di Vincenzo Maddaloni

Se il tenente generale dell’Esercito ed ex sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, William G. Boykin, se ne fosse rimasto a fare il pensionato, sarebbe ricordato come un militare che è stato presente sui teatri di guerra più importanti degli ultimi quarant’anni, oppure come il comandante di quell’US Army Special Operations Command che scatena i Rangers. Invece egli rischia di passare alla storia come un predicatore con le stellette, figura non nuova nell’US Army, ma certamente rarissima con un curriculum come il suo.

E’ dal 2007, anno in cui è andato in pensione, che il tenente generale Boykin è professore con il preciso compito di insegnare agli studenti dell’Hampden-Sydney College in Virginia, «a pensare in modo critico e a comunicare in modo efficace».

E’ una docenza che s’è conquistato sul campo, fin da quando (2003) era sottosegretario alla Difesa e comandante della struttura d'intelligence della Delta Force alla quale era stato affidato il compito di catturare Osama bin Laden e Saddam Hussein con tutti i suoi consiglieri. Molto aveva influito l’aspetto cipiglioso con il quale egli infiocchettava ogni sua dichiarazione che turbava la serenità dei giornalisti di tutto il mondo presenti alle sue conferenze stampa.

Infatti, non era cosa di tutti i giorni sentire un generale affermare che il suo massimo impegno era la lotta “contro Satana” e spiegarne il perché. «Sono consapevole - diceva - che il nostro Dio è il più grande, è il vero Dio, mentre quello dell’avversario è soltanto un idolo. Lo affermo con il cuore sereno poiché non mi ritengo né un fanatico né un estremista, ma soltanto un soldato con una fede profonda».

Naturalmente non era il solo dell’entourage di George W. Bush che la pensasse così. In quegli anni altri personaggi altrettanto autorevoli sciorinavano dichiarazioni simili, amplificate puntualmente dai media americani. Tuttavia, sebbene nel seguito del Presidente ci fossero diversi rappresentanti della chiesa evangelica tutti accomunati, come Bush, da un rinnovato fervore religioso, nessuno esternava “in modo così efficace” come il tenente generale William G. Boykin.

Un personaggio che sarebbe apparso davvero lunare se non si sapesse che la fede, plasmata da quattro secoli di prediche dei pastori delle Chiese e dei tanti movimenti religiosi, è stata (e lo è ancora) uno degli elementi fondamentali della formazione dell'identità americana. Infatti, è la nazione di gran lunga più praticante di quanto lo siano quelle degli altri paesi industrializzati, almeno così sostengono numerosi osservatori.

In un mondo nel quale la cultura e la religione diventano il pretesto su cui si forgiano alleanze, patti, antagonismi e guerre tra le genti di ogni continente, gli americani (o per essere più esatti quella maggioranza che aveva votato Bush e che ora sostiene Newt Gingrich o Mitt Romney, candidati alle prossime presidenziali), imperterriti si forgiano col "The Creed", il Credo, dentro il quale si amalgama l’origine cristiana, la lingua inglese, il rule of law, la responsabilità dei legislatori, i diritti del singolo e tutti quegli elementi spiccatamente protestanti come la fede nella capacità e nel dovere dell'uomo di provare a creare un paradiso in terra; o, come viene detto in ambienti evangelici, "a city on the hill", una città sulla collina.

Insomma parlando fuor di metafora il “The creed” americano è come una sorta di Bauernfrühstück, la colossale omelette ripiena di legumi, verdure e patate che i tedeschi amano servirsi a colazione.

Se si tiene a mente questo scenario meglio si capisce lo slancio del tenente generale William G. Boykin nel volersi dedicare al delicato compito del docente. Beninteso, non è il suo l’unico esempio in tutti gli Stati Uniti, anzi. Ma serve a meglio spiegare un aspetto importante della società americana, poiché l’Hampden–Sydney College, che inaugurò il suo primo corso di studi il 10 novembre del 1775 (avete letto bene), e ospita ben 1106 studenti (solo maschi) provenienti da “30 states and several foreign countries”, si pubblicizza con corsi di studio esclusivi e perciò speciali.

Come il programma Honors «progettato per lo studente che ha dato prova di un alto grado di curiosità intellettuale, indipendenza di pensiero, entusiasmo per l'apprendimento e la conoscenza e che si adopera con il dialogo a tirar fuori il meglio dai suoi compagni e dai suoi insegnanti». (http://www.hsc.edu/)

Tuttavia nel corso di studi di quest’anno non si stimola la “curiosità intellettuale” con l’analisi di un evento di grande significato umano, come lo è stato - esattamente nel febbraio di cinquant’anni fa - la decisione del presidente Kennedy di autorizzare la guerra chimica nel Vietnam del Sud che presto si rivelò «l’aggressione più micidiale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale», come sentenzia Noam Chomsky nel suo recente articolo “Anniversaries From “Unhistory”.

