I risultati delle elezioni legislative di settimana scorsa in Pakistan vanno letti come un chiarissimo rifiuto delle manovre dei militari per rimuovere dal panorama politico del paese l’ex premier, Imran Khan, e riportare al potere un altro ex capo di governo, il riabilitato Nawaz Sharif. Anche se il partito di Imran (PTI) ed egli stesso erano stati vittime di una pesante campagna repressiva, i candidati a esso riconducibili, presentatisi ufficialmente come “indipendenti”, hanno ottenuto il maggior numero di seggi all’Assemblea Nazionale. Le trattative sono ora in corso per cercare di escludere il PTI dal prossimo governo, ma il periodo di instabilità che si prospetta per il Pakistan lascia aperte le porte a svariate soluzioni che potrebbero essere esplorate nelle prossime settimane.

Le tre condanne affibbiate nell’arco di pochi giorni a Imran Khan alla vigilia del voto, il divieto imposto al PTI di presentarsi con il proprio simbolo alle elezioni e il black-out mediatico, che ha limitato drasticamente le informazioni sul partito dell’ex primo ministro, avevano fatto ipotizzare un possibile crollo dell’affluenza e un successo piuttosto semplice del partito di Nawaz (PML-N). A presentarsi ai seggi è stato invece il 48% degli elettori, cioè una quota solo di poco inferiore rispetto al 2018 (51%).

Aerei israeliani vomitano bombe su Rafah, il luogo dove avevano invitato i civili palestinesi ad andare per mettersi al riparo dai bombardamenti su Gaza. Sono un milione e mezzo i rifugiati palestinesi che si sono concentrati in una città capace di ospitarne centomila. Da ieri sono già più di 200 i morti e innumerevoli gli edifici distrutti. Il bersaglio preferito, come sempre, è quello dei rifugiati. Del resto hanno già dimostrato a Gaza quale sia la dottrina militare delle forze armate israeliane: sparare nel mucchio è più semplice e meno rischioso che affrontare a terra Hamas

Quello di indicare un luogo sicuro ai civili per poi, una volta ammassati, li si possa colpire indiscriminatamente è un ulteriore passo di Tel Aviv nella barbarie assoluta. Non sovvengono precedenti storici di tale infamia. L’uccisione in massa di donne e bambini non è un danno collaterale, è una strategia politica. Non ci sono errori di mira, c’è l’annientamento programmato e voluto. L’obiettivo è impedire la riproduzione del popolo palestinese, sterminare oggi gli adulti di domani. Si vuole lo sterminio etnico, non il riconoscimento reciproco.

L’età avanzata e le condizioni mentali di Joe Biden sembrano essere diventate improvvisamente questioni vitali in vista delle elezioni di novembre che potrebbero farlo rimanere alla Casa Bianca per altri quattro anni a partire dal prossimo mese di gennaio. La disputa politica sull’argomento è esplosa in seguito alla chiusura dell’indagine del dipartimento di Giustizia americano sul ritrovamento di documenti classificati nell’abitazione privata dell’ex presidente. Il procuratore speciale assegnato al caso ha deciso per l’archiviazione, ma le motivazioni hanno provocato una polemica rovente, proprio perché hanno fatto riferimento al grave degrado cognitivo che chiunque ha potuto osservare nelle uscite pubbliche di Biden degli ultimi mesi.

Il procuratore Robert Hur ha scritto nel suo rapporto che una delle ragioni principali che l’ha spinto a non procedere con l’incriminazione di Biden è il fatto che il presidente democratico potrebbe difficilmente sostenere un processo per via dei problemi di memoria che presenta. Hur ha citato una decina di esempi a sostegno della sua tesi, presi dai verbali dei colloqui relativi alla sua indagine e dalle registrazioni avvenute nel 2018 delle interviste servite per la stesura di un libro di memorie del presidente.

