: anche a fare pressione e a ricattare paesi stranieri. Il quotidiano spagnolo El Pais ha pubblicato il 9 gennaio una lettera riservata datata 12 dicembre, con la quale l’ambasciatore americano a Madrid, Alan Solomont, esprimeva a diversi membri del governo Zapatero la sua “profonda preoccupazione” per la mancata approvazione della legge anti-pirateria spagnola, conosciuta come Ley Sinda; non mancavano nella missiva esplicite minacce di sanzioni commerciali contro il paese “canaglia” che in modo tanto sfrontato continuava a sfidare gli interessi delle major americane non approvando una legge liberticida.
Il dispositivo era in effetti stato approvato a febbraio 2011, ma la sua applicazione era rimasta sospesa in un limbo a causa di ritardi amministrativi non proprio casuali, quanto favoriti dalla vasta e rabbiosa opposizione dei cybernauti iberici. Nessun problema comunque, perché il nuovo governo di centrodestra spagnolo ha approvato la nuova legge il 30 dicembre, non potendo apparentemente resistere alla tentazione di scodinzolare allo zio Tom. Del resto, come contropartita del rigore contro i “pirati” gli Stati Uniti hanno promesso alla Spagna importanti investimenti nel settore dell’intrattenimento online legale e a pagamento, naturalmente made in USA. Il tutto solo per aiutare la colonia spagnola a riprendersi dalla sua profonda crisi economica.
E’ grazie alla provvida approvazione della Ley Sinda che la Spagna è entrata in quella che la Electronic Frontier Foundation ha definito la lista “dei punti di strangolamento globali”, il club delle nazioni che “hanno attivato leggi anti-pirateria largamente sovradimensionate, che bloccano e filtrano siti web a costo della libertà di espressione online”.
La cosa paradossale è che quello che prevede la SOPA, ovvero il blocco dei DNS (domain name system) dei siti sospettati di pirateria non riuscirà comunque a debellare la pirateria. A chiunque sia noto l’indirizzo IP del server “pirata” sarà sempre possibile collegarvisi. Insomma, il blocco dei DNS servirà al più a scoraggiare qualche “delinquente casuale”, non gli adepti al download illegale, i quali continueranno a farlo come (e con più gusto) di prima.
Non solo: secondo l’esperto legale Stewart Baker, la SOPA è potenzialmente un modo per rendere meno sicura la Rete. Se la proposta di legge dovesse essere approvata nella sua forma attuale, porrebbe un serio limite allo sviluppo del protocollo DNSSEC, impiegato per contrastare vari determinati tipi di reati online. Compito del protocollo è andarsene in giro per i vari DNS del mondo per trovarne uno “autenticato”.
Questo è di grande aiuto per proteggere gli utenti del browser a schivare truffe che, hackerando determinati DNS, fanno convergere gli ignari naviganti su siti con un numero contraffatto che riproduce l’IP di quelli richiesti, ma che in realtà sono delle copie predisposte per rubare dati e password.
Poiché però la nuova tecnologia non è in grado di distinguere tra un DNS (indirizzo) bloccato dall’Attorney General e uno truccato da un ladro online, è probabile che tutte le aziende informatiche che oggi stanno investendo sul protocollo DNSSEC finiscano per non investirci più un solo euro. Solo così eviterebbero di finire nel mirino del ministero della giustizia, che potrebbe interpretare la tecnologia un modo per eludere la legge.
In sintesi, SOPA e PIPA non solo non servono a bloccare davvero la pirateria online ma costituiscono un ottimo strumento per conculcare le libertà civili e impedire l’innovazione tecnologica. Non solo, ma il delirio di onnipotenza delle major dello spettacolo americane (cui si uniscono volentieri le farmaceutiche, infastidite dal fatto che gli americani possano acquistare medicine online da un rivenditore, per dire, canadese), rischia di imporre al mondo intero legislazioni tanto se non più liberticide di SOPA e PIPA.
