di Nena News 

Roma, 4 maggio 2011. E’ in corso al Cairo, alla presenza del presidente dell’Anp Abu Mazen e del leader di Hamas Khaled Mashaal, la firma dell’accordo di riconciliazione tra Fatah e il movimento islamico. Alla cerimonia partecipano anche il ministro degli esteri egiziano Nabil el Arabi (che ha mediato l’intesa), il Segretario generale della Lega araba Amr Musa, rappresentanti di vari paesi arabi e tre deputati arabo israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana). In mattinata difficoltà sorte intorno alla politica estera del futuro esecutivo palestinese e al ruolo di Abu Mazen negli eventuali negoziati con Israele, avevano rischiato di far saltare tutto all’ultimo istante. Poi i contrasti sono rientrati.

L’intesa, sottoscritta ieri sera anche dalle altre formazioni politiche palestinesi, mette fine a quattro anni di contrasti violenti tra Fatah e Hamas e, più di tutto, alla separazione amministrativa tra i territori di Cisgiordania e Gaza. E’ prevista ora la formazione di un governo tecnico incaricato di preparare le elezioni presidenziali e politiche che si terranno entro un anno e il rinnovo del Consiglio nazionale palestinese (Cnp, che rappresenta tutti i palestinesi, anche quelli nei campi profughi all’estero, e nel quale entreranno deputati di Hamas), ossia il Parlamento dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

Grande l’euforia in casa palestinese. Almeno 1.500 persone hanno partecipato a una manifestazione a Gaza in sostegno all’accordo. Per la prima volta dopo quattro anni le bandiere gialle di Fatah hanno sventolato insieme a quelle verdi di Hamas e  alla manifestazione hanno preso parte sia deputati di Hamas che di Fatah.

Israele legge nell’accordo tra Fatah e Hamas un rafforzamento del movimento islamico e dalla sua parte si sono subito schierati gli Stati Uniti, affermando che qualsiasi governo palestinese, con Hamas al suo interno, dovrà riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico. L’ex ministro degli esteri palestinese Nabil Shaath ha definito questa richiesta «priva di senso» e «irrealizzabile» di fronte alla posizione contraria espressa in più occasioni da Hamas, anche in questi ultimi giorni. Da parte sua il premier israeliano Netanyahu si prepara a chiedere agli europei il boicottaggio del futuro esecutivo palestinese.

Una mossa contestata da Abu Mazen e dai vertici di Fatah, che l’hanno giudicata una grave interferenza nelle questioni interne palestinesi. Netanyahu ha anche rivolto un appello ad Abu Mazen a non riconciliarsi con Hamas. L’esercito israeliano inoltre ha arrestato Ali Rumanin, un deputato del movimento islamico, a Gerico, rilasciato lo scorso ottobre dopo aver trascorso più di quattro anni in carcere. Il suo arresto porta a otto il numero di deputati di Hamas detenuti dall’esercito israeliano negli ultimi sei mesi.

L’accordo che le due principali formazioni politiche palestinesi firmeranno oggi al Cairo prevede una serie di intese di massima. Rimangono perciò da sciogliere una serie di nodi centrali: l’identità del nuovo premier (Hamas lo vorrebbe di Gaza); la riunificazione degli apparati di sicurezza e l’ingresso di Hamas nell’Olp. Il primo passo però è la costituzione di un governo unitario, composto da tecnocrati e senza affiliazione politica che dovrà condurre i palestinesi alla seduta dell’Assemblea Generale dell’Onu in cui a settembre Abu Mazen dovrebbe proclamare lo Statoindipendente di Palestina.

Ieri il capodelegazione di Fatah al Cairo, Azzam al Ahmad, ha spiegato che le relazioni estere dell’Anp ed eventuali negoziati con Israele resteranno prerogativa esclusiva di Abu Mazen, in quanto leader dell’Olp. Hamas da parte sua si sarebbe impegnato a cessare ogni attività armata contro Israele anche se il vice ministro degli esteri, Ghazi Hamad, ha spiegato che non esiste nell’accordo un articolo preciso su questo punto.

Se Israele e gli Stati Uniti sono pronti a boicottare il futuro esecutivo palestinese, Abu Mazen e Mashaal credono che l’Europa sia più flessibile nei riguardi della svolta politica avvenuta nei Territori Occupati. Se Italia, Olanda e Repubblica Ceca, i principali amici di Israele nell’Ue, sono per la linea dura, altri paesi come Francia e Spagna invece sono più aperti ad una possibile collaborazione.

 

di Manlio Dinucci

L’obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell’Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell’operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all’estero.

I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell’Arabia saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre.

