Negli ultimi giorni, la Turchia ha nuovamente attirato l’attenzione della comunità internazionale con la rimozione di tre sindaci di città a maggioranza curda, eletti nella regione sudorientale del paese. L’azione del governo, che ha sostituito i leader di Mardin, Batman e Halfeti con fiduciari governativi, segna un’ulteriore offensiva contro i rappresentanti curdi e il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli (DEM), partito politico pro-curdo. Dietro la giustificazione ufficiale di "terrorismo" addotta dal Ministero dell’Interno si celano, però, strategie politiche che vanno ben oltre il semplice mantenimento della sicurezza interna, in un contesto di grande tensione regionale e di pericolose manovre elettorali.

L’azione contro i sindaci curdi arriva in un periodo in cui Ankara sembrava intenzionata a riaprire il dialogo con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e il suo leader incarcerato, Abdullah Ocalan, per cercare una soluzione politica a un conflitto che va avanti dal 1984.

A poche ore dalle elezioni che dovrebbero stabilire il nome del 47esimo presidente degli Stati Uniti, la corsa tra i candidati dei due principali partiti, Donald Trump e Kamala Harris, sembra essere equilibrata a tal punto da rendere virtualmente inutili i moltissimi sondaggi proposti da istituti specializzati e stampa d’oltreoceano. Quello che invece appare più probabile, secondo molto osservatori, è il rischio di tensioni, dispute, scontri o disordini nel momento in cui verrà annunciato il vincitore o quando uno dei due deciderà di proclamarsi tale in base ai risultati parziali. Entrambi gli schieramenti sembrano infatti avere dei piani per contestare un eventuale esito sfavorevole e soprattutto Trump e la sua squadra potrebbero orchestrare una clamorosa ripetizione della fallita campagna scattata all’indomani del voto del 2020.

Nelle scorse settimane, l’ex presidente repubblicano e i suoi sostenitori hanno intensificato le critiche preventive al sistema elettorale americano, assieme alle denunce di brogli e tentativi di manipolazione delle procedure di voto, così da rendere credibile la tesi di una sconfitta possibile solo in presenza di diffuse irregolarità. È chiaro che Trump e i suoi vogliono preparare il campo per un contrattacco su più fronti in caso di sconfitta, facendo leva sui dubbi inculcati in questa fase nel proprio elettorato circa la regolarità delle operazioni di voto o di spoglio.

Più di 60 milioni di americani hanno già votato ma è praticamente impossibile prevedere chi vincerà negli stati in bilico (7) e andrà quindi alla Casa Bianca. I sondaggi, strumento di orientamento più che di indagine, come succede da anni o sbagliano o non dicono nulla per non sbagliare ma Trump sembra avere maggiori possibilità: il 52% contro il 48% della Harris.

Una rivelazione pubblicata questa settimana dal quotidiano libanese Al Akhbar ha contribuito a fare luce sui complessi obiettivi del regime sionista di Netanyahu nell’operazione militare in corso nel “paese dei cedri”. Essendo la notizia collegata a un’iniziativa dell’ambasciatrice americana a Beirut, lo stesso articolo ha chiarito di conseguenza anche come Washington e Tel Aviv siano sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda l’aggressione contro il Libano, al di là della retorica ufficiale che vorrebbe l’amministrazione Biden impegnata disinteressatamente per una tregua sul fronte settentrionale israeliano.

Con un'azione che evidenzia drammaticamente l'intenzione di estirpare ogni traccia dei diritti dei rifugiati palestinesi, il parlamento israeliano (Knesset) ha approvato nei giorni scorsi una legge che vieta ufficialmente la presenza dell'UNRWA (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente) in Israele e a Gerusalemme Est. Questa decisione, appoggiata da un'ampia maggioranza dei membri della Knesset, non solo bandisce tutte le attività dell'agenzia, ma revoca ogni riconoscimento legale e diplomatico dell'UNRWA nel territorio israeliano, con ripercussioni potenzialmente devastanti per milioni di palestinesi che dipendono dai servizi essenziali offerti dalla stessa agenzia.


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