Con il quale precisa che «il presidente Kennedy autorizzò la guerra  chimica per distruggere le coltivazioni e ridurre alla resa le popolazione ribelle. Con il risultato che milioni di contadini furono costretti a vivere nei tuguri urbani e in veri e propri campi di concentramento, i così detti “Villaggi Strategici“». http://www.vincenzomaddaloni.it/2012/02/anniversari-della-non-storia/

Naturalmente, sulla tragedia vietnamita non incombe il silenzio soltanto sul College della Virginia, ma - si è detto - su tutti gli Stati Uniti. Il giudizio non è esagerato poiché un intellettuale attento come l’americano Chomsky il silenzio lo coglie, e  titola il suo articolo “Anniversari della non storia” suggerendo che, siccome «George Orwell coniò l’utile termine “non-persona” per le creature alle quali si nega lo statuto di persona perché non si piegano alla dottrina dello Stato, si potrebbe  aggiungere il  termine “non-storia” per indicare il destino delle non-persone espurgate dalla Storia per motivazioni del tutto simili a quelle elencate da Orwell».

La “non storia” delle genti del Vietnam narra che tra il 1962 e il 1963, agli albori della “guerra americana” (così l’hanno poi definita gli storici vietnamiti), si svolse l'Operazione Ranch Hand, la campagna pianificata di defoliazione delle foreste pluviali nella regione della foce del Mekong.

Gli aerei e gli elicotteri dell'US Air Force sparsero erbicidi e defolianti (il micidiale l'Agente Orange http://it.wikipedia.org/wiki/Agente_Orange), non soltanto sulla giungla, ma pure sui campi coltivati che - secondo la Cia - fornivano cibo ai vietcong, ignorando che già in quegli anni per l'approvvigionarsi essi avevano scavato una lunghissima serie di gallerie, che passeranno alla Storia col nome di "Sentiero di Ho Chi Minh".

All’inizio del 1965 si stimò che in quattro anni di guerra erano stati uccisi 89 mila vietnamiti, ai quali vanno aggiunti altri 66 mila (1957-1961): tutti vittime delle bombe, «del peso schiacciante dei blindati, del napalm, dei jet d’assalto e dei gas per stimolare il vomito», come ha scritto Brendan Wilcox in “Scorched Earth”, “Terra bruciata”, il suo ultimo libro (2011) sugli effetti devastanti della guerra chimica.

E’ una realtà che un testimone diretto, lo storico militare Bernard Fall (non certo un pacifista come Brendan Wilcox) aveva previsto: «La campagna – scrisse - sta letteralmente morendo sotto i colpi del più grande macchinario bellico che si sia mai avventato su un’area di queste dimensioni». http://www.truth-out.org/scorched-earth-legacies-chemical-warfare-vietnam/1318963345http://www.fredawilcox.com/scorched_earth__legacies_of_chemical_warfare_in_vietnam_99600.htm

L’ufficialità non smentisce quegli eventi. Nell’ultimo rapporto del Congresso americano (25 Luglio 2011), si legge che: dal 1961 al 1971, 19 milioni di galloni ( circa 72 milioni litri) di 15 differenti erbicidi, inclusi i 13 milioni di galloni ( circa 49 milioni litri) dell’Agente Orange, sono stati versati sulle regioni del Vietnam del Sud. Molti di quegli erbicidi, Agente Orange incluso, contenevano diossina.

Si stima che dai 2 milioni e cento mila ai 4 milioni e ottocento mila vietnamiti erano presenti durante le “irrigazioni” con l’Agente Orange e altri erbicidi. Ancora troppa gente vive in realtà contaminate e si nutrono con cibi infetti. Infine che moltissimi figli delle persone contaminate soffrono di malattie e di malformazioni.

Oggi in Vietnam ci sono ancora decine le aree nelle quali coltivazioni, terreni, fauna selvatica sono avvelenati dalla diossina. Dagli effetti dell’Agente Orange dipende la sorte degli uomini e delle donne in Vietnam e dei veterani negli Stati Uniti. La vita di molte persone s’è accorciata, altre la consumano nella malattia, nella disabilità, nella disperazione.

Accade sovente che non venga riconosciuta ai veterani l’invalidità da avvelenamento con la diossina, e quindi sono privati delle cure mediche, delle medicine e di tutto quello che rientra nell’assistenza pubblica o nei  loro contratti con le compagnie di assicurazione. Anche questa è una “non storia” come direbbe Chomsky che leggono soltanto delle ristrette minoranze. Le grandi masse sono sospinte in ogni angolo di distrazione mediatica. Tutto viene escogitato pur  di mantenere immutata - urbi et orbi - l’immagine di superiorità sociale ed economica che la “city on the hill" inalbera.

E’ questa miscela di credenze religiose, di valori anglo-protestanti, di un militarismo vissuto e praticato, che le grandi lobby della Finanza incoraggiano e sostengono, e che il governo si adopera con ogni mezzo a diffondere. Insomma, quanto basta per ispirare le “grandi” menti come quella del politologo Samuel Huntington, che scrive: «I governi dei Paesi musulmani avranno rapporti probabilmente sempre meno amichevoli con l’Occidente e tra gruppi islamici e società occidentali si verificheranno di tanto in tanto scoppi di violenza ora contenuti ora anche molto intensi».

