di Nena News 

Cairo, 10 settembre 2011. Questa notte è stata la bandiera egiziana a sventolare al posto di quella israeliana sull’edificio che nella capitale del paese dei faraoni ospita la sede diplomatica dello Stato ebraico. La seconda volta da quando un giovane imbianchino di Sharkia, Ahmed Shehaat, scalò qualche settimana fa l’alto edificio issandovi la bandiera egiziana. Un gesto che è il simbolo dell’escalation di tensione che la notte scorsa ha raggiunto il suo apice per le violente proteste di fronte l’ambasciata israeliana del Cairo di migliaia di manifestanti ancora infuriati per l’uccisione, avvenuta il 18 agosto, di cinque guardie di frontiera egiziane da parte dell’esercito israeliano.

L’assalto che ha causato alcuni un morto e centinaia di feriti (altri due morti si sono avuti durante altri incidenti), è l’ultimo di una serie di segnali di insofferenza degli egiziani nei confronti della politica israeliana. Sono a forte rischio le relazioni diplomatiche tra i due paesi e in Israele rimpiangono il dittatore Hosni Mubarak, alleato di ferro dello Stato ebraico, costretto sette mesi fa a farsi da parte sull’onda della rivoluzione del 25 gennaio.

La tensione la scorsa notte è degenerata in scontri violenti quando un gruppo di manifestanti si è introdotto nel palazzo dell’ambasciata, però non  nella sede diplomatica  ma in un appartamento limitrofo al 18.mo piano dove si trovava l’archivio dell’ambasciatore. A riferirlo sono state, fonti egiziane ed israeliane. I manifestanti, una trentina, non avrebbero lanciato dalle finestre documenti ufficiali ma brochure e questionari tenuti di solito all’ingresso della sede diplomatica. I mezzi d’informazione egiziani riferiscono anche di documenti dati alle fiamme in strada, così come alcune auto diplomatiche parcheggiate nella zona.

Il resoconto riferito dai media israeliani parlano di sei funzionari addetti alla sicurezza dell’ambasciata rimasti intrappolati, mentre decine di dimostranti tentavano di entrare nell’appartamento, e che sono stati salvati da una unità speciale egiziana. I sei, più l’ambasciatore, la sua famiglia e altri componenti dello staff dell’ambasciata sono poi stati portati all’aeroporto dalla sicurezza egiziana ed imbarcati su di un volo speciale che li ha riportati in Israele.

Fuori dal palazzo in quelle stesse ore, veniva in buona parte demolito un muro di protezione costruito recentemente dal governo egiziano, azione che aveva già suscitato polemiche, acuite dalle recenti tensioni tra Turchia  e Israele e dalla decisione del premier turco, Recep Yayyeb Erdogan, di espellere l’ambasciatore israeliano e di tagliare le relazioni militari e diplomatiche per le mancate scuse del primo ministro Netanyahu per i civili turchi uccisi un anno fa da un commando israeliano sulla nave Mavi Marmara.

Il premier Netanyahu la scorsa notte ha invocato l’aiuto degli Stati Uniti, e il presidente Obama ha esortato l’Egitto a “onorare i suoi obblighi internazionali”, garantendo la sicurezza della sede diplomatica.

Si tratta del terzo venerdì di protesta contro Israele in seguito all’uccisione, lo scorso 18 agosto, di cinque guardie di frontiera egiziane, da parte dell’esercito israeliano come risposta all’attacco terroristico subito a Eilat: la più grande, quella del 26 agosto, la cosiddetta «manifestazione del milione», sebbene la cifra sperata non sia stata raggiunta. Se a livello diplomatico, Israele ha tentato di risolvere una possibile crisi con l’Egitto, paventando la possibilità di autorizzare l’ingresso nel Sinai (area smilitarizzata in base a quanto stabilito dagli accordi di pace tra i due paesi) di migliaia di sodati egiziani, a livello popolare la protesta dei giovani egiziani resta forte; oltre a chiedere immediate riforme rimaste sulla carta, contestando la giunta militare (ieri troneggiava lo slogan “egiziani venite fuori dalle case, Tantawi è come Mubarak”) molti gruppi di manifestanti, animatori delle proteste di pazza di febbraio chiedono appunto una revisione dell’accordo firmato a Camp David, con il quale il Sinai è stato restituito all’Egitto ma con una sovranità limitata da parte del Cairo