La legge approvata in Spagna a dicembre, per dire, prevede che ISP e hosting provider blocchino i contenuti e chiudano i siti ritenuti colpevoli di violazione dei diritti d’autore entro 48 ore dalla contestazione: un periodo ovviamente insufficiente a garantire che l’accusato possa validamente difendersi. Inoltre, contiene delle disposizioni per identificare l’IP degli utenti che scaricano illegalmente contenuti: siamo alla sorveglianza online legalizzata.
Le perdite economiche che le major lamentano per effetto del download illegale dimostrano il fallimento del loro modello di business, basato su offerta limitata, prezzi stratosferici, impossibilità di fruire liberamente i contenuti, anche dopo averli acquistati a caro prezzo.
La grande industria dell’intrattenimento (il cui contributo alla crescita è certamente inferiore a quello del settore internet) dovrebbe prendere atto del fatto che ha solo due possibilità: rinnovarsi nella direzione indicata dal pubblico dei consumatori o estinguersi. Invece, ha scelto la strada di modellare le leggi del mondo a suo uso e consumo: una situazione da brivido, molto dibattuta su internet (finché sarà possibile farlo legalmente) ma poco sulla carta stampata.
Non è un caso, visto che tra i sostenitori della SOPA, oltre alle major e case di videogiochi come Nintendo e SONY, ci sono, guarda caso, i gruppi che controllano i giornali. Che la situazione sia grave è dimostrato dal fatto che persino i grandi nomi del settore internet, da AOL a eBay, da Google a Facebook, passando per Twitter, Yahoo! e Mozilla si sono riunite in un consorzio per dare voce alla protesta contro SOPA e PIPA. Sembra addirittura che stiano lavorando al progetto di “spegnere” i propri servizi per protesta se il progetto di legge dovesse andare avanti senza modifiche sostanziali.
Sul versante opposto dei “big” della Silycon Valley, si trovano gli hacker Anonymous, che ovviamente si sgolano da mesi contro la SOPA: non per questo le sue “filiali” locali trascurano di attivarsi anche contro provvedimenti simili che intaccano le libertà civili in paesi periferici come la Finlandia. Il 9 gennaio, l’ISP finlandese Elisa ha deciso di ottemperare a un’ordinanza della Corte Distrettuale di Helsinki, che la obbligava ad impedire a tutti i suoi utenti di raggiungere il sito piratebay, nel quale certamente si scambia “illegalmente” materiale coperto da copyright.
Immediata la reazione di Anonymous, che tramite i tweet di The Real Sabu, uno degli animatori più loquaci e polemici del gruppo, ha cominciato a protestare: “Non staremo certo qui a guardare e consentire ai nostri governi di censurarci”. Detto fatto: il sito finlandese della IFPI (International Federation of the Phonographic Industry), una specie di SIAE internazionale molto fattiva per difendere gli interessi dell’1% (produttori di contenuti) a scapito diritti del restante 99% della popolazione, è stato oggetto di un attacco che lo ha reso irraggiungibile. Al momento in cui si scrive, a 30 ore circa dai belligeranti annunci di Sabu, il sito è ancora giù.
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di Vincenzo Maddaloni
VARSAVIA. Si potrebbe anche cominciare dalla casetta di cemento, quella che era la sala d'attesa dirimpetto al muro, quasi di fronte al posto di guardia e al portone blindato che si apriva automaticamente scivolando sulle guide quel tanto che bastava per farvi passare le automobili della Miliçia, della polizia, e il cellulare con gli arrestati. Le donne erano arrivate con il seguito dei figli, cariche di borse. Si erano sedute dentro, si guardavano intorno parlando sottovoce, finché era venuto il guardiano, berretto e divisa grigia, grinta di legionario, aveva passato addosso una lunga occhiata di traverso e aveva cominciato a leggere i nomi: uno, due, tre, quattro, cinque nomi polacchi con i loro grumi di consonanti: era il primo turno.
Le persone chiamate si erano alzate avviandosi verso la porta, il muro. Ogni tanto, dai tetti i corvi lanciavano il loro grido, sennò sarebbe stato un silenzio implacabile, da non muoverlo più. Aspettare un'altra ora per il prossimo appello di cinque, e che altro si poteva? Era un mercoledì del gennaio 1982 che, col sabato, era giorno di visita per gli internati del carcere di Bialoleka, uno dei tanti disseminati nel Paese, dove il generale Jaruzelski aveva fatto rinchiudere trenta mila oppositori del regime dopo la proclamazione - il 13 dicembre del 1981 - della legge marziale in Polonia.
