La detenzione di Mahmoud Khalil, un attivista palestinese di spicco coinvolto nell’organizzazione di attività alla Columbia University di New York, è il risultato di oltre un anno di propaganda e pressioni da parte di think tank filo-israeliani, impegnati a collegare gli studenti a Hamas e a erodere le protezioni della libertà di espressione negli Stati Uniti.

Il favorito alle presidenziali è stato escluso dalle elezioni con un pretesto ridicolo. È questo il destino futuro dell’UE?

Un modo per riconoscere un Ancien Régime marcio e ormai alla fine è osservare quanto rozzi e trasparenti diventino i suoi metodi di repressione. Da questo punto di vista, la Romania, e con essa l’UE, devono essere sull’orlo di una rivoluzione. Perché è davvero difficile immaginare un insieme di sporchi trucchi più grossolani di quelli messi in atto per soffocare il probabile vincitore delle prossime elezioni presidenziali, Călin Georgescu.

Prima di accusare Giuseppe Conte di tradimento dei valori occidentali, e di sottomissione a Trump e alle estreme destre, converrebbe analizzare l’andamento della guerra in Ucraina negli ultimi tre anni e chiedersi come mai l’illusione di una vittoria di Kiev sia durata così a lungo e apparentemente duri ancora.

Come mai non ci sia alcun ripensamento, nella Commissione UE e nel Parlamento europeo, sulla strategia di Zelensky e sull’efficacia del sostegno militare a Kiev. La prossima consegna di armi, scrive il Financial Times, dovrebbe ammontare a 20 miliardi di dollari.

Il presidente Trump aveva annunciato che avrebbe risolto il conflitto ucraino in pochi giorni. Poi ha ammesso che ci sarebbero volute diverse settimane. Ha nominato il generale Keith Kellogg inviato speciale in Ucraina. Durante il primo mandato di Trump, Kellogg successe al generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale e in seguito fu nominato capo di stato-maggiore del Consiglio di sicurezza nazionale.

Forse è ancora presto per considerare finita la guerra in Ucraina. Non basta una telefonata per definirne l’esito, ma forse basta per segnare l’avvio di quella svolta importante, temuta da tutti i sostenitori della guerra e spavaldamente sottovalutata. Si è abusato spesso delle presunte “svolte epocali” che se da un lato aprivano spiragli di speranza dall’altro contrastavano con la realtà. C’era qualcosa che non funzionava nelle pretese della propaganda occidentale di accreditare le scaramucce per battaglie e i successi sempre da una parte; nel magnificare le presunte controffensive (fallite), le risolutive armi occidentali (ininfluenti), le forze inesauribili (finite), la volontà ferrea di combattere (logorata), la certezza della vittoria ucraina (sfumata), la definitiva e irrevocabile ammissione di Kiev alla Nato (archiviata), la sconfitta russa sul campo di battaglia (non pervenuta) e le alleanze inossidabili “fino a quando sarà necessario” e whatever it takes (penosamente arrugginite).


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