 

di Giorgia Grifoni

Roma, 09 luglio 2011. Libertà, autodeterminazione, democrazia. Parole che sembrano difficili da trasformare in realtà durante 30 anni di guerra civile. Non siamo nell’ordinata Europa, quella della ricchezza perenne e dell’Unione salva-economie, dove i separatismi vengono scelti accuratamente e aggiustati alla meno peggio. Ci troviamo in Africa, terra di saccheggi e di spartizioni arbitrarie, dove il colonialismo ha sradicato e ridisegnato interi sistemi socio-economici con squadra e righello. I nuovi sistemi hanno portato centinaia di conflitti e distrutto un intero continente. Ma il Sud Sudan, invece, ce l’ha fatta. E per questa giovane nazione, grande due volte l’Italia, sono arrivate libertà, autodeterminazione e forse democrazia.

Attraversato dal Nilo Bianco, delimitato dal deserto a nord e dalla savana a sud, eccolo il 54esimo stato dell’Africa. Sul suo suolo vivono quasi 9 milioni di persone, divise in varie etnie di origine nilotica - cristiane e animiste - che il 9 gennaio scorso hanno scelto l’indipendenza dal nord arabo e musulmano tramite un referendum. Nel sottosuolo, un’infinità di tesori che vanno dall’oro al petrolio, dallo zinco al rame, ma che sono sempre stati a uso esclusivo del governo centrale contro cui il Sud ha lottato per tre decenni. Parte del petrolio si trova in quest’area, ma le raffinerie sono al nord, a Port Sudan: il Sud dovrà decidere se usufruire dell’oleodotto sudanese, con relativa spartizione dei proventi delle risorse, o se guardare piuttosto a est, e far transitare l’oro nero per il Kenya fino al terminal di Mombasa.

La maggior parte dei giacimenti di petrolio si trova però nella regione immediatamente a nord del nuovo Stato. Il Kordofan, l’ennesimo teatro di guerra del Sudan, è abitato prevalentemente da etnie di origine nilotica come il Sud Sudan, che dovevano decidere se unirsi o meno al nuovo Stato tramite un referendum. Che non si è mai tenuto. Dividono il territorio con popolazioni semi-nomadi di origine camitica e lingua araba, i Baqqara e i Kababish, fedeli al governo del nord.

Gli altipiani a est di questa regione sono il regno dei Nuba, popolo che ha appoggiato la lotta di liberazione trentennale condotta dal Sudanese People’s Liberation Movement (SPLM) ma che è rimasto sotto il controllo del Nord. Questa terra ricca e contesa è da più di sei mesi teatro di un bagno di sangue, con scontri tra il SPLM e le forze governative, per un bilancio di oltre duemila vittime e di più di 73 mila sfollati. Particolarmente colpiti sono i villaggi dei Nuba, con ordini di arresto, esecuzioni e bombardamenti mirati, tanto che il Sudan Democracy First Group - coalizione di attivisti, sindacalisti, cittadini e professori universitari - denuncia il genocidio del popolo Nuba.

Il 28 giugno scorso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato l’invio di 4200 Caschi Blu etiopi nel distretto di Abyei, nel Kordofan meridionale, per la durata di sei mesi. Qualche giorno dopo ad Addis Abeba i governi del nord e del sud hanno formalizzato l’accordo per la smilitarizzazione di quest’area contesa, in attesa di definire i confini tra i due stati. Khartum, però, non vuole i Caschi Blu dopo il 9 luglio: si annuncia un nuovo bagno di sangue.

A nord ovest del nuovo Stato c’è il Darfur. Ricca di petrolio e popolata in prevalenza da etnie nilotiche, come il sud e il Kordofan, questa regione è teatro dal 2003 di una sanguinosa guerra tra tribù sedentarie autoctone e nomadi di origine araba per il controllo delle risorse che essa offre. Siccità e desertificazione favoriscono il perpetrarsi degli scontri e il governo di Khartum aizza le divisioni armando le milizie Janjawid - “Demoni a cavallo” - che devastano, stuprano, uccidono la popolazione. Tutto questo contro eventuali pretese separatiste della maggioranza della popolazione nera del Darfur.