A infondere nuova linfa a personaggi come il tenente generale Boykin bastano invece i secchi ordini del Pentagono, della Cia, persino dei figli d’Israele. Stando così le cose non c’è dubbio che i “buoni soldati” si troveranno sempre. Dopo tutto John Kennedy non andò, (come si usa dire) tanto per il sottile: «Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarla», rispose a James Reston, il mitico direttore del New York Times. Era il 12 giugno del 1961. Dopo dieci mesi autorizzò l’impiego dell’Agente Orange. Obama ci sta provando ora con i droni, gli aerei senza pilota.








di Sara Michelucci

Profumi latini e note jazz nell’inconfondibile musica di Fabrizio Bosso e Javier Girotto, che tornano a regalare bei momenti di pura musica, con il progetto Latin Mood, protagonisti del terzo appuntamento dell’ottava edizione di Visioninmusica. Il sestetto presenta un secondo album dal titolo più che esplicativo: Vamos. La mente corre subito verso mondi e contesti che si mischiano tra loro: dalle balere argentine dove si balla il tango ai locali di jazz in cui si esibiscono i musicisti più talentuosi.

Lo spettacolo vede andare in scena un accostamento di talenti indiscussi della scena musicale contemporanea, dando vita con Vamos a un’indagine sulle possibili connessioni tra il jazz di matrice latina e quello più tradizionalmente noto. Accompagnati, come nel primo disco Sol, da Natalio Mangalavite al pianoforte e voce, Luca Bulgarelli al basso elettrico (anche voce e chitarra in un brano), Lorenzo Tucci alla batteria e Bruno Marcozzi alle percussioni, Girotto e Bosso sono i protagonisti di uno spettacolo veramente molto intenso, in cui i ritmi e gli scenari si moltiplicano spaziando tra tango, milonga, chacarera, candombe. Nessun esotismo gratuito, ma tutte ritmiche che risplendono in chiave jazzistica.

Fabrizio Bosso è impeccabile. La sua tecnica non delude mai, ma non si abbandona però solo al mero tecnicismo, dando ampio sfogo alla creazione di una grafia personale, dove nulla è dato per scontato. Anche i suoni più “standard” sono rivisitati in una chiave molto personale, in cui la tensione artistica è alle stelle. La tromba riesce a creare ritmi avvolgenti e coinvolgenti e lo swing viene portato agli estremi. Nel 2008, Bosso ha ricevuto una nomination e in seguito ha vinto l’Italian Jazz Awards - Luca Flores come Best Jazz Act.

Nel 2011 ha accompagnato Raphael Gualazzi nel brano Follia d'amore, vincitore della categoria Giovani del Festival di Sanremo 2011 e quest’anno ha suonato nel nuovo disco di Ivana Spagna dal titolo Four, nella canzone Listen to your heart. Non da meno Javier Girotto, sassofonista argentino nato a Cordoba che, sulle note del latin jazz, regala vere e proprie perle. In Italia alterna la collaborazione con gruppi di musica commerciale, latina, con la formazione di diversi gruppi jazz, con cui comincia la sua indefessa attività di compositore e arrangiatore.

Il sestetto è stato messo in piedi in occasione di un’edizione del Brianza Open Jazz Festival e i suoi componenti si incontrano nel terreno produttivo dell’improvvisazione e del jazz. L’hard bop di cui Bosso è vessillifero indiscusso e le ritmiche sudamericane di Girotto riescono a creare un mix magico. Molto bella l’incursione vocale di Natalio Mangalavite come quelle della batteria di Lorenzo Tucci. Rimanere seduti mentre li si ascolta diventa allora molto difficile, perché il ritmo prende e la voglia di ballare sale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Mario Braconi

Sono molte le ragioni per le quali la probabile approvazione del trattato commerciale multilaterale ACTA da parte del Parlamento Europeo dovrebbe interessare non solo gli adepti del pensiero libertario ma tutti i cittadini del continente. Come ricorda l’associazione per le libertà digitali AccessNow, il trattato, concepito in un contesto rigorosamente protetto da ogni forma di controllo democratico, costituisce un grave vulnus ai diritti civili degli europei.

Se verrà approvato anche dall'Europarlamento, sottoporrà l’esercizio della libertà di parola e di espressione al capriccio di società private; trasformerà gli Internet Service Provider in una polizia privata delle multinazionali, incoraggiandoli all’impiego di tecniche di sorveglianza pesanti per capire in ogni momento che cosa stiano facendo i loro clienti sulla Rete. E, soprattutto, costituirà una minaccia potente all'innovazione tecnologica e alla creatività: le innovazioni software vengono sviluppate in un contesto di “area grigia” per quanto concerne il rispetto dei diritti d’autore.

Se ACTA verrà approvato dal Parlamento Europeo diventerà illegale anche il remix, ovvero quella forma di creatività basata sull'utilizzo libero di opere coperte da copyright al fine di riassemblarle e riorganizzarle per dare vita a qualcosa di nuovo.  E che dire del modo disinvolto in cui ACTA interpreta il danno economico teorico subito dai detentori dei diritti d'autore?

