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di Sara Michelucci
L’emigrazione vista attraverso gli occhi e le parole di un bambino di 9 anni, Nino, clandestino nella Svizzera di fine anni Cinquanta. I suoi genitori sono emigrati da un paesino della Puglia per lavorare e lo hanno portato con loro, anche se non potevano. Infatti ai cosiddetti “lavoratori stagionali”, era vietato portare in territorio svizzero i loro famigliari, ma come si fa a stare lontano dai propri figli? È quello che si chiede e ci chiede Mario Perrotta, con lo spettacolo teatrale, La Turnàta, ‘secondo atto’ dopo quello di un anno fa, Italiani Cìncali, al teatro Secci di Terni.
Se nel primo raccontava gli emigranti italiani nelle miniere del Belgio, in questo secondo appuntamento Perrotta si concentra sulla Svizzera e sulla mancanza quasi totale di diritti civili per gli italiani che vi andavano a lavorare. “Se sei emigrante la prima cosa che ti devi imparare è che nna enùta è solo nna enùta, mentre la turnàta è per sempre”, spiega Perrotta prima di iniziare lo spettacolo.
“Due termini - continua - per indicare la stessa cosa: il ritorno. Ma la differenza è fondamentale. Me l’hanno spiegata con parole semplici, ma inequivocabili. Nna enùta (una venuta) è nna fesseria, il tempo di guardarsi attorno veloci, senza mettere a fuoco i luoghi e le facce, per ripartire subito e dimenticare…La turnàta, invece, è altra cosa...vuol dire che hai raggiunto l’obiettivo, ti sei sistemato, puoi mettere a fuoco, ricordare le facce e i luoghi perché ora stai per tornarci, definitivamente. Ancora una volta loro parlano e io ascolto, registro cassette su cassette, raccolgo materiali, lettere, annoto sensazioni. Ma, soprattutto, cerco di tenere a mente gli sguardi, sono quelli che mi raccontano più di ogni parola, sono gli sguardi ciò che dovrò portare con me quando racconterò la loro storia. E ognuno ha il suo di sguardo, frutto di vicende personali e familiari, frutto delle diverse esperienze lavorative, del livello di integrazione raggiunto all’estero. Anche il luogo scelto per emigrare sembra avere un peso: c’è un sguardo da Belgio, uno da Germania, uno da Svizzera, ma, soprattutto, c’è uno sguardo da enùta e uno da turnàta. Chi è rimasto e chi è tornato. Due categorie distinte e di facile comprensione”.L’avventura di Nino e dei suoi parenti inizia quando il nonno, che da anni lavora in Svizzera, muore. I genitori del bambino, allora, decidono di riportarlo in Salento. E così inizia il loro viaggio.
Un tragitto fatto di paura e speranza di non essere scoperti. Ma anche di eccitazione, perché finalmente si può rivedere la propria terra natia, i colori della Puglia e gli odori di una terra tanto bella, ma con mille difficoltà. Fatto di canzoni popolari che ricordano il Bel Paese e di racconti che segnano un’epoca e un periodo, dove l’infrangersi del sogno comunista, e quindi di un’uguaglianza di classe, la fa da sottofondo.
E così, con una Giulia 1300, la famiglia accompagnata dall’amico Tano, sindacalista che in Svizzera si è sempre battuto per i diritti dei lavoratori, parte per l’Italia. C’è la frontiera da superare, così Nino, che viaggia da clandestino, è costretto a nascondersi nel portabagagli, vincendo la paura del buio e dell’asfissia. Poi si arrivare sino a Bologna dove finisce l’autostrada e finalmente in Salento dove, a finire, è invece l’asfalto.
Arrivare a casa, finalmente, per mostrare ai ‘compagni’ che tutto è andato per il meglio e che ti sei sistemato. Anche se non è così, perché in realtà non ci si è affatto sistemati, ma si è solo stati sfruttati. Ma per i genitori di Nino, come per lui, tornare significa riconquistare una libertà perduta negli anni lontano dal proprio paese.
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di Emanuela Pessina
BERLINO. “Con Berlino ho un rapporto straordinario: ogni volta che ci torno, anziché aver l’esigenza di allontanarmi, ne vengo catturato”. Così si presenta Max Gazzè al primo appuntamento della sua tournée europea, che, partendo dalla Kulturbrauerei della capitale tedesca, ha toccato tutte le capitali del Vecchio continente per continuare poi in Italia. Gazzè presenta Sotto casa, attualmente uno degli album più scaricati da iTunes e uno tra i più ascoltati su Spotify: un innegabile, grande successo che arriva dopo tre anni di silenzio. E che la prima tappa di questa serie di concerti sia stata proprio Berlino, chi lo sa, potrebbe essere un’interessante coincidenza.
