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di Vincenzo Maddaloni
SAN PIETROBURGO. Uno poi se ne dimentica, ma la cazzata resta. E’ quella del governatore di San Pietroburgo Georgy Poltavchenko, che aveva pensato di accogliere gli invitati al suo party esclusivo, usando delle bambine come sculture. Vestite di argento, con le facce pitturate e apparentemente legate ai bordi di una vasca nel centro del giardino del palazzo di fianco alla fortezza di Pietro e Paolo.
L’occasione era stato il Forum Economico Internazionale, uno di quegli eventi nel quale i potenti si incontrano e fingono di fare scelte per il bene dell'umanità. Si era tenuto il 21 giugno a San Pietroburgo, appunto, e vi avevano partecipato politici, imprenditori e banchieri provenienti da ottanta paesi del mondo. Così meglio si capisce perché le foto delle quattro bambine dipinte di argento e immerse in una sorta di fontana dove soffiando su delle barchette di carta simulavano la rosa dei venti, avevano sollevato un polverone.
Infatti, le immagini avevano fatto il giro del pianeta, tra critiche e denunce delle organizzazioni in difesa dei minori. Svetlana Gannushkina, un’esponente di spicco del movimento in difesa dei diritti umani in Russia si era affrettata a invitare, «l’opinione pubblica a discuterne», perché, «si trattava di minorenni» e quindi c’erano «tutti gli elementi per aprire un’inchiesta». Poi, come quasi sempre accade - qui come altrove - tutto si era limitato alle denunce.
Dopotutto il vero colpevole, il governatore di San Pietroburgo era riuscito a smarcarsi scaricando le responsabilità sulla società che avevano gestito l’evento. «Sono loro che hanno vinto il bando di gara e hanno organizzato il party», disse. Sicché Georgy Poltavchenko, che è pure amico del presidente Putin, continua ad essere il governatore di San Pietroburgo.
Certamente un fatto del genere non sarebbe accaduto vent’anni fa, quando la città si chiamava ancora Leningrado e di lì a poco con un referendum sarebbe ritornata a chiamarsi (6 settembre 1991) San Pietroburgo, mentre l’Unione Sovietica si stava sgretolando fino a scomparire per sempre (dicembre 1991). A quel tempo esisteva ancora la figura dell'inviato speciale, un’attività del giornalismo oggi in via d'estinzione. A molti dei colleghi più giovani risulterà difficile capire di che cosa sto parlando, poiché nel giornalismo orizzontale di oggi, quello dei telefonini e dei social forum, basta districarsi con un po' di credibilità nella moltiplicazione geometrica delle fonti.
Ma c'è stato un tempo in cui l'informazione dipendeva quasi esclusivamente dal racconto dell'inviato, unico medium tra il fatto e il lettore, dalla sua capacità d'interpretare i fatti, di cogliere i dettagli al primo e spesso unico sguardo e da lì risalire alle cause che avevano prodotto un certo evento. In quei giorni di vent’anni fa il mio problema era di spiegare come tra Leningrado e San Pietroburgo non ci sarebbe stata soluzione di continuità.
Inseguivo allora una tesi che ancora mi affascina e sconcerta : la somiglianza tra Venezia e San Pietroburgo, l'ex Leningrado appunto. Anche questa città sull'acqua mi rimane familiare. Pensavo di conoscerne le luci, gli odori, i suoni, i ritmi, la volontà grande di affrancamento. Ho anche adesso l'impressione di essermi sbagliato, di essermi illuso. Quell'immagine un po' stravagante sottolineata dal mare, quell'avventurosa pista veneto-slava pensavo potesse aiutare a chiarire le idee. La seguivo dunque, e cercavo di scoprire le immagini umane come penso ne fossero esistite quando il veneziano Francesco Algarotti vi sbarcò nel 1739, trentasei anni dopo la fondazione della città.
A quel tempo - come a Venezia - ci si arrivava solo per via d'acqua, risalendo la Neva: dopo aver vogato per ore, «ecco che volta il fiume; e né più né meno che all'Opera, ci si apre dinanzi in un subito la scena di una imperial città». Era la Pietroburgo non ancora cresciuta in tutta la sua maestosa bellezza, ma già capace di incantare, disposta com'è sulle rive di un gran fiume e sulle isole su cui sorgono splendide architetture, torri con la guglia dorata «che van qua e là piramidando». Ma il nobile Algarotti non ne restò abbagliato a lungo poiché, entrato in città, essa «non ci parve più quale la ci pareva da lungi... forse perché i viaggiatori sono simili a cacciatori e ad amanti».
I paesaggi non sono sovrapponibili, anche con tutta la buona volontà degli uomini. Da quasi tre secoli San Pietroburgo è soprannominata la "Venezia del Nord". Anche se qui i paesaggi sono brumosi, plumbei e straordinariamente brevi poiché lunghe sono le notti invernali; oppure luminosi, abbaglianti anche nel bianco slavato delle brevi "notti" estive. È invece subito naturale accostare i lamenti dei veneziani alle inquietudini dei pietroburghesi. Le somiglianze non mancano: gesti enfatici e desolati, sguardi appassionati e smarriti, fervidi slanci verso la tradizione e le antiche glorie, ed anche nette ripulse verso tutti coloro che cercano di stravolgere il destino della città.
Come a Venezia (non parlo della Venezia ufficiale, sempre un po' falsa o stentorea, o della Venezia dei bazar che lucra e prospera sui turisti, ma della Venezia medio-piccola, della Venezia colta che in cinque lustri ha visto mutar fortune e naufragar speranze), qui ora si contraddicono e si confondono l'assillo per la propria identità di abitanti di una città che fu la capitale di tutte le Russie, e l’avversione verso il dominio del Governo centrale di Mosca, al vertice del quale c’è Putin il quale - ironia della Storia - è originario di queste parti. Avversione verso il governo, ma al tempo stesso il desiderio di subirlo. Un’incertezza nella scelta che perdura in una sorta di odio- amore, spesso due risvolti di un unico sentimento.
All’origine c’è una delusione, straziante. Poiché ciascuno dei quattro milioni di residenti della seconda metropoli della Russia sperava in cuor suo che si avviasse la rinascita della città, poiché quando nell’agosto del 1991 sulla carta geografica era ricomparsa l'antica denominazione zarista, un'intera mistica rivoluzionaria era andata in frantumi. A quel tempo l'idea di accostare le inquietudini dei pietroburghesi a quelle dei veneziani mi era venuta dalle conclusioni dell' ottantacinquenne accademico Dmitri Likhaciov, il simbolo della cultura russa del ventesimo secolo, uno dei pochissimi intellettuali sopravvissuto quasi per miracolo ai lager di Stalin.
