Con una inchiesta pubblicata venerdì scorso, il Wall Street Journal ha reso noto di aver scoperto come negli ultimi 4 anni alla Casa Bianca non governasse più Biden, assolutamente incapace di intendere e di volere. Il presidente statunitense, che per altri 30 giorni governerà gli Stati Uniti e, per consunzione, l’intero Occidente Collettivo, è vittima da anni di uno stato di demenza senile che lo rende assolutamente incompatibile con un ottimale stato psico-fisico  necessario per l’esercizio del mandato. Anzi, ne sarebbe una fondamentale pre-condizione per svolgerlo.

La guerra in Siria, lungi dall'essere conclusa, continua a rappresentare un terreno di scontro tra le grandi potenze e i loro interessi strategici. Protagonista di questa fase è Abu Mohammad al-Jolani, il leader di Hay'at Tahrir al-Sham (HTS), un tempo affiliato ad al-Qaeda e ora apparentemente riciclato in un ruolo più accettabile per le cancellerie occidentali. La metamorfosi di al-Jolani non è solo personale, ma anche simbolica di come l'Occidente manipola e ridefinisce le sue alleanze in Medio Oriente. In un contesto in cui il controllo delle risorse e delle rotte strategiche resta prioritario, al-Jolani si è trasformato da terrorista in interlocutore, incarnando una strategia imperiale che strumentalizza gruppi armati per esercitare pressione geopolitica.

A giudicare dall’attività legislativa del Congresso di Washington, lo spettro del comunismo sembra essere tornato ad aggirarsi anche negli Stati Uniti in questi ultimi tempi. La Camera dei Rappresentanti ha infatti approvato recentemente e con una larghissima maggioranza una legge che punta a inculcare agli studenti americani una serie di falsità storiche per screditare o addirittura criminalizzare l’ideologia comunista e le esperienze politiche da essa derivate. Il provvedimento è stato battezzato “Crucial Communism Teaching Act” e, se dovesse essere licenziato anche dal Senato, dove è attualmente in discussione, diventerà legge del paese, aprendo la strada con ogni probabilità a una nuova ondata di isteria e, forse, di persecuzioni maccartiste.

La questione cruciale nella crisi russo-ucraina in queste ultime settimane del mandato di Joe Biden sembra avere a che fare con quanto in là Washington e Kiev intendono andare nel superamento delle “linee rosse” poste da Mosca e, dall’altro lato, dove arriverà la pazienza strategica della Russia per non fare esplodere il conflitto con la NATO in attesa di comunque difficili sviluppi diplomatici una volta che Trump si sarà reinsediato alla Casa Bianca. Anche se l’apertura di un qualche dialogo non dovesse essere boicottata interamente da qui al 20 gennaio prossimo, le prospettive di pace restano complicate e il percorso appare molto stretto per mettere d’accordo le legittime richieste del Cremlino con i tentativi di evitare una sconfitta catastrofica da parte dell’Occidente e del regime di Zelensky.

Prepararsi alla guerra con la Russia. Folle, no? Eppure è diventato questo il cuore del discorso politico atlantista in Europa. Per Mark Rutte, neo segretario generale della NATO, ci si deve preparare ad una mentalità da guerra” e a lui fanno eco governi, politicanti, militari e giornalisti alle dipendenze dell’establishment atlantista.

Nel Vecchio Continente, ormai ridotto a strumento della politica USA, pare si siano esaurite la ragione e il buon senso che dovrebbero sempre essere presenti come precondizione nel discorso politico. Termini che fino a pochi anni orsono erano banditi sono divenuti essenza del discorso pubblico, inferti ad una opinione pubblica narcolettica. La tecnica comunicativa è quella della “rana bollita”, così aggettivata da Noam Chomsky: fuor di metafora consiste nel proporre progressivamente ma costantemente uno scenario che, di colpo, susciterebbe una immediata reazione oppositiva, ma che invece, diluito e manipolato, abitua alla concettualità e ridurre al minimo le contrarietà.


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