Oltre ad aver conquistato il pubblico, il nuovo album di Gazzè ha incontrato anche il favore della critica, che ci ha visto un gran bel ritorno al passato. “È stata una scelta consapevole”, ammette Gazzè. Il singolo Sotto casa ricorda come sonorità Una musica può fare [singolo del 1999, n.d.r], ma si tratta più che altro di una somiglianza di approccio compositivo, spiega il musicista. Perché a contraddistinguere Sotto casa è la sperimentazione, la voglia di adattare la musica alla poesia dei testi, così come l’ironia dei significati: “Sotto casa è come un quadro che ha un bell’equilibrio, tanti colori per una perfetta alchimia di fondo”. Ed è forse in quest’alchimia d’insieme che i critici rivedono un ritorno al passato.
Soddisfatto del suo lavoro e del successo, Gazzè rimane sempre e comunque con i piedi per terra. Reduce dall’edizione 2013 di Sanremo, il musicista cerca di spiegarci la sua filosofia di fare musica. “Sono un musicista e conosco le dinamiche dello sport della musica, fatto di ascese e discese, perché quando finisce l’onda, allora si torna a nuotare”. Ed è per questo che Max porta avanti diversi “percorsi paralleli”: suona con orchestre sinfoniche, collabora con musicisti jazz, partecipa a tournée europee in veste di bassista, pronto ad affrontare poi l’apparizione al grande pubblico in occasione di nuovi lavori. Per Max, il Festival della musica italiana non è che uno dei tanti modi di “comunicare il suo nuovo lavoro”, così come il tour che lo segue. Non ha vinto Sanremo, ma il suo disco è tra i primi tre album italiani più venduti al momento: la realtà delle cose sembra appoggiare questa sua filosofia di apparizioni e sparizioni.
Non poteva mancare una domanda irriverente e curiosa sul pezzo E tu vai via, un testo bellissimo, maturo e malinconico, in cui Max racconta una separazione importante. Venti anni con una persona e tre figli, poi questa persona va via: un’esperienza di famiglia che è sicuramente un successo, ammette Gazzè, ma con la separazione arriva l’amarezza. “E tu vai via contiene una lieve sofferenza, ma è una sofferenza elaborata, che svanisce nell’accettazione”, spiega il musicista, intendendo l’accettazione del cambiamento. “La libertà è non resistere ai cambiamenti perché questi sono sinonimo di vita”. E lasciare fluire i cambiamenti anziché contrastarli, chiarisce il musicista, evita di soffrire.Anche per quel che riguarda la recente scelta politica degli italiani, Max Gazzè si dice ottimista. “Grillo è una novità felice, c’è incertezza, ma è meglio questa incertezza di un altro Governo Berlusconi”. Per quel che riguarda le parole antieuropee di Grillo, uno dei dettagli della campagna elettorale che più hanno spaventato l’Europa, Gazzè non ha timori: “Anche con il Movimento 5 Stelle non possiamo prescindere dall’Europa. Ci sono delle normative europee da rispettare per chiunque, solo sono differenti le strade da prendere per arrivarci”. E Grillo, Gazzè ne è sicuro, saprà gestire tutto: è una “novità che saprà allinearsi all’Europa senza perdere la sovranità”. Monti? “Monti andrebbe bene a rappresentare l’Italia come ministro degli Esteri, viene da un percorso europeo, più in particolare dagli organismi di controllo della comunità, tra cui la Commissione trilaterale, e durante il suo Governo ha garantito il controllo della situazione Italia dall’Europa.”
Anche Gazzè, in realtà, viene da un suo percorso personale tutto europeo: ha studiato a una Scuola europea, dove i meccanismi della Comunità europea stessa sono materia di studio quotidiano, ha vissuto dieci anni a Bruxelles, tre anni a Parigi e tre a Londra, oltre ad aver partecipato a diversi importanti progetti musicali con cantanti del calibro di Stephan Eicher e Herbert Groenemeyer, con cui ha scritto anche un brano. Ed è proprio dall’Europa che Gazzè comincia il suo tour, più in particolare da Berlino, dove il cantante non ha mai vissuto, ma con cui ha un rapporto straordinario. Rispetto alle altre città, rivela Gazzè con aria intrigata, “l’atmosfera che dà Berlino è qualcosa di meno interpretabile, legata a una percezione che ho della città.