In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica pos-siedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.

La Libia, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Usa e la Ue hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all’interno del governo libico.

Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impadroniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attra-verso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l’ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell’economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l’Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.

L’assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all’intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell’operazione bellica «Protettore unificato».

Fonte: Voltairenet.org

di Maurizio Matteuzzi

Il vento del Maghreb alla fine è arrivato al Mashreq. Levatosi dall’occidente arabo in dicembre, in aprile ha investito l’oriente. Inevitabilmente. Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrain, Libia, ora la Siria. E dopo? La rivolta araba ha cambiato registro. Sembra non esserci più spazio per rivoluzioni gentili e profumate - come i gelsomini della Tunisia - relativamente pacifiche anche se ognuna ha richiesto centinaia di morti. Ora è guerra aperta. E, almeno in Libia, guerra «mondiale», se è vero che alla coalizione «umanitaria» dei «volenterosi» partecipano 34 paesi. Ieri la Siria ha vissuto un «venerdì di sangue», il più sanguinoso dall’inizio della rivolta, a marzo.

I morti finora sono più di 70. Un massacro. Le riforme annunciate e promesse dal presidente Bashar al-Assad (come la revoca della legge d’emergenza in vigore da 48 anni) non bastano. Troppo timide, troppo tardi, troppo poche. L’accusa di «cospirazione» per destabilizzare il paese - comune a tutti gli altri paesi investiti dalla rivolta - forse ha un fondo di verità (è di pochi giorni fa la rivelazione, da parte del Washington post, che le amministrazioni Usa, prima Bush poi Obama, finanziavano con milioni di dollari l’opposizione anti-Assad), ma non basta a spiegare - come in Libia - una sollevazione così intensa, ampia, disposta a tutto.

Ogni rivolta è diversa dalle altre, ha una sua peculiarità, ma le domande e gli obiettivi sono simili: in Siria la fine del monopolio del partito Baath, al potere da quasi mezzo secolo, un sistema politico democratico, la liberazione dei detenuti politici e lo sciogliemento dei vari mukhabarat.

In Siria gli Assad se ne devono andare, dopo 45 anni e anche se Bashar pareva disposto a riformare il (suo) sistema di potere. Come in Libia se ne deve andare Gheddafi dopo 43 anni, in Yemen Saleh dopo 33 anni. Come in Egitto e Tunisia se ne dovevano andare Mubarak e Ben Ali. Molti di loro amici e sodali dell’occidente, dittatori ma sicuri, che garantivano stabilità (e, nel caso diGheddafi, petrolio) e il controllo di quell’incubo che per la Fortezza Europa è l’immigrazione di massa.

Il problema, irrisolto, è in che modo se ne devono andare. La Siria non ha il petrolio ma è un paese strategico («non si fa la guerra senza l’Egitto e la pace senza la Siria») nel quadro di un Medioriente esplosivo. Reso ancor più esplosivo che in passato dalla fine del bipolarismo e del panarabismo (un tempo) progressista, l’avvento di nuove potenze (in primis la Cina), il declino degli Usa (già impantanati in due guerre più una da cui non riusciranno facilmente a uscire), i rigurgiti neo-coloniali o neo-imperiali di ex-potenze europee decadute come Francia e Inghilterra, il dislocamento dei rapporti centro-periferia, il peso dei social network (i «facebook boys»).

Un quadro intricato di cambio, magnifico per un lato e tragico per un altro. Ma dal finale oscuro. Che faranno ora gli «umanitari» con la Siria? La rivolta sanguinosa a Damasco ripropone domande senza risposta (o con risposte fin troppo facili): perché la «comunità internazionale» - Usa, Francia, Inghilterra in testa - non corre in soccorso anche dei civili siriani (quelli yemeniti e bahareniti, evidentemente, pesano meno)? E come, con i raid aerei della Nato, con i «corridoi umanitari», con i consiglieri militari? Per favore, qualcuno lo spieghi.

fonte: Nena News

di Giulietto Chiesa e Pino Cabras

L’attacco franco-britannico contro la Libia pare non avesse niente a che fare con operazioni umanitarie di sorta. Infatti sarebbe stato programmato con larghissimo anticipo non solo rispetto alla rivolta che ha sconvolto la Libia, ma addirittura assai prima della sollevazione egiziana. Questa piuttosto sconvolgente circostanza emerge da un sito ufficiale legato a uno dei comandi dell’«Armée de l’Air», l’Aeronautica militare francese. Sono infatti le pagine del Comando della Difesa Aerea e delle operazioni Aeronautiche (CDAOA), con tanto di logo colorato dell’”Armée de l’Air” in bella vista, a regalarci la descrizione di un “War Game” poi puntualmente ricalcato dallo scenario libico di questi giorni.