Quello di Bialoleka era un blocco di cemento nel grigioverde morbido della campagna varsaviese, a quindici chilometri dalla capitale: il filo spinato, le garitte, il carcere insomma delimitato da una striscia d'asfalto e il marciapiede, poi i pini, le betulle e, di là dalla strada, le case dei guardiani, un negozio di alimentari, le aiuole e gli orti zappati con affetto. La casetta stava in mezzo: una piccola costruzione dipinta di fresco. Dentro l'ambiente era spoglio: la stanzina per i sorveglianti, la sala con le panche verdi appoggiate alle pareti, la vetrata che filtrava un sole smunto e livido e la gente che guardava fuori e dentro si parlava sempre più piano, si sussurrava, si raccontava, si spiegava.
E’ su questi scenari, i quali riportano indietro la Polonia di trent’anni e l’Unione sovietica ai tempi di Breznev, che s’è scatenata una polemica tra il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia e prima ancora segretario di Giovanni Paolo II, e Michail Gorbaciov. Il merito di questa polemica riguarda proprio il colpo di Stato del generale Wojciech Jaruzelski, che mise fuori legge il sindacato Solidarnosc incarcerando i suoi esponenti di vario rango, a cominciare dal leader storico Lech Wa??sa, e privando l’intera la società polacca dei fondamentali diritti civili.
La legge marziale durò dal 13 dicembre 1981 fino al 22 luglio 1983. Durante quel periodo migliaia di attivisti politici erano stati arrestati e detenuti senza processo. Le strade delle maggiori città erano pattugliate costantemente da militari e carri armati. I collegamenti telefonici con l’estero erano stati staccati; la corrispondenza era sistematicamente controllata e censurata; le lezioni nelle scuole e nelle università erano state sospese. Fabbriche, stazioni, mezzi di comunicazione, ospedali, porti, miniere erano sotto il controllo diretto dei militari. Il cibo era razionato.
Sicché parecchi polacchi tenteranno di scappare: dal Dicembre 1981 al 1983 undici voli partiti dalla Polonia furono dirottati e fatti atterrare all’aeroporto Tempelhof di Berlino. Naturalmente anche in quella circostanza, la Polonia si distinse dai Paesi “fratelli”, applicando lo stato d'assedio in modo contraddittorio: genti nelle carceri e dibattiti in Parlamento; censura e critica (limitatissima) sui giornali; lavoro obbligatorio e disoccupati; veto di espatrio come si è visto, ma permessi concessi a migliaia per poter assistere a Roma alla santificazione (10 ottobre 1982) di padre Kolbe. Tuttavia, quando nel 1983 Lech Walesa vinse il premio Nobel per la Pace, non gli fu permesso di andare a ritirarlo. Pochi mesi dopo (22 luglio) la legge marziale sarà revocata, ma i prigionieri politici saranno liberati soltanto con l’amnistia del 1986.
A trent’anni di distanza da quei fatti la Polonia è ancora divisa. Da una parte ci sono coloro che considerano il generale Jaruzelski un patriota che guidò il Paese in una transizione difficile salvandolo dall’invasione sovietica. E dall’altra parte coloro che lo considerano un despota e un traditore. Entrambe le parti in tutti questi anni hanno raccolto centinaia di documenti e altrettante testimonianze per supportare le rispettive tesi. Alcune clamorose come quella del generale Jurij Dubinin, ex comandante della guarnigione sovietica in Polonia, il quale aveva dichiarato ufficialmente che il Cremlino di Leonid Breznev era pronto a invadere la Polonia, anche a costo di affrontare una sanguinosa guerra contro la resistenza popolare e di combattere contro lo stesso esercito polacco pur di fermare la rivolta dei cattolici in Polonia.