Il pensiero suggerito di Berlino non è sufficiente a cambiare la mia percezione di Berlino stessa e vorrei tornare per restarci qualche mese e comporre musica”. La tournée che accompagna il grande successo di Sotto casa è cominciata proprio qui, nella capitale tedesca: se tra qualche tempo vedremo Max Gazzè girare per le strade di Kreuzberg e Mitte, allora, in quel caso, potremo dire che non si è trattata di una semplice coincidenza.
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di Vincenzo Maddaloni
Anche in quell’estate del 1978 ci fu la mano dello Spirito Santo e lo dissero in entrambe le occasioni. Me ne ricordo ancora, perché in quell’anno ne dovetti scrivere e “saltai” la vacanza al mare. Infatti, il conclave si aprì il 10 di agosto e il 26 agosto fu nominato papa il patriarca di Venezia Albino Luciani, il quale col nome di Giovanni Paolo I fu sovrano dello Stato Vaticano per trentatré giorni soltanto, poiché morì il 28 di settembre durando meno di una stagione estiva. Su quella morte inaspettata come lo sono state le dimissioni di Benedetto XVI, molto s’era detto e scritto, ma il portavoce Vaticano che al tempo era il numerario dell’Opus Dei, Joaquín Navarro-Valls, rispondeva sempre che ogni azione è guidata dallo Spirito Santo. Sicché l’unica cosa certa su Giovanni Paolo I è che - a tutt’oggi - è l’ultimo papa di nazionalità italiana.
Del resto si annuncia denso di misteri anche questo conclave da poco inaugurato. Sarà breve o sarà lungo? Alcuno può saperlo. E’ annunciato come difficile, ma non è escluso che gli Eminentissimi Padri siano entrati nei locali della Sistina probabilmente con una soluzione già grosso modo presa nei quattro giorni di lavoro delle varie Congregazioni Generali dei cardinali. Nell’occasione si erano esaminati i principali problemi della Chiesa e si era stabilito che il conclave avesse inizio martedì 12 marzo, con la messa Pro eligendo pontifice al mattino e l’ingresso nella Cappella Sistina, tradizionale sede dei lavori, nel pomeriggio.
Naturalmente quasi a smentire il “toto papa” che da giorni impazza su tutti i media o quasi, il portavoce vaticano, padre Lombardi non ha mancato occasione per ricordare come al momento del voto, la mano dei porporati sia sempre guidata dallo Spirito Santo. Sicché per allontanare ogni sorta di dubbio Angelo Scola, l’arcivescovo di Milano, papabile numero uno dei cardinali italiani ha invitato i fedeli a pregare «perché lo Spirito Santo offra alla sua chiesa l’uomo che possa condurla sulle orme segnate dai grandi pontefici degli ultimi centocinquanta anni». Lo ha detto in chiusura della messa celebrata nella basilica dei Santi Apostoli a Roma, domenica scorsa. Insomma lo Spirito Santo pare sia l’unica ineluttabile certezza a sopravvivere ancora in mezzo ad un mare di incognite e di misteri sui quali naviga il primo conclave del Terzo millennio.
Dopotutto è la dottrina cattolica a stabilire che le decisioni del conclave sono protette dal dogma dell’infallibilità perché è lo Spirito Santo a guidare la scelta degli Eminentissimi Padri. Poi, lo Spirito Santo interviene soltanto negli altri due casi d’infallibilità dogmaticamente proclamata: quella del papa quando parla ex cathedra Petri e quella della canonizzazione dei santi.Don Aldo Antonelli, parroco ad Antrosano in provincia dell’Aquila sembra non sia d’accordo, Spirito Santo a parte. Scrive nel suo blog sull’ Huffington Post: «La “città posta sul monte”, perché sia visibile a tutti e a tutti faccia luce, diventa un bunker sotterraneo più adatto ai topi che a persone libere e risorte. I “Pastori” che dovrebbero guidare il popolo in un cammino di crescita e di responsabilità vengono rinchiusi, chiavi stellati (“cum-clave” da cui la parola “Conclave”), come scolaretti indisciplinati e incapaci, da tenere a bada». E ancora: «Oggi questa stessa struttura invece che assicurare libertà al collegio cardinalizio, tiene i cardinali sotto tutela, come fossero degli incapaci; li tiene prigionieri».