A dar retta all’accordo commerciale internazionale contro la “contraffazione”, ogni file MP3 scaricato “illegalmente” costituisce di per sé un mancato guadagno per la major che detiene di quel brano musicale. Come se la fruizione della musica dovesse passare inevitabilmente attraverso una transazione economica. Non è forse, di per sé, questa offensiva interpretazione un paradigma della misera visione del mondo che le multinazionali dell'intrattenimento sono determinate ad imporre all'universo mondo, con le buone o con le cattive?

In ogni caso, se ci fossero ancora dubbi su come potrebbe diventare il nostro mondo dopo la sua approvazione definitiva, basterà forse aggiungere che in un aeroporto si potrebbe essere arrestati perché nel disco fisso del nostro portatile c'è un film o della musica scaricata da un torrent. Non sfuggano, sotto questo profilo, gli effetti devastanti che una simile regolamentazione potrebbe produrre in Paesi dove i meccanismi giuridici a tutela dei diritti dei cittadini siano meno robusti e sofisticati di quanto non sia nei paesi occidentali ...

Pare che perfino i superburocrati del Parlamento Europeo ad un certo punto si siano accorti di quale tipo di immondizia liberticida stavano per approvare. Lo studio “ACTA, una valutazione”, commissionato lo scorso giugno ad un gruppo di esperti dal Direttorato Generale per le Politiche Esterne dell’Unione, ha significativamente concluso che è “difficile evidenziare un qualsiasi vantaggio che il trattato ACTA possa apportare ai cittadini europei rispetto del quadro normativo internazionale preesistente”.

Come se non bastasse, il documento conclude sconsigliando il Parlamento Europeo di approvare incondizionatamente il trattato, “in considerazione delle problematicità rilevate nella versione attuale dell’ACTA.” Una voce particolarmente critica è stata sempre quella dell’Eurodeputato socialista Kader Arif, capo negoziatore al Parlamento Europeo. Già in un’intervista al Guardian, a fine gennaio, aveva stigmatizzato il deficit di democrazia del processo che ha generato ACTA, nonché denunciato il sospetto attivismo delle destre che hanno calendarizzato le sessioni di discussione in modo molto fitto per favorire una spedita ratifica. In quell'occasione Arif, inoltre, aveva spiegato che, benché gli estensori (americani) del trattato lo vorrebbero spacciare come uno strumento contro la contraffazione, l’accordo in realtà mira solo a proteggere il copyright.

Un farmaco prodotto in un Paese in via di sviluppo troppo povero per sottostare al racket delle case farmaceutiche non è un  contraffatto, ma piuttosto un farmaco generico. ACTA ovviamente la vede in modo diverso e promette ai paesi bisognosi un periodo buio di miseria e malattia. Arif, infine, ha sottolineato che assegnare agli ISP la vigilanza degli utenti sia espressamente vietato dalla legge europea e ha paventato un possibile inasprimento dei controlli (veri o strumentali, aggiungeremmo) alle dogane, finalizzati al “sequestro” di materiale copiato (che è, ripetiamolo, cosa diversa da “contraffatto”).

Il tutto a dispetto delle tesi contenute in un documento prodotto dai pochi ma potenti fan di ACTA (major dell'intrattenimento e case farmaceutiche) dal titolo “I dieci miti sorti attorno ad ACTA”: secondo questo testo, un simile scenario non è concreto, dato che obiettivo del trattato sono i trasgressori industriali del diritto d'autore, non i singoli “pesci piccoli”.

Il 26 gennaio Arif si è dimesso dal suo incarico di rapporteur, “disgustato” da quella che ha definito una pagliacciata: “Questo accordo potrebbe avere conseguenze molto gravi sulla vita dei cittadini, eppure si sta facendo di tutto perché il Parlamento Europeo non dica la sua su questo tema. Per questa ragione oggi voglio mandare un segnale forte ed allertare l’opinione pubblica su questa situazione inaccettabile.” Quello stesso giorno, che ha visto l’approvazione del trattato da parte di 22  paesi dell'Unione Europea, in alcuni di essi si sono registrate contestazioni più o meno clamorose.

Ed è così che le cronache hanno raccontato di parlamentari che, in Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia (stato non firmatario) si sono presentati in seduta con il volto paludato da una maschera di carta Guy Fawkes; di manifestazioni di piazza da qualche centinaio di persone in Svezia, Repubblica Ceca, Lituania e Slovenia; di alti rappresentanti delle istituzioni in stato di confusione, come l’ambasciatrice slovena in Giappone, che ha sostenuto di aver firmato per leggerezza; ed il primo ministro rumeno, incapace di dare una spiegazione coerente dell'adesione del suo paese.

