di Fabrizio Casari

Ormai si gioca senza interruzioni: dal venerdì al lunedì il campionato, il martedì e mercoledì la Champions e il giovedì l’Europa League. Non se ne può più, si rischia l’overdose. Cominciamo comunque da venerdì scorso. La caduta rovinosa dell’Inter contro la Lazio ha aperto una giornata di campionato che, chiusasi, si è rivelata avara di sorprese e ricca invece di risultati che apparivano scontati alla vigilia. Che il Milan strapazzasse il Brescia e che la Roma non riuscisse a passare contro il Chievo, o che la Fiorentina con il ritrovato Mutu riuscisse a battere il Cagliari e che il Genoa potesse aver ragione del disastrato Bari, erano risultati più che probabili. E la vittoria della Juve sul campo del Catania semplicemente sottolinea il quadro, anche se al Massimino tutti avevano pagato prezzo fino ad oggi.

Desta stupore e polemiche il pareggio della Roma a Verona, ma a ben vedere non si capisce il perché. Il Chievo è una squadra affatto disprezzabile, che ha battuto Inter e Napoli: sul suo campo nessuno si è mai divertito. Le polemiche nell’ambiente romanista hanno riguardato il campo e le scelte di Ranieri. Per quanto riguarda il campo, tutti e 22 ci giocavano e, fino a tutto il primo tempo, la Roma vinceva per due a zero, quindi sarebbe bene non polemizzare. Riguardo alle scelte di Ranieri, non sono poi così incomprensibili: fra tre giorni la Roma dovrà disputare una sfida di Champions League che dovrà vincere a tutti i costi, pena l’esclusione dalla competizione. Affrontare il Cluj con Totti e Borriello riposati è dunque una necessità.

Il rischio che in un campo così mal messo potessero infortunarsi era troppo alto. Una scelta dunque, quella dell’allenatore giallorosso, comprensibilmente prudente: una mancata vittoria con il Chievo ha la possibilità di essere risolta nelle rimanenti partite di campionato, mentre una mancata vittoria con il Cluj significherebbe uscire dal torneo europeo; un’onta e una mancanza di denaro nelle casse del club, che rappresenterebbero una buona parte di fallimento della stagione, dopo la sconfitta in Supercoppa italiana.

Il Milan continua come nelle giornate precedenti: la capolista é Ibrahimovic più dettagli trascurabili. Hai voglia a mettere o no Pirlo, far giocare o no Ronaldinho. Fino a quando lo svedese giocherà bene, i rossoneri saranno in cima alla classifica. Non a caso ha vinto 7 campionati su otto giocati ed é diventato inutile solo dove si gioca al calcio per insegnare e mostrare calcio, cioé al Bracellona. Quando Ibra dovesse avere un calo di forma o un infortunio, il Milan si fermerà.

Nemmeno un inguaribile ottimista avrebbe scommesso sulla vittoria interista all’Olimpico. Il divario d’idee e uomini in campo e soprattutto psicologico tra Inter e Lazio, poteva solo avere l’entità del risultato come variabile, non l’esito della partita. Benitez ha certamente molte scusanti, prima tra tutte gli infortuni. All’Inter mancano sei titolari e il settimo è costretto a lasciare il terreno di gioco dopo mezz’ora. E sono titolari che, nei loro rispettivi ruoli, sono al top dei valori mondiali. Julio Cesar, Maicon, Samuel, Milito ed Eto’o sono i migliori (o tra i migliori) del mondo nei loro rispettivi ruoli. E se poi anche nei sostituti ce ne sono altri quattro in infermeria, cosa fare?

Eppure, le scusanti di Benitez finiscono qui, poi entrano in gioco le colpe. Perché comunque in campo c’erano giocatori complessivamente migliori di quelli della squadra di Reja, solo che assolutamente incapaci di produrre gioco e intensità agonistica sufficiente. E’ perfettamente inutile che l’allenatore spagnolo continui a evocare il passato quando si discute d’infortuni e appagamento psicologico e dimenticarlo invece quando si parla di risultati. Benitez ha in mano l’Inter da cinque mesi e il risultato è penoso.