Mosca era dunque decisa ad applicare anche in Polonia la "dottrina Breznev della sovranità limitata", che l'allora numero uno sovietico invocò nell'Agosto 1968 per difendere l'impero e stroncare con un atto di guerra le riforme lanciate in Cecoslovacchia da Alexandr Dubcek. In un'intervista (Marzo 1992) a Gazeta Wyborcza, il quotidiano liberal diretto a quel tempo dal capo storico del dissenso, Adam Michnik, il generale Dubinin aveva rivelato che «le divisioni sovietiche avrebbero dovuto invadere la Polonia il 14 dicembre. I piani operativi erano stati approntati in base all'esperienza che avevamo maturato in Cecoslovacchia. Solo all'ultimo momento, poche ore prima che l'invasione scattasse, l'operazione fu bloccata. Fu il colpo di Stato del generale Jaruzelski che - al prezzo di migliaia di arresti e di alcuni morti - stroncando l'opposizione, esautorando in parte lo stesso Partito comunista e affidando il controllo e di fatto l' amministrazione quotidiana della Polonia alle forze armate nazionali, convinse Breznev a fermare i suoi carri armati».
Naturalmente i generali del "Wron" (Consiglio militare di salvezza nazionale, la giunta che con a capo Jaruzelski assunse il potere), continuarono a dichiarare senza mezzi termini che «l'unico metodo di governo attuabile oggi in Polonia è una forma di assolutismo illuminato», tuttavia era difficile dire quanti all'interno del Partito erano disposti a sottoscrivere quella soluzione. C'era tra gli operai - ricordo in quei giorni a Varsavia - una rabbiosa frustrazione, uno spirito di rivincita, il timore che la vicenda potesse esplodere, ma tutti, proprio tutti - militari e popolazione civile, partito e sindacato - erano propensi a trovare una soluzione interna, a togliere spazio e pretesti per «l’aiuto fraterno» dei sovietici.
«lo non credo nell'assolutismo - mi diceva Zdzislaw Morawski, direttore di Zycie Warszawy, il più importante quotidiano della capitale - penso che questa situazione potrà andare avanti uno, due, tre anni, ma si dovrà trovare un'intesa con la società. Purtroppo il tempo gioca a sfavore, perché il nostro maggior nemico oggi non è la crisi economica, è l'odio. In Polonia, in passato, c'erano state discussioni, dissidi, rivolte, mai odio. Oggi c'è, e cresce ogni giorno di più. lo ho vissuto per molti anni in Italia, nel vostro Paese: se la polizia ammazza un operaio fate dimostrazioni, cortei, scioperi per due, tre giorni, poi ve ne dimenticate. In Polonia no: se lo ricordano per decenni. Questo è terribile». http://biblioinrete.comperio.it/index.php?page=View.DocDetail&id=954870.
Infatti, trent’anni dopo riescono ancora a sollevare polemiche le rivelazioni di Michail Gorbaciov alla TVN24, l’emittente privata col più alto numero di ascolti in Polonia. Nell’intervista che è andata in onda nel giorno di Natale e ritrasmessa il giorno dopo, l’ex presidente sovietico ricordando la sua visita in Vaticano (1 Dicembre 1989) ha raccontato che alla sua domanda su cosa pensasse dell'iniziativa di Jaruzelski, Giovanni Paolo II aveva risposto: «E’ stata una decisione giusta».
La mattina dopo - puntuale - è arrivata la smentita del cardinale Stanislaw Dziwisz l'ex segretario di Giovanni Paolo II, e ora arcivescovo di Cracovia, il quale in un comunicato ha espresso “tutto il suo stupore” per quanto aveva dichiarato Gorbaciov alla televisione. «Devo decisamente affermare - ha scritto il porporato - che il Santo Padre non aveva parlato con il signor Gorbaciov della legge marziale, poiché il suo giudizio su questa iniziativa era inequivocabilmente negativo».
Del resto, nel suo libro “La mia vita con Karol” don Stanislaw aveva già scritto che «l'introduzione della legge marziale era stata per il Pontefice un autentico “shock” e che egli ne era sorpreso e addolorato». E a suggello aveva riportato pure le parole pronunciate dal Papa durante un’udienza: «Cosa avete fatto a questa nazione? Essa non meritava siffatto trattamento!».