Noto come “Prete scomodo e Prete Rosso” don Antonelli che ha sempre destato attenzione dibattendo i temi scomodi come l’asservimento della religione alla politica del potere, non dice se lo Spirito Santo è nel “cum-clave” o se invece se ne sta in altro luogo appollaiato. Insomma non si pronuncia venendo così meno all’incoraggiamento alla schiettezza che il Maestro predica: «Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37). Ma in questo caso la prudenza è d’obbligo anche per un prete di “frontiera” come don Antonelli.
Si tenga a mente che per i cristiani cattolici lo Spirito Santo è la Terza Persona della Trinità. Un riconoscimento teologico che si è sviluppato nei secoli più recenti; per questa ragione le diversità tra le varie confessioni cristiane - con le Chiese orientali ad esempio - in questo campo sono maggiori. E quindi, «lo Spirito Santo assiste la Chiesa di Roma». Non aveva dubbi Pio XII quando - discorso Di gran cuore del 14 settembre 1956 - parlando della storia della Chiesa disse: «Si sono avvicendate vittoria e sconfitta, ascesa e discesa, eroica confessione con sacrificio dei beni e della vita, ma anche in alcuni suoi membri, caduta, tradimento e scissione. Una testimonianza della storia è univocamente chiara: portae inferi non praevalebunt (Matteo. 16, 18)».
Insomma la Chiesa – si sostiene tra i teologi - non si regge sul governo di un Santo Padre coadiuvato nell’opera dei Padri Eminentissimi, bensì sulla sua corrispondenza alla divina assistenza allo Spirito Santo. Che, beninteso agisce anche nella quotidianità, sicché è sempre lo Spirito Santo che ha infallibilmente illuminato Benedetto XVI, suggerendogli il “supremo sacrificio della rinunzia” al pontificato per salvare la Chiesa, come hanno spiegato tra i più autorevoli esponenti del clero.Ma è dal quel 14 ottobre del 1978, il giorno in cui i 111 cardinali si riuniscono in conclave per eleggere il successore di Giovanni Paolo I che la Terza Persona della Trinità ha come una sorta di rilancio. Infatti, comincia ad essere nominata anche sui giornali con una presenza a dir poco costante. Accade all’ottavo scrutinio del secondo giorno quando è fumata bianca, e il cardinale protodiacono Pericle Felici si affaccia per annunciare «Habemus papam», e pronunciare il nome del neoeletto, il polacco Karol Wojtyla. Dopo una qualche mezz’ora di grande sorpresa sono in molti a pensare, e a scriverlo anche sui giornali dichiarati laici, che la sua nomina è opera dello Spirito Santo. Molto vi aveva influito il fatto che era il primo papa non italiano dopo 455 anni, cioè dai tempi di Adriano VI (1522 – 1523) e che del cardinale polacco Wojtyla poco si sapeva vivendo egli di là “della cortina di ferro”, che segnava a quel tempo il confine col mondo del socialismo reale.
Da allora comunque si continuò a scrivere e a dire della presenza costante dello Spirito Santo in quelle stanze, e questo servì a spiegare anche perché papa Wojty?a beatificò e canonizzò molte più persone di ogni altro pontefice. Infatti le persone da lui beatificate furono 1338 e quelle canonizzate 482, mentre i predecessori nell’arco dei quattro secoli precedenti avevano proclamato soltanto 300 santi. Si disse e si scrisse che senza la sua invocazione allo Spirito Santo i movimenti anticomunisti come il sindacato polacco Solidarnosc di Lech Walesa, nel 1980 non sarebbe mai nato. Fu quella invece una “guerra di religione” che non ha uguali nella Storia del ventesimo secolo, nemmeno con quella scoppiata un anno prima in Iran ad opera dell’ayatollah Ruhollah Mustafa Mosavi Khomeyni, e che non fu anch’essa cosa da poco. Michail Gorbacëv dirà un decennio dopo che il crollo della Cortina di ferro sarebbe stato impossibile senza Giovanni Paolo II.
Ma negli anni Ottanta il nervosismo era grande. A Mosca ricordo i colleghi della Tass o della Novosti che a volte si lasciavano andare a qualche battuta masticata tra i denti secondo la quale Wojtyla era stato imposto da Cia, e a codicillo spiegavano che se nel mondo c’era in giro quella voce voleva dire che “una parte di verità c’è”. Ma quando incontrai qualche anno dopo per la prima volta e unico giornalista occidentale, il direttore dell’Istituto sovietico dell’ateismo scientifico, Víctor Ivanovich Gorodash già il clima era mutato. «La rivoluzione tecnico-scientifica ha formulato delle promesse obbligando a scegliere tra materialismo e spiritualità.