Likhaciov, che conservava intatte le memorie della San Pietroburgo imperiale, cercava di stabilire un ponte ideale tra la capitale mitica della sua infanzia e la città che risorgeva dai travagliati decenni della rivoluzione comunista. «Quand’ero poco più di un ragazzo», mi ricordava, «la città era un monumento alla tolleranza, alla cultura, al cosmopolitismo, al buon gusto. Ma con l'andare del tempo i veri pietroburghesi sono scomparsi, inghiottiti da una sequela di tragedie: la battaglia di Tsushima che distrusse la flotta nel 1905 , poi la guerra, poi la rivoluzione, il terrore rosso, le purghe degli Anni Trenta, l'ecatombe dell'assedio nazista con più di un milione di morti, e ancora le vittime delle ultime purghe,negli Anni Cinquanta. Restano i palazzi vuoti e cadenti. La città ha conservato la sua bellezza architettonica, ma ha perso con la sua gente la sua anima. Basta guardare la folla grigia che si accalca lungo i marciapiedi slabbrati, che invade la prospettiva Nevskij, per capire le dimensioni della catastrofe».
La città ricordata da Likhaciov è rimasta in molte delle sue parti quasi intatta, seppure circondata dai nuovi quartieri che le sono sorti attorno. Ma la gente vi sembra di passaggio, come a Venezia quando le carovane dei turisti l'affollano con il naso per aria. Ma mentre a Venezia si percepisce una qualche sensazione fisica del legame che s'è stabilito tra la città e i turisti, a San Pietroburgo questa sensazione manca. Si sa che le persone che affollano le strade sono in grandissima parte gente di qui. Ma non si può immaginare che possano abitare in queste case, né vi è traccia di qualcosa di gratificante che possa alleviarvi il pensiero.
Infatti, entrando nei cortili stretti, bui, dei palazzi, che un tempo ospitavano le carrozze dei principi e dei boiardi, si scopre che la gente che ci abita è proprio quella che s'incontra nelle strade. La sua dignitosa povertà balza agli occhi e si riflette nelle mille pozzanghere appena rischiarate da un quadratino di cielo che appare lontanissimo. E soprattutto nelle Kommunalka, gli appartamenti condivisi, in cui bagno, wc e cucina sono usati da più famiglie, retaggio del vecchio regime comunista e conseguenza dell'elevata povertà di quel milione di persone (il 25 per cento dell’intera popolazione della città) che ancora oggi vi vive.
Così si capisce perché l'Unesco aveva posto sotto la propria tutela tutto il centro storico di San Pietroburgo, inserendolo nella lista del "patrimonio mondiale". Una decisione che poteva apparire insolita, poiché raccogliere finanziamenti per il restauro dei quattromila palazzi degli zar poteva sembrare addirittura paradossale in una città che vent’anni fa non sapeva che cosa mangiare, né come scaldarsi e nella quale, vent’anni dopo, una gran parte della popolazione vive, come detto, ancora nelle Kommunalka.
Eppure, proprio lo straordinario patrimonio architettonico e culturale era stato uno dei volani che aveva alimentato la sua voglia di rinascita. «Senza l'aiuto internazionale non riusciremo mai ad uscire dalla voragine in cui siamo sprofondati». Non aveva dubbi il sindaco I'ormai mitico Anatoli Sobciak che aveva l'occhio di Gogol e la penna di Saltykov Shchedrin, autore di indimenticabili satire sulla burocrazia russa dell'Ottocento. Sobciak progettava di creare una "finestra sull'Europa", una zona franca a Leningrado, anzi a San Pietroburgo, come da sempre la chiamava.
Era stato è lui che aveva promosso il referendum per ridare alla città il vecchio nome. Sobciak, che era stato uno dei protagonisti dell' anticolpo di Stato dell'agosto del 1991 e del trapasso alla democrazia, accusava Eltsin di non aiutare lo sviluppo di un sistema pluripartitico nell'Assemblea nazionale di Mosca, preferendo governare con l'apparato burocratico piuttosto che con le forze politiche.
«Questo costituisce un pericolo grave», mi spiegava Sobciak. «Fino a quando non si creeranno le condizioni per la nascita di una classe media, il campo rimarrà aperto agli avventurieri. Oggi sotto la bandiera del patriottismo nazionale e della difesa sociale si stanno riunendo tre forze: gli ex funzionari di partito, i nazionalisti e i democratici radicali. È chiaro che fanno leva sul malcontento popolare e non disdegnano il caos, anzi: sanno che è l'unica strada per arrivare al potere. E noi stiamo assistendo a questo confronto».
Quella che Anatoli Sobciak sognava era un' altra rivoluzione, una rivoluzione pacifica: economia di mercato, spazio ai privati, multipartitismo. Essa si è spenta con lui. San Pietroburgo ha ripreso il suo volto malinconico, il suo ritmo stanco. Alle nove di sera, come a Venezia, le strade si svuotano, i palazzi, i canali piombano in una solitudine resa quasi spettrale dalle luci fioche dei lampioni. Le considerazioni di Sobciak alla distanza di vent’anni hanno il carisma della profezia, perché in Russia si continua a governare allo stesso modo, con in aggiunta fastidiose stranezze proprie delle oligarchie, come quella del governatore di San Pietroburgo Georgy Poltavchenko e le sue fanciulle con la faccia pitturata d’argento.
Tuttavia la gente che qualche giorno fa ha riempito le piazze per esprimere opinioni diverse o addirittura opposte a quelle ufficiali, non ha manifestato con i toni concitati che si sono visti a Mosca. Anche questa va interpretata come la peculiarità di una popolazione che è ancora ansiosa di dimostrare la propria diversità, di rafforzare la propria identità rispetto all'Occidente e di esibirla davanti agli altri cittadini delle Russie. Abitare a San Pietroburgo per esaltare l'ambiguità propria di tutte le città di frontiera, ha assunto il valore di un motto, è diventato un simbolo di appartenenza.