I casi più citati dalla stampa americana sono stati l’incapacità di Biden di collocare temporalmente la morte di suo figlio Beau, le difficoltà a ricordare esattamente gli anni in cui ha ricoperto l’incarico di vice-presidente e le circostanze del dibattito che nel 2021 portò al ritiro dei militari americani dall’Afghanistan. Nel corso degli incontri col suo “ghostwriter” per la già ricordata biografia, Biden mostrava difficoltà anche a leggere e commentare gli appunti sui suoi diari.

Il rapporto di Hur è stato immediatamente sfruttato dal Partito Repubblicano per attaccare la Casa Bianca e chiedere le dimissioni di Biden. La leadership repubblicana alla Camera dei Rappresentanti di Washington ha firmato una dichiarazione nella quale si sostiene che, se il presidente è inidoneo a sostenere un processo, “è certamente inidoneo a restare nello Studio Ovale”.

La questione ha mandato letteralmente in crisi lo staff presidenziale e tutto il Partito Democratico. La vice-presidente, Kamala Harris, e i vertici democratici al Congresso hanno rilasciato dichiarazioni di condanna sia nei confronti dei repubblicani sia del procuratore Hur per avere evidenziato le condizioni di Biden a scopo politico. Robert Hur era stato in realtà nominato dal ministro della Giustizia di Biden, Merrick Garland, per gestire l’indagine sui documenti riservati nella disposizione del presidente. Soprattutto, il contenuto del rapporto Hur ha semplicemente rilevato una realtà evidente a chiunque.

Anche l’intervento pubblico dello stesso Biden, organizzato per smentire la versione del procuratore Hur, si è trasformato in un disastro mediatico. Nella conferenza stampa seguita alla diffusione della notizia, Biden ha confuso il presidente dell’Egitto con quello del Messico, per poi affermare che i documenti classificati rinvenuti in una delle sue residenze erano conservati in schedari chiusi a chiave, mentre almeno alcuni di essi si trovavano in contenitori facilmente accessibili in un’autorimessa.

La sola notizia della presenza a Mosca dell’ex “host” di Fox News, Tucker Carlson, e l’ipotesi di un’intervista senza filtri a Vladimir Putin avevano fatto scattare nei giorni scorsi la modalità panico tra i politici e i propagandisti della stampa ufficiale in Occidente. Il giornalista ultra-conservatore americano ha abilmente favorito la diffusione di indizi circa i suoi piani, per poi confermare che l’attesa intervista al presidente russo verrà trasmessa sul suo sito e su X (ex Twitter) alla mezzanotte italiana di giovedì. Per gli ambienti ufficiali che inondano il pubblico di propaganda russofoba da almeno due anni, quello di Carlson è un vero e proprio peccato capitale e in molti hanno già chiesto per lui una punizione esemplare. Dare spazio senza pregiudizi alla versione del Cremlino comporta d’altra parte una serie di rischi, primo fra tutti quello del crollo definitivo delle menzogne a senso unico vomitate dai sostenitori del regime ucraino di Zelensky.

Il verdetto emesso martedì all’unanimità da una corte d’appello federale americana contro Donald Trump tiene in vita il procedimento legale più serio che grava sull’ex presidente repubblicano a pochi mesi dalle elezioni per la Casa Bianca. Il caso riguarda la presunta immunità che i legali di Trump avevano invocato in relazione alle sue responsabilità nel tentativo di ribaltare l’esito del voto del 2020, culminato nell’assalto all’edificio del Congresso del 6 gennaio 2021.

Per i tre giudici del tribunale di appello del circuito del District of Columbia, un ex presidente può essere incriminato per reati di natura penale commessi durante il suo incarico, inclusi quelli presumibilmente legati all’esercizio delle sue funzioni, anche se per questi fosse già stato giudicato e assolto dal Congresso tramite una procedura di “impeachment”. Trump non ha quindi diritto ad alcuna immunità, come aveva già stabilito un tribunale distrettuale nel grado di giudizio precedente.


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