Per chi volesse consultare tutte le informazioni che seguono (e sarà meglio farlo prima che il sito venga oscurato), ecco il link indispensabile: http://www.southern-mistral.cdaoa.fr/GB/index.php?option=com_content&view=article&id=54&Itemid=67.

Il titolo e il logo contengono il nome dell’operazione in codice: “Southern Mistral 2011”. Il nome segnato dall’aggettivo inglese è lo stesso sia nelle pagine in inglese del 4 marzo 2011, sia in quelle anteriori del 17 febbraio in francese. I francesi appaiono gli iniziatori di fatto, oltre che gli “ospitanti”. Come si evince dai testi che qui sotto riportiamo, infatti, sono francesi tutte le basi impegnate nell’operazione “Southern Mistral 2011”.

Nella Presentazione, in homepage, si legge questa fenomenale descrizione che, se non fosse vera (come tutto il resto del sito) sarebbe davvero, come dice un adagio popolare, ben trovata. «Il 2 novembre 2010 la Francia e la Gran Bretagna hanno firmato un accordo senza precedenti in tema di difesa e sicurezza. Componente di questo accordo è l’esercitazione Southern Mistral. Essa è programmata per il periodo dal 21 al 25 marzo 2011 e coinvolgerà diverse basi francesi. In quest’occasione le forze francesi e britanniche effettueranno operazioni aeree congiunte e uno specifico raid aereo (Southern Storm) che realizzerà una attacco convenzionale a largo raggio d’azione. Questa esercitazione bilaterale coinvolgerà oltre 500 addetti.»

Il sito non si limita a dare questa succosa informazione. Precisa, con dovizia di particolari, corredati di fotografie, di descrizioni e dettagli tecnici, che proprio nel mese di marzo 2011 sono destinati all’operazione Tempesta del Sud una trentina di velivoli. Tra cui 6 Tornado GR4s della Royal Air Force, accompagnati da un aereo cisterna Vickers-10 e un Boeing E3D, mentre la Francia metterebbe a disposizione i suoi Mirage 2000Ds, 2000Ns, 2000 Cs. I famosi Rafale compaiono non in questo elenco ma nelle fotografie del sito, insieme a diversi tipi di elicotteri.

Viene anche precisato che il centro di comando che guiderà l’intera operazione è situato nella base aerea di Lione Mont-Verdun (sigla BA942). Ma, a quanto pare, non si progettava solo un raid in quota. Si parla di un commando di paracadutisti francesi “Air 20” (CPA20) che deve incontrarsi con un analogo reggimento britannico in quel di Digione, per effettuare operazioni di sincronizzazione e di azioni congiunte future. Parallelamente un altro reggimento britannico è atteso a Captieux per apprestare misure di polizia aerea elitrasportata. Lo scopo- viene precisato - sarà quello di colpire avversari «in lento movimento» a terra. Le immagini che stiamo vedendo in tv, che mostrano il tiro al bersaglio con missili contro i tank di Gheddafi sembrano la rappresentazione precisa di questi documenti. E, a quanto pare, lo sono. Infatti è dallo stesso sito, sotto la voce in homepage di Conflict Summary, si può leggere il significato di quel “Southern” che compare nel titolo.

Si tratta di un paese immaginario, di nome Southland. Un paese con un governo “specificamente autoritario”, nel quale stanno accadendo cose stranamente vicine ai racconti e analisi che abbiamo letto sui giornali in queste settimane, quasi che chi ha scritto queste righe avesse la possibilità di guardare dentro una sfera di cristallo.

Seguiamo dunque questi lettori franco-britannici di fondi di caffè. «L’ex dittatore si è dimesso, trasmettendo i poteri a suo figlio. Da quel momento la politica del paese è divenuta più aggressiva; operazioni militari sono state lanciate contro il territorio francese. Prove dell’aggressione mostrano chiaramente la responsabilità di Southland in un attacco contro gli interessi strategici francesi».

Naturalmente chi progetta un’offensiva, sia pure immaginaria, contro un paese immaginario, deve anche dotarsi di prove che “dimostrino” le colpe del nemico. Che deve essere severamente punito in tempi rapidi. Dunque «il presidente francese e il primo ministro britannico decidono di dare un’immediata e congiunta risposta a questa offesa», che si tradurrà in un «attacco convenzionale a lungo raggio contro un obiettivo strategico all’interno di Southland».