Indicativo è il modo stesso in cui si sono svolte le elezioni del marzo scorso. In questa città nella quale sono nati sia Putin sia il suo delfino, Dmitri Medvedev, che oggi siedono al Cremlino, la domenica del voto era passata come se fosse un giorno qualunque: le mamme con il cappotto accompagnavano i bambini alle piste da hockey trascinando i loro borsoni enormi e le coppie passeggiavano lungo le strade eleganti del centro. Non c’erano molti manifesti elettorali, quelli di Putin non avevano la sua fotografia, come i medesimi a Mosca e nelle altre città delle Russie, ma soltanto il nome. «Non sono andata a votare, la politica non mi interessa per niente», raccontava Ksenia, una ragazza di vent’anni che studia all’università al cronista della Rossiyskaya Gazeta che cercava di giustificare l’elevato astensionismo nella seconda città del Paese.
Traggo questi elementi sulla diversità anche dalle numerose discussioni serali, dai dialoghi appassionati e dai monologhi accorati, al centro dei quali ci sono sempre i rapporti della città con l'Europa, che qui è anzitutto la Francia, perché rammentano cos'era Parigi per gli intellettuali russi dell'Ottocento ; e poi l'Italia, perché gran parte dei palazzi di San Pietroburgo porta la firma degli architetti italiani. E dunque la collera di coloro che vivono dentro la città, e la conoscono nelle rughe, nei cunicoli, nei labirinti, come se vi abitassero dappertutto, nasce dall'amara situazione di ritrovarsi di nuovo avviluppati in una coltre di promesse quasi indecifrabili e pertanto mai mantenute.
E pensare che quando Francesco Algarotti visitò la città incontrò un suo concittadino, uno di quei "fabbricatori di galere» che lo zar Pietro il Grande «chiamò di Venezia». E non piccola fu la sua meraviglia, scriveva il letterato veneziano a proposito di quell'incontro: «A sentir parole che finivano in ao, a sessanta gradi di altezza di Polo». Per dire quale centro di molteplici interessi era già a quel tempo la città. Ma anche per capire i motivi profondi di quella collera che la squassa da novanta e cinque anni. Da quando essa non è più la capitale di tutte le Russie.
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di Vincenzo Maddaloni
DALLE PARTI DI AGDAM (AZERBAIGIAN). Sul tetto della grande moschea è cresciuta l’erba, e il suo interno è diventato una stalla per le vacche. Accade ad Agdam, una cittadina che quando era azera aveva sessantamila abitanti e oggi ne conta trecentocinquanta, per lo più pastori e contadini. Sicché Agdam è diventata una Ghost Town, una città fantasma, sicuramente tra le maggiori al mondo.
Non a causa di un’epidemia, ma per scelta della nazione armena che decise di raderla al suolo, dopo averla conquistata il 24 luglio del 1993, per prevenire la sua riconquista da parte dell'Azerbaigian. Da allora essa fa parte del territorio della repubblica del Nagorno Karabakh, nella regione di Askeran, a una sessantina di chilometri dalla capitale Stepanakert.
Ufficialmente è dal 1992, che i musulmani azeri e i cristiani armeni si stanno combattendo per il governo del Nagornij Karabakh, una regione del Caucaso meridionale che si trova all’interno dell’Azerbaigian ma che si è autoproclamata indipendente circa vent’anni fa, abitata prevalentemente dagli armeni, teatro di conflitti da quando si sciolse la federazione Transcaucasica nata dopo il crollo dello zarismo. L'Armenia la reclama come suo legittimo territorio, l'Azerbaigian rifiuta ogni concessione in merito.
Tutti i fili di una possibile soluzione politica sono ingarbugliati da una vera e propria guerra scoppiata tra le due Repubbliche e combattuta da due eserciti forti di granate, mitraglie, elicotteri e di quanto erano riusciti a strappare dagli arsenali dell'Urss appena dissolta. In quattro anni lo scontro era indietreggiato nelle campagne, si era spostato nei paesi,era dilagato nei villaggi con una furia primitiva e selvaggia che aveva causato 30mila morti (soprattutto azeri) e un milione di sfollati (quattrocentomila armeni un tempo residenti nell’Azerbaigian e cinquecentomila azeri residenti in Armenia e Nagorno-Karabakh), molti dei quali ancora oggi vivono nei campi profughi perché non sono potuti tornare alle loro case.
Eppure risale al 5 maggio del 1994 la firma, a Bishkek, in Kirghizistan, del cessate-il-fuoco che non è stato mai rispettato. Tuttavia, il Nagorno-Karabakh, protetto dall’Armenia, ha ottenuto l’indipendenza de facto, anche se questa non è ancora riconosciuta dalla comunità internazionale. Così i due Paesi sono ancora tecnicamente in guerra. Infatti nei giorni scorsi i rapporti tra Armenia e Azerbaijan sono diventati nuovamente molto tesi e ci sono state alcune sparatorie tra militari. Vi sarebbero morti otto soldati (cinque azeri e tre armeni), mentre almeno una decina di altri militari sarebbero rimasti feriti.
Ricordo che quando vi giunsi nel 1992, un anno prima che la conquistassero gli armeni, Agdam era già ricolma di macerie, e il cuore della cittadina era diventato un cimitero a modo suo monumentale con tutte quelle tombe ricoperte di terra color ocra con le foto dei morti impallidite e sgranate dall'ingrandimento, fasciate nel nailon per resistere alla pioggia.
Il vecchio Ahrned, il custode del cimitero, che conosceva la storia di tutti quei morti, ogni volta la ripeteva trasformandola in leggenda: «Ecco la fossa della bella Leyla, uccisa dalla fucilata di un cecchino mentre portava da mangiare al fidanzato al fronte»; «fermatevi davanti al destino tragico dei coniugi schiacciati dal crollo della loro casa colpita da una granata»; «silenzio, qui dove il muro dei fiori è più alto, sopra la foto infantile di Reza che è morto a 12 anni con un colpo che gli ha trapassato la testa».
Il furore popolare aveva trasformato quei morti in martiri. Dal cimitero di Agdam, come da tutti quelli dei paesini percossi dalla guerra, il sentimento religioso del martirio divenuto politico si allargava e tuttora si allarga fino a raggiungere la capitale Baku per dominarla.
E l'idea tragica del Yolum, della morte cantata dai mullah - che pervade ogni cosa e le vaga «attorno come una cammella cieca» - che riscrive la storia, immobilizza l'attualità e condiziona la politica. Perché oggi come ieri, il Paese vive la sconfitta militare come l'ingiustizia suprema e calcolata subita per volontà di Mosca, la quale non sopportando per questioni geopolitiche ed economiche un Azerbaijan troppo “occidentale”, sostiene gli armeni cristiani, nemici dei musulmani azeri da sempre.
