di www. globalproject.info

Mentre scriviamo è in corso una maxi-operazione delle forze dell'ordine, con perquisizioni e arresti. Quando tutto sarà finito, il piano della discussione sarà un altro: con buona probabilità si restringeranno gli spazi di libertà per tutti, lotte sociali comprese; ci si avviterà attorno al tema repressivo; le questioni che contano - costruire un'alternativa alla dittatura della finanza - verranno messe all'angolo da un nuovo ordine del discorso. Forse andrà così, ma non necessariamente, se riusciamo ad esplicitare da subito un punto di vista radicale sui fatti di sabato.

Partiamo dall'inizio. Sabato 15 ottobre a Roma c'è stata una grandissima manifestazione, mezzo milione di persone hanno attraversato la capitale con la pretesa testarda di far pagare il debito a chi l'ha prodotto, le corporation, le banche, gli hedge fund, i protagonisti di quel processo di trasformazione del mondo segnato dalla precarizzazione del lavoro e dalla finanziarizzazione dell'economia. Mezzo milione a Roma, ma manifestazioni in 1.000 città e 82 paesi di tutto il pianeta terra: un nuovo movimento globale, consapevole e preparato si è messo in cammino, questo è ciò che effettivamente conta.

A Roma, e solo a Roma, occorre ricordarlo, la grandissima manifestazione è stata divisa e frammentata dagli incidenti con le forze dell'ordine e non solo. Non condanniamo, non siamo un tribunale. Ma nella nostra parzialità esprimiamo un giudizio politico, come tutti dovrebbero avere il coraggio di fare. L'unico modo per far fuori le semplificazioni giornalistiche che separano i buoni dai cattivi, la violenza e la non violenza, è dire con forza che le pratiche di conflitto, anche radicali, possono unire, connettere e costruire, ma possono anche dividere e distruggere. Le pratiche messe in campo da alcuni, pochi, durante la manifestazioni di sabato a Roma, hanno diviso il movimento, hanno messo in pericolo chi voleva manifestare (come definire altrimenti una macchina o un palazzo che brucia a due metri dal passaggio dell'intero corteo?), hanno messo in crisi lo spazio pubblico e politico che quella manifestazione voleva costruire.

Assumendo questa differenza, il nostro giudizio è chiaro, nettissimo. A San Giovanni, poi, è successo ancora altro. La reazione della polizia è stata scomposta e violentissima: l'uso degli idranti, i caroselli contro l'intera piazza. In risposta a questo fatto c'è stato un gesto di resistenza più ampio che ha coinvolto altri giovani e giovanissimi che poco avevano avuto a che fare con chi, durante il percorso del corteo, aveva deciso di dividere il movimento, con pratiche di conflitto irresponsabili, oltre che inutili (bruciare macchine o cassonetti in via Labicana: altro che assedio ai palazzi del potere!), e che, soprattutto, aveva quasi come unico obiettivo, tutto politico, se non politicista, quello di colpire ilCoordinamento 15 ottobre e la piazza, San Giovanni, dove dovevano esprimersi le lotte sociali e di certo non i partiti politici.

Ora, due giorni dopo, facciamo i conti con una scena inquietante e con un problema. La scena inquietante è quella definita da un nuovo dispositivo: la repressione “partecipata”, l'appello alla “delazione di massa”. Che sia il Corriere della sera a promuovere la linea di Cameron e della sua Big Society, non ci stupisce, che sia il mondo dei social network, in autonomia, a definire questo processo, è cosa assai più drammatica. La raccolta “autogestita” dei materiali video e fotografici, utili a colpire i «violenti», ci parla di un mondo davvero complesso, che le retoriche e le pratiche che confondono ed equiparano i riots di Londra con il 14 dicembre, non solo non capiscono, ma finiscono per alimentare.

Il dispositivo, appunto, è un rapporto: il rapporto tra delazione di massa e riots indiscriminati, le due cose, come ci ha dimostrato già Londra questa estate (vi ricordate i giovani che andavano a pulire la città?), viaggiano assieme, sono due facce di una stessa medaglia. E questo ci dovrebbe aiutare a fare piazza pulita anche di atteggiamenti linguistici e politici irresponsabili (pensiamo al proliferare di retoriche insurrezionaliste, agite solo per un giochino di posizionamento politico tra gruppuscoli che hanno nostalgia degli anni '70), perché le parole che usiamo, a volte, producono mostri.