Ma se le promesse non si concretizzano, si creano degli stati di avvilimento che si traducono in pentimento per la scelta compiuta, e c’ è come reazione immediata il ritorno alla sfera spirituale. Ma direi di più: nella gente è cresciuta la coscienza storica: mentre cerca di immaginarsi il futuro cerca di ricordarsi il passato. Se noi pensiamo al passato, alla nostra storia passata, non possiamo non pensare alla chiesa e alla funzione svolta dalla chiesa nel corso dei secoli», ammise Gorodash.
L’intervista, considerata l’autorevolezza del personaggio, definito all’epoca il “Ratzinger rosso”, fu ripresa da tutti i giornali del mondo. Per la prima volta la massima autorità per “la dottrina dell’ateismo”, denunciava l’esistenza di un problema religioso nelle Russie dei soviet, usando un approccio nuovo.
Due anni dopo (anno 1988) il cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, grande elettore di Wojtyla, sbarcava a Mosca invitato dal Patriarcato che quell’anno celebrava i mille anni della Conversione della Rus’ di Kiev dopo che il principe Vladimir I accettò il battesimo.
Sicuramente in quell’occasione - lo si seppe dopo - si parlò dello Spirito Santo, poiché la fede ortodossa riconoscendo soltanto Dio Padre e Dio Figlio, sostiene che lo Spirito Santo non è altro che è una “derivazione” del Dio Padre. Sottigliezze per noi profani, ma per gli “addetti ai lavori” non di poco conto. Infatti il cardinale non ne discusse con i giornalisti durante la conferenza stampa.
Agostino Casaroli passerà alla Storia come l’uomo del dialogo, l’inventore del “filo sottile dell’ Ostpolitik vaticana”. Per dire di un personaggio improntato a un’efficacia nella discrezione. Completamente all’opposto del Segretario di Stato Tarcisio Bertone il cardinale più potente e controverso che rimarrà in carica fino alla fine del conclave, nonostante gli siano state attribuite grandi responsabilità nei fallimenti, nelle storie di corvi e delle lobby del Vaticano.
E dunque, alla vigilia di un conclave storico, con la comunità ecclesiastica in crisi, divisa tra gli scandali e una cattolicità sempre più multiforme, ecco però che rispunta lo Spirito Santo. Non a caso. Poiché nel Conclave spiega il cardinale Charles Journet, «l’assistenza dello Spirito Santo significa che se anche l’elezione fosse il risultato di una cattiva scelta, si ha la certezza che lo Spirito Santo, che assiste la Chiesa volgendo al bene anche il male, permette che ciò avvenga per fini superiori e misteriosi».
Sicché poco vale scervellarsi con il “toto papa”, e tanto meno approfondire una domanda seria come quella che don Aldo Antonelli si pone: dal conclave uscirà «una Chiesa più attenta a lavare i piedi dell’umanità», oppure «preoccupata di curare le vesti che porta addosso»? Infatti comunque vada la risposta c’è. E’ quella che Journet (Ginevra, 26 gennaio 1891 - Friburgo, 15 aprile 1975) aveva indicato nel suo trattato sulla Chiesa che tanto piacque a Paolo VI da nominarlo cardinale.
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di Alessandro Iacuelli
Una volta occorreva andare alla "Villette" di Parigi, e i più fortunati all'"Exploratorium di San Francisco, quello voluto da Frank Oppenheimer in persona. Erano pochi, infatti, i musei della scienza che fossero "vivi", che fossero degli "science center".
Non musei nel senso classico, con tanti pezzi "antichi" esposti e ben descritti, ma luoghi pieni di apparati funzionanti, che la gente potesse usare, ed osservare con i propri occhi i fenomeni naturali, anche quelli più curiosi, luoghi dove il visitatore potesse sperimentare di persona, divertirsi, e magari imparare un po' di fisica.
C'era Parigi, c'era San Francisco. Poi quel giorno dell'ottobre 1996 comparve Napoli, e quel "via Coroglio, 104" si fece strada tra gli indirizzi più noti. Prima di una città, poi di una regione, poi di una Nazione, poi a livello internazionale.