Errori nella preparazione a parte, quella nerazzurra è una squadra senza idee, senza schemi, senza velocità e senza agonismo (proprio come il suo allenatore) e subisce il ritmo e l’aggressività, il gioco e i gol di qualunque squadra avversaria che sia appena di livello accettabile. Un’indiscrezione racconta della possibile esclusione di Snejider dal pallone d’oro, anzi addirittura dai primi 3 posti. Sarebbe abbastanza vergognoso visto che nemmeno Milito è stato inserito nella speciale classifica. Se vincere tutto non basta, chissà cosa si deve fare o quanto si deve contare per riuscirci..

Non era certo questa la missione dell’allenatore spagnolo, che ora può persino complicare ulteriormente la situazione, giacché anche in caso di vittoria in Champions con il Werder Brema (cosa non facile, vista l’attuale Inter) se il Thottenam batte il Twente l’Inter arriva seconda nel girone, con la certezza di trovare le squadre più blasonate d’Europa. E il Mondiale per club, per i tifosi dell’Inter, che fino a qualche mese fa sembrava dover essere l’ulteriore trionfo della squadra più forte della sua storia, sta pian piano assumendo i contorni di un evento da temere.

La Fiorentina comincia ad accumulare punti e vittorie e tra le mura di casa ormai non perde da diversi turni. Il lavoro di Sinisa Mihajlovic comincia a dare i suoi frutti. Vincono le genovesi: la Sampdoria, alla vigilia del collegio arbitrale su Cassano, trova in Pazzini chi la guida a sbaragliare il Bari e il Genoa ha in Toni e Ranocchia i killer del Lecce. Dopo aver messo paura all’Inter Crespo manda a casa l’Udinese. Il bomber argentino a 35 anni raggiunge quota 150 gol in Italia: non a caso il suo soprannome è “arma letale”. Sembra non volersi far condizionare dalle vicende societarie il Bologna, che vince due a zero il derby regionale con il Cesena. Se la presidenza del Bologna avesse anche solo la metà della serietà professionale di Di vaio, sotto le Torri riterebbe un’aria migliore.

di Fabrizio Casari

Non sono certo mancate le emozioni in questo turno del campionato. La Roma è stata letteralmente affondata dal Palermo e stessa sorte l’ha subìta il Napoli, che è andato a sbattere contro l’Udinese di un Di Natale pazzesco. Risultato straordinario anche per l’Inter di Benitez, che senza Eto’o squalificato e Milito infortunato riscopre la vena di Stankovic e segna cinque gol ad un Parma comunque di buon livello e con un Crespo mai domo. Dall’inizio del torneo è la prima goleada di un’Inter sempre sparagnina in avanti. Il Milan conferma quanto già si è capito: se Ibrahimovic non segna, il Milan non vince.

Molti l’avevano data già per spacciata, fuori dalla corsa per il titolo, ma l’Inter ieri, è stata l’unica tra le grandi a guadagnare punti e ha dimostrato che il campionato è tutt’altro che segnato. Grazie quindi ad uno strepitoso Stankovic, la squadra di Benitez ha ridotto di due punti il distacco dal Milan e ha smosso in maniera decisa la classifica. Dunque, dopo il successo sul Twente, che gli ha permesso il passaggio automatico agli ottavi di Champions, l’Inter sembra aver ripreso la strada del successo anche in campionato, tornando a vincere al Meazza, dove da tempo collezionava risultati negativi.

Non che non abbia ballato, la beneamata, causa incertezze difensive di Materazzi; ma certo che la sua vecchia guardia - Stankovic e Cambiasso - cui si è aggiunta una rete del rientrante Thiago Motta (ottimo scorcio di gara), ha mandato un messaggio chiaro: il rientro di Thiago Motta, Cambiasso e Stankovic propone un centrocampo di ben altra pasta da quello visto nell’ultimo mese e mezzo. Per quanti errori tattici potrà commettere Benitez, il rientro graduale dei titolari infortunati (Julio Cesar, Milito e Maicon) consegnerà ben altra Inter al campionato, certamente in grado di dire la sua fino alla fine per il titolo.

Stupisce invece per le dimensioni la debacle della Roma alla Favorita. Il Palermo ha giocato un’ottima partita, superiore in ogni aspetto a quella della squadra di Ranieri, che ha perso un’ottima occasione per dare uno scossone alla classifica e sparigliare la cordata delle favorite al successo finale. Il Palermo ha atteso la Roma nella prima parte della gara, mentre il secondo tempo è stato un monologo rosanero con la Roma palesemente in bambola. Quello che si è visto sono state due diverse velocità nel gioco e due diversi approcci nell’interpretazione della partita. Ranieri era convinto che la gara contro il Palermo avrebbe declinato con nettezza la nuova fase positiva dei giallorossi, ribadita da uno splendido secondo tempo in Champions. Forse i giallorossi non hanno ancora le gambe e la tenuta atletica per sostenere due impegni importanti ravvicinati.