Il mercato di Juba

Sono molte le questioni irrisolte che il governo di Juba, capitale provvisoria del Sud Sudan, dovrà affrontare con il suo vicino settentrionale a partire da oggi. A cominciare dalla spartizione del debito pubblico - uno dei più alti del mondo - con il governo del nord, alla gestione delle risorse e alla delimitazione dei confini, senza dimenticare i rapporti diplomatici con Khartum. Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, si è detto disponibile a relazioni pacifiche con il Nord, promettendo pieni diritti per i cittadini settentrionali nel nuovo stato, se non addirittura la cittadinanza.

Si profila invece buio il destino dei sud sudanesi al nord, che perderanno la cittadinanza, il lavoro e i diritti. Il presidente sudanese Omar al-Bashir, nonostante sia presente alle celebrazioni per l’Independence Day a Juba e abbia dichiarato la volontà di intrattenere buoni rapporti con il vicino meridionale, non è noto come faro di democrazia e di diritti umani.

Nasce un paese tutto da costruire. Infrastrutture, strade, ospedali, economia: tutto manca al Sud Sudan. E anche se un nugolo di paesi stranieri - in primo luogo la Cina vicina a Omar al-Bashir e gli Emirati Arabi Uniti -ha promesso investimenti e aiuti, la mano del neocolonialismo si è già avventata sul nuovo Stato.

Secondo un rapporto di Norwegian People’s Aid presentato lo scorso marzo, il 9% della terra del Sud Sudan è stata comprata da compagnie straniere per il settore agricolo e dei biocarburanti. I capi tribù l’hanno venduta a prezzi irrisori quando ancora non c’era uno stato centrale che vigilasse in questo senso. Solo l’1% della terra del Sud Sudan viene attualmente coltivata: quasi tutti i prodotti vengono importati.

Decine di sfide si profilano all’orizzonte di Juba: sembrano impossibili da realizzare, ma profumano di speranza. Perché per la prima volta in Africa il righello del colonialismo è stato spezzato dall’autodeterminazione della sua gente.

fonte: Nena News

 

di Gianni Cipriani

Alcuni giorni orsono, dopo lo scoop de Le Figaro, la Francia ha ufficialmente ammesso di aver fornito armi leggere ai ribelli anti-Gheddafi, paracadutando i rifornimenti nella cosiddetta area delle montagne occidentali, a circa 50 chilometri a sud di Tripoli. E così, mentre la guerra libica continua stancamente tra raid della Nato, inconcludenti sotto il profilo militare, ma purtroppo con un prezzo di vittime civili (delle quali si parla sempre meno) e azioni di terra paragonabili a semplici scaramucce tra bande rivali, lo strano conflitto Bengasi-Tripoli è tornato al centro dell’attenzione mediatica.

Che non sia un semplice scontro democrazia-tirannide lo si è capito da un pezzo, tant’è che la vera divisione è all’interno del fronte Nato, dove Italia, Francia e Regno Unito giocano senza esclusione di colpi la battaglia per ottenere il maggior vantaggio nel dopo-Gheddafi, mentre gli Stati Uniti si sono da tempo sfilati e non mancano di far trapelare, attraverso le vie diplomatiche, quelle del coordinamento di intelligence e quelle più proriamente militari, il loro disappunto per come stanno andando le cose.

Orbene, la vicenda delle forniture di armi ai ribelli rientra a pieno titolo negli sgambetti che il governo francese, quello italiano e quello britannico si stanno facendo da quando è cominciata la rivolta contro Gheddafi. Perché la prima nazione a fornire segretamente di armi gli insorti della Cirenaica è stata proprio l’Italia.

Infatti, dopo l’iniziale imbarazzo di Berlusconi nel dover abbandonare Gheddafi, l’Italia ha compreso che un eccessivo attendismo l’avrebbe sfavorita e ha cercato di recuperare mettendosi a disposizione del Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi. E come l’ha fatto? Inviando un carico di armi “travestito” da aiuti umanitari. Nella prima settimana di marzo casse e casse di pistole, fucili, mitra e relativo munizionamento sono state fatte arrivare in Cirenaica via mare, trasportate da unità della Marina Militare. Per essere più precisi si trattava di armi leggere prelevate dai depositi della Sardegna, in particolare La Maddalena e Tavolara, per il semplice motivo che quelle armi ufficialmente non sono “mai esistite” e quindi potevano tranquillamente prendere il largo.