Chi scrive era lì, a lavorarci e non come visitatore, il giorno dell'inaugurazione, ci è rimasto fisicamente per cinque anni, e con il cuore anche dopo, perché certe esperienze non si dimenticano. Esperienze umane, professionali, di quelle che fanno crescere.
Abbiamo inventato tanto, in quei primi anni, un capitale di idee e progetti che è stato poi raccolto con successo da quelli venuti dopo di noi, che lì non siamo rimasti per sempre. Abbiamo inventato modi di raccontare la scienza divertenti, racconti astronomici che erano spettacoli, performance di tutti i tipi. Con allegria, ma con rigore scientifico.La città apprezzò il nostro lavoro. Ce ne accorgemmo d'estate, quando eravamo aperti di notte, e la gente veniva lì a guardare le stelle chiedendo dove si tenesse "lo spettacolo", non le osservazioni al telescopio. Il mondo della scuola apprezzò e apprezza, le visite al museo, le attività didattiche. La prova di questo apprezzamento a 360 gradi sta nei 350.000 visitatori paganti all'anno, con buona pace per chi dice che la cultura non genera economia e ricchezza.
Un punto di riferimento sulla scena della cultura scientifica italiana e internazionale. Questa era Città della Scienza, la perla del litorale di Coroglio, il ritorno alla vita di uno stabilimento industriale tra i più antichi, risalente alla metà dell'800.
Dopo di noi della "prima generazione", sono arrivati altri preparati almeno quanto noi, se non anche di più, ed hanno migliorato ulteriormente l'importanza culturale di quella via Coroglio 104. Alla fine, dopo 17 anni, Città della Scienza è diventata, grazie ad un lavoro collettivo fatto per passione prima ancora che per soldi (che sono sempre stati pochi), un riferimento ineludibile per chi visita Napoli, un luogo da non perdere. Diciassette lunghi anni di divulgazione scientifica, cancellati in mezza nottata.
Che l'origine fosse dolosa, l'avevamo pensato tutti, in tutta Italia, già dalla prima colonna di fumo. Nessuno si beve la storia del mozzicone acceso, in un lunedì, giorno di chiusura dello science center.
Tuttavia, apprendere dalla relazione dei Vigili del fuoco che si è trattato di sei punti di innesco, quattro con benzina più due con altre sostanze chimiche da analizzare ancora, disposti a cerchio, fa rabbrividire e impaurire: Città della Scienza ha subìto, mentre era indifesa, un attacco militare in grande stile, arrivato dal mare. I nemici della cultura, della scienza, di via Coroglio 104, alla fine sono riusciti a colpire.Perché via Coroglio 104 di nemici ne ha avuti, fin dal primo giorno di apertura. Nemici politici, nemici imprenditoriali, nemici pronti a mettere il bastone tra le ruote alla giovane struttura ancora in sviluppo. Nemici che hanno sempre desiderato una diversa destinazione d'uso per il litorale di Bagnoli e di Coroglio. Già perché da noi in Italia si è ancora convinti che l'unico sviluppo possibile per un territorio sia massacrarlo sotto tonnellate di cemento, sotto immense cubature di edilizia.
Così, c'é chi avrebbe voluto abbattere la vecchia fabbrica dell'800, monumento eccezionale di archeologia industriale, perché reputa migliore per la città fare un nuovo quartiere residenziale di villette per ricchi; chi invece l'avrebbe voluta abbattere perché pensa che Napoli debba competere con Olbia e Golfo Aranci in quanto a ospitalità per yacht per ricchi; chi avrebbe voluto fermare Città della Scienza solo per invidia, politica o imprenditoriale o sociale. Non ci sono riusciti.
Contro Città della Scienza hanno mandato denunce alle Procure, avvisi di garanzia al Presidente, hanno fermato i bonifici dei fondi (il 2001 fu un'annata infernale), il tutto per chiudere Città della Scienza. Non ci sono riusciti. Nel tempo, via Coroglio 104 si è consolidata, è diventata la realtà culturale importante che era fino a due giorni fa. Inutile attaccarla, ora che era diventata forte. Non ci sarebbero riusciti.
La fine di via Coroglio 104 fa piangere la scienza, fa piangere la cultura, ma anche la città, il Paese, anche noi stessi. Ma fa anche arrabbiare. Per questo non ci sarebbero riusciti mai. Per riuscirci, c'era una sola via. Incenerirla.