Il problema dei movimenti è semplice. Da adesso in poi non è più possibile eludere la discussione sulle forme di democrazia e sulla molteplicità espressiva dello spazio pubblico di movimento. Le lotte sociali, la generazione precaria, gli studenti e le resistenze operaie, le lotte ambientali e per i beni comuni, devono poter determinare in autonomia il loro modo di stare in piazza, di manifestare, di fare conflitto. Questo vuol dire che non è più possibile rinviare un ragionamento pubblico sulle forme di autoregolamentazione dei cortei, anche e soprattutto quando i cortei vogliono violare le zone rosse o semplicemente sfidare i divieti per invadere la città (come gli studenti hanno fatto negli ultimi tre anni).

Come sia possibile una piazza plurale, ma nello stesso tempo democratica, è un problema di tutti, di tutte le lotte sociali, non è un problema di qualcuno, non è un problema dei centri sociali. Per questo la discussione deve essere aperta, per questo c'è bisogno di essere tempestivi, perché il 15 ottobre non può e non deve consegnare il movimento al minoritarismo e al ghetto, perché il movimento non può condannarsi all'impotenza, perché il conflitto, anche radicale e aspro, non può essere messo all'angolo.

 

di Michele Giorgio

Roma. «Cosa accade al nostro paese», si domandano increduli tanti egiziani di fronte alla carneficina dell’altra sera al Maspero. Ma la domanda più lecita è «Cosa non è accaduto?». Otto mesi fa, esattamente in questo giorno, Hosni Mubarak era stato costretto a mettere fine al potere che aveva avuto tra le mani per ben trent’anni, sotto la pressione di milioni di egiziani che occupavano da 18 giorni piazza Tahrir e molte altre strade del paese. A spingerlo a muovere quel passo erano stati anche i generali del Consiglio supremo delle Forze Armate (Csfa), che si erano fatti garanti della rivoluzione e del suo cammino verso la nascita di un nuovo Egitto. Oggi appare evidente che quelle parole, quelle promesse di una rapida transizione verso un paese libero e moderno erano soltanto slogan coniati per quei giorni esaltanti.

Il presente dell’Egitto è molto simile ai passati trent’anni. Sono cambiati gli egiziani, decisi a non mollare e a raggiungere gli obiettivi sognati per lungo tempo, come dimostrano anche le lotte operaie e gli scioperi continui in ogni angolo del paese. Ma il regime, che i generali hanno sempre sostenuto e rappresentato nella sostanza, non è mutato: la rivolta ha eliminato dalla scena politica Hosni Mubarak, i suoi figli e un po’ di personaggi della politica e dell’economia troppo compromessi con l’ex raìs. Nulla di più.

Il percorso seguito dai militari parla chiaro: riforme appena accennate, un sistema elettorale pieno di ambiguità, una ricerca ossessiva della stabilità e del mantenimento dell’ordine sociale (strizzando l’occhio ai Fratelli musulmani), nessun cambiamento vero nel mondo del lavoro e del sistema economico, rimasto saldamente in mano ai soliti nomi. In aggiunta a ciò il Csfa trova legittimo processare l’ex raìs Mubarak, accusato di reati gravissimi, in una corte civile, mentre riserva i tribunali militari a blogger e rivoluzionari arrestati spesso soltanto per aver tenuto manifestazioni (pacifiche) ma non autorizzate. E di recente si è fatta più forte la pressione sulla stampa libera, mentre la televisione di stato ha ripreso il suo ruolo abituale di megafono del regime. Domenica sera, mentre i copti venivano massacrati da soldati e polizia militare davanti alla sede della televisione, i notiziari continuavano ad addossare la responsabilità dell’accaduto proprio alle vittime.

«Quanto è accaduto riflette il fallimento della transizione verso la democrazia», spiega l’analista Khalil Anani: «Se i militari rimarranno ancora a lungo al potere, il paese verrà travolto dalla violenza». La strage di domenica sera al Maspero, aggiunge Anani, «non è figlia del settarismo o di contrasti tra fedeli di religioni diverse. Piuttosto è la conseguenza dell’incapacità di risolvere le crisi e che potrebbe portare ancora tante volte all’uso della violenza contro persone inermi». Il Csfa non è in grado di fornire o non vuole dare risposte vere alle domande che pone la fase post-rivoluzionaria. Inclusa la richiesta dei copti, di uguaglianza fra tutti i cittadini e di fine delle discriminazioni. Richiesta legittima come le tante altre rivendicazioni portate otto mesi fa in piazza Tahrir - libertà, democrazia, giustizia sociale - da chi credeva (e ancora crede) in un nuovo Egitto.

