Chiamato ormai convenzionalmente “Piano di pace”, il progetto di Trump e Netanyahu sulla Palestina interroga il sistema politico e mediatico internazionale, ansioso di trovare una via d’uscita all’insopportabile evidenza del genocidio in corso a Gaza. Ma davvero nel caso di specie si può parlare di “Piano di pace”? Oppure si tratta di una semplificazione per il progetto di reset dell’intero Medio Oriente, che prevede la fine dei palestinesi come popolo e proprietario di un territorio, della loro sopravvivenza come entità e la consegna in toto delle ricchezze naturali del loro territorio alla speculazione israeliana e statunitense?

La chiusura parziale di uffici e servizi pubblici a causa della mancata approvazione del bilancio federale non è un evento inedito negli Stati Uniti e lo “shutdown”, o la minaccia di esso, viene spesso utilizzato come uno strumento di pressione politica, allo scopo di ottenere vantaggi o concessioni di vario genere dai due partiti americani che si alternano al potere. Quello che è scattato alla mezzanotte di mercoledì ha però implicazioni del tutto differenti, visto che si inserisce nel disegno del presidente Trump per tagliare drasticamente la spesa pubblica e il numero dei dipendenti del governo federale. Il successo di questa manovra senza precedenti dipenderà dalla durata dello “shutdown” stesso e, quindi, da un eventuale accordo con i democratici al Congresso, i quali potrebbero essere vicini a cedere alle pressioni della Casa Bianca nonostante abbiano in mano una carta decisiva per portare al tavolo delle trattative i colleghi repubblicani.

Il “piano di pace” lanciato lunedì a Washington dai due partner nel genocidio palestinese, Trump e Netanyahu, non rappresenta in nessun modo una proposta di accordo serio per mettere fine alle atrocità nella striscia e costruire una prospettiva di futuro dignitoso per i suoi abitanti. È perciò possibile che Hamas finirà per respingere l’offerta della Casa Bianca, anche perché comporterebbe la resa totale e la completa sottomissione palestinese allo stato occupante. Oltretutto, anche l’eventuale accettazione del piano non garantirebbe lo stop di violenza e distruzione, dal momento che il regime sionista avrebbe totale libertà di azione per riprendere le operazioni militari e completare la “pulizia” di Gaza.

I risultati delle elezioni parlamentari di domenica in Moldavia non sono mai stati realmente in dubbio nonostante i sondaggi più credibili indicassero seri problemi di tenuta per l’ultra-screditato partito europeista di governo della presidente/marionetta dell’UE, Maia Sandu. Come ampiamente previsto, le autorità del paese ex sovietico sono infatti intervenute pesantemente nel processo elettorale, orientando il voto verso l’esito desiderato, così come era accaduto almeno nelle due precedenti consultazioni: il referendum per l’adesione all’UE e le presidenziali del 2024. Nonostante una realtà manipolata in maniera decisiva per mantenere la Moldova nell’orbita occidentale, media e governi europei avevano denunciato nelle ultime settimane il pericolo mortale delle “interferenze” russe, dando vita alla collaudata campagna di propaganda per attribuire sostanzialmente al Cremlino quelle stesse manovre da loro implementate al fine di rendere di fatto superflua la libera espressione del voto degli elettori moldavi.

Nei giorni scorsi le Nazioni Unite sono salite alla ribalta con un’Assemblea Generale convocata per prendere parola e ipotizzare azioni a difesa del popolo palestinese, sotto l’attacco genocida israeliano e per dare uno stop a Tel Aviv nelle sue pretese coloniali di annessione della Cisgiordania. Una citazione a parte la merita lo show delirante di Trump, che tra l’imbarazzo generale ha citato guerre inventate, si è attribuito meriti inesistenti, ha sfornato miti di fantasia e minacciato cose che non può mantenere. E’ stata la rappresentazione di come la cosiddetta post verità (termine educato per non dire menzogne) sia ormai la parte consistente della narrazione del fascismo USA 3.0.


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