Sicché i cinque morti degli scontri di poche settimane fa (al nord della linea di confine tra i due paesi, nei pressi del villaggio di Ashagy Askipara, un’ex striscia di terra azera ora controllata dall’Armenia), sono il nuovo anello della lunga catena dei martiri. Sono essi ad essere evocati ogni qualvolta c’è da rispondere a una accusa. Accadde dopo i pogrom azeri contro gli armeni; dopo l'eccidio di Sumgait (26 febbraio 1988) sul Mar Caspio, durante il quale furono uccisi a colpi di coltello o scaraventati dalle finestre più di cento armeni.
Accadde dopo il blocco delle frontiere agli armeni colpiti dal terremoto. «Per svuotare l’Armenia da qualsiasi forma di vita», spiegavano i volantini del Fronte popolare. Così ogni conflitto con gli armeni era ed è tuttora un episodio isolato da ogni altro contesto, diventa sindrome di separatezza e di martirio capace di unire il risentimento con l’orgoglio nazionale, il riformismo politico e l'antimodernismo islamico, l'ossessione della persecuzione e l’esaltazione della tragedia.
Ai ministri del culto resta il compito di alimentare il dolore e coltivarlo, per raccoglierne il frutto politico, che si traduce per esempio nel sostegno incondizionato al Turkic Council dopo che esso ha cooptato due organizzazioni in precedenza autonome: la Turkic Academy fondata nel 1992 in Kazakistan, e la sua Assemblea Parlamentare fondata nel 1998 in Azerbaigian. Così facendo Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia si sono legate un patto che si fonda sulla fede e sul petrolio. Non a caso il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha compiuto il mese scorso un viaggio di “diplomazia economica” in Pakistan e Kazakistan, firmando importanti accordi commerciali con entrambi i Paesi senza perdere di vista la nazione azera.
Il viaggio di Erdogan nelle regioni del “Grande Gioco” era apparentemente finalizzato alla partecipazione al Quinto Forum Economico di Astana nella capitale kazaka, con il quale il presidente Nursultan Nazarbayev sta cercando di creare una sorta di Davos centroasiatico. In effetti, il tour di Erdogan rientrava nel quadro del riorientamento della politica estera turca, che accantonata la dottrina dello “zero problemi con i vicini”, si sta avviando verso una nuova “direzione eurasiatica” nella quale l’Islam (sunnita e sciita) ne sarà il collante.
Uno scrittore laico come Razul Anar me l’aveva a suo modo profetizzata vent’anni fa, la crescita islamica. Nel salone colmo di stucchi dell’Associazione degli scrittori, mi ricordava che loro, gli azeri, per primi avevano condannato gli eccidi di Sumgait, ma «nessuna voce internazionale s'era levata per condannare la strage di Hodgiali dove duemila azeri erano stati passati per le armi dagli armeni. Il che vuol dire - mi spiegava - che per giudicare si usano due pesi e due misure, pertanto noi siamo vittime di ambedue le guerre: di quella "fredda" e di quella "calda" che si combatte sui campi di battaglia intorno al Nagornij Karabakh. L'unica cosa certa è che per ora i fondamentalisti islamici sono una minoranza, ma questa invasione armena può regalare loro moltissimi nuovi fedeli».
Ricordo che sul cippo all'entrata del cimitero di Agdam, dove si deponevano i cadaveri per l'ultima abluzione, i mullah itineranti spiegavano che Munkar e Nakir (i due angeli inquisitori dell'Islam che interrogano i morti al fine di certificarne o meno la retta fede islamica), non sarebbero intervenuti, perché per i caduti di quella guerra non ci sarebbe stato il «tormento della tomba», fino al Giudizio Finale che apre ai peccatori le porte infernali, coi suoi tormenti e le sue sofferenze.
Perché Allah, padrone di ambo i mondi, aveva già salvato i morti della guerra del Karabakh, poiché essi «hanno dato la vita per la Patria, si sono conquistati la gloria, dunque sono santi», recitavano i mullah. E così predicando raccoglievano e indirizzavano la disperazione e il dolore della gente verso l’ integralismo. Erano sempre i mullah itineranti che andavano di porta in porta invitando le famiglie azere a concepire quanti più figli possibile, per farli crescere musulmani e poter vendicare l'onta subìta dai cristiani armeni.
Ma non pensate agli azeri come a un popolo avviluppato in un'arretratezza secolare, incupito dalla tragedia della guerra, ma offeso questo sì, a tal punto da spingersi nelle braccia dei mullah con la certezza di vedere in un giorno prossimo riscattata la linea del confine. E’ lo stesso paesaggio dalle parti del Karabakh che sembra confermare quest’ attesa.
Infatti, il giro piatto dell' orizzonte con il profilo lontano delle montagne del Caucaso, che si alzano improvvise tra i barbagli di giallo alle pendici e i riflessi bianchi di neve, in lontananza disegnano un confine, almeno in senso psicologico.
Poiché lì, in un punto ove le montagne altissime si avvicinano, Alessandro Magno avrebbe costruito la barriera per salvare questa parte di mondo dai popoli di Gog e Magog, gli dèi del male. «E Gog e Magog non poterono scalar la muraglia, non poterono aprirvi una breccia», così recita la diciottesima sura del sacro libro del Corano.
Fu di qua delle montagne, a nord di Agdam, nella città di Bardà, che Alessandro Magno incontrò la regina Nushaba e la sua corte di amazzoni com'è raccontato nella Khamsé, "I cinque tesori", il poema di Nezami, il massimo poeta azerbaigiano che intorno all'anno Mille ripercorse la leggenda alessandrina adornandola di «gemme di Persia e d'Arabia», come gli aveva ordinato il suo augusto committente, il sultano Ahsitan della dinastia degli Shirvanshah che esistette dall'861 al 1538, più di qualsiasi altra dinastia nel mondo islamico.
Si tenga a mente poi che Nezami, considerato il più grande poeta epico-romanzesco della letteratura persiana poiché portò uno stile realistico e colloquiale nell'epica persiana è apprezzato e condiviso da Iran, Tajikistan, Afghanistan e Azerbaijan. Così meglio si capisce di che forza è il collante che unisce queste genti.
Sicché quando nell’Ottocento, da quelle gole scesero i russi dilagando verso la Persia, il popolo subito li paragonò alle orde sataniche di Gog e Magog, e lo sgomento fu così grande che si è tramandato di generazione in generazione fino ai nostri giorni, perché la dominazione russa è stata - a sentir loro - la più grande disgrazia che gli potesse accadere.