Una parte dell’armamento inviato era di prima qualità. Altre armi, donate a suo tempo dagli americani all’ex Sismi, erano assai più antiquate, ma comunque adeguate per armare bande d’insorti irregolari. Si trattava, per intenderci, delle armi custodite da quelle strutture della nostra intelligence che, più o meno, facevano riferimento al vecchio dispositivo di Gladio. C’è da aggiungere che, una volta arrivate sul suolo libico, nessuno ha più saputo che fine abbiano fatto quelle armi. Come hanno confermato numerose fonti dei ribelli. Che siano servite a combattere non è esattamente l’ipotesi considerata più attendibile. Ma questo era ed è un po’ nell’ordine delle cose.

Quello che è significatico è il retroscena politico. Perché nei giorni in cui il governo italiano faceva arrivare clandestinamente le armi ai bengasiani, il poco prudente ministro degli Esteri, Frattini, rilasciava una dichiarazione ammiccante e poco diplomatica. “L’Italia - aveva detto - ha avviato discretamente contatti con esponenti dell’opposizione libica e ritiene che farlo in questo modo sia la soluzione migliore. C’è quasi una corsa all’incontro con il Consiglio provvisorio di Bengasi. I nostri amici inglesi ci hanno provato e il Consiglio ha detto che si rifiuta di incontrarli”.

“Noi - aveva ancora aggiunto il titolare della Farnesina - abbiamo delle conoscenze migliori di altri, siamo spesso richiesti in queste ore conoscendo coloro che sono lì. Conosciamo certo l’ex ministro della Giustizia libico ora a capo del consiglio di Bengasi, per i rapporti dell’Italia con la Libia. Conosciamo quella rete di ambasciatori libici che ha detto che da ora loro sono al servizio del popolo libico e non più del regime. Alcuni di loro stanno esercitando un’azione importante per coagulare un consenso”.

A nessuno può sfuggire il fatto che se si avviano colloqui “con discrezione”, l’ultima cosa da fare sia raccontarlo ad Uno Mattina. Ma c’era un motivo: proprio nelle ore in cui Frattini rilasciava questa dichiarazione le armi italiane stavano per finire in mano agli insorti di Bengasi. Gli stessi che un paio di giorni prima avevano arrestato un team dei servizi segreti inglesi in missione segreta. In altri termini, l’Italia bruciando tutti con l’invio delle casse “umanitarie” piene di mitra e fucili, pensava di poter mantenere la supremazia.

Tanto più che riteneva di poter contare sulla mediazione dell’ambasciatore libico in Italia, Abdulhafed Gaddur,che a fine febbraio si era schierato a fianco degli insorti e, si ipotizzava, avrebbe utilizzato la sua grande influenza a favore dell’Italia. Questa premessa spiega la successiva accelerazione francese e la decisione di bombardare per primi il 19 marzo, giorno d’inizio dei raid aerei, solo successivamente passati sotto il comando della Nato. Da allora - e fino ad oggi - si sono combattuti due conflitti. Quello tra la Cirenaica e la Tripolitania e quello tra Francia, Italia, Regno Uniti e altri paesi legati alla Nato. La fornitura di armi dai depositi della Sardegna è parte integrante di questa guerra sotterranea.

fonte: globalist.ch 

 

di Michele Giorgio

IL CAIRO. «Chiediamo le dimissioni del ministro dell’interno el Issawi, il rilascio di tutti gli arrestati e l’apertura immediata di un’inchiesta». Sono queste le richieste presentate al governo e ai militari al potere da 25 formazioni politiche egiziane dopo la repressione durissima compiuta dalla polizia delle proteste di migliaia di giovani, cominciate martedì sera durante una conferenza in un teatro di Agouza e davanti alla televisione di stato e proseguite fino a ieri pomeriggio in Piazza Tahrir e davanti al ministero dell’interno. I feriti sono oltre mille e tra questi un centinaio sono stati ricoverati in ospedale.

Sono state le ore più difficili per l’Egitto dalla cacciata dell’ex rais Hosni Mubarak lo scorso 11 febbraio. Il passato continua a gravare sul paese, teatro di una ribellione che ha fatto cadere il «faraone del terzo millennio» rimasto per trent’anni al potere ma che ha solo scalfito la struttura del regime.

