“Tutti voi qui presenti oggi siete stati iscritti nella storia della lotta palestinese. Ci siamo riuniti a Detroit, alla Conferenza Popolare per la Palestina, con oltre 3.500 persone provenienti da tutto il Nord America e decine di migliaia di persone online. Abbiamo reso chiaro il nostro messaggio: noi, il movimento per la Palestina in Nord America e in tutto il mondo, siamo qui per lottare fino alla vittoria.”

L’ottantesimo anniversario dello sbarco in Normandia è stato un trionfo di finzione e ipocrisia, un uragano di retorica bellicista che ha spacciato per verità storica la narrativa atlantista sulla seconda guerra mondiale. E’ stata una manifestazione atlantista e anti-russa e non la celebrazione di un avvenimento storico. Parole e musica di un blocco imperiale che, non pago delle prime due, tenta ora di portare l’Europa alla terza e definitiva guerra mondiale.

Invertiti ruoli e meriti, ignorati i fatti storici, si è dato vita ad uno show propagandistico privo di ogni decenza storiografica e politica. Senza nessun pudore, è stata esclusa la Russia che sconfisse l’orrore nazifascista pagando un prezzo enorme: 22 milioni di morti e non i 170.000 statunitensi, valsi poi 80 anni di dominio successivo degli Stati Uniti sull’Europa.

Una celebrazione puramente ideologica del D-day, dove la manipolazione della verità e della memoria sono stati il testo-guida della fiction. Esaltato oltre ogni verità l’apporto degli USA alla vittoria contro Hitler, è stato cancellato il ruolo decisivo ed unico dell’URSS, perché la manifestazione, lungi dal ricordare, serviva solo come spot antirusso.

L’annuncio del primo ministro israeliano Netanyahu circa l’imminente apertura di un nuovo fronte di guerra al confine settentrionale con il Libano è prima di tutto un tentativo di districare lo stato ebraico dal pantano, senza evidenti vie d’uscita, in cui si è infilato con l’intensificarsi dell’aggressione militare a Gaza. Dell’esplosione di un conflitto ad alta intensità con Hezbollah si parla da mesi, ma nelle ultime settimane il livello dello scontro tra le due parti ha fatto segnare una pericolosa escalation, mettendo ancora di più sotto pressione il regime di Tel Aviv.

Le previsioni alla vigilia del voto e la promozione incessante dell’immagine di leader super-popolare del primo ministro, Narendra Modi, sono state smentite clamorosamente dai risultati delle elezioni generali concluse in India nel fine settimana al termine di un complicato processo durato quaranta giorni. Il partito di governo BJP (Bharatiya Janata Party o Partito del Popolo Indiano) è rimasto in realtà di gran lunga il primo partito per numero di seggi conquistati nella camera bassa del parlamento federale (“Lok Sabha”), ma ha perso per la prima volta nell’ultimo decennio la maggioranza assoluta. Modi potrà comunque inaugurare a breve un terzo mandato, anche se solo grazie al sostegno di altri partiti compresi nella sua Alleanza Democratica Nazionale (NDA), con i quali il BJP si è presentato agli elettori.

Il 18 e 19 maggio (2024), su iniziativa del partito di estrema destra VOX e del suo leader Santiago Abascal e sotto il nome di “Europa Viva 24” (www.europaviva.es), si è tenuta al Palacio de Vistalegre di Madrid, in Spagna, la convention di “sostenitori, dirigenti del partito, consiglieri, vicepresidenti regionali, deputati nazionali e regionali e ospiti internazionali” (https://t.ly/og0ED).

All'imponente raduno di circa 11.000 persone, che hanno scandito “No, no, non la voglio, una dittatura come quella del Venezuela”, “Puigdemont in prigione”, “Mancini di merda” o “Ladri”, (https://t. ly/sRii_) hanno partecipato come ospiti, tra gli altri: Roger Severino, vicepresidente della Heritage Foundation dell'Atlas Network, il think tank dei libertari americani; Matt e Mercedes Schlapp, organizzatori della Conservative Political Action Conference (CPAC) negli Stati Uniti; l'ex primo ministro della Polonia, Mateusz Morawiecki; la presidente del National Rally francese, Marine Le Pen; il presidente del Chega del Portogallo, André Ventrua; il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli; il primo ministro ungherese Viktor Orban; il primo ministro italiano Giorgia Meloni; tra i latinoamericani, José Antonio Kast del Partito Repubblicano cileno e portavoce della campagna “Sì per Pinochet”; ma soprattutto Javier Milei, attuale presidente dell'Argentina e primo governante anarco-capitalista libertario al mondo.


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