Non deve stupire invece il pari della Lazio a Roma, contro un Catania che sa come chiudere le fonti offensive del gioco dell’avversario. Ventisette punti in quattordici partite sono comunque un biglietto da visita di assoluto rispetto ma la partita che tra cinque giorni dovrà sostenere contro un Inter con la testa già al Mondiale per club, potrebbe rilanciarla o confermare un rallentamento. D’altra parte, diversamente da quanto fatto dal Catania, scesa in campo per portare via un punto, i nerazzurri verranno a Roma per vincere e la Lazio potrà quindi disputare una partita aperta che dirà qual’è il suo stato di forma.

Il Milan ringrazia, appunto, le cadute di Roma e Napoli e consolida il primato temporaneo in classifica. Ma la squadra di Allegri, che pure ha cercato in ogni modo di aver ragione di una Sampdoria dotata di carattere robusto, non ha dato la sensazione di avere un passo in più rispetto alle altre. Ancora una volta si conferma Ibrahimovic-dipendente, con tutto il bene e il male che ciò comporta. Se Ibrahimovic non segna il Milan è una compagine di buona qualità, ma largamente al di sotto delle ambizioni che un mercato faraonico ed elettorale avevano fatto intendere e, forse, inferiore per qualità complessiva di gioco a squadre che, per ora, lo inseguono.

Marrazzi ha rimproverato i suoi di scarsa tenuta psicologica, accusandoli di “perdere subito la testa”, ma un allenatore dovrebbe servire anche a questo (o soprattutto a questo). Dunque, solito copione: se il Napoli vince è merito di Mazzarri, se perde è colpa della squadra. La Juventus, invece, la testa non la perde e la fortuna nemmeno, visto che pareggia in zona Cesarini con una punizione di Pepe per fallo (dubbio) ai danni di Felipe Melo. Dov’è la novità?

 

di Fabrizio Casari

Il campionato ha ripreso la sua fisionomia classica, com’era inevitabile. Le grandi vincono, mentre le squadre rivelazione, che nelle prime giornate avevano illuso circa una possibile annata anomala e, per questo, entusiasmante, sono tornate nella parte bassa della classifica, rientrando nei ranghi e riproponendo nei numeri consueti il torneo. Dunque un campionato che si annuncia assolutamente normale, con i risultati prevedibili, i favori arbitrali consueti, le classifiche scontate.

Il Milan prova la fuga, ma senza Ibrahimovic e i favori arbitrali sarebbe nella parte bassa della classifica. La Juventus sta procedendo spedita e la vena di Aquilani (che ha liberato Felipe Melo dalla regia, che non gli appartiene, riportandolo a fare il mediano) e Krazic, alzano la qualità di una squadra comunque solida e da battaglia come tutte le squadre di Del Neri. Che ha la fortuna dalla sua: due pali diventati gol contro il Genoa, che ha anch’essa preso due pali divenuti nulla. Si vince anche così.

La Roma è tornata e, con un organico finalmente sazio di possibili ricambi in tutte le zone del campo, rimane una delle favorite per il titolo. Alla Lazio manca solo un goleador da doppia cifra; lo avesse, sarebbe in alto, solitaria. Il Palermo, che gioca forse il calcio più bello, avrebbe invece bisogno di un difensore di razza, giacché Pastore e il ritrovato Miccoli segnano, ma non impediscono di subire gol. Anche il Napoli sembra procedere speditamente, mentre la Fiorentina patisce eccessivamente l’assenza di Jovetic e Gilardino non fa miracoli.

In questo campionato così normale, l’unica eccezione dalla norma, roboante quanto inaspettata, è rappresentata dall’Inter di Benitez, ormai ufficialmente in crisi. La caduta di Verona ha confermato come ogni squadra che giochi contro i nerazzurri di questi tempi riesca a sfoderare un’ottima prestazione. La ricetta è semplice: aggressività fisica e velocità. L’Inter infatti è lenta e molle, arriva in ritardo su ogni pallone conteso e fatica a chiudere gli spazi. Protegge poco e male la difesa che, eccezion fatta per Lucio, di suo non brilla comunque. Infatti i nerazzurri prendono gol evitabilissimi a difesa schierata o a difesa superata in velocità.