Ieri sera una calma carica di tensione regnava in Piazza Tahrir. L’accaduto ha inviato un segnale molto preoccupante al paese che si prepara ad entrare nella campagna elettorale vera e propria in vista delle legislative di fine settembre. La polizia ha trasformato in una battaglia la denuncia pubblica di migliaia di egiziani per il ritardo nell’apertura dei processi nei confronti degli esponenti del regime di Mubarak e dei comandanti della polizia responsabili del massacro di centinaia di manifestanti tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.

In strada ormai i giovani dimostranti, almeno quelli che fanno riferimenti ai movimenti laici, non scandiscono più «Il popolo vuole la caduta del regime», lo slogan della rivoluzione, ma «il popolo vuole le dimissioni di Tantawi», ossia del generale a capo del Consiglio supremo delle Forze Armate che dallo scorso 11 febbraio controlla il paese. Ma i militari si sentono forti. All’estero godono del pieno sostegno degli Stati Uniti, già grandi alleati di Mubarak, e in casa hanno dalla loro parte i partiti islamisti, Fratelli Musulmani in testa, che ieri si sono guardati dal condannare la brutalità della polizia contro i manifestanti.

Chi crede ancora in un nuovo Egitto perciò ieri si è precipitato in Piazza Tahrir. Lo hanno fatto tre candidati alle presidenziali: Hamidine Sabahi, del partito Karama, l’ex giornalista televisivo Bossayana Kamell e il medico Abdel Moneim Aboul Foutouh, espulso dai Fratelli musulmani per la decisione di correre per la poltrona di presidente e per aver pubblicamente riconosciuto il diritto alla conversione religiosa.

Aboul Foutouh ha criticato le forze di sicurezza per la violenza «spropositata» contro le famiglie dei martiri della rivoluzione aggradite dalla polizia. Un altro candidato alla presidenza, Mohamed  ElBaradei, ha denunciato su twitter le «violenze contro i manifestanti» mentre il movimento 6 Aprile, fra i primi promotori della rivolta anti-Mubarak, ha fatto appello, sulla sua pagina Facebook, ad un sit in permanente di protesta contro l’uso della forza da parte della polizia.

Wael Ghonein, il più noto dei cyberattivisti, ha ricordato sulla sua pagina Facebook che oggi è atteso il verdetto nel processo per la morte di Khaled Said, il giovane di Alessandria pestato a morte un anno fa dalla polizia e la cui figura ha ispirato la rivoluzione di gennaio. Una manifestazione di solidarietà con gli attivisti di piazza Tahrir  si è svolta in Midan Isaaf, a Suez, città dove cadde il primo martire della rivoluzione.
«Con questi scontri  si tenta di diffondere il caos in Egitto…sono in attesa dei risultati dell’inchiesta per stabilire le responsabilità per quanto è avvenuto», ha dichiarato il premier Essam Sharaf.

Ma la sua credibilità è in forte dubbio. Tanti egiziani non gli credono più. E suona ormai come un ritornello di una canzone l’accusa che governo e militari rivolgono tutte le volte «ad elementi del passato regime» che, dicono, intenderebbero scatenare il caos. «Sono invenzioni, è ora di dirlo con estrema chiarezza» ha detto al manifesto Nabil Abdul Fattah, uno degli analisti politici più noti. «Le autorità denunciano teppisti e criminali ma la verità è che le forze di sicurezza non sono cambiate, i comandanti e gli agenti della polizia sono gli stessi, poco o nulla è mutato ai vertici del potere, il regime è lo stesso e vuole consolidarsi, anche con la repressione».

fonte: Il Manifesto-Nena News

di Munif Malham

DAMASCO. Separare ciò che sta accadendo oggi in Siria dalle rivoluzioni che hanno pervaso la regione araba, in particolare dalla rivoluzione tunisina e da quella egiziana, è difficile se non impossibile. Soprattutto se abbiamo imparato le ragioni e le motivazioni che stavano dietro a quelle rivoluzioni: (repressione, assenza di libertà e corruzione.