Nel frattempo, poco più di due milioni di firme digitali si sono ammassate sotto la petizione online contro l’approvazione di ACTA da parte del Parlamento Europeo, lanciata dal sito Avaaz.org, mentre la meno nota Action Now ne ha raggranellate circa un quarto. Insomma, si può dire che i cittadini europei, forse distratti dalla crisi finanziaria, certamente poco informati dai media che boicottano questa storia giornalistica, e magari anche un po’ assuefatti, per non dire rassegnati, alle intromissioni dello stato nella loro vita privata, non hanno dato vita ad una mobilitazione di massa paragonabile al caos scatenato negli USA contro le proposte di legge SOPA e PIPA (assai simili, anche se complessivamente più equilibrate di ACTA).

Considerata la localizzazione geografica delle contestazioni più clamorose, verrebbe da dire che la rivolta si è concentrata soprattutto nell'Europa orientale, dove ancora bruciano le ferite prodotte dai regimi totalitari crollati dopo il 1989 e dove dunque la sensibilità nei confronti delle limitazioni alla libertà faticosamente conquistata risulta più alta.

L'Italia, spiace dirlo, si è dimostrata particolarmente ignava. Benché il nostro paese sia tra i 22 stati europei che hanno firmato l'accordo a Tokyo lo scorso 26 gennaio, titoli di giornale se ne sono visti pochini, analisi nemmeno a parlarne, mentre la mobilitazione non è stata entusiasmante. Aspettarsi dal governo Monti un intervento contro le multinazionali è, effettivamente, peccare di eccesso di ottimismo.

Non che in Germania le cose vadano molto meglio: Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, Ministro della Giustizia tedesco, che non ha ancora firmato il trattato per motivi meramente formali, ha dichiarato che lo farà solo dopo l'approvazione da parte del Parlamento Europeo, specificando che in quella sede dovrà essere affrontata la questione del perché esso sia veramente necessario. Si vedrà, ma certo queste posizioni salomoniche non aiutano più di tanto.

In ogni caso, mentre le manifestazioni convocate in varie città tedesche e francesi per l'11 febbraio sono centinaia, in Italia ne sono state previste solo due, una a Firenze ed una a Roma. Quest’ultima, poi, è stata sospesa per motivi burocratici: a causa dell'emergenza neve, infatti, venerdì sono rimasti chiusi gli uffici pubblici comunali che avrebbero dovuto autorizzare la manifestazione davanti alla sede del Parlamento europeo a via Quattro Novembre. Sembra dunque che la neve questa volta farà danni più gravi e meno evidenti di quelli documentati.

di Mario Braconi

Mentre negli USA la feroce opposizione popolare ha in qualche modo rallentato, compromettendolo, il percorso dei progetti di legge liberticidi SOPA e PIPA, la censura su internet è arrivata in Europa. Il nome del nuovo tentativo di mettere la mordacchia alla Rete, trasformandola nel supermarket delle multinazionali si chiama ACTA, come Anti-Counterfeiting Trade Agreement, ovvero “accordo commerciale contro la contraffazione”.

Come spiega il sito per “nerd” Geekosystem, ci sono almeno due ragioni per le quali l’ACTA è da considerarsi una forma ancora più subdola e pericolosa di controllo e sorveglianza. Innanzitutto, com’è evidente dall’acronimo, si tratta di un trattato commerciale: circostanza che, secondo l'interpretazione giuridica dominante negli USA, permette di bypassare la discussione al Congresso (cosa che non vale per SOPA e PIPA). Inoltre, trattandosi appunto di un trattato internazionale multilaterale, è in grado di influire anche sulla vita di milioni di cittadini di tutto il mondo.

Ufficialmente il trattato dovrebbe impedire la contraffazione delle merci: in realtà il suo obiettivo è equiparare alla contraffazione la semplice copia di prodotti protetti da copyright, trasformando in criminali tutti coloro copiano film, e-book e musica mettendoli a disposizione di altri online. Sembra una distinzione semantica sottile, ma copiare un file non è contraffare. Chi condivide file coperti da copyright senza il consenso di chi gestisce il giro delle royalty non sta cercando di ingannare i fruitori sostenendo che quel file è originale, né (almeno di solito) pretende un pagamento.

Il vero problema di questo stato di cose è che, mentre la gente condivide prodotti culturali gratuitamente, il racket delle major non guadagna un centesimo. Le multinazionali dell'intrattenimento sono talmente incattivite da essere pronte ad attraversare qualsiasi confine etico e giuridico pur di proteggere il loro decrepito modello di business. Il modo con cui i detentori del copyright intendono perseguire i loro interessi è quello già visto per SOPA e PIPA: rendere gli ISP (i fornitori di servizio internet) responsabili per l’uso della connessione internet che fanno i loro clienti.

Una prima versione del testo implicava l'obbligo di controllare che tipo di traffico essi effettuano, il che non può che voler dire sorveglianza profonda e continuativa, e naturalmente censura, magari preventiva. L’attuale testo prevede invece che l’ISP è tenuto a “fare qualcosa” per impedire la violazione del diritto d’autore, e si cita come esempio la possibilità di tagliare la connettività ai clienti dopo la terza volta che vengano sorpresi a scaricare materiale protetto da copyright.

Ma a profittare della ACTA saranno anche un'altra specie di parassiti multinazionali: le società farmaceutiche. Infatti, il trattato formalmente nato per tutelare i consumatori da merci contraffatte potrebbe diventare un valido alleato delle malattie che mettono a rischio il futuro di interi paesi già condannati dalla povertà e dal sottosviluppo. Supponiamo ad esempio che in un paese in via di sviluppo si sviluppi un’epidemia di una malattia curabile con un determinato farmaco il cui brevetto sia detenuto da un produttore americano (o svizzero, che è uguale) e immaginiamo che quest’ultimo rifiuti di mettere a disposizione dei produttori locali ad un prezzo equo il brevetto per la produzione del generico. In simili circostanze a questi ultimi viene graziosamente concesso di produrre senz’altro il prodotto anche violando il brevetto. Bene, grazie ad ACTA è stato reso assai più difficile accedere a questa scorciatoia: i malati dei paesi in via di sviluppo ringraziano.

Per riassumere, ACTA è un trattato commerciale che, al fine di impedire ai ragazzini di scaricare musica e film gratuitamente, istituzionalizza la censura su internet e rende prioritario il profitto dell’industria del farmaco rispetto alla salvezza di vite umane. Il suo testo, inoltre, è stato steso in segreto, sotto dettatura degli intermediari che fanno i soldi con la creatività di altri; grazie al suo status di trattato commerciale è stato firmato in quattro e quattr’otto dal presidente Obama ad ottobre dello scorso anno, senza alcun passaggio al Senato o alla Camera dei Rappresentanti; anche se sul Washington Post i professori di diritto Jack Goldsmith e Lawrence Lessig hanno spiegato che secondo loro il Presidente “non ha alcun potere costituzionale indipendente in materia di proprietà intellettuale o di comunicazioni”.

Per giunta, il trattato, che ha l’ambizione di essere applicato in tutto il mondo, contiene delle definizioni talmente generiche da far cadere le braccia: come si legge sul sito di Quadrature du Net, una ONG attiva nel campo delle libertà digitali, “ACTA prevede sanzioni da codice penale per i cittadini, anche se definite in modo pericolosamente generico”. Insomma, ACTA è un mostro dai mille tentacoli che rappresenta il trionfo degli interessi particolari e immeritevoli di tutela sulle libertà e sul buonsenso. Come se non bastasse, l’ACTA dà vita al cosiddetto Comitato ACTA, incaricato della supervisione della implementazione del trattato: comitato costituito di membri non eletti e privi di alcun obbligo di rendere conto ai cittadini del proprio operato. Per usare le parole di Electronic Frontier Foundation (EFF) “tanto nella sostanza che nel metodo, ACTA incarna l’obsoleto approccio al governo basato sull'arbitrio e sull'imposizione dall'alto: un metodo sconnesso dalle moderne nozioni di partecipazione democratica”.

Lo scorso ottobre Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore, oltre agli Stati Uniti, hanno approvato ACTA. Lo scorso 26 gennaio a Tokyo, i rappresentanti di 22 Stati membri dell'Unione europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Republica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito) hanno a loro volta apposto la loro firma sotto il testo dell'ACTA. A differenza di quanto accade negli USA, l’Unione Europea sta trattando ACTA come un accordo vincolante, il che può essere una buona notizia, dato che implica l’obbligo dell’approvazione da parte del Parlamento Europeo, previsto per la metà del prossimo giugno.

In ogni caso, non sono mancate le proteste, anche clamorose, specialmente nella Repubblica Ceca e in Polonia. Al grido di “Hollywood non scriverà le nostre leggi”, centinaia di rappresentanti del partito pirata si sono ritrovati nelle piazze ghiacciate di Praga per dimostrare contro l’adesione al delirante trattato da parte del governo della Repubblica Ceca. In Polonia, dove a sfilare in piazza contro ACTA sono stati in migliaia, i deputati del partito libertario Movimento Palikot si sono presentati in parlamento indossando una maschera di carta modellata da quella di V, il protagonista del film “V per Vendetta” del 2005, oggi “marchio di fabbrica” della galassia “anti-Wall Street” e del movimento di hacker etici “Anonymous”.

Non tutti hanno dimostrato uguale intelligenza: quando l’ambasciatrice slovena in Giappone Helena Drnovšek Zorko ha firmato l’ACTA il 26 gennaio, le si è abbattuta contro una comprensibile tempesta di proteste. A quel punto la signora ha ammesso di “aver agito con leggerezza dal punto di vista delle mie responsabilità istituzionali” e di “aver perso l’opportunità di esercitare l’obiezione di coscienza, ammessa anche per noi burocrati”. C’è da sperare che al Parlamento Europeo le cose vadano diversamente e che i deputati dimostrino per una volta di essere rappresentanti dei cittadini anziché servi del potere economico. Noi italiani, per dire, abbiamo firmato - senza pensarci troppo su, e senza pentimenti postumi.

di Mario Braconi

Come noto, lo scorso 19 febbraio il Federal Bureau of Investigation ha chiuso il Megaupload e spiccato una serie di ordini di cattura a carico delle figure apicali delle società che controllavano il popolare sito: Finn Batato, Julius Bencko, Sven Echternach, Mathias Ortmann, Andrus Nomm, Bram van der Kolk (detto anche Bramos), oltre naturalmente a Kim Dotcom (conosciuto anche come Kim Schmitz e Kim Tim Jim Vestor), fondatore, ex amministratore delegato e attuale Capo dell’Innovazione del sito oscurato.

Dotcom, Batato, Ortmann e van der Kolk sono stati arrestati dalla polizia di Auckland (Nuova Zelanda), sulla base di un “provisional arrest warrant”, un dispositivo giudiziario utilizzabile quando c'è il rischio che l'imputato fugga, e che comporta la detenzione nel paese terzo fino all'estradizione. Lo scorso giovedì Finn Batato and Bram van der Kolk sono stati rilasciati su cauzione, mentre Andrus Nomm è stato arrestato dalla polizia olandese. Gli altri due uomini sono attualmente ricercati.

Nel corso dell’operazione, la polizia neozelandese ha perquisito una decina tra uffici e abitazioni private, compresa l'ormai leggendaria dimora di Kim Dotcom, stipata di giocattoli costosi che non sfigurerebbero in un video di rapper molto buzzurri: video al plasma fino a 100 pollici, auto di grossa cilindrata (tra cui una Rolls Royce coupé), personalizzate con targhe esilaranti - (MAFIA, HACKER, GUILTY (colpevole) - GOD (Dio), GOOD (buono, o bene), EVIL (cattivo, o male)  -, un elicottero privato, una statua del mostro cinematografico Predator...

L’offensiva lanciata dalla FBI in seno al National Intellectual Property Rights Coordination Center (IPR Center), con il coordinamento dell’Ufficio Immigrazione e delle dogane degli Stati Uniti deve essere stato un vero mal di testa giudiziario: basti pensare che la società accusata ha sede ad Hong Kong, alcuni degli  imputati vivono in Nuova Zelanda (anche se hanno nazionalità tedesca e slovacca, e residenze, spesso doppie, oltre che in Germania, ad Hong Kong, in Turchia, in Estonia, e nei Paesi Bassi).

Per dire, Kim Dotcom (per quanto assurdo, questo è il nome del capo di Megaupload) è residente sia ad Hong Kong che in Nuova Zelanda, e ha cittadinanza finlandese e tedesca. Come spiega tronfio il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia del 19 gennaio, gli arresti non sarebbero stati possibili senza i contributi delle polizie e delle autorità giudiziarie neozelandese, hong-kongese, olandese, britannica, tedesca, canadese e filippina. Il tallone d'Achille del colosso è stata infatti la sua infrastruttura tecnologica: Megaupload disponeva infatti di 525 server in Virginia (USA) e di altri 630 in Olanda.

Ma quale reato ha spinto gli zelanti funzionari del Federal Bureau of Investigation a scatenare una caccia grossa tanto complicata e (vedremo) dagli esiti tanto incerti? Si tratta forse di terrorismo internazionale? Che i signori finiti alla sbarra in Nuova Zelanda siano coinvolti nel contrabbando di materiale radioattivo? O si trovino alla testa di una rete di adescatori di bambini? Niente di tutto questo. Secondo le accuse del Bureau, Dotcom e compagni avrebbero messo in piedi una geniale macchina per far soldi violando le leggi del diritto d’autore. A questo punto, forse è meglio fare un passo indietro e spiegare di che cosa si occupasse Megaupload.

Ufficialmente il sito offriva ai suoi clienti un “armadio digitale”, ovvero uno spazio su internet per poter condividere file di grandi dimensioni che non potrebbero essere inviati per e-mail. Ovviamente questa struttura offre la possibilità di caricare (e quindi di condividere illegalmente con altri “soci” del sito) materiale coperto da copyright. L'iscrizione a Megaupload era gratuita, ma, pagando una quota, era possibile rendere magicamente più veloci i download.

All'apice del suo successo Megaupload aveva ben 150 milioni di utenti registrati, 50 milioni di visitatori giornalieri, pari a circa il 4% del traffico internet globale complessivo: numeri difficilmente compatibili con un uso “innocente” da parte di utenti ingenui e ben intezionati, desiderosi, che so, di scambiare con gli amici foto o filmini delle vacanze. Del resto, a quanto risulta all’accusa, Megaupload avrebbe fatto guadagnare illecitamente ai suoi soci ben 175 milioni di dollari tra introiti pubblicitari e quote “vip” (pare che che Dotcom abbia realizzato 42 milioni di dollari nel solo 2010) facendone perdere 500 alle major.

Sarebbe ingenuo pensare che Dotcom e soci siano le verginelle che dietro le sbarre ora fingono di essere (Dotcom, per dire, ha precedenti giudiziari per frode informatica e insider trading): non è certamente esatto sostenere, come fa Dotcom, che essi “non hanno nulla da nascondere”. Tuttavia, di qui a considerarli responsabili di un’associazione criminale dedita ad attività che possono comportare anche venti anni di carcere ce ne passa.