Benitez ha molte colpe e alcune attenuanti. L’attenuante maggiore è quella degli infortunati. Su una rosa di 23 giocatori, l’Inter ha undici infortunati, dei quali sei (Julio Cesar, Maicon, Samuel, Chivu, Thiago Motta e Milito) titolari inamovibili. Tra le seconde linee sono infortunati Mariga, Obi, Coutinho e Suazo. Tutti insieme formerebbero una squadra di tutto rispetto e sono, comunque, la rappresentazione evidente di come alla squadra manchino titolari e rincalzi possibili. Nessuna squadra potrebbe risultare competitiva senza sei o sette titolari in campo e a Milan, Juve, Lazio e Roma basterebbe non averne due o tre per entrare in crisi.

La società, che conferma la fiducia nell’allenatore spagnolo (almeno per il momento) ha gravi responsabilità nella gestione della campagna acquisti: tenere ad ogni costo giocatori che avevano voglia di andarsene (Maicon e Milito su tutti) e lasciar partire Balotelli, non vendere pezzi inutili (Pandev) e acquistare altri giocatori non da Inter (Biabiany e Coutinho) non ha certo aiutato Benitez, che aveva chiesto due rinforzi e non li ha ottenuti.

Ma Benitez, da parte sua, ha dimostrato di non capire cosa fare, programmando una preparazione sbagliata e faticosa, per una squadra che oltre al Triplete - da cui era uscita stanchissima - aveva sul groppone i mondiali e rientrava in campo in anticipo per disputare la Supercoppa italiana ed europea. Oggi definisce i giocatori “spremuti”: e non poteva accorgersene prima? E non poteva evitare di sottoporli ad una preparazione pesante ed inutile, visti i risultati?

Il lavoro in palestra sulla muscolatura è stato un errore gravissimo: prova ne sia che 9 giocatori degli attuali ospiti dell’infermeria, più Cambiasso e Stankovic appena rientrati, si sono infortunati nello stesso punto, il bicipite femorale. Coincidenze? L’allenatore spagnolo farebbe bene ad assumersi le sue responsabilità e ad ammettere l’errore nella preparazione, invece che tentare di scaricare la colpa sulla passata stagione, anche perché se avesse lo stesso ruolino di marcia nessuno lo accuserebbe di nulla. E anche perché Obi e Coutinho l’anno scorso non giocavano con Mou.

Dulcis in fundo, Benitez non ha molte idee su come schierare la squadra, ma le poche che ha sono sbagliate. Chiedere ad una difesa di trentenni ed oltre, fortissimi ma poco portati alla velocità (se si eccettua Cordoba, non titolare però) di giocare alta, significa assumere un rischio notevole di subire ripartenze avversarie. E se s’insiste nel proporre un gioco fatto di passaggi brevi e laterali, oltre a togliere profondità all’attacco si aumentano i rischi proprio delle interdizioni e delle ripartenze avversarie con la squadra sbilanciata in avanti.

L’idea di giocare nella metà campo avversaria con una squadra alta, senza ali e con una velocità ridotta, è davvero ingenua. Ma soprattutto l’Inter, quando entra in possesso della palla, non sa cosa farci. Nessun movimento degli attaccanti a dettare il passaggio e, quindi, nessun gioco di prima, nessuna incisività offensiva. Non era per questo che Benitez è arrivato all’Inter, non sarà con questi risultati che continuerà ad occuparne la panchina. La sfida di Champions con il Twente rischia così di divenire la prova d’appello.

di Fabrizio Casari

L’Inter non è più quella dello scorso anno e il Milan nemmeno. La vittoria del Milan, con il solito rigore di Ibrahimovic, interrompe al numero 46 la fila di partite che l’Inter non perdeva a San Siro e riporta i rossoneri al comando della classifica. Le due milanesi, che negli ultimi quattro anni avevano dato luogo ad un film del campionato che vedeva i nerazzurri davanti a vincere e i rossoneri dietro a perdere, quest’anno sembrano aver invertito vittorie e, forse, destini.