Fin qui la cronaca. Vi potrei aggiungere che per quel poco che ho conosciuto di Gorbaciov, (essendo con Giulietto Chiesa e Andrei Graciov tra i fondatori del “World political forum” del quale Gorbaciov è il presidente), non mi sembra un personaggio che s’inventi fole pur di ravvivare la sua fama. Naturalmente, va pure ricordata la situazione politica in Polonia, che fino a quattro anni fa è stata governato dai gemelli Kaczynski fortemente critici nei confronti dell'Europa occidentale e pericolosamente anti-semiti ed omofobi.
Donald Tusk (che è succeduto, nel Novembre 2007, al premier uscente Jaroslaw Kaczynski) è tra i fondatori di Platforma Obywatelska (“Piattaforma Civica”). Esso è il maggior partito politico nel Parlamento polacco: un partito di centrodestra, liberista nelle politiche economiche e che governa in coalizione con il Partito Popolare Polacco, un partito agrario e centrista.
Se si tiene a mente lo scenario politico tutto schierato sul centrodestra meglio si comprende la prudenza del cardinale. Va pure aggiunto, per completare il quadro, che in Polonia divampa la discussione sull’Islam. A scatenarla è stata appunto la costruzione nella capitale del centro di cultura musulmana, in cui oltre ad una biblioteca con una sala multimediale, una galleria d’arte, ristoranti e negozi, sarà allestita anche una sala di preghiera.
Quel che soprattutto non piace, nella cattolicissima Polonia, è sapere che il Centro ha ricevuto dai sauditi i finanziamenti per costruire una moschea nel quartiere Ochota a Varsavia. Lo riprova anche la protesta organizzata l’anno scorso dall’associazione Przysztoc Europy (Il Futuro dell’Europa), nel giorno dell’inaugurazione del cantiere. Insomma, come ha scritto la Deutsche Welle, in Polonia la comunità musulmana è fiorente ed è composta «soprattutto da immigrati provenienti dalla Siria, dall’Iraq e dalla Libia perché», spiega l'emittente internazionale tedesca, «essi sono attratti dalla presenza della Polonia all’interno dell’Unione Europea».
Insomma, ce n’è abbastanza per non scatenare nuove polemiche che potrebbero insinuare dubbi tra i credenti della cattolicissima Polonia. Come appunto il sospetto che tra la Chiesa e il potere comunista rappresentato dal generale Jaruzelski fosse potuto esistere una qualche intesa, espressa con gli autorevoli silenzi, convalidata da un’ancora più autorevole considerazione nel corso di un incontro che rimane di una valenza epocale. E così, poteva essere questa intervista di Gorbaciov alla televisione lo spunto per porre fine alla controversia che ancora affligge la nazione, e per il cardinale il pretesto per rilanciare la nobile arte del cattolico perdono e placare gli animi. Insomma s’è persa un’occasione.
Wojciech Jaruzelski ha 88 anni e dal 15 Settembre è ricoverato in ospedale per una polmonite, conseguenza della chemioterapia a cui si sottopone da tempo per via di un linfangioma. Verso la fine di settembre era andato a trovarlo Lech Walesa, che ha vent’anni meno di lui e che è stato il suo maggior rivale. E’ per questa ragione che la notizia dell’incontro e le relative foto, nonché il racconto del suo tono affettuoso e cordiale, erano circolate molto in Polonia.
Era un incontro atteso da moltissimo tempo. Infatti, l’arrivo di Mikhail Gorbaciov al vertice del partito comunista sovietico, nel 1985, le complicatissime condizioni dell’economia del paese e la crescente popolarità dei sindacati, portarono il regime polacco a tentare di ricostruire un dialogo con Walesa e Solidarnosc. Nel 1989 si tennero dei negoziati e si stabilì infine l’istituzione di un parlamento bicamerale aperto alle forze della società civile polacca.
Alle elezioni del 1989, le prime elezioni libere del Paese, i comunisti ottennero la maggioranza relativa alla Camera - non quella assoluta - e conquistarono un solo seggio al Senato, mentre Solidarno?? prese tutti gli altri 99; tuttavia Jaruzelski venne eletto presidente del Paese. L’alleanza tra Solidarno?? e alcuni partiti ex alleati dei comunisti costrinse Jaruzelski a nominare Tadeusz Mazowiecki Premier, il primo Premier non comunista della Polonia dal 1948. Jaruzelski si dimise dopo pochi mesi, nel 1990, e gli succedette proprio Lech Walesa.
