di Fabrizio Casari

L’Inter torna a recitare il ruolo dell’Inter e batte 3 a 1 il Napoli. La classifica vede dunque ridurre alcune delle distanze tra le grandi e, in attesa delle due partite da recuperare, la squadra di Leonardo sembra voler annunciare un suo ritorno da protagonista nel campionato. Il Milan, che ha rischiato di perdere, ha vinto per il rotto della cuffia ad un paio di minuti dalla fine, mantiene inalterato il suo vantaggio in classifica e si laurea campione d’inverno.

La Roma si porta avanti in classifica e scavalca la Juventus battendo il Catania per 4 a 2, ma due dei gol dei giallorossi sono un gentile regalo della Befana della terna arbitrale: sul gol del 2 a 2 di Borriello il cross di Riise viene effettuato con la palla già oltre la linea di fondo e il 3 a 2 vede il suo autore - Vucinic - in fuorigioco.

Per quanto riguarda l’Inter, se qualcuno non aveva ancora chiara la decisione di Moratti di lasciar andare Benitez, dovrebbe vedere il film della partita. Niente più passaggi laterali corti all’infinito, niente più una sola punta al centro dell’attacco. La squadra di Leonardo gioca il pallone spesso di prima e raramente all’indietro, per saltare il primo pressing e affondare verso il centro. Verticalizzazioni, pressing, controllo palla e grande dominio del centrocampo: l’Inter di Leonardo è decisamente altra cosa da quella di Benitez.

L’allenatore brasiliano è tornato a San Siro, ma con una maglia diversa e la tifoseria dell’Inter l’ha accolto festante. Idem per i giocatori, che diversamente da quanto accadeva con Benitez, si sono prodigati in abbracci plateali al nuovo allenatore in occasione dei gol. A dire il vero il clima di festa c’era già prima della gara, perché prima dell’inizio della partita il club nerazzurro ha esposto per tutti i suoi tifosi le cinque coppe vinte nel corso del 2010. La vittoria contro il Napoli ha quindi degnamente coronato la serata. Leonardo per primo, nel dopo partita, ha detto che “questa Inter è la più forte di tutti i tempi”. Chissà se Benitez avrà sentito..

Il rientro di molti dei titolari ha ovviamente cambiato la squadra, ma anche contro il Napoli mancavano tre giocatori come Eto’o (squalificato), Sneijder e Julio Cesar infortunati, oltre a Samuel. L’Inter però ha tirato fuori l’anima, la corsa, la tenacia, affrontando un Napoli che ha disputato - a dispetto del punteggio - una buona partita con la calma tipica alla quale aveva abituato l’Inter di Mourinho. Quello che si è visto è un’Inter con voglia di giocare al calcio e fiducia nei propri mezzi, proprio le due componenti che con Benitez erano state messe fuorilegge.

Il Napoli occupa comunque la terza posizione in classifica, semmai è Mazzarri che non mantiene la calma e il senso delle proporzioni nelle sue esternazioni verbose. Nelle ore che hanno preceduto il match del Meazza il tarantolato allenatore del Napoli si era sentito Mourinho, parlando di “nemici”. Peccato però, che Mourinho i nemici li nominava nelle conferenze stampa prima e li sconfiggeva sul campo poi, mentre Mazzarri non ci riesce. Eppure il suo Napoli gioca un grande calcio e il progetto tecnico è di notevole spessore. Il Napoli è terzo in classifica pur disponendo solo di un grande attacco e un buon centrocampo, ma con una difesa su cui il presidente De Laurentis dovrebbe investire denari, non chiacchiere. Dunque conviene che Mazzarri continui a fare il suo lavoro eccellente e De Laurentis pensi a rinforzare gli azzurri.

