Dal gas ai fondi russi congelati l’Europa continua a farsi del male.  Italia, Austria, Slovacchia e Ungheria sono i quattro partner che attualmente ricevono gas russo attraverso l’Ucraina e “dovranno trovare delle alternative” entro la fine dell’anno, come ha confermato oggi il portavoce della Commissione europea, Tim McPhie.

L’Unione Europea ha deciso infatti di non prolungare l’accordo trilaterale sul transito del gas con la Russia attraverso l’Ucraina, che scadrà alla fine di quest’anno, nell’ottica di continuare a ridurre ancora la dipendenza dal gas russo. “Nel 2021 abbiamo ricevuto il 45% delle nostre importazioni di gas dalla Russia, nel 2022 il 24%, nel 2023 il 15%”, ha precisato McPhie.

La riduzione della dipendenza energetica dalla Russia è diventata una delle principali priorità dell’Unione Europea dopo l’inizio dell’operazione militare speciale di Mosca in Ucraina nel febbraio 2022, quando Bruxelles ha deciso di eliminare gradualmente, entro il 2028, le importazioni energetiche dalla Russia.

Come ricordiamo tutti, la decisione ha portato a un forte aumento dei prezzi del gas e per contenerlo la Commissione ha presentato diverse misure, tra cui acquisti congiunti, tetti di prezzo e maggiori sforzi di conservazione dell’energia.

Come riporta quotidianamente Gazprom, il gas russo viene pompato in Europa dai gasdotti ucraini al ritmo costante di 42/43 milioni di metri cubi al giorno. In termini politici non si può non notare quali siano i partner Ue colpiti dalla decisione della Commissione UE presso la quale, evidentemente, Bratislava, Budapest, Vienna e Roma o sono consenzienti o non hanno voce in capitolo dal momento che la Commissione sembra averne ignorato gli interessi.

Il portavoce ha assicurato che si lavora “a stretto contatto con gli Stati membri” interessati. Secondo le stime, l’Austria ha importato più gas russo (circa 5 miliardi di metri cubi) attraverso l’Ucraina tra 2022 e 2023 contro i 3/4 miliardi dell’Italia che rappresentavano meno del 5% delle importazioni totali mentre oggi, secondo i dati diffusi da SNAM, le importazioni di gas russo si sono fermate sotto quota 2% del totale. La Slovacchia importa circa un terzo delle forniture dalla Russia (circa 2 miliardi di metri cubi) mentre i volumi attraverso Kiev sono ridotti per l’Ungheria che importa la maggior parte del gas russo con il gasdotto TurkStream.

Esiste il sospetto che non sia casuale il colpo inferto agli interessi economici ed energetici di Ungheria e Slovacchia, i cui governi sono critici verso l’atteggiamento assunto nel conflitto in Ucraina dalla UE e infatti non applicano sanzioni alla Russia e non regalano armi all’Ucraina.  L’Ungheria di Orban è da sempre nel mirino della Commissione Ue e da qualche mese lo è anche la Slovacchia di Robert Fico, che sembra stia riprendendosi da un attentato i cui mandanti e motivazioni sono ancora da chiarire.

Difficile non sospettare la volontà della Commissione von der Leyen di punire anche l’Austria, che in ossequio al suo storico status di neutralità non invia armi all’Ucraina ma soprattutto negli ultimi due anni ha addirittura aumentato la sua dipendenza dal gas russo.

Il “caso austriaco” è interessante ed esplicativo. Quando la Russia attaccò l’Ucraina il 24 febbraio 2022, l’Austria importava l’80% del suo gas naturale dalla società statale Gazprom, cifra che in marzo di quest’anno era salita al 98%.

“La diversificazione delle nostre importazioni di gas procede troppo lentamente e culmina in una nuova quota record di gas naturale russo pari al 98% nel mese di dicembre 2023”, ha dichiarato il 12 febbraio alla stampa il ministro dell’Energia austriaco, Leonore Gewessler del Partito Verde.

Più che diversificazione lenta si dovrebbe parlare di totale dipendenza dell’Austria dalle forniture di Mosca motivata dal fatto che con l’aumento dell’import di gas russo via gasdotti Vienna spende molto meno degli altri partner Ue che si affidano a gas soprattutto liquido reperito sul mercato a prezzi ben più alti. Anche gas liquido russo, come quello acquistato in quantità crescenti dalla Francia.

