Adesso l’arroganza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue, ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Godunov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala, il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.

Con il ritorno della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti di Washington, è probabile che nei prossimi mesi verrà definitivamente chiusa l’indagine in corso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 da parte di sostenitori dell’allora presidente uscente Trump. L’archiviazione con un nulla di fatto dei lavori della speciale commissione della Camera, composta quasi interamente da esponenti del Partito Democratico, potrebbe alla fine accontentare tutti, soprattutto in considerazione di un aspetto che sta emergendo anche a livello pubblico nelle ultime settimane, ovvero le prove della possibile complicità di elementi interni all’apparato della sicurezza degli Stati Uniti.

Per la prima volta dopo quasi un anno, i governi di Russia e Stati Uniti sono tornati a incontrarsi con rappresentanti di altissimo livello in un contesto che sembrava aprire qualche scenario utile a intavolare un negoziato di pace sull’Ucraina. Anche dal punto di vista più ottimista possibile, l’incontro di lunedì ad Ankara tra il numero uno dell’intelligence estera russa (SVR), Sergey Naryshkin, e il direttore della CIA, William Burns, rappresenta però solo un primissimo passo verso un futuro cessate il fuoco. Solo per arrivare a questo risultato, dovranno essere superati ostacoli che le condizioni odierne del conflitto rendono a dir poco enormi, a cominciare dalla doppiezza e dall’incapacità organica del governo americano a trattare in buona fede e a rispettare gli impegni presi.

Il gravissimo attentato terroristico che ha sconvolto il centro di Istanbul nella giornata di domenica si inserisce per la Turchia in un quadro domestico e internazionale sufficientemente caldo da sollevare seri interrogativi sui mandanti e le ragioni dell’esplosione. Il governo di Ankara ha fatto sapere di avere già individuato i responsabili, prevedibilmente collegati alle formazioni curde PKK e YPG, mentre già poche ore dopo gli eventi è stata arrestata una donna di nazionalità siriana. Il bilancio più recente parla intanto di sei vittime e 81 feriti, di cui molti in condizioni critiche.

Secondo le autorità turche, la 23enne siriana, la cui immagine è stata tempestivamente resa pubblica, sarebbe entrata nel paese dalla regione di Afrin, nella parte nord-occidentale della Siria. Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza sulla trafficatissima via Istiklal avrebbero permesso di individuare la donna, accusata di avere lasciato uno zaino con l’esplosivo nell’area pedonale vicina a piazza Taksim. Oltre alla donna curdo-siriana, agli arresti sono finiti anche una ventina di altri sospettati, secondo il ministero dell’Interno anch’essi legati a “gruppi terroristi” curdi.

La notizia del ritiro delle forze armate russe dalla città di Kherson e sulla riva sinistra del fiume Dnepr è arrivata questa settimana come una doccia fredda per molti osservatori che simpatizzano con le posizioni del Cremlino. La decisione presa dal ministro della Difesa, Sergey Shoigu, dietro raccomandazione del nuovo comandante delle forze russe in Ucraina, generale Sergey Surovikin, crea senza dubbio un nuovo grave problema di immagine per Mosca. Dal punto di vista operativo, la questione è invece più complicata. Ci saranno quasi certamente contraccolpi sia di natura tattica che strategica per la Russia, ma il quadro generale del conflitto potrebbe riservare sviluppi inaspettati e, forse, decisivi nelle prossime settimane.


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