Sotto lo stato d’emergenza e la legge marziale, in cui la Siria soccombe da circa mezzo secolo, sono stati arrestati centinaia di migliaia di oppositori del regime di ogni appartenenza politica (nazionalisti, di sinistra, islamisti), alcuni dei quali trascorsero in prigione più di dieci anni senza processo. A migliaia sono stati uccisi o sono scomparsi, decine di migliaia gli esiliati dalla loro patria. Soprattutto tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta del secolo scorso, periodo che ha visto la lotta armata tra il regime e il movimento islamista armato e che è stato sfruttato per epurare tutte le forze politiche di opposizione.

La particolarità del movimento di protesta in Siria è che è un movimento di giovani nel fiore degli anni, la maggior parte appartenente alla classe media e ai gruppi emarginati dalla nascita del regime nel 1970 che precedentemente non conosceva alcuna appartenenza a movimenti politici. Non c’è quindi da meravigliarsi se la coscienza politica di questi ragazzi è limitata. Non si tratta di qualcosa di strano per coloro di questa età, poiché durante gli anni ottanta del secolo scorso in Siria sono stati distrutti tutti i movimenti politici di opposizione. Per questo la forza politica di opposizione di tutti gli schieramenti (Fratelli Musulmani compresi) è limitata nella società e di conseguenza anche la loro partecipazione all’attuale movimento che si sta alzando in Siria non può che essere limitata.

Lo slogan più famoso sollevato dai manifestanti durante le proteste è “Dio, Siria, Libertà, e basta” ed è un riassunto di ciò che vogliono: rifiuto di un regime a partito unico, rifiuto di continuare un presidenzialismo della repubblica in carica in eterno e allo stesso tempo si contrappone allo slogan innalzato dai sostenitori del partito Baath che dice ‘Dio, Siria, Bashar, e basta’.

Manifestare all’uscita dalle moschee non sarebbe stata l’unica opzione dei manifestanti se non fosse stato reso impossibile il raduno in piazza o per strada tramite la proliferazione di servizi di sicurezza capaci di dissolvere qualsiasi protesta o manifestazione prima ancora che abbiano inizio. Così a volte ci sono dei laici o addirittura dei non musulmani che frequentano le preghiere del venerdì per poter uscire a manifestare.

Il regime tenta di chiamare il movimento di protesta con il nome di salafismo islamico e di individuare la presenza dei jihadisti armati al centro del movimento. Ma una parte considerevole della popolazione siriana non ci crede. Questo non significa che la corrente salafita islamica sia del tutto assente dal movimento di protesta ma che la sua presenza nel movimento che si sta sollevando in Siria, al pari di altre correnti politiche, sia per il momento limitato.

Non c’è dubbio che la lotta armata condotta dagli islamisti jihadisti contro il regime alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta in nome di slogan confessionali e contro la miscredenza ha lasciato un’influenza negativa e un atteggiamento prudente per non poche minoranze religiose e confessionali nei confronti del movimento islamista, specialmente tra coloro che hanno vissuto quel periodo di conflitto. Il regime ha approfittato di queste preoccupazioni tra le minoranze religiose e confessionali e ha giocato con i suoi mass media utilizzando le voci di agitazione e confessionalismo provenienti dall’estero, sia siriane che arabe (come il canale televisivo Barada parlante a nome di alcuni oppositori siriani o il canale televisivo Safa finanziato da gruppi arabi del Golfo).

In breve tempo i manifestanti si sono resi conto di questo pericolo per l’unità nazionale e gli slogan che invocano l’unità nazionale si sono moltiplicati, come il grido ‘no al salafismo, no al terrorismo, noi vogliamo la libertà’. O come è avvenuto venerdì 22 aprile, Venerdì Santo, festa per le comunità cristiane. Ma la partecipazione alle proteste da parte delle minoranze religiose e confessionali è ancora limitata ed è difficile rompere prudenza e paura nelle minoranze se le persone non fanno conoscenza nelle piazze. Tutto ciò appare oggi prematuro, visto che le forze di sicurezza chiudono la bocca dei manifestanti con i proiettili.

Il movimento di protesta si caratterizza per ora dall’assenza di leadership e dall’assenza di particolarismi politici. Non tanto la mancanza di leadership a livello nazionale quanto la mancanza di una leadership unita a livello delle singole città ora come ora rende difficile il contenimento e la loro repressione, ma in futuro l’assenza di una leadership unita potrebbe costituire un punto debole.