La Lazio gioca con il freno a mano e il Genoa la blocca sul pari. E’ seconda in classifica grazie alla sconfitta patita dal Napoli. Il Palermo stende la Sampdoria con un 3 a 0 che non lascia dubbi circa i diversi valori in campo, mentre tra Fiorentina e Bologna finisce in parità. Ma se il Bologna deve ancora venire fuori del tutto dalle difficoltà in cui versano società e squadra, la Fiorentina davvero non aveva bisogno dell’ultima grana con Mutu. L’Udinese batte 2 a 0 il Chievo con gol di Sanchez e Di Natale, il Cesena affonda il Brescia e il Bari vince il derby regionale con il Lecce grazie ad un gol del neo arrivato Okaka.

Il crollo di questo turno è quello della Juventus, che perde 4 a 1 con il Parma e in inferiorità numerica causa solita follia di Felipe Melo, perde anche Quagliarella per un infortunio grave che lo terrà lontano dai campi per almeno un paio di mesi. La squadra di Del Neri dovrà per forza tornare sul mercato, anche se sostituire Quagliarella non sarà semplice. Sembra sia Toni il possibile arrivo; non una grande idea, ma per segnare qualche gol in più di Amauri andrebbe benissimo anche la controfigura del giocatore del Genoa. Se Andrea Agnelli smetterà di fare la voce grossa sui giornali di famiglia per lasciare spazio alla progettazione di acquisti di livello, i risultati miglioreranno. La Juventus, al momento, non appare in grado d’insidiare né il Milan, né la Roma, né la Lazio né il Napoli.

 

di Fabrizio Casari

La vittoria della Roma contro il Milan a Milano e quella del Napoli in casa contro il Lecce, cui si aggiunge la vittoria casalinga della Lazio contro un’Udinese mai doma e castigata solo da un autogol nel finale di partita, agitano sufficientemente la classifica. Solo la Juventus non coglie l’occasione per accorciare le distanze dalla vetta, facendosi fermare sul pari da un Chievo gagliardo.

Stessa sorte per il Palermo, fermato sul pareggio a casa del Bari. Ora Napoli e Lazio sono a tre punti dalla capolista e a tracciare il perimetro di un campionato tutt’altro che chiuso si osserva che in cinque punti si trovano quattro squadre. Il girone di ritorno sarà dunque quello nel quale dovranno arrivare conferme, sorprese e verdetti, dal momento che quello d’andata ha solo sussurrato probabilità. De Laurentiis e Mazzarri sono euforici ma il torneo é lungo. Però se Cavani continua a giocare come nel girone d'andata, con i partenopei dovranno farci i conti tutti.

Il derby tra Genoa e Sampdoria è stato rinviato causa impraticabilità del campo. Marassi sembrava un tappeto di neve. Magari la ripresa vedrà un tempo più clemente. Si tornerà in campo il 6 Gennaio e le vacanze natalizie serviranno alle società per ottimizzare le rose, ai giocatori per riposarsi e ai tifosi per ritemprarsi. E in attesa del recupero delle due partite dell’Inter, assente causa Mondiali ad Abu Dhabi e comunque a 13 punti dal Milan, la testa della classifica non appare quindi più così solida: Ibramilan stavolta non basta e i rossoneri si fermano.

L’ormai consueta incombenza della zona Cesarini (che ha cambiato due risultati, consegnando due punti in più alla Lazio e al Napoli e togliendone due alla Juve (oltre che all’Udinese e al Lecce) sembra voler assegnare uno scudetto alla pervicacia e alla fortuna. La vittoria della Roma a Milano conferma quanto il Meazza sia uno stadio tradizionalmente favorevole ai giallorossi e conferma anche quanto già affermato: il Milan è Ibrahimovic e poco più.

Se lo svedesone chiacchierone si ferma, se si mangia un paio di gol o se, semplicemente, trova la giornata storta, la squadra di Allegri diventa immediatamente una squadra di medio livello. Triste serata per Ibra che perde e vede vincere la squadra che aveva lasciato per vincere tutto; la quale, invece, tutto ha vinto proprio da quando lui è andato via. E triste anche la serata dei tifosi rossoneri: perdore in casa mentre l’Inter diventa campione del mondo per club somiglia ad uno dei peggiori incubi mai temuti.