Karima Kamal, una opinionista copta, afferma che il Csfa sta riproducendo il settarismo che aveva contraddistinto la politica dell’ex raìs. «Fanno le stesse cose che faceva Mubarak, non capisco per quale motivo si parli di un nuovo regime in Egitto», ha scritto Kamal. Altri copti ricordano come la «protezione» assicurata da Mubarak non aveva evitato stragi e attentati contro i cristiani, come quello dell’ultimo Capodanno alla chiesa dei Santi Martiri di Alessandria (per il quale è stato addirittura ipotizzato un coivolgimento dei servizi di sicurezza).

I militari al potere non hanno cambiato le cose in questi otto mesi. A maggio 12 persone rimasero uccise nell’incendio doloso di una chiesa a Imbaba e i colpevoli non sono stati ancora indentificati. E non è stata emendata la legge sulla costruzione dei luoghi di culto cristiani, nonostante le assicurazioni del governo di Essam Sharaf (totalmente controllato dai generali del Csfa) che intenderebbe revocare le restrizioni risalenti ai tempi dell’Impero Ottomano, quando i cristiani dovevano ottenere un’autorizzazione per la costruzione, riparazione o restauro di una chiesa, al contrario di quanto accadeva per le moschee.

«Abbiamo raggiunto un bivio: o avremo una guerra civile, oppure le persone razionali saranno in grado di prendere in mano le redini e di portare il paese nella giusta direzione», ha previsto Karima Kamal. Mentre l’intellettuale Kamal Zaker teme che l’Egitto diventi un nuovo Iraq : «Se non verranno trovate soluzione idonee, la porta sarà aperta a tutto e l’Egitto potrebbe seguire lo stesso destino dell’Iraq».

Fonte: Nena News 

 

di Fabio Merone 

Tunisi. Incomincia ufficialmente l’attesissima campagna elettorale del paese che ha dato inizio alla “primavera araba”. Checché ne dicano gli egiziani, il modello di riferimento di riuscita del processo democratico resta la Tunisia. Certo é soltanto un test e gli esiti sono ancora incerti. Ma, nonostante gli intoppi e le contraddizioni, va lodato il popolo tunisino per aver condotto questo delicato processo fin dove siamo oggi: le elezioni di un’assemblea costituente. Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire come si é arrivati fin qui.

Alla caduta del dittatore il 14 gennaio (sancita giuridicamente dall’articolo 57 della cost. che fa riferimento alla vacanza di potere definitiva del capo dello stato), il paese sarebbe potuto cadere in preda ad una deriva incontrollata. Venuto meno il sistema di potere, il rischio era grosso che crollassero le intere strutture dello Stato. Per evitare la messa in tutela di forze armate (come nel caso dell’Egitto), che dipendessero dal Ministero degli Interni o della difesa poco importa, ci voleva un processo di transizione democratica garantito da forze civili. Questa é stata la grande scommessa della borghesia liberale ed illuminata del paese.

Nasce da subito un altissimo dibattito giuridico che deve stabilire la nuova “legittimità rivoluzionaria” (é proprio questa l’espressione che viene usata!) e consegnare al paese delle strutture che le interpretino e lo sappiano traghettare verso un nuovo regime. Ma la borghesia “tunisoise” (di Tunisi cioè) da sola rischia di chiudersi nei suoi riflessi di classe e non si accorge che si sta affidando troppo ai vecchi oligarchi del regime deposto. Probabilmente in buona fede, si affidano agli “alti funzionari dello stato” (verrà giustificato il ricorso agli ex ministri di Ben Ali con il noto argomento che erano a loro volta vittime della dittatura), e non capiscono la spinta innovatrice delle nuove generazioni.