Perché l'economia agricola era stata stravolta dalla monocoltura del cotone imposta nei settant'anni di potere moscovita; perché erano stati trattati come se fossero una colonia della Russia, la quale aveva russificato perfino i nomi delle genti azere, come gli Hussein e i Rsa che erano diventati Husseinov e Rsaev, e lo sono tuttora.
Naturalmente i soldati oggi sulla tuta mimetica hanno un distintivo che riproduce i colori dello stendardo della Repubblica azerbaigiana democratica, la quale durò dal 1918 al 1920, la prima in tutto l'Oriente, dove l'azzurro ricorda la libertà,il rosso con la mezzaluna l'appartenenza alla razza turca, il verde il colore dell’Islam.
Va pure detto che questo Stato musulmano ricco di petrolio e fornitore di energia all'Europa, oltre che rotta di transito per le truppe Usa, è governato da vent’anni dalla stessa famiglia, da quando cioè nel 1993 Heydar Aliyev, (in precedenza numero uno del partito comunista, così come tutti i leader caucasici e centroasiatici arrivati al potere dopo il crollo dell’Urss) ha affidato l’incarico - nel 2003 - al figlio Ilham, suggellando un passaggio di consegne che non ha precedenti nello spazio post-sovietico.
Così in Azerbaigian si continua ad amministrare con altrettanta disinvoltura, ricorrendo a misure di facciata per sedare il malcontento popolare e alla repressione sistematica per tacitare ogni forma di dissenso, come è avvenuto qualche mese fa appena s’è avuto il sentore di una rivoluzione detta dei gelsomini, dentro i confini di casa.
Tuttavia sono i racconti su quel che accade lungo la frontiera col Karabakh, assieme a quelli dei profughi e le fotografie dei morti negli scontri che si succedono di anno in anno, che scuotono la gente soprattutto quella delle campagne che rappresenta la maggioranza della popolazione.
Così rimbalzano come d’incanto gli scenari delle case distrutte, dei giardini devastati, delle moschee in rovina, di pezzi di storie private che riemergono dal fondale del furore collettivo sempre pronto a scatenarsi ogni volta che un fatto si collega al Nagorno-Karabakh, “usurpato”dall’Armenia cristiana.
Vent’anni fa sulla linea del fronte, siccome era da poco collassata l’Urss e con essa anche l’Armata Rossa, non c’era un esercito regolare, ma una sorta di guardia nazionale composta da volontari, molti dei quali giovanissimi con indosso la tuta mimetica senza né gradi né mostrine, ma soltanto una coccarda con i colori della bandiera azera.
Parlavano poco e si guardavano in giro con aria attonita, tipica di quello straniamento delle reclute che pensano sempre al ritorno a casa mentre aspettano che trascorra il giorno.
A quel tempo era difficile immaginare come sarebbe cresciuta quella generazione di combattenti-volontari che a vent’anni aveva già vissuto gli orrori della guerra, parlava di ferite inferte spesso “per puro spregio” dagli armeni sui corpi delle loro donne e dei loro compagni uccisi.
Eppure, se la frontiera con la città fantasma di Agdam, la sua moschea diventata stalla e con le sue storie, sembra lontana e poco influente basta una sola considerazione ad avvicinarla di colpo.
L'Azerbaigian gioca un ruolo chiave per l’Unione europea, la quale non vuole dipendere per le forniture energetiche soltanto dalla Russia. Si tenga a mente che tutti i progetti lungo il cosiddetto “Corridoio Sud”, a cominciare dal gasdotto Turchia - Grecia - Italia, hanno come protagonista Baku.
Sicché se il presidente turco Erdogan fa più riferimenti ad Allah nelle sue dichiarazioni pubbliche di quanto non ne abbia mai fatti in passato, sicuramente pensa anche all’Azerbaigian, dove si parla l’azero che è una lingua turca e dove i turchi sono di casa fin dall’anno Mille.
Ve li condusse. Mahmud, il più importante tra i sultani della città afghana di Ghazna, il quale con le sue conquiste trasformò il regno in un impero che comprendeva gli attuali Afghanistan, Pakistan, India nordoccidentale e, naturalmente, l’Azerbaigian. Per dire, quanto la Storia conti anche da queste parti.
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di Luca Mazzucato
PRINCETON. La scoperta del bosone di Higgs è uno di quei rarissimi eventi che passano direttamente dalla cronaca ai libri di testo, un po' come la mela di Newton o la scoperta dell'accelerazione dell'Universo. A quarantotto anni dall'articolo in cui il giovane Peter Higgs (insieme ad altri sei colleghi) ipotizzò l'esistenza di questa nuova particella, l'auditorium del CERN di Ginevra accoglie il fisico teorico con una standing ovation da vera rock star: “Non avrei mai immaginato di poter assistere a questa scoperta di persona,” confessa lo scienziato commosso.
Nel frattempo, all'Institute for Advanced Study di Princeton, una festa improvvisata alle tre di notte (ora locale) ha accompagnato la diretta della conferenza stampa a Ginevra: nell'ufficio che un tempo ospitava Albert Einstein, il fisico Nima Arkani-Hamed ha aperto i festeggiamenti stappando bottiglie di champagne e congratulandosi con i colleghi per il traguardo storico.
La caccia al bosone di Higgs è senz'altro l'avventura più complicata e straordinaria della storia della fisica. Subito dopo la formulazione del Modello Standard delle particelle elementari da parte di Weinberg, Glashow e Salam, una serie di acceleratori sempre più potenti hanno inchiodato ad una ad una tutte le particelle predette dal Modello, a suon di premi Nobel. I due cugini pesanti dell'elettrone: muoni e tau. I cugini pesanti del fotone, bosoni vettori W e Z, quest'ultimo scoperto da Rubbia. Le varie specie di ineffabili neutrini, che pareva fossero veloci della luce (ma galeotto fu un cavo scollegato). I sei quark, l'ultimo dei quali, il top quark, scoperto al Fermilab vent'anni fa, fu l'ultima nuova particella elementare. Mancava solo l'Higgs per completare la foto di famiglia.
Dal Ginevra a Chicago, avanti e indietro nuovi acceleratori mastodontici facevano a gara per sondare l'infinitamente piccolo con energie sempre più elevate. Ma niente da fare. Sempre dietro l'angolo, sempre più piccolo, sfuggiva a qualsiasi lente, per quanto potente.