Da un punto di vista etico, i manager di Megaupload “sono diventati multimilionari scroccando le fatiche altrui (proprio come certi magnati della musica e del cinema)” - lo sostiene Paolo Attivissimo, giornalista, blogger nonché infaticabile cacciatore di bufale su internet. Anche se Attivissimo ritiene che la gravità dei capi d'accusa di cui Dotcom e soci sono chiamati a rispondere (tra cui il riciclaggio) li renda impresentabili, al punto che prendere le loro parti sarebbe un autogol per il fronte che si batte per le libertà in Rete.

La cosa curiosa è che diversi artisti in passato non si sono dimostrati ostili a Megaupload, anzi: alcune star del mondo della musica e del cinema, che non potevano ignorare che su Megaupload si scambiava materiale illegale, hanno addirittura prestato il loro volto e la loro voce ad uno spot (tuttora visibile su YouTube) in cui si pubblicizzava il servizio Megaupload, “perché è veloce da morire” e “perché è gratis”... Tra loro Puff Daddy, Kim Kardashian, Snoop Dogg, Chris Brown, Kanye West, Jamie Foxx, Smary J Blidge, Alicia Keys e suo marito, Swizz Beatz, rapper e produttore americano, nonché … amministratore delegato di Megaupload (anche se a suo carico non è stato mossa nessuna accusa, finora: che sia perché è cittadino americano?). Il suddetto video promozionale ovviamente ha fatto infuriare l’Associazione dei Discografici Americani, la RIAA (Recording Industry Association of America), ovviamente convinta che gli artisti sotto contratto delle major siano delle bestie da soma, e che non debbano far pubblicità a nulla, a meno che a loro non convenga.

La cosa divertente è che a suo tempo Megaupload ha realizzato e messo a disposizione delle major uno strumento informatico per individuare e rimuovere i contenuti piratati sul suo sito: ad un certo punto, secondo quanto riportato dal sito Ars Technica, la Time Warner buttava giù circa 2.500 link “illegali” al giorno; dietro l'insistenza della società, Dotcom si sarebbe addirittura spinto a raddoppiare questo numero. Dotcom avrebbe inoltre negoziato con la Universal un accordo relativo alla gestione dei diritti, e si sarebbe fatto parte attiva contro i siti concorrenti di Megaupload che a suo dire avrebbero violato i diritti d'autore: il tutto è provato da una e-mail che lo scaltro manager tedesco-finlandese avrebbe scritto a PayPal, annunciando una prossima azione legale contro di essi.

L'atteggiamento (almeno apparentemente) cooperativo e dialogante di Dotcom con le major, e comunicazioni come quella sopra citata a PayPal renderanno molto difficile provare oltre ogni ragionevole dubbio che alla Megaupload fossero consapevoli di commettere scientemente e reiteratamente dei reati. Certo, sono venuti fuori nei giorni scorsi scambi e-mail e chat tra dipendenti che potrebbero risultare imbarazzanti; ed è anche vero che, per ogni link ufficialmente rimosso ne rimanevano in piedi altre decine, che continuavano a puntare sul materiale illegale. Così come è vero che non esisteva all'interno del sito un motore di ricerca degno di questo nome, perché avrebbe reso le violazioni esplicite; e che la lista dei più “scaricati” era invariabilmente taroccata. Tuttavia, con gli eccellenti avvocati su cui può contare Dotcom, potrebbe non risultare impossibile provare che al più egli sarebbe un ingenuo e/o un pessimo imprenditore...

Al di là della questione giudiziaria e senza innalzare Dotcom al ragno di vittima innocente (perché tale non è) il dato incontrovertibile è che la serrata di Megaupload e gli arresti dei suoi soci arrivano in un momento storico segnato dalla follia delle major, che, pur di proteggere i propri interessi, non hanno esitato a prendere in ostaggio il Congresso americano. Il risultato, come noto, sono le due proposte di legge SOPA e PIPA, che minacciano di limitare drasticamente i diritti digitali di americani e non. Alla levata di scudi generalizzata contro le deliranti proposte di legge, le major rispondono mostrando i muscoli e tentando un'azione di blando terrorismo. Tra i fornitori di servizi simili a Megaupload si respira già un’atmosfera di panico, mentre è tutta da chiarire la ragione per la quale tutti coloro che condividevano materiale legale su Megaupload siano stati privati dei loro beni digitali dalla FBI, che per questa ragione sembra si sia beccata una denuncia da parte del Partito Pirata spagnolo.

Non sembra casuale, poi, la scelta di un operatore i cui manager risiedevano in un piccolo paese come la Nuova Zelanda, con cui gli Stati Uniti possono forse fare la voce grossa senza il timore di gravi conseguenze. Tuttavia sembra che anche questa volta la grande industria USA abbia vagamente sottovalutato il nemico. Al di là della maschera dello spaccone, Dotcom tutto sembra fuorché un nerd sprovveduto che ha fatto (centinaia di) milioni di dollari quasi per caso. C'è da scommettere che le major dovranno soffrire ancora molto prima di cantare vittoria. Se mai ci riusciranno.


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