Aprendo infine la pagina degli scenari, si può leggere un’ultima curiosa spigolatura: dopo avere mostrato in dettaglio, con ampi disegni colorati, le collocazioni delle basi francesi impegnate, dove si porteranno le truppe britanniche, si scrive - anche in questo caso colpisce la lungimiranza degli autori - che la Francia «prende la decisione di mostrare la propria determinazione a Southland (in base alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, n.3003)».

C’è quasi tutto il necessario. L’unico errore, veniale, è il numero della risoluzione, che non poteva essere così alto alla data in cui il tutto sarebbe avvenuto. Infatti, dal testo del sito citato, emerge che l’attacco verso una “dittatura del sud” deve avvenire tra il 21 e il 25 marzo.

Resta solo un dubbio: ma questo Southland è proprio la Libia? Non potrebbe essere l’Egitto? Anche là il dittatore pensava di mettere al suo posto il figlio, ma alla luce degli avvenimenti successivi non si direbbe che gli strateghi parigini e londinesi a questo pensassero. Lo schema era pronto, la mobilitazione rodata. Con poca fantasia, i militari francesi hanno chiamato la loro campagna di Libia con il nome di Opération Harmattan, che poi è l’appellativo di un vento tempestoso, una specie di Maestrale del Sud.

Le coincidenze non sono sfuggite al parlamentare statunitense Dennis Kucinich, che in una lettera a tutti i suoi colleghi ricorda che «mentre i giochi di guerra non sono affatto rari, le somiglianze fra “Southern Mistral”» e l’attuale operazione «mettono immediatamente in luce la quantità di domande che rimangono senza risposta in merito ai nostri programmi militari in Libia». E aggiunge: «Non sappiamo da quanto tempo l’attacco alla Libia fosse in preparazione, ma dobbiamo scoprirlo. Non sappiamo chi rappresentano davvero i ribelli né come sono diventati armati, ma dobbiamo scoprirlo». Una voce di minoranza al Congresso, quella di Kucinich. Ma nel nostro Parlamento queste domande finora non le ha fatte nessuno.

Le faremo noi, assieme a nuove domande e rivelazioni che presenteremo nei prossimi giorni, che disegneranno, dati alla mano, un quadro molto diverso dalla corrente raffigurazione di questa guerra.

fonte: Megachip

di Maurizio Musolino 

Accanto alla battaglia per la democrazia, nel mondo arabo si sta giocando una partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo di quei Paesi, in contrapposizione alla crescente egemonia cinese sul mondo. Cosa potrà accadere nelle prossime ore in Siria è difficile prevederlo, anche perché sui fatti di questi giorni si intrecciano molti - e diversi fra loro, spesso contraddittori - fattori. Di sicuro le proteste che nei giorni scorsi hanno infiammato le strade siriane fino a portare alle dimissioni del Governo si inseriscono nel più vasto moto di ribellione che ha coinvolto gran parte dei paesi arabi.

Proteste che si sono accese per denunciare condizioni di vita precarie, spesso al limite della sopravvivenza, e di cui il principale responsabile è la crisi economica mondiale. Una crisi che in questa regione si è sommata agli effetti devastanti che gli abbiamo regalato noi dall’opulento Occidente: in parole povere in questi mesi i cosiddetti paesi avanzati hanno cercato di scaricare sui paesi più poveri alcuni degli effetti della crisi: la disoccupazione, la sospensione delle rimesse, le speculazioni su alcuni prodotti come le farine.

Ma sarebbe sbagliato non vedere come a questo si sia man mano sommata una sempre crescente richiesta di democrazia. Una democrazia astratta, non meglio definita, che spesso si è concretizzata con la richiesta di un cambiamento della classe dirigente che da decenni governa la maggior parte dei paesi della regione. Qui sarebbe opportuno aprire una discussione veramente libera sul concetto di “democrazia” nel XXI secolo, ma non è questo il luogo. Di sicuro credo che nessuno possa identificare la “democrazia” esclusivamente sui nostri modelli. Altrimenti davvero la vicenda Berlusconi non avrebbe insegnato nulla.

Quindi siamo di fronte a rivolte per il pane e il cambiamento. Insisto a chiamarle rivolte, perché di questo si tratta. Le rivoluzioni sono ben altra cosa. Le rivoluzioni presuppongono la volontà di sovvertire un sistema e di dotarsi di classi dirigenti nuove e non colluse con i vecchi regimi. Cosa ben lontana da quello che sta accadendo nei paesi arabi in queste settimane.