Tanto sfuggente era questo bosone, che Leon Lederman, Premio Nobel per la sua scoperta del neutrino muonico, scrisse un libro in cui raccontava la storia degli innumerevoli tentativi andati a vuoto. Il titolo scelto da Lederman per il suo libro era eloquente: “That goddamn particle,” ovvero “Quella stramaledetta particella.” Ma mentre il libro era in fase di stampa, l'editore decise di cambiarne il titolo all'insaputa dello stesso Lederman. Il libro fu pubblicato come “The God Particle” e da quel momento in poi, per uno scherzo editoriale, il vituperato bosone passò alla cronaca come la particella di Dio.Finché i fisici decisero che era venuto il momento della resa dei conti. La comunità scientifica costruì un acceleratore così potente che, se il bosone di Higgs davvero esisteva, l'avrebbero scovato, costi quel che costi: in questo caso, sette miliardi di euro. Un acceleratore della lunghezza di ventisette chilometri, che ogni secondo genera quaranta milioni di collisioni tra protoni accelerati in direzioni opposte fino alla velocità della luce. La macchina più potente, precisa e costosa mai concepita nella storia dell'umanità. L'energia sprigionata da questo gigantesco microscopio chiamato Large Hadron Collider si spinge oltre il limite teorico a cui il bosone non può sfuggire.
E dunque LHC ha finalmente svelato l'ultimo mistero della fisica delle particelle. Un successo clamoroso per i fisici teorici che lo predissero mezzo secolo fa e per i fisici sperimentali che concludono una stagione gloriosa della storia della fisica. L'ultimo mattoncino mancante del Modello Standard è stato posato.
Purtroppo, nel circo mediatico seguito alla scoperta della nuova particella, quella che è mancata è stata proprio l'accuratezza scientifica. Il bosone di Higgs non brilla sicuramente per modestia: quando la stampa gli attribuisce proprietà che in realtà non possiede, incassa e ringrazia. Contrariamente a quanto si dice, la maggior parte della massa che osserviamo nell'Universo non ha nulla a che fare con il bosone di Higgs.
È vero che il bosone, attraverso il meccanismo omonimo, genera una massa per le particelle elementari, a partire dall'elettrone. Ma i tre quarti della massa dell'universo consistono di Materia Oscura, la cui natura, come il nome suggerisce, rimane per ora un mistero assoluto. Del restante quarto di materia che possiamo vedere, la maggior parte della massa delle stelle e dei pianeti è dovuta ai protoni e neutroni che formano i nuclei degli atomi. E questo tipo di massa è generata dal confinamento delle forze nucleari, che niente ha a che fare con il meccanismo di Higgs.Ma se da una parte la scoperta dell'Higgs rappresenta una conferma della teoria più precisa mai inventata, dall'altro lato rende più complicato capire cosa succeda veramente alla struttura dello spaziotempo a distanze microscopiche. Nella comunità dei fisici delle particelle, la scoperta dell'Higgs è sempre stata data per scontata: stando ai calcoli, non avrebbe potuto che essere lì, o comunque nelle vicinanze. L'avvento di LHC portava con sé la speranza di mirabolanti scoperte dai nomi fantascientifici: sconfinare nella quinta dimensione, creare buchi neri, scoprire la supersimmetria, predetta dalla teoria delle stringhe.
È infatti noto agli addetti ai lavori che il Modello Standard, così com'è, non può essere la fine della storia. Rimane una teoria intrinsecamente inconsistente, non potendo includere la forza di gravità. Questo fatto è legato alla particolare natura del bosone di Higgs: mentre tutte le altre particelle esistenti ruotano senza sosta attorno al loro asse, il bosone di Higgs non ruota per niente, ma sta fermo. Questa assenza di rotazione rende l'Higgs suscettibile alle fluttuazioni quantistiche dello spaziotempo a scale microscopiche, che finiscono per destabilizzare la sua massa e l'intera teoria.
Eppure, ogni volta che viene testato, il Modello Standard resiste tenacemente ad ogni sfida. Il fatto che finora LHC abbia prodotto solo il bosone di Higgs e nessun'altra nuova particella esotica diventa sempre più un mistero, col passare del tempo e l'aumento della precisione e dell'energia sprigionata. Come ammettono gli stessi ricercatori delle due collaborazioni ATLAS e CMS, quello che ora chiamiamo Higgs potrebbe in realtà essere una particella diversa, ma molto simile, a quella predetta dal Modello Standard, un indizio di nuova fisica, anche se molto improbabile.
Tutti in realtà aspettano con ansia il 2014, quando LHC dopo un anno di chiusura verrà portato alla massima potenza e potrà finalmente scandagliare i territori inesplorati dei teraelettronvolt, un'energia così elevata che nemmeno il Modello Standard ha nulla da dire al riguardo...
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di Mario Braconi
Le (finte) provocazioni degli artisti mediocri sono una (vera) trappola per i media: è difficile esimersi dal raccontare e commentare eventi che, piaccia o no, finiscono per provocare un qualche riverbero sociale. Ma si tratta di un’operazione non priva di rischi: abboccare all’amo lanciato da uffici stampa sempre più cinici significa consegnarsi da vittime consenzienti ad un meccanismo perverso. Un’infernale macchina il cui unico obiettivo è moltiplicare i contatti su YouTube, le vendite di musica (registrata o dal vivo) - non importa quanto mediocre - e quindi, in ultima analisi, il saldo sul conto corrente di produttori e artisti.
Il MDNA Tour 2012 di Madonna, avviatosi a Tel Aviv il 31 maggio, sarà ricordato come un evento epocale: schermi giganti di dimensioni mai viste finora, ottanta date in tutto il mondo per un totale di oltre 1,5 milioni di biglietti venduti, a prezzi non proprio popolari (minimo 100, massimo di 300 dollari: “risparmiate” ha fatto sapere la cantante ai suoi fan: “La gente spende 300 dollari per cose assurde, come le borse.
E allora mettete i soldi da parte durante l’anno, in modo da averne per venire al mio show; me lo merito”). Ma la macchina dello spettacolo globale contemporaneo non conosce pace: per veicolare l’attenzione dei media sulle sue performance tutt’altro che eccezionali, la “ragazza materialista” degli anni Ottanta punta ancora una volta su una delle doti che da sempre hanno contraddistinto la sua “arte”: la provocazione a buon mercato.
