La visita di questa settimana in tre paesi europei del presidente cinese, Xi Jinping, si inserisce nel quadro della competizione globale sempre più accesa tra Washington e Pechino, che vede nel vecchio continente uno dei terreni di scontro più importanti. Con Francia, Ungheria e Serbia sulla sua agenda europea, il leader della Repubblica Popolare ha operato una scelta strategica ben precisa, a cui si ricollega anche la recente trasferta del cancelliere tedesco Scholz in Cina. Tra polemiche sulle questioni commerciali e di “sovracapacità” industriale, nonché sul conflitto russo-ucraino, la presenza di Xi in Europa potrebbe riaccendere le tensioni tra quei paesi meglio disposti verso le opportunità offerte da Pechino e quelli più ostili. Il tutto nel pieno del processo di arretramento in Occidente dei principi del libero mercato a favore della costruzione, sia pure ancora nelle fasi iniziali, di vere e proprie economie di guerra.

Dopo settimane trascorse ad accusare Hamas di non volere accettare un accordo per la liberazione degli “ostaggi” che avrebbe messo fine alla guerra nella striscia di Gaza, il regime israeliano di Netanyahu ha scatenato l’annunciata offensiva nella località di Rafah letteralmente poche ore dopo che il movimento di liberazione palestinese aveva dato il proprio consenso all’accordo sul cessate il fuoco mediato da Egitto e Qatar. I contorni dell’offensiva non sono ancora del tutto chiari, a parte l’intensificazione della strage, ma è lampante dagli eventi di lunedì che Tel Aviv non ha alcun interesse a cessare le operazioni militari, se non come conseguenza di pressioni reali e concrete da parte degli Stati Uniti che, però, continuano a tenere un atteggiamento a dir poco ambiguo sulla crisi in corso.

Le dichiarazioni e le notizie circolate nei giorni scorsi sul possibile prossimo impiego di militari NATO o di singoli paesi membri nella guerra in Ucraina hanno prevedibilmente aggravato il clima già rovente delle relazioni tra Russia e Occidente. L’ennesimo avvertimento del Cremlino a evitare ulteriori escalation dello scontro non hanno in apparenza prodotto alcun frutto, ma i vertici del Patto Atlantico e i leader maggiormente impegnati nelle provocazioni verso Mosca, come il presidente francese Macron, potrebbero rivedere le rispettive posizioni dopo la decisione di Putin di pianificare esercitazioni militari con armi tattiche nucleari.

L’attitudine dei vertici di Hamas nei confronti dell’ultima proposta di tregua avanzata da Israele sembra essere improntata a un’estrema cautela. Il movimento di liberazione palestinese che controlla Gaza ha fatto sapere nelle scorse ore che restano ancora elementi ambigui nella bozza sottoposta con la mediazione egiziana, anche se le trattative sono tuttora in corso e il documento potrebbe essere il punto di partenza per una “seria discussione”. È abbastanza chiaro che Washington e Tel Aviv puntino quanto meno a mettere in pausa il massacro di palestinesi nella striscia. Le manovre attorno alla proposta per un cessate il fuoco nasconde però il tentativo di garantire una qualche copertura al regime di Netanyahu, il quale ha infatti ribadito di voler procedere con l’operazione di terra a Rafah indifferentemente dall’esito dei negoziati con Hamas.

Nella giornata del primo maggio, il segretario di Stato americano Blinken ha incontrato il premier israeliano in chiusura della sua settima trasferta in Medio Oriente dal 7 ottobre scorso. Prima di arrivare a Tel Aviv, il capo della diplomazia USA era stato in Giordania e Arabia Saudita, con ogni probabilità per cercare di coordinare i prossimi passi della crisi soprattutto con la casa regnante di Riyadh, secondo la versione ufficiale ancora interessata alla normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico.

Il 21 aprile (2024), su iniziativa del governo di Daniel Noboa, presidente dell'Ecuador, si è svolta una consultazione e un referendum su 11 quesiti, tre dei quali riguardavano il ruolo delle forze armate nella lotta contro la delinquenza e la criminalità organizzata, a sostegno della polizia; altri tre sull'estradizione degli ecuadoriani, sull'aumento delle pene e sulla scontata esecuzione di pene piene per i condannati; altri tre sulle magistrature specializzate in materia costituzionale, sul reato di porto d'armi e sul fatto che lo Stato diventerà proprietario dei beni sequestrati di origine illecita.


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