Detto questo, occorre sottolineare un altro fattore. Sarebbe sbagliato tacere che in quell’area si sta giocando anche una grossissima partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo e l’influenza di questi Paesi. Una partita tutta interna alle forze occidentali e in chiave di contrapposizione alla sempre crescente egemonia cinese sul mondo. Ne è dimostrazione l’interventismo della Francia e le divisioni all’interno della stessa Nato. Una battaglia che coinvolge e spesso utilizza anche pezzi dei regimi arabi e in Libia questo è evidente a chiunque non intende chiudersi occhi e orecchie. Non è sicuramente ininfluente il fatto che da mesi in Siria si svolge una durissima battaglia fra chi vorrebbe intensificare le privatizzazioni aprendo ai capitali occidentali e chi mette un freno a queste scelte temendo una perdita di autonomia e quindi di indipendenza. Fatti che hanno scatenato appetiti.

Fatta questa utile premessa, ogni paese ha la sua peculiarità: voglio dire che la Siria non è né l’Egitto, né la Libia. In questi anni la Siria è stato fra i pochi paesi che si sono opposti al dominio Usa nel mondo e ha rigettato i piani di Bush sul “grande medioriente”. Una colpa imperdonabile per alcuni, che adesso potrebbe essere fatta pagare caramente a Bashar Al Assad. Chi è stato a Damasco in questi ultimi anni non ha potuto non vedere un Paese in crescita dove fra la gente si respirava un clima molto diverso da quello che regnava nelle altre capitali arabe. Non era certo il Paese dei balocchi, nessun esempio di “socialismo reale in chiave araba”, ma semplicemente uno stato nazione che cercava la sua strada verso lo sviluppo e il benessere. Con tutti i limiti e gli errori possibili. Limiti ed errori che il popolo siriano deve poter correggere, senza influenze straniere.

Per tutto questo una funzione fondamentale la avrà nelle prossime ore proprio il popolo siriano, che dovrà far sentire la sua voce e assumersi in proprio le responsabilità. Le manifestazioni di oggi in sostegno al presidente sono un segno importante, non minore di quelle che hanno caratterizzato le giornate trascorse. Sono le facce di una complessità reale, dalla quale non possiamo prescindere. Mai.

Infine un ultimo elemento da non sottovalutare: l’aspetto della laicità che è caratteristica della Siria odierna. La Siria è rimasto fra i pochissimi stati laici della regione e questo fa paura e da fastidio a chi spera, dall’Iran a Israele, passando per l’Arabia Saudita di creare stati confessionali in tutta la regione. Questa considerazione, legata all’alleanza che si sta determinando fra Fratelli musulmani (islam politico del tutto compatibile con le regole del mercato liberale) e forze neoconservatrici in Egitto (le stesse che per decenni hanno appoggiato Mubarak) sono un campanello di allarme per tutto il mondo progressista e rendono legittimi sospetti che qualcuno voglia strumentalizzare e influire su quanto accade in Siria.

Il presidente Bashar dovrebbe annunciare nelle prossime ore importanti aperture democratiche e risposte univoche alla crisi che strozza i lavoratori salariati. Vediamo cosa succederà e vediamo la risposta che si darà il suo popolo. Ma non dismettiamo la capacità di analizzare e valutare le notizie che arrivano da quella parte del mondo come da altri paesi al netto delle operazioni di disinformazione che da sempre hanno caratterizzato le sporche manovre neocoloniali.

Infine una considerazione sulle possibili conseguenze di una Siria destabilizzata. E’ impensabile che quello che accade in Siria non abbia riflessi diretti sull’intero Medio Oriente e soprattutto sul Libano. Chi vuole mettere le mani su Damasco da anni ha cercato in tutti i modi di destabilizzare e di influenzare le politiche di Beirut. E mentre in Siria e in Libia si rende artificiosamente paladino dei diritti e della democrazia, in Libano sostiene una organizzazione dello stato a dir poco feudale, tutta basata sulle confessioni. Il popolo libanese sta vivendo anche lui una crisi durissima e il Partito comunista di quel paese è in prima linea a denunciare le politiche neoliberiste che governano l’economia libanese. Ma il Libano - non bisogna mai dimenticarlo - subisce come la Palestina e la stessa Siria una occupazione del proprio territorio da parte di Israele, stato che quotidianamente offende con incursioni aeree lo spazio nazionale libanese. Di questo ne sono al corrente tutti, ma nessuno dice e fa nulla. Nessuno invoca le Nazioni Unite.

Queste considerazioni non vogliono dare ricette o linee. Sono solo personali considerazioni che sottolineano la necessità di avvicinarsi a quanto accade in questi paesi con cautela e realmente senza pregiudizi. Occorre studiare, dotarsi di elementi per comprendere, solo poi potremmo giudicare e decidere da che parte stare.

Tratto da: Nena news 


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