Immigrazione, dazi, Ucraina. A sentire le promesse elettorali di Donald Trump, quello che inizierà il prossimo 10 gennaio è una sorta di rito purificatorio degli Stati Uniti. La serie di misure annunciate dovrebbero mostrare in tempi brevi la ripresa della leadership statunitense nell’economia, nella conduzione politica degli affari globali, nella reiterazione della potenza militare. Un ritorno del dominio imperiale che arresterebbe la caduta in tutti i campi del modello a stelle e strisce. Ma davvero si ritiene che il Make America Great Again sia alla portata di un impero che ha problemi maggiori delle sue risorse? E che possa invertire la rotta in un quadriennio presidenziale?

La destra internazionale incrocia le dita e si prepara a questa riscossa imperiale, ma la mappa del pianeta è decisamente cambiata, anche solo volendo prendere a riferimento il primo mandato del tycoon. Oggi la ricchezza mondiale si trasferisce da Nord verso Sud e verso Est: per lo sviluppo accelerato delle economie emergenti e perché la capacità di interlocuzione degli USA è stata duramente danneggiata dall’uso arrogante delle sanzioni e degli embarghi ai 4 angoli del pianeta.

Gli attentati terroristici avvenuti a New Orleans e Las Vegas durante il periodo di Capodanno hanno scosso gli Stati Uniti non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per il modo in cui sono stati immediatamente strumentalizzati dal presidente eletto Donald Trump. Attraverso post sui social media e dichiarazioni pubbliche, Trump ha cavalcato l’onda emotiva suscitata dagli eventi per alimentare ulteriormente l’odio contro gli immigrati e rafforzare il sostegno della sua base politica. In un contesto di crescente polarizzazione e crisi sociale, la narrazione promossa da Trump rappresenta un pericoloso tentativo di deviare l’attenzione dalle reali cause del malessere americano, ricorrendo a un linguaggio divisivo che prepara il terreno per nuovi attacchi contro i diritti civili e politici.

Chi pensa che l’uscita di Biden dalla Casa Bianca sia il segnale di scampato pericolo, finirà presto per ricredersi. Se è vero che il delirio da crociati 3.0 dei democratici statunitensi portava il mondo verso una crisi militare da cui sarebbe stato difficile tornare indietro, è altrettanto vero che la compagine che s’insedierà tra poco più di venti giorni al 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington DC, contiene in sé ogni possibile allarme verso i governi che scelgono politiche sovrane di difesa degli interessi nazionali e che provano a creare un ordine internazionale più giusto, almeno più equilibrato.

Un recente articolo del New York Times ha rivelato l’esistenza di documenti ufficiali delle forze armate israeliane che autorizzano l’uccisione di venti civili non combattenti per ogni presunto sostenitore di Hamas. In alcuni casi, il rapporto raggiunge addirittura 100 a uno. Questi documenti gettano una luce inquietante sulla strategia di Israele, confermando anche in maniera formale che l’obiettivo della guerra a Gaza non è solo quello di colpire i combattenti di Hamas, ma anche e soprattutto di infliggere il massimo danno possibile alla popolazione civile palestinese.

L’attacco intenso di queste ultime ore sulla rete energetica ucraina è la risposta di Mosca alla recente ondata di bombardamenti ucraini sulla città russa di Kazan con l’uso di missili balistici statunitensi a medio raggio ATACMS, così come all’assassinio a Mosca del Generale Kirillov. Tutto indica che l’Ucraina, vista l’assoluta incapacità militare di riconquistare un terzo del paese ormai in mani russe, tenta di dimostrare una presunta vitalità militare, nonostante sia costretta con forza e brutalità ad arruolare giovani per mandarli a morire in una guerra già persa.


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