Questa volta, però, c’è una novità. Finora, i cosiddetti geni della comunicazione hanno ritagliato attorno alle generose forme di Veronica Louise una “persona” in grado di vellicare blandamente un pubblico medio-borghese che si accontenta di portare a casa, per una manciata di dollari, una minuscola, innocua, trasgressione di plastica. E’ questo l’obiettivo delle mascherate che di volta in volta Mrs. Ciccone ci ha inflitto nel corso dei decenni: i look sadomaso, i photobook porno soft, gli ammiccamenti lesbico-chic, i “nudi giovanili” casualmente “pervenuti” ad una casa d’asta e dati in pasto alla stampa scandalistica. Oggi, però, Madonna gioca una inedita, quanto improbabile, carta “politica”.
E’ quanto mai irritante l’arroganza di chi, esperto dei meccanismi della comunicazione del mondo dello spettacolo, ritiene di poter ammantare un (pur legittimo) interesse monetario con istanze “politiche”. A quanto riferiscono i media, infatti, Madonna avrebbe offerto qualche centinaio di biglietti gratuiti per il suo show di apertura a Tel Aviv (35.000 partecipanti) ad alcune organizzazioni pacifiste palestinesi. Tanto è bastato, nelle menti degli organizzatori, per etichettare un comune show commerciale “concerto per la pace”.
Anche se almeno una ONG palestinese ha accettato la carità pelosa della signora Ciccone, non sono mancati gli sdegnosi rifiuti, come quello opposto dalla ONG “Anarchici contro il Muro” (ACM). Un loro rappresentante ha così motivato il rifiuto dell’organizzazione: “I nostri amici [palestinesi] vivono in una prigione a cielo aperto e deprivati dei più elementari diritti: non siamo in grado di accettare questa bustarella.” Senza contare che, dato che ai palestinesi è di fatto negata la libertà di movimento, entrare in Israele anche solo per partecipare all’evento musicale per molti di loro si è rivelato impossibile.
Nel corso della serata di Tel Aviv è stato proiettata una breve video-parata di personalità “nemiche della libertà”. Tramite un’animazione in morphing, sui megaschermi si sono avvicendati i volti di Martine Le Pen, la fronte addobbata da una piccola svastica, di Benedetto XVI, del segretario del partito comunista cinese Hu Jintao e della ex candidata di destra alla Casa Bianca Sarah Palin. Un guazzabuglio di icone negative - fin qui per una volta si può concordare con Mrs. Ciccone - ma ammassate senza alcun filo logico. Chissà perché, però, non si sono viste, per dire, le facce di Benjamin Netanyahu e di Avigdor Lieberman …
Non sembra dunque campata in aria la cupa diagnosi di un attivista di ACM: “Lo spettacolo di Madonna fa parte di un piano deliberato di impiego di celebrità internazionali al fine di distrarre l’attenzione del mondo mediatico dalle politiche di apartheid messe in atto dal governo israeliano”. Le Pen ha diffidato Veronica Louise a ripetere la performance durante il concerto di Parigi, previsto per il prossimo 14 luglio. In effetti, sarebbe questo il banco di prova della buona fede della cantante americana: se avrà il coraggio di dare nuovamente della nazista a Le Pen a casa sua, forse sarà possibile valutarla con meno severità.
Viene naturale paragonare la falsa provocazione di Madonna con l’exploit di Sinèad O’Connor che, nell’ottobre del 1992, in diretta televisiva negli USA, strappò la foto di Giovanni Paolo II, urlando “Combattete il vero nemico!”. Si noti come l’abrasiva protesta, principale causa del declino della sua carriera di cantante, fosse motivata dal ruolo della chiesa cattolica nella copertura dei casi di pedofilia, che per inciso ai tempi riempivano tutt’al più qualche trafiletto. Il gesto di O’ Connor fu puro, disinteressato e costoso: una testimonianza civile e morale, distante anni luce dalle pose improvvisate di Mrs. Ciccone.
Ma non finisce qui: nel suo show di Istanbul dello scorso giovedì, sulle note di Human Nature, dopo aver rimosso uno dei (due!) reggiseni che indossava, ha deliberatamente mostrato ad un pubblico isterizzato il capezzolo del suo seno destro: un piccolo momento di puro esibizionismo. Da un certo punto di vista, è impossibile non provare simpatia per questa furba donna d’affari in magnifica forma quando fa la sciocca come una ragazzina che alza la gonna per far dispetto ai genitori bacchettoni. Non sarà sfuggito a chi ha avuto modo di visionare la sequenza il guizzo birichino, il lampo vagamente incosciente dell’improvvisazione, che ha fugacemente attraversato la facies concentrata della consumata performer.
La cosa sconcertante, tuttavia, è constatare come gli uffici stampa siano in grado di fare ai fan un lavaggio del cervello di tali proporzioni, che essi sono pronti a sostituirsi a loro in funamboliche interpretazioni di un gesto senza alcun significato particolare. Secondo un tweet di tale Paoliena, mostrando il capezzolo "Madonna ha dato il suo sostegno all’azione politica di alcune donne turche, accomunate dallo slogan femminista “il mio corpo è mio”.
In effetti, proprio in questi giorni, in Turchia si sta assistendo ad una revanche ultraconservatrice che ha per oggetto il diritto di aborto, che per gli ultimi quaranta anni in Turchia è stato garantito e legale, almeno fino alla decima settimana di gravidanza (anche oltre, ma solo in caso di complicazioni sopraggiunte dopo a tale limite temporale). Il premier turco (moderato?) Recep Tayyip Erdogan ha recentemente definito l’aborto “un omicidio” e ha invocato una nuova legge per restringere ulteriormente l’ambito di applicazione delle pratiche di IVG in Turchia. Come nota sarcasticamente il sito femminista americano Jezebel, se davvero Madonna intendeva compiere un atto politico, potremmo suggerirle, che so, un qualche scatto alla “Basic Instinct” mentre scende dalla limousine; il tutto, beninteso, per manifestare solidarietà al popolo siriano …
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di Mario Braconi
Con ogni probabilità, a chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la Rete è capitato prima o poi di imbattersi in un TED Talk. TED (che sta per Technology, Education, Design, ovvero Tecnologia, Istruzione e Design) è un marchio che gestisce un ciclo di conferenze nelle quali ad invitati celebri viene offerto uno spazio massimo di diciotto minuti per discutere “idee che vale la pena diffondere”. Sul palco di TED, che organizza sessioni in California, Europa e Asia, si sono avvicendati personaggi pubblici globali come i coniugi Gates, Bill Clinton, Al Gore, Larry Page e Sergey Brin di Google, Bono degli U2, nonché celebri intellettuali, tra cui l’apostolo dell’ateismo militante RIchard Dawkins e gli scrittori Dave Eggers e Alain De Botton (autore di un intervento indimeticabile). Da qualche anno le riprese di tutti i sermoni laici sono disponibili gratuitamente online sul sito di TED, su YouTube e su altre piattaforme.