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di Vincenzo Maddaloni
Un pontificato breve (otto anni), però intenso. E’ questo papa teologo - il primo, il solo - che riesce ad infondere nell’azione diplomatica della Segreteria di Stato vaticana un sapere sottile e consapevole secondo il quale il Medio Oriente - insieme alla guerra contro il terrorismo - diventa il teatro principale della politica mondiale. Per moltissimo tempo la diplomazia della Santa Sede aveva una visione universale con alcuni obiettivi chiaramente identificati, come l’evangelizzazione dell’Africa, il sostegno alla politica degli Stati Uniti in Sud America, per citarne alcuni.
Benedetto XVI volta pagina. Dopo che gli equilibri di tutto il Medio Oriente sono stati modificati dalle scelte compiute dal governo degli Stati Uniti in risposta agli eventi dell’11 settembre 2001. Non mi riferisco soltanto all’intervento militare in Afghanistan, in Iraq e all’appoggio sempre più incondizionato prestato dall’amministrazione Bush e da Obama poi alla politica dei falchi israeliani, ma al fatto che queste iniziative si inquadrano in un disegno molto più ambizioso, che ha l’obiettivo strategico di assicurarsi il controllo incondizionato delle risorse energetiche dell’Eurasia e quindi del mondo.
L’Islam è un tema sul quale, negli anni, Joseph Ratzinger ha scritto poco. Ma è un tema che gli è ben presente, tanto più da quando è divenuto Papa. Nel cinque mesi dopo la sua elezione a pontefice, nel settembre del 2005, a Castelgandolfo Benedetto XVI aveva dedicato proprio all’Islam due giornate di studio, a porte chiuse, assieme a due esperti islamologi e a un gruppo di suoi ex allievi di teologia.
Uno dei presenti, l’islamologo gesuita Samir Khalil Samir, aveva rivelato che il Papa riteneva possibile l’incontro tra Islam e democrazia, ma «a condizione di una radicale reinterpretazione del Corano e della concezione stessa della rivelazione divina». Poiché «un Islam conciliato con la democrazia ne consente l’integrazione; un Islam incapace di distinguere tra Dio e Cesare mantiene i fedeli in uno stato di “alienazione”», secondo il Pontefice. E’ un concetto che riproporrà, ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. Cioè spesso.
Siccome il rischio che dalle minacce si passi a una nuova guerra ogni giorno diventa più concreto, e siccome gli Usa rimangono l’unica, incontrastata, superpotenza globale in termini militari, è in questo scenario che la politica del Vaticano di Benedetto XVI è costretta a confrontarsi soprattutto in Medio Oriente.Infatti, con tenacia tutta tedesca Ratzinger ha continuato a marcare la distanza dagli Stati Uniti, poiché il principio della coabitazione tra cristiani e musulmani, che guida la politica vaticana, mal si concilia con la politica del confronto che ha portato gli Stati Uniti (e, con crescente riluttanza, i loro alleati europei) a misurarsi duramente con l'Iran prima, con la Libia poi con l´Iraq e di nuovo con l’Iran senza dimenticare la Siria. Si tenga a mente poi l’appoggio incondizionato ad Israele che rimane referente privilegiato degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Non si tratta di differenze marginali, bensì di due diverse interpretazioni dei processi socio-politici in svolgimento nei paesi arabi: una che ne privilegia gli elementi di minaccia all’identità e agli interessi economici dell’Occidente; l'altra - quella di Papa Ratzinger - che punta (in una visione di lungo periodo) sui fattori di integrazione, sulla necessità di un equilibrio economico complessivo tra il Nord e il Sud del mondo e sulla possibilità di fare del Mediterraneo il punto di incontro tra le differenti civiltà.
Non di due soltanto, bensì di tre civiltà: l'inserimento pieno della componente ebraica (e della sua organizzazione statale) nell’orizzonte della coabitazione (originariamente concepita tra cristiani e musulmani) è il risultato di un lungo e tormentato processo di riavvicinamento con cui la diplomazia vaticana è riuscita a dare consistenza (entro i limiti che definiscono le relazioni politiche) all’"utopia" ratzingheriana della riconciliazione fra le tre religioni abramitiche.
Accade mentre il crescente risentimento dei musulmani verso gli Stati Uniti e l'Europa, ai quali si imputa di volere mantenere il Medio Oriente in uno stato di inferiorità per poterlo sfruttare economicamente, coinvolge anche con la drammaticità dei fatti di sangue le Chiese cristiane, identificate a torto o a ragione con l'Occidente. E’ questa escalation che il Papa in questi otto anni cerca di stoppare, poiché egli teme che la lotta al terrorismo finisca con l’alterare l'ordine giuridico internazionale sostituendo alla "forza del diritto" il "diritto della forza".