Il Milan, come sempre, gode di una certa accondiscendenza arbitrale; solo l’affetto di Trefoloni, infatti, consente a Gattuso di rimanere in campo con solo un giallo dopo 5 falli consecutivi, di cui due su Eto’o che andava verso la porta. A nessuno sarebbe stato permesso, a Gattuso sì. Ma il Milan ha meritato di vincere; è stato più attento in difesa e più pericoloso in attacco, più rapido e ordinato a centrocampo. Anche quando è rimasto in dieci ha controllato la partita senza particolari affanni.

L’Inter è in crisi piena di gioco. Sebbene abbia mostrato progressi sul piano fisico-atletico, è proprio l’assenza di schemi e sincronismi che ingabbia il gioco dei nerazzurri in uno sterile susseguirsi di appoggi laterali. E’ lenta, totalmente priva di fantasia, non cerca mai di velocizzare il gioco e le fasce non sa nemmeno dove si trovino. Se questo era il modo con cui Benitez pensava di migliorare il gioco dei Campioni d’Europa, era meglio tenere lo spagnolo lontano da Milano. Aver perso il primato in classifica, la Supercoppa europea, l’imbattibilità del suo campo e aver cacciato uno straordinario dirigente come Oriali, è per ora il triste bilancio di una società che pare essere lei, più che i giocatori, orfana di Mourinho.

E ovviamente non poteva mancare un infortunio muscolare, non sarebbe l’Inter di quest’anno. Stavolta è toccato a Obi e sempre al bicipite femorale. E’ il 18esimo consecutivo. Speriamo che Benitez non dia anche a questo la colpa del mondiale e del Triplete. Ma parlare chiaro al tecnico spagnolo, che ha cambiato tre volte l’assetto della squadra senza mai capire molto cosa fare, è ormai questione che non può essere più rinviata. Il Mondiale per club è alle porte e l’Inter rischia di perdere anche quello.

Quello tra Juventus e Roma è stato un pareggio che rispecchia più i limiti che non la forza delle due squadre. Che si temevano e si sono controllate, fino a quando ci sono riuscite. Poi la Juve ha provato a vincere, ma la Roma ha controllato bene la partita dopo aver acciuffato il pareggio. L’aspetto fastidioso di una partita comunque non spettacolare - e a tratti piuttosto nervosa - è che l’arbitraggio è riuscito a condizionare il risultato. Ma non nel senso che ha denunciato la Juventus, che ha accusato Rizzoli di scarso “rispetto” (Marotta docet) per aver concesso un rigore alla Roma (realizzato da Totti) per un colpo di gomito di Pepe che ha impedito alla punizione dello stesso Totti di prendere la via dello specchio della porta juventina.

Il rigore fischiato alla Roma era sacrosanto e, semmai, ne manca un altro, per fallo di Chiellini su Mexes. Marotta, riferendosi probabilmente al rigore risparmiato al Milan contro il Palermo la settimana scorsa (ancora più netto di quello di Torino, va detto) ha ritenuto che un regalo al Milan doveva essere compensato da uno alla Juve. Così era uso, infatti, ai tempi di Calciopoli: una cosa a Moggi e un’altra a Galliani. Nostalgia dei tempi andati, probabilmente. Non a caso in settimana la società della famiglia Agnelli ha ritenuto di dover ritirare le querele contro il duo monnezza (Moggi e Giraudo) e ha colto l’occasione per far dire al suo ultimo rampollo quanto stimi Lucianone, nonostante qualche incidente di famiglia. Ma per quanto riguarda il campo, Marotta e Del Neri si ritengano fortunati: la Roma, di rigori, poteva averne due. Si consolino dunque con lo splendido gol di Iaquinta.

A proposito di professionisti del lamento, non poteva mancare Mazzarri, che accusa Zarate di aver toccato con un braccio il pallone, in occasione del gol laziale. Mazzarri dimentica che, tre giorni prima, il suo Napoli ha preso i tre punti con un gol viziato da un fallo e con un’estensione del recupero arbitrale oltre quanto annunciato. Se non si vince in campo è inutile tentare di vincere davanti alle telecamere. Se un giorno Mazzarri riuscirò a vincere qualcosa forse comincerà a tacere: dunque, temiamo, lo sentiremo ancora a lungo.