La Roma, invece, pur in credito con la fortuna e con una difesa che davvero dovrebbe essere registrata nei movimenti, trova la vittoria grazie al gol dell’ex, quel Borriello che è stato ritenuto inutile dagli strateghi di Milanello e che invece si dimostra fondamentale nei successi della squadra di Ranieri.

Per i giallorossi si è trattato della prima vittoria in trasferta di questo campionato (solo il derby era formalmente una trasferta); comunque, pur con 4 punti in meno dello scorso anno, i giallorossi hanno sconfitto alcune pretendenti allo scudetto - Milan, Inter, Lazio - e pareggiato a Torino con la Juve. Ma si deve far notare anche come la Roma sia stata, nel corso dell’anno solare, la squadra che ha ottenuto il maggior numero di punti.

Il Catania batte il Brescia, ormai altra squadra da quella delle prime giornate, mentre il Cesena espugna Cagliari e tra Parma e Bologna non si è andati oltre un pareggio. La coda della classifica vede anch’essa quattro squadre in cinque punti: Bari, Lecce, Cesena e Brescia. Il girone di ritorno sarà, per tre di esse, una sentenza senz’appello.

 

di Fabrizio Casari

Campioni d’Italia, d’Europa e del mondo. Come se vincere tutto in Italia e la Champions in Europa non fosse stato abbastanza, quarantacinque anni dopo il trionfo del 1965, l’Inter si regala anche il tetto del mondo. Lo fa battendo i coreani in semifinale e gli africani in finale, con identico punteggio: 3 a 0. La trasferta di Abu Dhabi si rivela la ciliegina sulla torta: il 2010 è diventato l’anno della squadra di Massimo Moratti, che ha raccolto ben cinque trofei su sei disponibili nell’anno solare.

Dulcis in fundo, l’Inter ha vinto anche il premio FIFA World Player (di solito difficilmente assegnato ai vincitori) e Samuel Eto’o ha vinto il premio di miglior calciatore del torneo. Un altro piccolo Triplete, insomma. E nel Guinnes entra anche Esteban Cambiasso: da ieri è il giocatore argentino che ha vinto più trofei (22) superando persino il grande Alfredo di Stefano.

Adesso i detrattori e gli antipatizzanti mediatici annidati tra le vedovelle di Luciano Moggi, spiegheranno in ogni salsa che il torneo FIFA ha avuto una qualità scarsa, che il Membete non era avversario degno come lo sarebbero stati i brasiliani (che però proprio dalla squadra africana sono stati eliminati in semifinale). Ma sono chiacchiere da Bar sport, riedizioni calcistiche della favola di Fedro sulla volpe e l’uva.

E a sottolineare come ad essere con il naso all’insù nell’arte poco nobile dell’invidia nascosta dal disinteresse ci siano soprattutto quelli che, carichi d’invidia, avrebbero pagato qualunque cifra per esserci, sarebbe bene ammettere che, quali che siano gli avversari - che non ha certo scelto l’Inter - per vincere questa finale bisogna arrivarci e che il cammino nerazzurro non è certo robina da tutti i giorni.

Bisogna infatti vincere prima la Champions League e, vincerla nel modo in cui l’ha vinta l’Inter, ha rappresentato una manifestazione di forza cui è difficile replicare. I nerazzurri, infatti, hanno battuto le squadre che avevano vinto i loro rispettivi campionati: dal Rubin Kazan al Chelsea, dal Barcellona al Bayern Monaco. In un solo torneo, ha messo al tappeto i campioni di Russia, d’Inghilterra, di Spagna e di Germania; appare dunque capzioso dire ora che la squadra in finale di Coppa del Mondo era africana.

La partita non ha avuto storia, come del resto non l’aveva avuta la semifinale contro i sudcoreani. L’Inter, recuperati i suoi giocatori vittime della più incredibile catena d’infortuni del calcio italiano, ha giocato da Inter. Difesa solida, controllo della partita a centrocampo, pressing alto e ripartenze, finalizzazioni micidiali. Stankovic, Zanetti, Milito, Eto’o (dodicesimo gol in una finale), Pandev e Biabiany hanno messo la firma sui gol, ma il gioco visto in campo era il gioco dell’Inter del Triplete.

Benitez, che ha inspiegabilmente tenuto fuori Stankovic per buona parte della partita (il giocatore serbo era furioso prima e triste poi) e se il match non avesse subito preso la piega migliore le polemiche non sarebbero mancate, visto che Dejan Stankovic era certamente tra i più in forma. E siccome l’Inter è sempre l’Inter, è inevitabile che nei momenti dove dovrebbe trovare posto solo la gioia, s’inneschino polemiche sbagliate per la scelta del testo e del contesto.

Se a Madrid, dopo la vittoria in Champions, Milito aveva avuto la pessima idea di mettere in discussione la sua permanenza all’Inter, ad alzarle questa volta è Benitez, che dopo essersi sentito sulla graticola (se non avesse vinto il torneo avrebbe preso un'altra direzione da Milano) ha deciso di lanciare ultimatum fuori luogo. Con le bollicine dello champagne che ancora frizzavano, nella conferenza stampa post-partita ha infatti minacciato di lasciare l’Inter "se a Gennaio non arriveranno quattro rinforzi".

Forse era nervoso perché l'Inter ha giocato le due partite in Arabia Saudita con lo schema con il quale giocava con Mourinho. Niente difesa alta, ma chisura e ripartenze rapide, pressing alto e verticalizzazione rapida. L'Inter, insomma, ha lasciato le teorie di Benitez nella panchina ed ha giocato come ha sempre giocato quando ha dovuto vincere.

E forse Benitez era nervoso anche per le parole di Mourinho, che si era detto pronto a vedere la partita dell’Inter (“la mia squadra”) con la maglietta nerazzurra addosso e che aveva chiesto con forza di vincere, dopo un cammino durato 57 partite. O forse lo era per aver visto Moratti parlare con Capello ad Abu Dhabi. Ma davvero l’allenatore spagnolo poteva scegliere un altro momento.

Ma lasciando da parte per un attimo l’opportunità di sporcare una vittoria straordinaria con una polemica, proviamo ad entrare nel merito. Giocatori da Inter, sul mercato, non ce ne sono. I due acquisti che proponeva Benitez l’estate scorsa costavano cifre di molto superiori al loro valore e uno di questi è stabilmente riserva nella sua squadra. Ad ogni modo acquistare fuoriclasse in giro per il mondo prevede una forte disponibilità di denaro, una trattativa in corso ed un allenatore che non gridi il suo interesse per l’operazione che, a questo punto, diventa solo più onerosa e complessa.

Benitez sapeva che l’Inter avrebbe acquistato giocatori importanti solo davanti ad occasioni di mercato; il fair play finanziario e la consapevolezza di un mercato stretto non consentivano esborsi che sarebbero risultati inutili. Poteva benissimo, stando così le cose, non accettare di venire a guidare i campioni d’Europa.

Forse Moratti è eccessivamente ottimista quando dice che la squadra non ha bisogno di rinforzi, ma il rientro dei titolari infortunati ha prodotto due vittorie con sei gol fatti in tre partite e nessuno subito. Se i metodi d’allenamento di Benitez, che hanno falcidiato i bicipiti femorali di tutta l’Inter (ultimo Snejider al Mondiale), non fossero stati prima applicati e poi reiterati e difesi ad onta di ogni logica, proprio la squadra avrebbe dato una risposta diversa. Non a caso, nelle ultime settimane nessun giocatore forzava fisicamente, proprio nel timore di giocarsi il Mondiale di Abu Dhabi.

Non solo: Benitez, in un impeto di superbia, ha anche chiesto “pieni poteri” e “gestione totale” della squadra, affermando che, in caso contrario, l’Inter dovrà parlare con il suo agente. Francamente, il mister spagnolo deve aver visto il suo lavoro all’Inter con le lenti deformate del suo ego.

La squadra in mano sua ha perso la Supercoppa europea ed è a tredici punti di distanza dalla capolista in campionato. In campo ha mostrato scarsa tenuta atletica, scarsissima concentrazione e zero grinta. Ad essere precisi, non è Benitez ad aver fatto vincere l’Inter, semmai il contrario. Quelle di Benitez sembrano dunque parole destinate ad una lettera di dimissioni, non ad un rilancio della squadra. Come pensa possa andare a finire dando ultimatum al Presidente e ai giocatori?

E’ probabile quindi che Moratti incaricherà Branca di liberarsi del problema. Sono diverse le opzioni che sono a disposizione per la panchina dell’Inter. Per venire ad allenare i campioni d’Italia, d’Europa e del Mondo, c’è la fila e non serve un fenomeno. L’unico che c’è, Mourinho, provvisoriamente allena altrove.

 

di Fabrizio Casari

La vittoria in zona Cesarini della Juventus sulla Lazio porta i bianconeri a meno sei dal Milan capolista e assegna alla squadra di Del Neri il ruolo dell’anti-Milan. Provvisorio o definitivo è presto per dirlo, ma i bianconeri, dopo una bella partita nel primo tempo e noiosa nella ripresa, raccolgono ora, con il gol di Krazic al 94°, un testimone che vale ben di più che i tre punti.

Il pareggio sarebbe stato il risultato più giusto tra due squadre che sono sembrate di uguale valore, Gli uomini di Reja pensavano già di aver portato via un buon punto da Torino e forse la mezza papera di Muslera è anche figlia di una scarsa concentrazione, mentre il gol del serbo juventino lo è certamente della fortuna. Ma tant’é. Roma, Napoli e Milan e ora Juventus sono le squadre che hanno guadagnato le vittorie a tempo ormai scaduto, confermando quanto sosteneva il vecchio Boskov: “Partita finisce quando arbitro fischia”.

Un pacchetto di mischia, quello alle spalle della squadra di Allegri, che dimostra un qualche segno d’incertezza in un campionato che più scontato non si poteva immaginare e che, domenica dopo domenica, prosegue senza scossoni e senza particolari emozioni. La classifica, quindi, è quanto di più simile alle proiezioni e ai pronostici che si potevano ipotizzare.

Il Milan, vittorioso contro il Bologna, si trova in vetta con 36 punti, seguono Juventus Lazio e Napoli con 30, il Palermo e la Roma con 26 punti. Poi segue l’intendenza: L’Inter, la Sampdoria e l’Udinese ne hanno 23, il Genoa 21, il Cagliari 20 come il Chievo, la Fiorentina e il Bologna 19, Catania e Parma 18, Brescia e Lecce 15, Cesena 12, Bari 10. L'Inter, impegnata al Mondiale per club, non ha giocato col Cesena. Il match a San Siro sarà recuperato il 19 gennaio 2011. Ma non avrebbe avuto comunque la possibilità di modificare il disegno della parte alta della classifica.

Il Milan travolge il Bologna al Dall’Ara con i gol di Boateng. Robinho e Ibrahimovic e l’errore dal dischetto di Di Vaio certo non aiuta i rossoblu, già di per sé stessi inguaiati dal default finanziario della proprietà. L’attaccante svedese mette il piedone in tutte le azioni da gol e viene confermato il teorema solito: più che Milan è Ibramilan.

Vero è che Ibra da diversi anni, prima con l’Inter, ora con il Milan, ha sempre trascinato alla vittoria in campionato le sue squadre. Solo lo scorso anno, con il Barcellona, l’importante del bomber dalle mille maglie e dagli amori eterni che durano poco, non ha avuto un ruolo importante: nel Barca, infatti, nessuno ha pensato di costruire il gioco per fare segnare lui e lo stesso suo tasso tecnico, pur rilevantissimo, non era certo il maggiore: Messi, Xavi e Iniesta sono decisamente di un'altro pianeta. Ma in Italia è diverso:Ibrahimovic è decisivo e averlo o no fa la differenza tra vincere il campionato o no.

Dunque il Milan - almeno in questo periodo - non pare possa essere superato. Si tratterà solo di vedere quanto durerà il periodo. E, a proposito di periodi, anche quello della Roma sembra volgere in positivo, persino oltre i meriti dei giallorossi. Perché Ranieri avrà anche la pazienza in riserva quando chiede ai media maggior rispetto per la Roma, ma sarebbe importante ricordare che i media ingigantiscono spesso, colorano sempre, ma inventano raramente.

Se lo spogliatoio della Roma appare nervoso, inutile dare la colpa a chi lo racconta; meglio sarebbe punire chi non controlla i nervi. Sul campo, dove invece andrebbe canalizzata l’energia accumulata, alla Roma manca sempre la capacità di affondare il colpo definitivo e supera il Bari, ultimo in classifica e ampiamente rimaneggiato, solo grazie ad un gol in fuorigioco di Juan. Certo, la decisione di annullare il gol di Borriello per un presunto fallo di mano appare discutibile, ma anche quella di lasciare in campo Brighi (che andava espulso) risulta penalizzante per il Bari.

Annotazione di fine serata. Dopo il Bologna, anche il Catanzaro (in C2) si trova sull’orlo dell’abisso finanziario. I giocatori non percepiscono lo stipendio da mesi (e non è certo lo stipendio dei loro colleghi di serie A). Diritti televisivi, sponsor, finanziamenti vari, non riescono nemmeno – o soprattutto - a smentire la più provata delle verità: dirsi imprenditori e saper intraprendere sono ormai aspetti dicotomici. Se non c’è Pantalone, pagano quelli con i pantaloncini.

di Fabrizio Casari

C’era una volta il pallone d’oro. Organizzato dalla rivista francese France Football e assegnato da una giuria di giornalisti sportivi, era destinato a premiare i calciatori migliori europei ovunque giocassero. Tra questi, il premio andava a chi, nell’anno in corso, si era distinto per importanti vittorie o prestazioni decisive ai fini delle stesse. Un trofeo prestigioso per chi lo vinceva, certo, ma anche per chi veniva a trovarsi sul podio dei primi tre. Persino chi, pur non riuscendo ad arrivare alla vetta, era comunque tra i 23 nominati nella platea dei concorrenti, trovava motivo non banale di soddisfazione.

Intendiamoci, non sempre tutto filava liscio, dal momento che notori bidoni si erano trasformati in stelle di prima grandezza grazie a qualche voto di qualche compiacente giornalista-giurato che, preferiamo pensare disinteressatamente, capiva poco di calcio ma molto di nazionalità. D’altra parte, a ben vedere, anche i meno dotati sul campo dispongono di qualcuno capace in area manageriale e comunicativa; di quelli insomma che sanno fare il loro mestiere, che capiscono perfettamente come si costruiscono carriere, ingaggi e percentuali sui cartellini dei giocatori.

Ora la giuria del premio, che verrà consegnato a Zurigo il prossimo 10 Dicembre, è stata allargata alla FIFA, la bizzarra organizzazione del calcio internazionale gestita da malaffare e incompetenza e, per questo, diretta dall’uomo giusto al posto giusto: Blatter. Ma ad ogni modo, pur inquinato dalla cricca di Blatter, il premio avrebbe dovuto mantenere il presupposto iniziale, cioè le vittorie - per numero e importanza - e il ruolo giocato dai premiati nel favorirle.

Ma leggendo la lista dei premiati dell’edizione di quest’anno, così come anticipata dalla Gazzetta dello sport, si scopre che qualcosa non quadra. Se l'indiscrezione del giornale sportivo venisse confermata (e la Gazza difficilmente sbaglia su questo) sarebbe davvero un assurdo. Come tutte le cose che tocca Blatter, un classico esempio di re Mida alla rovescia, perdono di ogni credibilità. Il Pallone d’oro del 2010 sembra essere infatti, in barba a quanto successo, una competizione spagnola destinata al calcio spagnolo.

Chi sale sul podio, infatti? Iniesta, Xavi e Messi, i tre gioielli del Barcellona di Guardiola. Che però è stata eliminata dall’Inter in Champions. Ma dev’essere un dato secondario. Succede, infatti che l’Inter, la squadra cioè che ha vinto il proprio campionato, la propria Coppa e Supercoppa di Lega e la Champions League (cioè la Coppa più importante della galassia calcistica internazionale) e che si appresta a disputare le finali del Mondiale per club, non vede nessuno dei suoi protagonisti premiato. Né giocatori, né allenatore. Il Triplete, che l’anno prima, realizzato dal Barcellona, aveva entusiasmato il mondo, l’anno successivo, vinto dall’Inter, non ha più valore.

Lo scandalo contro la squadra nerazzurra è cominciato con l'esclusione di Diego Milito, cioè colui che ha segnato nelle finali di tre competizioni su quattro, nemmeno previsto però nella lista ampia dei 23 competitori al premio. E’ poi proseguito con Snejider, l’olandese che ha ispirato il gioco dell’Inter del Triplete e che ha contribuito enormemente a portare l’Olanda alla finale del mondiale, vincendone addirittura la classifica marcatori: anche lui escluso dal podio.

Infine, a completare l’assurdo, Josè Mourinho, che ha guidato l’Inter del Triplete e che è fuor di dubbio allenatore tra i più vincenti al mondo, che si vede superato da Vicente Del Bosque, allenatore della Spagna campione del mondo per nazioni.

France Football e FIFA hanno deliberatamente snobbato l’Inter e, con essa, il calcio italiano. Sembra quasi che Mourinho debba pagare i demeriti di Lippi e che invece Del Bosque debba recuperare i demeriti di Guardiola. Ovviamente, nessuno nega i meriti di Del Bosque, che pure ha vinto grazie ad un sistema di gioco non suo però, ma proprio di Guardiola, avendo schierato al mondiale tre quarti di Barcellona con un quarto di Real Madrid.

Bisogna però che siano chiariti i criteri con cui i riconoscimenti si elargiscono: o ciò che conta è il Mondiale per nazioni, oppure sono le competizioni nazionali, europee e sudamericane a risultare determinanti per l’assegnazione del premio. Se ciò che conta è il Mondiale, allora tanto vale istituire il premio ogni 4 anni. E, sempre se ciò che conta è il Mondiale, allora non si capisce cosa faccia Messi sul podio di quest’anno. La stella argentina ha giocato un pessimo Mondiale, che infatti non ha vinto. Snejider e Furlan hanno in cambio disputato un super Mondiale, da protagonisti assoluti, portando oltre ogni pronostico le loro nazionali a suon di gol. Ma sul podio non ci sono.

Se invece contano Coppe europee e campionati nazionali - e quindi, a maggior ragione, chi realizza il Triplete - allora allenatore e giocatori migliori dell’Inter avrebbero dovuto essere i premiati, non quelli del Barcellona. Sul podio, poi, avrebbe dovuto trovare posto per l’appunto Diego Furlan, che ha fatto vincere all’Atletico Madrid sia l’Europa League che la Supercoppa europea, oltre a giocare un Mondiale straordinario con l’Uruguay. Ma nemmeno Furlan è sul podio.

Se poi, diversamente da quanto previsto, si premia la bravura in assoluto, conviene assegnare il Pallone d’oro al fantasista argentino (che l’ha già vinto) per meriti a prescindere, come direbbe Totò. Ma anche qui, se il premio si riferisce alle prestazioni dell’anno in corso, Messi non doveva  salire sul podio di questa edizione.

L’impressione è che il combinato disposto di Blatter e dei giornalisti francesi abbia scelto su basi diverse da quelle dei risultati sul campo, utilizzando criteri e norme private a sostegno della più assoluta arbitrarietà. Che toglie però, definitivamente, ogni residua patina di decenza sia al premio che all’istituzione. Quasi quasi a non esserci, parafrasando Moretti, si viene notati più che ad esserci.

 


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