Pertanto le critiche alla teoria dell’attacco preventivo utilizzata per giustificare gli interventi militari statunitensi in Medio Oriente, l'insistenza sul ruolo indispensabile delle Nazioni Unite, la condanna della violazione delle norme di diritto internazionale nel trattamento dei detenuti sospettati di terrorismo, diventano - leggendo i suoi messaggi - le principali manifestazioni di questa preoccupazione.
Si aggiunga poi che la Chiesa di Roma considera pericolosa la dissociazione della repressione del terrorismo dall’azione politica e sociale, poiché essa trascura le ragioni profonde che stanno all’origine delle azioni terroristiche.
Sottolineare esclusivamente il lato criminale del terrorismo senza analizzarne le motivazioni e agire di conseguenza, non basta per dare una soluzione definitiva al problema, soprattutto in situazioni - come quella palestinese - dove il ricorso ad atti terroristici affonda le proprie radici nella frustrazione di genti che non vedono prospettive per il proprio futuro.
Dopotutto l’integralismo islamico non è nato oggi e la disfatta araba del 1967 ne rappresenta uno dei culmini. L’Occidente non ha mai percepito l’intensità di quella umiliazione. Da allora i musulmani hanno la conferma che l’Occidente sarà sempre al fianco di Israele.
Di fronte al fallimento del nazionalismo progressista, del nasserismo, del baathismo, i musulmani militanti, eredi del risveglio arabo, capiscono che la loro ora è venuta e sostengono che « invece di modernizzare l’Islam, bisogna islamizzare la modernità ».
E’ esattamente ciò che sta accadendo e che dimostra che non ci sono guerre da vincere, ci sono invece guerriglie che possono mettere al tappeto eserciti invincibili con i morti che seppelliscono i morti in un inferno senza mai fine.
Sicché non c’è da stupirsi se fin dai primi giorni del suo pontificato Benedetto XVI ha ribadito l’indisponibilità della Chiesa a teologizzare la guerra, facendo intendere che questo rifiuto non andava letto come un imperativo religioso, poiché sotto il No della Chiesa alla teologizzazione (crociata) della guerra, c’è un tessuto robusto e fitto di teologia e di pratica pastorale condivisa di pratica condivisa dall’assemblea mondiale dei vescovi. Così ripeteva il Papa.
E’ un tema che ripropone anche il primo gennaio scorso, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, quando esorta a superare i tecnicismi che affollano la politica: «Il mondo attuale, in particolare quello politico, necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune».Malauguratamente tanto impegno nella presa delle distanze dalle politiche statunitensi e dei suoi alleati europei mal si concilia con quanto accade negli Stati Uniti dal 2001 in poi attorno agli abusi sessuali commessi dal clero cattolico nei confronti di minori. Da allora il sex abuse scandal continua a offrire in maniera impressionante i clichés anticattolici pubblicati nella stampa e nella pamphlettistica razzista ottocentesca, in cui il clero cattolico, conventi e monasteri erano dipinti come luoghi di indicibili perversioni sessuali.
Sebbene i tempi siano cambiati e negli Stati Uniti la chiesa cattolica sia la più grande e la più rilevante socialmente e politicamente, lo scandalo degli abusi sessuali, riletto alla luce della propaganda anticattolica ottocentesca, ha radicato negli americani la certezza che il cattolicesimo sia ancora la sentina di tutte le perversioni. Naturalmente, in questo scenario ogni considerazione di Papa Joseph Ratzinger di fronte a una platea importante come quella americana, si stempera perdendo ogni efficacia.
E’ questa realtà che l’avrà incoraggiato a lasciare il sacro soglio? Oppure è l’ingravescentem aetatem, l’età avanzata? Io me lo ricordo quand’era ancora il prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, cioè dell'ex Sant'Uffizio. Ci incrociavamo ogni mattina a Roma in Borgo Pio, la strada che collega via di Porta Castello e via di Porta Angelica. Lui con la talare nera del semplice prete e senza nessun distinzione cardinalizia si avviava verso il suo ufficio in Vaticano, io verso l’ufficio (di molto più modesto) di capo della redazione romana di Famiglia Cristiana. Mi rispondeva col sorriso al mio cenno di capo di saluto, avanzando silenzioso come una piuma nel vento. Era la primavera del 1994, se non vado errato.
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