I due storici rivali finirono per essere quindi i primi due presidenti della Polonia libera. Oggi Jaruzelski si definisce un socialdemocratico. La Polonia - si è detto - è ancora divisa tra chi lo considera un patriota e chi lo considera un despota e un traditore. La visita di Walesa era stata letta unanimemente come un tentativo di riconciliare il Paese, ma di lasciare alla Storia un giudizio finale sul suo vecchio e malato rivale. Altrettanto hanno fatto Gorbaciov e il Cardinale.
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di Mario Braconi
Agli Anonymous tedeschi, come a milioni di loro concittadini, i neonazisti non vanno proprio giù: sin dallo scorso maggio, con l’abituale videocomunicato su YouTube, la “filiale” tedesca del collettivo hacker ha lanciato la cosiddetta Operazione Blitzkrieg (“guerra lampo”) contro siti legati dell’estrema destra. Il video messaggio contiene un’interessante riflessione sul tema della libertà di parola e dei suoi limiti.
E’ innegabile il paradosso delle organizzazioni neonaziste che continuano a predicare odio e a fare proseliti facendo leva proprio sulle libertà che essi temono e disprezzano. “Voi neonazisti intimidite le persone che scendono nelle strade lottando per i loro ideali ed attaccate i vostri avversari politici negando loro il diritto alla libertà di parola” dice la voce distorta del clip di Anonymous di maggio. Eppure - continua - ipocritamente pretendete questo stesso diritto di libertà di parola per voi stessi [...]. Attaccate i giornalisti e i media in generale, attaccate membri delle fazioni opposte e allo stesso modo attaccate rifugiati ed immigrati”.
Un passaggio importante, dal punto di vista del metodo: se i cybercittadini sono liberi di approfittare del potere della Rete per diffondere i loro esecrabili messaggi di odio e violenza, al riparo della legge, secondo gli hacktivisti rivelare i nomi dei militanti neonazisti, più che una violazione della privacy, è un atto di giustizia. Le azioni promesse nel messaggio di maggio non si sono fatte attendere: nel giro di poche ore, un gruppo denominato No Name Crew (ciurma senza nome) è riuscito “buttare giù” ben 25 server locali del NPD (partito nazional-democratico tedesco), portandosi via una gran messe di dati personali di iscritti e simpatizzanti. A dispetto dell’aggettivo “democratico” contenuto nella sua denominazione, lo NPD è realtà un partito neonazista, che si sospetta abbia avuto legami con la Nationalsozialistischer Untergrund (NSU), una cellula terrorista neonazista che, in sette anni, ha ucciso nove immigrati e una poliziotta, rendendosi anche responsabile di un attentato dinamitardo nel quale sono rimaste ferite una ventina di persone.
E’ nello spirito di opposizione civile al veleno neonazista, e come “risposta” alla strage messa a segno dal “camerata” Breivik che, nel pomeriggio del 4 novembre, i militanti della fazione finlandese di Anonymous hanno violato il sito del movimento neonazista Kansallinen Vastarinta (resistenza nazionale) riuscendo a portarsi via ben 16.000 nominativi, immediatamente pubblicati in Rete con tutti i dettagli personali e l’indirizzo. Come spiega Mikko Hyppöneni, capo della ricerca della società di sicurezza informatica finlandese F-Secure, per ottenere dati tanto precisi l’utente internet dal nome “anomuumi” deve essersi messo a rovistare nei principali database del paese, quelli del Work Efficiency Institute, dell’Alleanza Studentesca Osku e di un paio di centri di formazione.