L’Ucraina aveva già reso noto che non intendeva prolungare l’accordo quinquennale con Gazprom sul transito del gas russo verso l’Europa, né firmare nuovi contratti, come ha detto in febbraio il ministro dell’Energia ucraino, German Galushchenko. “Posso confermare che non abbiamo intenzione di stipulare ulteriori accordi o estendere l’attuale”, che scadrà il 31 dicembre 2024.

La Commissione UE avrebbe potuto esercitare pressioni su Kiev alla luce degli aiuti militari, economici e umanitari che forniamo a una nazione fallita e al collasso e che in futuro sembra verrà accolta nell’Unione.

Ma non lo ha fatto, almeno finora, neppure tenendo conto che (come abbiamo ricordato qui sopra) i piani della UE prevedono di eliminare completamente le forniture di gas russo entro il 2028, quindi tra quattro anni e mezzo non tra sei mesi.

Non si può quindi escludere che a fine anno i nodi verranno al pettine e le tensioni tra le nazioni dell’Est Europa e l’asse Bruxelles/Kiev riguarderanno non solo le questioni legate alle importazioni di cereali ucraini ma anche alle forniture di gas russo attraverso i gasdotti ucraini. Resta però il fatto che oggi la Commissione Ue ha deciso di penalizzare quattro stati membri e 85 milioni di cittadini europei.

Un tema che sarebbe utile dibattere specie in questi giorni in cui tutti ci chiedono di votare il rinnovo del Parlamento Europeo. La decisione annunciata dal portavoce McPhie colpisce anche l’Italia, terza potenza economica e seconda manifatturiera nella UE, che nell’ultimo anno ha già visto calare la produzione industriale di quasi il 4 per cento.

Resta da comprendere per quali ragioni la Commissione intenda punire l’Italia e il suo governo (scarsa disponibilità a “fare la guerra alla Russia” o a sostenere il secondo mandato della signora von der Leyen?) o se si tratti dell’ormai consueta e collaudata marginalizzazione degli interessi italiani in ambito UE.

Del resto, come abbiamo visto in più occasioni, provocare un disastro dopo l’altro rientra pienamente nell’ottica di questa Commissione UE, la peggiore della breve storia dell’Unione: dalle green-follie che minacciano di devastare il nostro mercato automobilistico e immobiliare al tracollo energetico e alla de-industrializzazione, passando per l’azzeramento di ogni disegno di autonomia politica e strategica di un’Europa che, con la Commissione von der Leyen, nei rapporti con gli Stati Uniti ci ha assicurato la stessa rilevanza di Puerto Rico o delle Isole Vergini.

Anche nelle ultime ore gli organismi dell’Unione si sono impegnati a fondo nell’arrecare danni al “Sistema-Europa”. Dopo le sanzioni alla Russia, che Mario Draghi e Ursula von der Leyen (i due candidati che appaiono oggi in pole position per guidare la prossima Commissione UE) assicuravano avrebbero messo in ginocchio industria e macchina bellica russa, ieri il Consiglio Europeo presieduto da Charles Michel ha approvato formalmente a Bruxelles la proposta di utilizzare i rendimenti straordinari prodotti dagli asset congelati alla Russia per sostenere militarmente l’Ucraina: in tutto si tratta di circa 300 miliardi di dollari in tutto il mondo, i due terzi presenti nell’Unione Europea.

La proposta prevede che i rendimenti straordinari siano destinati per il 90% circa all’assistenza militare e per il 10% alla ricostruzione dell’Ucraina, secondo una ripartizione che sarà rivista ed eventualmente modificata annualmente a partire dall’inizio del 2025.

Il Consiglio riferisce in una nota di aver adottato una serie di atti giuridici che garantiscono che gli utili netti derivanti da entrate inattese e straordinarie maturate dai depositari centrali di titoli (CSD) nell’UE, a seguito dell’attuazione delle misure restrittive da parte dell’Unione contro gli asset russi, saranno utilizzati per fornire ulteriore sostegno militare all’Ucraina, attraverso lo “Strumento europeo per la pace” (il fondo “European Peace Facility”) nonché per le sue capacità nel settore della difesa e per la ricostruzione, attraverso programmi comunitari finanziati dal bilancio Ue.