L’Udinese strapazza il Lecce, il Genoa passa a Cagliari, il Bologna batte il Brescia e la Fiorentina batte il Cesena. Per il Palermo ci pensa Pastore, che manda il Catania al pascolo. Con una tripletta straordinaria il fuoriclasse argentino ha risolto il derby regionale siculo. Delio Rossi ha dichiarato: “Dio ha dato il talento a Pastore e i grandi giocatori si vedono nelle partite importanti”. A fine partita Pastore, commentando le voci di mercato che lo riguardano, ha detto che il prossimo anno giocherà a Palermo. Davvero servirà dio o una grande banca perché ciò accada davvero.

La Lazio ha dato invece un segnale di ripresa importante e l’esito della partita non è mai stato in discussione. Zarate e Floccari vanno in gol per la gioia dei tifosi e per far tacere un allenatore che solo sul campione argentino sembra voler concentrare ogni sua critica. Sarebbe meglio lasciarlo giocare come sa.

 

di Fabrizio Casari

La Lazio non comanda più la classifica. Un missile terra-aria di Parola a pochi minuti dalla fine riporta l’aquila sul trespolo. Le scorie del derby non sono state ancora smaltite, evidentemente. Il Milan di Allegri, sospinto da arbitraggi al limite dell’indecenza, mette la freccia e vola in testa e il Napoli, che vince all’ultimo minuto di recupero sul campo del Cagliari con un contropiede pazzesco di Cavani e Lavezzi, si trova al terzo posto. Il rischio, ora, è che ci toccherà sentire vanesio Mazzarri in tutte le salse su tutte le reti.

Le inseguitrici - Inter e Juve - non vanno oltre un pareggio. Delle candidate a vincere mantengono quindi le previsioni solo Milan e Roma: la prima grazie all’arbitro, la seconda a se stessa. La Lazio quindi avverte i suoi tifosi: la festa è finita, ora ci toccherà sudarci tutto. La Roma, d’altro canto, avverte tutti: la vittoria nel derby è stato l’inizio della ripresa e appare all’orizzonte la zona Champions League..

Ne fa le spese la Fiorentina che lascia la pelle all’Olimpico. Un’ottima partita quella dei giallorossi, che rispetto alle prime cinque giornate dimostrano di voler provare a insediarsi stabilmente nei posti alti della classifica. I giallorossi, pure alle prese con qualche problema di assetto, sembrano aver trovato un buon livello di serenità e, soprattutto, hanno ricominciato a correre.

Già, correre. Cosa che non può certo dirsi dell’Inter che è, semplicemente, irriconoscibile. Il ritmo è quello di una partita di beneficienza e alcuni dei suoi giocatori - Pandev, Coutinho e Biabiany non sono all’altezza delle ambizioni di un club come quello nerazzurro. Se poi si aggiungono giocatori visibilmente fuori forma e svogliati, come Chivu, allora davvero tutto si fa più difficile.

Se l’Inter non perde è grazie ad una magia di Eto’o che mette Milito a pochi centimetri dalla porta. Se non vince è per colpa di Pandev che si divora un gol che avrebbe segnato anche un bambino. Il gioco non esiste: passaggi di pochi metri in orizzontale, nessuna profondità o verticalizzazione, meno che mai sovrapposizioni o inserimenti offensivi. Se non è colpa di Benitez sarà colpa delle stelle. Il derby che arriva, però, rischia di essere la prova decisiva per l’allenatore spagnolo che ha trasmesso la sua flemma a tutta la squadra.

La Juventus, prima in vantaggio con il solito Quagliarella, viene raggiunta da un gol bellissimo di Diamanti e ottiene quindi un punto che non cambia in alcun modo la sua classifica. Per soffrire ha sofferto, va detto; il primo tempo è stato di chiaro segno bresciano. Colpita duramente dagli infortuni, la squadra di Del Neri mostra comunque una buona condizione fisica e, in attesa dei rientri dei suoi giocatori infortunati, si accontenta di non perdere contatto con la zona alta della classifica.

Il Genoa di Ballardini, appena subentrato a Gasperini, batte il Bologna. Sorride anche il Catania, che ritrova la vittoria contro l’Udinese e il gol per Maxi Lopez. Pari in bianco a Verona tra Chievo e Bari. Domani si chiude con Sampdoria-Parma, i ducali al momento sono ultimi da soli con otto punti. Peggio di come stanno non potranno stare.

 

 


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