Anche in quel caso, le azioni illegali di Anonymous vanno interpretate come un fattivo contributo ad un mondo migliore. In fondo, l’obiettivo degli hacker era, dichiaratamente, dimostrare che la candida neve finlandese celi in realtà “una pozza di fango maleodorante che la sta rendendo ogni giorno sempre meno bianca”. Peccato però che non sia stato finora possibile identificare in modo chiaro e inequivocabile l’esistenza di una relazione tra le migliaia di persone messe alla gogna e i movimenti neonazisti. Per questo, occorre fare uno sforzo in più, ovvero fidarsi ciecamente di quello che dichiarano gli hacker di Anonymous.
Paradosso, dunque: anche gli antiautoritari di Anonymous sembrano chiedere ai loro sostenitori un esercizio che a occhio sembra contrario ai loro stessi principi (democrazia diretta, nessuna intermediazione eccetera). Senza contare che, sempre secondo Hypponeni, i dati personali pubblicati, siano o meno di teppaglia nera, costituiscono una miniera d’oro per i criminali in vena di furti di identità digitali.
Il 2 gennaio 2012 comincia con la seconda puntata dell’Operazione Guerra Lampo (BlitzkriegOp# è il thread da seguire su Twitter): in poche ore vengono messi fuori uso una quindicina di siti locali della NPD, la piattaforma Altermedia, covo di estremisti neri (compresi quelli britannici), il sito giornalistico di estrema destra Junge Freiheit (Giovane Libertà). Anche in questo caso, sono state rubate grandi quantità di dati personali di collaboratori, simpatizzanti, iscritti e perfino liste di clienti di boutique virtuali specializzate in capi di stile nazista classico (uniformi) o più adatti al moderno teppista di destra (ad esempio quelli firmati da Thor Steinar, che a suo tempo lanciò un discusso brand che aveva come logo le sue iniziali scritte con le corrispondenti rune).
La tecnica di Anonymous è quella nota: svergognare i neonazisti e mettere in allerta le possibili vittime. Questa volta, però, gli hacker vogliono fare le cose per bene, trasformando le loro boutade episodiche in un vero e proprio progetto di caccia al nazista: presso un apposito sito dal nome nazi-leaks (attualmente ospitato da una serie di mirror in tutta Europa) viene riportata una lista di nominativi, e-mail, basi dati clienti, account e password contenuti nei siti in odore di neonazismo. Secondo l’edizione in inglese di Der Spiegel, la conferenza della Chaos Computer Club, tenutasi quest’anno tra il 27 e il 30 dicembre scorso, è l’occasione per molti dei 3.000 hacker che vi prendono parte, per fare un po’ di esercizio: stoppando ad esempio qualche sito di estremisti di destra. In effetti è sospetta la data di attivazione di nazi-leaks, nato proprio il 27 dicembre.
Secondo Deutsche Welle, non tutti i commentatori sono entusiasti del “name and shame” messo in atto da Anonymous: il sito di informazione tedesco cita Simone Rafael del forum Netz-Gegen-Nazis (Rete Anti antinazista) il quale, pur sentendosi sollevato dal fatto che l’azione di Anonymous ha ripulito un po’ di feccia dalla Rete per qualche giorno, si è detto irritato per la scelta di aver pubblicato il nome degli estremisti. “Se loro avessero fatto la stessa cosa, sarei ugualmente furioso”. Sembra perfino che la sezione di Amburgo del collettivo Anonymous, in una mail alla Deutsche Welle, abbia definito la pubblicazione dei nomi dei neonazisti “una cattiva idea”.
Per mettere le cose nel giusto contesto, però, è opportuno ricordare che, come racconta l’edizione in inglese di Der Spiegel, in un anno e mezzo si contano ben 130 attacchi neonazisti contro rappresentanti della Linke (Sinistra): minacce, vetri rotti, scritte a spray, sabotaggio dei freni dell’auto. Una piccola guerra contro il “nemico” rosso, ma anche contro chi viene percepito come difensore dei diritti degli islamici, degli stranieri, degli omosessuali… Giusto, dunque, interrogarsi su quanto si possano forzare le regole per servire meglio ad un principio etico; ma senza dimenticare che si è di fronte ad un grave rischio di revanche nazista, per la quale la crisi economica costituisce un ottimo combustibile. In fondo, perfino un filosofo liberale come Popper sosteneva che una società aperta ha le sue buone ragioni per essere “intollerante con gli intolleranti”.