Ciò significa che i CSD che detengono attività e riserve sovrane russe superiori a un milione di euro forniranno un contributo finanziario dai loro utili netti corrispondenti, accumulati dal 15 febbraio 2024. In base a criteri prudenziali, in considerazione dell’impatto dovuto alla guerra in Ucraina sugli asset da loro detenuti, i CSD, potranno “trattenere provvisoriamente una quota pari a circa il 10% del contributo finanziario, per rispettare i requisiti legali in materia di capitale e gestione del rischio”, riferisce infine il Consiglio Ue.

Dopo tante esitazioni e preoccupate analisi dei rischi (come quelle del vicepremier e ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani), alla fine la UE ha deciso di “saltare il fosso” utilizzando, con un gesto senza precedenti, i proventi dei beni russi congelati in Europa per finanziare le forze militari degli ucraini nemici dei russi.

L’ennesima follia, anche in termini giuridici, che non farà vincere la guerra a Kiev, determinerà forti reazioni a Mosca (questa volta nessuno finga di stupirsi o di indignarsi per la nazionalizzazione di altri asset italiani in Russia) ma soprattutto farà perdere la faccia all’Europa davanti a tutti gli investitori internazionali.

C’è una nazione (o fondo-sovrano) pronta a investire ancora in una UE che domani potrebbe sanzionarla congelandone i beni per le ragioni più varie (dalla guerra contro un vicino all’adozione di leggi “che non corrispondono ai nostri valori”), prendere i frutti dei beni congelati e consegnarli ai loro nemici?

Il precedente attuato oggi con la Russia rischia di seppellire la credibilità economica e finanziaria dell’Europa (quella politica è già stata tumulata da tempo) con il rischio di pesanti ripercussioni soprattutto nella percezione che avranno di noi i grandi investitori asiatici (arabi, cinesi, indiani…).  Il governo italiano queste obiezioni le ha poste ma è stato ascoltato o ha preteso di venire ascoltato?

Del resto anche in questo caso la decisione europea è figlia delle pressioni dei nostri alleati anglosassoni che da tempo ci chiedono, peraltro con successo, di scavarci la fossa da soli.

Come ha ben spiegato un interessante articolo pubblicato dal quotidiano “La Stampa” il 25 febbraio 2024 a firma Ilario Lombardo (Ucraina, pressing Usa sull’Ue: “Usate i beni russi congelati per le armi”): Scongelare i beni dei russi, bloccati in Europa dopo l’attacco scagliato da Vladimir Putin, e destinarli agli ucraini. Come aiuti, come spese di riparazione di una guerra che ha compiuto ieri due anni. È la richiesta che il presidente americano Joe Biden ha portato al tavolo del G7, presieduto dall’Italia e organizzato in videoconferenza da Kiev.

Il pressing era atteso, e ampiamente dibattuto nella fase preliminare e diplomatica che ha preparato il vertice. Ma non è semplice per l’Unione europea svincolare così i fondi della Banca centrale di Mosca e altri beni russi trattenuti negli istituti europei. Un totale calcolato in circa 300 miliardi di euro, protetto da garanzie giuridiche e finanziarie che sono complicate da aggirare. Sarebbe un precedente che, stando all’analisi dei tecnici della Commissione e della Banca centrale europea, potrebbe scoraggiare ulteriori investimenti nell’area euro. Una criticità che i tre leader europei del G7 – Giorgia Meloni, Olaf Scholz e l’assente Emmanuel Macron – ben conoscono.

Ma è un ostacolo che secondo Biden, supportato dal premier inglese Rishi Sunak, dal canadese Justin Trudeau e dal giapponese Fumio Kishida, va superato. Secondo il presidente democratico va trovato un modo.

Ieri sera Londra non ha escluso l’introduzione di ulteriori misure restrittive contro i beni congelati russi nell’interesse dell’Ucraina, come ha detto il ministro degli Esteri britannico, David Cameron.

“Credo sia molto importante dire che non escludiamo di intraprendere ulteriori azioni sui beni congelati stessi. Perché penso che potremmo arrivare a un momento in cui la Russia pagherà o dovrebbe pagare risarcimenti all’Ucraina per i danni subiti, e a quel punto i beni sottostanti che ancora deteniamo potrebbero essere molto importanti”, ha detto Cameron, rispondendo alle domande alla Camera dei Lord del Parlamento britannico

Dopo la Legge contro l’inflazione (Inflation Reduction Act) che, mentre “qualcuno” faceva esplodere i gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico (“Thank You USA” scrisse su X/Twitter l’attuale ministro degli esteri polacco Radek Sikorsky, per poi cancellare il tweet) ha aperto ponti d’oro alle aziende europee che si trasferiscono negli Stati Uniti con lo slogan “negli USA l’energia costa dieci volte meno”, con il trasferimento all’Ucraina dei frutti dei fondi russi congelati la UE diverrà ancora meno attrattiva per gli investimenti e quindi ancor meno competitiva.