Il regime ha cercato di contenere la prima ondata del movimento di protesta, durante il quale sono cadute sotto i proiettili delle forze di sicurezza più di cento persone, con promesse riformiste, tra tutte la revoca dello stato di emergenza in vigore da circa mezzo secolo. Ma le promesse di riforma non hanno trovato ascolto tra i manifestanti… Perché?

Il giovane presidente Bashar al-Assad salì al potere nel 2000, dopo la morte del padre, Hafez al-Assad, che per 30 anni governò la Siria con il pugno di ferro. L’eredità che apparì maggiormente fu quella di un paese divorato dalla corruzione in tutte le sue direzioni e articolazioni (tra cui corti di giustizia, apparati di sicurezza e di formazioni militari) talmente ramificata, estesa e profonda al punto da ingoiare il partito Ba’th al governo e le sue istituzioni così come aveva ingoiato lo Stato e le sue istituzioni.

Dopo aver assunto le sue funzioni costituzionali il giovane presidente forse avrebbe potuto leggere ciò che fu scritto nelle note che non sfuggivano a un giovane osservatore come lui: questo regime, fondato nel 1970, ha terminato il periodo della sua autorità. Fin dall’inizio tentò di introdurre alcune riforme al regime assoluto promesse nel discorso d’insediamento quando assunse le sue funzioni costituzionali. Le forze di opposizione al regime e ampi segmenti della popolazione accolsero le promesse del presidente e scommisero su di lui.

Il giovane presidente fallì nella realizzazione di qualsiasi progresso riformista durante gli undici anni del suo governo a causa della forza dispotica del potere e del patrimonio. E così oggi le promesse di riforma non trovano ascolto in ampi settori della popolazione siriana, specialmente dopo il fiume di sangue che ha macchiato l’intero paese negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e dopo il comportamento avuto in alcune città, dalle violazioni alla perdita di dignità.

Il regime sostiene che la Siria è sotto la minaccia delle potenze occidentali e di un complotto che coinvolge settori arabi in collaborazione con le potenze occidentali per punire il regime a causa delle sue posizioni nazionaliste. Non escludiamo l’esistenza di queste forze, ma per quanto riguarda il movimento dei manifestanti che cercano il cambiamento, se questo cambiamento si attuasse pacificamente e con l’accettazione del regime come avvenuto in Tunisia ed Egitto, la Siria avrebbe maggior forza per affrontare i complotti stranieri senza far entrare la Siria in una spirale violenza.

Specialmente se sappiamo che la posizione del popolo siriano, passata, presente e futura, non nasconde la sua ostilità verso la politica degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre le voci d’opposizione che risiedono a Washington e in alcune capitali occidentali e che sono alimentate dai circoli occidentali non hanno alcuna rappresentanza sulla scena siriana. La storia nazionale siriana dimostra che il popolo siriano è il reale custode dalle deviazioni di qualsiasi regime dall’indipendenza a oggi. Questo popolo ha abbracciato la resistenza palestinese fin dal suo inizio negli anni sessanta, ha abbracciato un milione e mezzo di iracheni in fuga dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 e ha accolto gli emigrati libanesi in fuga dall’aggressione israeliana contro il Libano del 2006.

L’impiego dei militari siriani da parte del regime nella città di Daraa per affrontare i manifestanti è stato un atto folle, così come minacciare l’uso della forza militare in altre città non promette nulla di buono e getta il paese in una spirale di violenza e caos che indebolisce la Siria di fronte alle minacce esterne e ne minaccia l’unità nazionale.

Alcuni media raccontano di divisioni e insubordinazioni all’interno dell’esercito in maniera amplificata poichè per il momento si tratta solo di insubordinazioni individuali. Non è però da escludere che il fenomeno aumenti se l’esercito continuerà ad essere impiegato per questo scopo.

La via d’uscita alla crisi politica che sta devastando oggi la Siria è oramai nota a tutti ed è raffigurata nel cammino delle rivoluzioni arabe, sia di quelle avvenute in Tunisia e Egitto, sia dalla strada intrapresa in Yemen. O cambiare il regime stesso (responsabilità del presidente della repubblica considerato il garante dell’integrità del paese e del popolo) o andarsene.

fonte: Nena News

 


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy