di Maurizio Musolino

Le manifestazioni che nei giorni scorsi riempivano le strade di Beirut per contestare nazioni europee ree di aver permesso la pubblicazione di vignette blasfeme nei confronti del Profeta e di Allah erano, ad uno sguardo distratto, ben diverse da quelle che appena un anno fa si svolgevano nella stessa capitale del Paese dei Cedri. Diverse sì, ma in un certo senso frutto proprio di quei giorni. Proviamo ad analizzare cosa possano avere in comune quei volti sorridenti di ragazzi e ragazze - tutti bellissimi e copiosamente offerti dai media - con i volti arrabbiati dei militanti islamici che hanno protestato in questi giorni sotto le ambasciate dei Paesi scandinavi.
Innanzitutto la relativa spontaneità. I protagonisti della "rivoluzione dei Cedri" non erano certo spinti da spontaneismo, bensì da precise indicazioni e da un coinvolgimento, anche finanziario, di due potenze come la Francia e gli Stati Uniti, desiderose di riacquistare una influenza sul Paese solo momentaneamente lasciata alla Siria.

di Fabrizio Casari

Il generale James Hill, Comandante del Comando Sud delle forze armate degli Stati Uniti, quello cioè che ha come teatro di operazioni l'America latina, non ha affatto le stimmate del diplomatico. In una recente dichiarazione a proposito della situazione dell'area, ha ritenuto di dover precisare che "il Venezuela e la Bolivia rappresentano una minaccia emergente in America latina, in quanto al narcotraffico e alle guerriglie si unisce ora il populismo radicale". Il generale ha dunque aggiunto che la minaccia rappresentata da questo insieme di elementi è espressamente rivolta agli "interessi degli Stati Uniti". Si potrebbe obiettare che il generale Hill non è un diplomatico ed addebitare a questo la carenza di prudenza e tatto nel linguaggio. Cosa avrebbe detto un diplomatico o un politico al suo posto? E come avrebbero preso le sue parole, certo imprudenti, i suoi vertici politici?

di Carlo Benedetti

E' saturo di gas il vento dell'Est. Perché se l'America di Bush si muove per le guerre del petrolio, la Russia di Putin si agita tra giacimenti e gasdotti con la speranza di poter chiudere od aprire i rubinetti presentando il suo volto di nuova e forte potenza energetica. In pratica una riedizione del famoso "generale inverno" che, a suo tempo, piegò i nazisti. Ed è così che l'Europa - rischiando sempre più di battere i denti in seguito ad inattese temperature siberiane - scopre un contenzioso epocale che coinvolge Mosca e Kiev. Con una Russia che produce e distribuisce gas e un'Ucraina che - consentendo il transito dei gasdotti - ne approfitta per "succhiarne" il contenuto, tanto da essere definita dai russi come un moderno "Vampiro". Ma su tutta questa vicenda - che va ben oltre la questione del gas - si apre ora il contenzioso sulla Crimea. Una terra che appartiene all'Ucraina, ma che in realtà è russa al cento per cento come tradizione, storia e realtà dell'altro secolo. E così si snoda - sotto l'influenza politica e geopolitica - questa polemica destinata ad infuocare vecchie passioni. Si affaccia, pertanto, un nuovo orizzonte che potrebbe anche anticipare processi di disgregazione.

di Alessandro Iacuelli

Tredici morti e 28 feriti è il bilancio, che potrebbe aumentare nelle prossime ore, dell'esplosione che la sera del 8 febbraio scorso ha completamente devastato una base militare russa a Kurchaloi, in Cecenia, un villaggio a poche decine di chilometri dalla capitale Grozny. Lo riferisce l'agenzia di stampa russa Interfax.
Lo scoppio ha dato vita ad un incendio che ha completamente distrutto l'edificio. Tutte le vittime sono militari del battaglione speciale Vostok dell'esercito russo di stanza in Cecenia.
Un battaglione speciale agli ordini di una figura controversa nel panorama politico e militare caucasico: Sulim Iamadaiev, ceceno, ex militante ai vertici della guerriglia indipendentista, poi alleatosi con i russi nel 2002, con clamoroso "cambio di campo". Un battaglione specializzato nella repressione della guerriglia, composto da 5000 uomini. Un battaglione mal visto dai ceceni, in quanto composto in gran parte da soldati ceceni che hanno scelto di essere al servizio della Russia. Un battaglione tristemente noto per i metodi piuttosto sbrigativi con cui agisce nei confronti dei ribelli indipendentisti e dei sospettati.

di Carlo Benedetti

Dopo il crollo dell'Urss e la dichiarazione d'indipendenza dell'agosto del 1991, la Bielorussia si è trovata al centro di una "guerra politica" concentrata sui problemi della transizione e della formazione dei nuovi gruppi dirigenti. Ed ora un appuntamento, sicuramente decisivo, è quello delle prossime elezioni presidenziali fissate (con provvedimento "urgente") per il 19 marzo. Una data che l'opposizione contesta perché avrebbe voluto una convocazione più lontana - la fine di luglio - tale da permettere una preparazione più meditata e un tempo più lungo per la propaganda elettorale. La decisione in ogni modo è stata presa e dalle urne di marzo dovrà uscire il nuovo Presidente. Che è, attualmente, Aleksandr Lukascenko il quale, in carica dal 1994, trova ampi consensi a livello popolare (viaggia in continuazione per il paese, incontra la gente, ascolta le loro lamentele, punisce chi approfitta delle proprie mansioni) e appoggi "politici" ed "economici" dalla madre-Russia, grazie anche ai buoni uffici di Putin e di molti esponenti della vecchia nomenklatura sovietica che apprezzano il suo rifiuto delle ricette riformiste ed il suo populismo, che lo rende leader nello scontro con l'Occidente.


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