Il tema non è certo nuovo e Analisi Difesa già nel novembre 2022 evidenziò le preoccupazioni a tal proposito degli industriali europei riuniti nella Federazione BusinessEurope.

Nel documento redatto nel meeting di Stoccolma gli industriali europei esortavano “l’Unione Europea a concentrarsi sui propri principi fondanti: pace e prosperità attraverso il commercio e l’integrazione economica. Tutto questo è fondamentale, anche alla luce della guerra in Ucraina, perché l’Europa continui a svolgere il proprio ruolo in una fase geopolitica estremamente tesa”.

L’Unione Europea “deve continuare ad essere un simbolo del commercio globale fondato sulle regole, e, allo stesso tempo, assicurarsi che anche i suoi partner commerciali rispettino le leggi internazionali. Una condizione di parità è essenziale per garantire la competitività delle aziende europee”.

Gli industriali europei evidenziarono quindi che “c’è preoccupazione sulle misure che gli Stati Uniti hanno adottato con l’Inflation Reduction Act. Queste misure sono incompatibili con le regole del WTO, in quanto discriminatorie verso le esportazioni delle imprese straniere”.

Oggi possiamo tranquillamente affermare che la UE non solo non ha ascoltato gli industriali ma sta facendo esattamente l’opposto di quanto necessario per la salvaguardia degli interessi europei. Ben lontana da rappresentare la soluzione, l’Unione oggi è parte (cospicua) dei problemi che l’Europa deve affrontare.

di Gianandrea Gaiani

Fonte: Analisi Difesa

Le speranze di Washington di riuscire a mantenere la presenza militare in Niger sono tramontate definitivamente dopo l’arrivo a Niamey dei primi cento consiglieri militari della “Africa Corps” russa. Gli Stati Uniti lo scorso fine settimana hanno infatti reso noto di aver accettato di ritirare dal Niger il contingente di un migliaio di militari, UAV (droni) armati MQ9 Reaper, elicotteri e aerei da trasporto.

Sahra Wagenknecht: «Ue troppo centralista, l’Ucraina non può vincere. È vero che molti elettori della vecchia sinistra sono andati a destra, non perché razzisti o nazionalisti, bensì perché insoddisfatti»

BERLINO — Sahra Wagenknecht è di sinistra, conservatrice di sinistra, dice lei. Ha fondato un partito che porta il suo nome, perché – sostiene – il principale problema dei progressisti europei è che «la loro clientela oggi è fatta di privilegiati». I detrattori la accusano di essere populista, ma il partito cresce e in alcune regioni dell’Est è la seconda o terza forza. Abbastanza da poter rompere gli equilibri della politica tedesca.

L’attenzione di politica e media si è concentrata negli ultimi giorni sulle elezioni presidenziali russe (il cui esito era scontato) e al dibattito circa l’impegno diretto di truppe europee al fianco di quelle ucraine e l’invio di maggiori e più potenti armamenti a Kiev.

Un dibattito aperto dalle dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron circa il possibile invio di truppe francesi in Ucraina, ravvivato dall’invito del Papa a Kiev a negoziare la pace con la Russia ora che la situazione per le truppe ucraine si fa sempre più precaria, il tutto in un contesto un po’ isterico di continui proclami di sostegno all’Ucraina “fino alla vittoria” e di moniti all’opinione pubblica in Europa affinché si prepari alla guerra contro la Russia.

L’Africa è un continente complesso e nei cui interessi politica e media occidentali manifestano una forma particolare di strabismo. Negli scorsi anni il continente, soprattutto nella zona del Sahel, è stato attraversato da un’ondata di violenze e colpi di Stato che hanno avuto proporzioni epidemiche in Stati come Mali, Niger, Guinea e Burkina Faso colpendo al cuore, soprattutto, la posizione della Francia, ex colonizzatrice e tradizionale riferimento di questi Stati. Ebbene, Parigi si è sempre detta preoccupata e chiamata a seguire in prima persona quanto successo con l’ascesa delle giunte militari nell’Africa occidentale. Ma sorprende, al contempo, lo scottante silenzio con cui il governo di Emmanuel Macron ha accolto le recenti violenze in Ciad.


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