Attuale curatore del marchio TED è il britannico Chris Anderson (niente a che vedere con l’omonimo capo di Wired), il quale, dopo aver iniziato la sua carriera come giornalista, ha fondato la Future Publishing, un editore multinazionale che pubblica ben 150 periodici dando lavoro a 1.500 dipendenti. Benché tra i discorsi editi da TED ve ne siano di veramente interessanti, non si può dire che il network riscuota simpatie incondizionate.
La giornalista specializzata in tecnologia, Sara Lacy, ad esempio, ha giustamente puntato l’indice contro l’atteggiamento elitario di Anderson e soci, che pretendono da ogni partecipante la “modica” quota di partecipazione di 6.000 dollari e a quanto pare riservano agli ospiti un trattamenti modulati in base alla celebrità e alla posizione professionale. Il saggista di origine libanese Nassim Nicholas Taleb, autore del best seller “Il Cigno Nero”, ha definito TED una “mostruosità che trasforma pensatori e scienziati in intrattenitori di bassa lega, circensi”. Secondo Taleb, il suo discorso per TED del 2008, nel quale si parlava della vulnerabilità degli attuali sistemi di gestione del rischio finanziario, basati sull’estrema rarità di certi eventi catastrofici, sarebbe stato pubblicato in ritardo per motivi “puramente estetici”.
A quanto pare, i guai non finiscono qui per Anderson. In un pezzo pubblicato il 16 maggio sul settimanale politico di Washington, National Journal, il redattore economico Jim Tankersley riferisce un’altra storia non molto edificante. Pare infatti che lo speech di un altro invitato di riguardo sia stato addirittura stato cassato dal palinsesto disponibile su internet. Si tratta del discorso che il multimilionario Nick Hanauer ha tenuto sulla disuguaglianza economica negli Stati Uniti. Figlio di un impiegato trasformatosi in fabbricante di cuscini, Hanauer ha avuto l’intelligenza e la fortuna di investire a suo tempo i suoi risparmi (45.000 dollari) in una net company sconosciuta, che si chiamava Amazon. Oggi, ovviamente è un ricco sfondato e di mestiere fa il venture capitalist.Pare che la colpa di Hanauer sia di aver sostenuto idee troppo di sinistra. Il National Journal ha pubblicato una trascrizione dell’intervento (comprese le slide) con cui il capitalista americano ha messo in discussione un’idea che per i repubblicani è un dogma di fede ma che viene assai raramente messa in discussione anche dai democratici. Il concetto, più o meno, è questo: “Se si aumentano le tasse sui ricchi, la disoccupazione tenderà a crescere”. Secondo Hanaue non sono i ricchi a creare nuovi posti di lavoro, che vengono invece generati dal circuito virtuoso che si instaura tra consumatori ed aziende: solo i consumatori possono metterlo in modo, scatenando nuove assunzioni nelle aziende che devono soddisfare una accresciuta domanda. “Sotto questo aspetto, un qualsiasi consumatore della classe media crea più posti di lavoro rispetto a un riccone come me”.
Basta dare un’occhiata alle statistiche: dagli anni Ottanta ad oggi la quota del reddito in mano ai americani più ricchi si è triplicata, mentre la pressione fiscale è scesa del 50%. Dunque si è verificata una redistribuzione del reddito contro-intuitiva, dai più poveri verso i più ricchi; al di là delle ovvie considerazioni etiche implicite in questi dati, non si può certo dire che questo discutibile processo abbia condotto alla piena occupazione negli Stati Uniti, anzi. La disoccupazione è (relativamente) elevata anche negli USA, mentre rimane significativo anche il fenomeno della sotto-occupazione.
E’ ridicola, inoltre, l’argomentazione secondo cui la capacità di spesa dei più ricchi, ovvero dei principali beneficiari dei tagli delle imposte, sia in grado di compensare la riduzione del potere di acquisto delle classi meno abbienti. “Le entrate annue di persone come me sono centinaia, se non migliaia di volte superiori alla mediana dei redditi delle famiglie americane” continua Hanauer, “eppure noi [ricchi] non compriamo centinaia o migliaia di volte più cose rispetto ad una famiglia medio borghese”. Del resto, quale principio è in grado di giustificare un sistema fiscale in cui i redditi da capitale sono tassati al 15%, mentre il prelievo marginale medio sul lavoro è del 35%? Solo il fatto che i ricchi in America tendano a considerarsi dei semi-dei - cosa peraltro evidente, annota sardonico il conferenziere, dal termine generalmente associato alla sua classe, che si autodefinisce quella dei “creatori” di posti di lavoro.Un intervento davvero utile, originale e convincente, ma che Anderson ha ritenuto troppo politicamente schierato. In una comunicazione interna di aprile, in effetti, Anderson ha lasciato intendere che anche il pezzo di Melinda Gates, favorevole alle politiche di contraccezione nei paesi in via di sviluppo, non era stato di suo gradimento per le stesse ragioni: troppo “di parte”. Anderson, nella sua autodifesa postata sul blog il 17 maggio, ha sostenuto che la scelta di non pubblicare su TED l’intervento è stata dettata dal fatto che “ne avevamo di migliori”. Nessuna censura, dunque, anche perché, sostiene l’imprenditore inglese, “a me per esempio non verrebbe mai in mente di parlare di censura se il New York Times si rifiutasse di pubblicare un mio editoriale op-ed”.
Dato che di comunicazione se ne intende, Anderson è andato oltre, pubblicando su YouTube il filmato contestato, anche se esso continuerà a non comparire tra quelli disponibili sul sito di TED Conferences. A quanto pare, nel cenacolo degli eletti “progressisti” vi sono parole che bruciano più del fuoco. Come queste: “i veri creatori di lavoro sono i membri della classe media. Tassare i ricchi per fare investimenti che permettono l’allargamento della classe media è la miglior cosa che si possa fare per la classe media, i poveri ed anche per i ricchi.”