Ormai la missione Unifil è diventata il tiro a segno di Tsahal. Un carro armato ha colpito una postazione nel sud del Libano, vicino a Kafer Kala, dove è di stanza il contingente spagnolo. “Un carro armato Merkava dell’Idf ha sparato contro la torre di guardia. Due telecamere sono state distrutte e la torre è stata danneggiata”, riferisce Unifil denunciando anche in questo caso, come negli attacchi precedenti, “fuoco diretto e apparentemente deliberato su una nostra posizione”.

Quindi il mitico esercito di Tel Aviv prosegue nella sua performance più famosa: quella di sparare a chi non può rispondere. Il contingente italiano è dunque alla mercè dell’esercito israeliano, ma soprattutto di un governo di Roma che freme di vigliaccheria. Un governo che si fa leone con la guerra ai rave e al dissenso, ma si fa coniglio di fronte a Israele. Pare che la Meloni abbia sostenuto un colloquio telefonico con Netanyahu al quale avrebbe ribadito come sparare sui soldati italiani sia “inaccettabile”. Sembra che Netanyahu abbia detto "va bene" ma abbia poi ordinato di continuare a farlo, probabilmente non intimorito dalla mimica dell’inquilina di Palazzo Chigi.

Sarà la città russa di Kazan ad ospitare il prossimo Vertice dei paesi BRICS+ che si terrà dal 22 al 24 Ottobre. Parteciperanno 32 paesi, 24 dei quali saranno rappresentati dai loro rispettivi Capi di Stato, a sancire il valore strategico di un Vertice che sembra tracciare una linea netta che separa il prima dal poi, ovvero l’ordine nascente democratico e multipolare che spinge indietro quello unipolare a rappresentazione imperiale. Dall’Algeria all’Indonesia, dal Nicaragua a Cuba, al Kazakistan, almeno altri 40 paesi hanno fatto richiesta formale di adesione. Significativa ma necessaria di diverse valutazioni quella della Turchia, Paese appartenente alla NATO, della quale è il secondo esercito più potente. Ad oggi, intanto, il raggruppamento dei BRICS rappresenta il 42% della popolazione mondiale, il 35,6% del PIL globale, il 60% della produzione di idrocarburi, mentre i Paesi del G7 (il 15% della popolazione planetaria) del PIL mondiale ne producono il 30,3%. Entro il 2028, la bilancia si sposterà ulteriormente a favore dei BRICS: 36,6% a fronte del 27,8% dei Paesi del G7. Sembrano piccoli numeri, ma ogni decimale porta con sé centinaia di miliardi di Euro.

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Nel 370 giorno della guerra scatenata da Israele contro i palestinesi e contro tutti coloro che s’interpongono tra loro e l’ansia coloniale di Tel Aviv, per la seconda volta anche la missione Unifil delle Nazioni Unite è stata colpita intenzionalmente dalle forze di Tsahal. E’ del tutto evidente come non si tratti solo di una distinzione/differenziazione semantica ma che sia invece sostanziale, politicamente come operativamente. L’intemerata belluina di Bibi Netanyahu a New York dalla tribuna dell’Assemblea Generale dell’Onu, dalla quale ha accusato la quasi totalità del pianeta di antisemitismo, è stata seguita dalla dichiarazione di "persona non grata" per il suo Segretario Generale. Quindi l’aprire il fuoco contro le truppe della missione Unifil appare come ricaduta coerente, come conseguenza voluta, non certo come incidente o disattenzione.

A riprova di ciò la reiterazione dell’attacco in due giorni successivi, l’ultimo dei quali potrebbe causare la morte di uno dei Caschi Blu dell’Onu di nazionalità indonesiana.

Il recente accordo tra Regno Unito e Mauritius per la restituzione delle Isole Chagos, annunciato il 3 ottobre scorso, segna una svolta storica in una disputa che si trascina da oltre mezzo secolo. Tuttavia, sebbene presentato come un atto di riparazione storica, la decisione britannica appare più come un calcolo geopolitico che una vera ammissione di colpa. Le isole, in particolare Diego Garcia, ospitano infatti una delle basi militari più strategiche al mondo, utilizzata dagli Stati Uniti per operazioni in Medio Oriente e in Asia meridionale, ed è la salvaguardia della continuità di tale utilizzo a essere stata al centro dei negoziati.

A un anno esatto dall’operazione “Diluvio di Al-Aqsa” portata a termine da Hamas in territorio israeliano, la violenza dello stato ebraico sotto la supervisione del primo ministro criminale di guerra Netanyahu si sta allargando pericolosamente nella regione mediorientale. Oltre a decine di migliaia di morti, la gran parte dei quali donne e bambini, la guerra in corso ha provocato o sta provocando un terremoto strategico e gettato le basi della liquidazione definitiva, sia pure nel medio o lungo periodo, di un progetto sionista genocida che ha dimostrato a tutto il pianeta la totale illegittimità della propria esistenza.

Qualsiasi forma di giustificazione delle azioni di Israele dopo dodici mesi di atrocità contro la popolazione palestinese appare ormai insostenibile e solo negli ambienti più irriducibilmente filo-sionisti non è emerso ancora quanto meno il dubbio circa una risposta smisuratamente sproporzionata all’iniziativa militare di Hamas del 7 ottobre 2023. Chi fa parte ancora di questa minoranza continua oltretutto a ignorare gli elementi emersi nelle settimane e nei mesi successivi. Elementi che hanno smentito una versione ufficiale dei fatti costruita apposta per garantire al regime di Netanyahu la copertura politica necessaria a mettere in atto una strage con pochi precedenti nella storia recente.


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