Non si è ancora insediato alla Casa Bianca ma Donald Trump ogni giorno comunica e nomina decisioni, mosse e ministri del suo prossimo gabinetto presidenziale. In questi ultimi giorni sono state fatte filtrare le possibili decisioni in merito a dazi doganali e sanzioni contro Cina, Messico, Canada e UE. Trump dice di voler imporre una tassa del 25% su tutti i prodotti che entrano da Canada e Messico e un'ulteriore tariffa del 10 per cento sulle merci provenienti dalla Cina. L’impatto per l’economia statunitense sarebbe importante, visto che gli USA sono il più grande importatore di beni al mondo, con Messico, Cina e Canada come primi tre fornitori. E se per l’Europa i dazi generali potrebbero oscillare tra il 10% al 20%, per Pechino si ipotizzano dazi fino al 60%.

L’Unione Europea si prepara a siglare il controverso trattato di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur, un progetto negoziato per oltre due decenni e ora più vicino che mai alla ratifica. Nonostante l’opposizione di paesi come Francia e Polonia, il trattato rappresenta una priorità strategica per Bruxelles, decisa a contenere l’influenza cinese in America Latina e a rilanciare la propria economia, gravata da crisi interne in larga misura auto-inflitte. Le conseguenze rischiano di essere tuttavia devastanti per settori chiave come l’agricoltura europea e per l’ambiente globale.

Se l’accordo per un cessate il fuoco più o meno stabile tra Israele e Hezbollah in Libano è stato accolto quasi universalmente con favore, vista la violenza scatenata dal regime di Netanyahu negli ultimi due mesi, le garanzie che la pace sia duratura lungo il confine nord dello stato ebraico restano al momento piuttosto esili. Il premier israeliano e l’amministrazione Biden hanno fatto di tutto per vendere la tregua come un successo indiscutibile di Tel Aviv. La realtà dei fatti presenta tuttavia uno scenario molto diverso. Il genocidio palestinese a Gaza, quanto meno nell’immediato, non sarà influenzato dagli eventi libanesi, ma la fine concordata delle ostilità nel “paese dei cedri” avviene indiscutibilmente senza che nessuno dei principali obiettivi prefissati da Netanyahu all’inizio dell’invasione sia stato raggiunto.

Il fronte diplomatico che vede al centro dell’interesse la Repubblica Islamica continua a essere caratterizzato da un certo fermento a poche settimane dal cambio della guardia alla Casa Bianca che potrebbe far precipitare nuovamente le relazioni tra Teheran e l’Occidente. Le vicende si intrecciano al conflitto in corso a Gaza e in Libano, con gli Stati Uniti e l’Europa che cercano di indebolire la posizione dell’Iran in Medio Oriente, possibilmente senza fare esplodere un conflitto su vasta scala. In questo quadro, il recente voto di condanna in sede AIEA e la risposta del governo iraniano sono solo gli ultimi sviluppi di una trama che, in attesa di Trump, sembra essere ancora tutta da scrivere.

Lo scorso fine settimana, la Repubblica Islamica ha fatto sapere di avere attivato centrifughe di nuova generazione per l’arricchimento dell’uranio presso i propri siti nucleari civili. La decisione è stata presa subito dopo il via libera alla mozione contro l’Iran da parte del “Consiglio dei Governatori” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, motivata ufficialmente dalla insufficiente trasparenza delle attività nucleari di questo paese. Il voto aveva seguito l’incontro a Teheran tra il direttore generale dell’agenzia, Raphael Grossi, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Quest’ultimo aveva chiarito senza ambiguità che una risoluzione di condanna all’AIEA avrebbe costretto il suo governo a prendere provvedimenti, come è poi puntualmente accaduto.

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali nella giornata di domenica in Romania hanno mandato letteralmente in corto circuito politici, stampa e commentatori indigeni e occidentali, tutti colti di sorpresa dal primo posto ottenuto dal candidato indipendente di estrema destra, Calin Georgescu. Già frequentatore ai margini della politica romena, quest’ultimo ha smentito completamente le previsioni della vigilia e i primi exit poll, accedendo comodamente al secondo turno di ballottaggio grazie a una serie di fattori, tra cui la decisione di impostare la sua campagna elettorale sulla denuncia delle politiche guerrafondaie e ultra-liberiste dettate da Bruxelles e sull’apertura alla possibile normalizzazione dei rapporti con la Russia.


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