Da questa dialettica nasce l’invenzione della road map alla tunisina che consiste nel progetto di una assemblea costituente fondativa e della creazione “tout court” di una simil-assemblea parlamentare (l’Alto Ente per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione). Il nuovo governo di unità nazionale sancisce giuridicamente questo patto in nome del “consenso nazionale”, una formula che per i giuristi si sostituisce al consenso generalmente dato dagli elettori ai governanti. In conseguenza di questa nuova legittimità viene dichiarata decaduta la costituzione e sciolte le camere. Il partito unico verrà a sua volto dissolto per sentenza del tribunale di Tunisi.

Il miracolo di questa architettura istituzionale era stato possibile grazie all’inventiva dei ragazzi delle regioni dell’interno che avevano dato inizio a questo straordinario movimento che passerà alla storia con il nome di Casbah (I e II). La manifestazione dei 100.000 davanti la piazza del governo fece cadere l’ultimo governo residuo del vecchio regime ed impose la parole d’ordine della costituente.

Ma torniamo ad oggi. Dopo aver lodato e dato atto ad un processo di transizione ingegnoso e il più possibile garante delle nuove libertà, il nostro ruolo di osservatori ci impone un’attenzione maggiormente critica. Due le questioni su cui dobbiamo fermare la nostra criticità: 1. Il ritorno del riflesso securitario; 2. La debolezza della società civile.

Nessuno può negare che la Tunisia del dopo 14 Gennaio é stata una “esplosione di libertà”. Dopo le prime due settimane d’incertezza, in cui la gente é uscita per strada a difendere i propri quartieri contro forze oscure “contro-rivoluzionarie”, si é sfogato il rivendicazionismo di tutti i settori della società. Per dirla con una espressione felice della segretaria del PDP (Partito Democratico Progressista) Maya Jridi, “oggi nel paese chi non ha lavoro sciopera per avere un lavoro; chi ha un lavoro ma non ha una situazione contrattuale stabile lotta per la regolarizzazione della propria posizione; chi ha il lavoro, infine, occupa i luoghi di lavoro per un aumento salariale”.

Camminare per il centro di Tunisi in quei giorni era come attraversare un magma che sputava continui conati di rivolta. Davanti alle amministrazioni pubbliche ognuno aveva un suo “Ben Ali” (il proprio direttore o superiore) con cui regolare i conti. Per un nonnulla veniva dichiarato lo stato di agitazione all’urlo di “dégage!”.

Il sottoproletario delle città o spesso delle regioni interne che migravano per l’occasione verso le grandi città stendevano le loro bancarelle dappertutto, sentendosi autorizzati dal nuovo clima post-rivoluzionario. I netturbini hanno ingaggiato un braccio di ferro con le autorità municipali a Tunisi e la città ha assistito a scene da incubo, con cumuli di immondizia davanti le abitazioni.

Eppure l’euforia era tanta che ad ognuno veniva data la sua buona ragione. Finché il clima é cambiato! Prima timidamente e poi in maniera sempre più insistente si sono levate le voci a favore del “ripristino dell’ordine”. E’ stato un processo tutto sommato lungo, che é durato per mesi, e che ha raggiunto i suoi momenti di tensione quando a margine delle manifestazioni politiche si sono viste orde di ragazzini dalle facce inquietanti che si riversavono verso il centro e devastavano tutto. In più a ciò é incominciata ad aumentare in modo allarmante la micro-criminalità mentre di tanto in tanto si sentiva di anomale evasioni di prigionieri dai carceri della Repubblica.

E’ venuto poi, in successione, lo spauracchio islamista che, vero o presunto, ha dato la possibilità al primo ministro di dichiarare la Casbah e l’Av Bourghiba interdetta alle manifestazioni. Chi voleva manifestare, che lo facesse altrove! Dopo l’ultimo discorso del primo ministro di inizio settembre, che abbiamo ampiamente commentato, il paese, stanco e vessato dallo stato di agitazione permanente, ha accettato la riduzione di libertà e, obtorto collo, il ripristino del “ritorno all’ordine” di antica memoria.

Sarebbe semplicistico concludere che nulla é cambiato e siamo tornati al clima precedente il 14 gennaio (come qualcuno sussurra), ma va sottolineato che la forza di repressione della polizia si manifesta nelle ultime settimane, in molti casi, con l’usuale e brutale uso della violenza. Una piccola manifestazione improvvisata da familiari di vittime della polizia viene malamente sgomberata davanti al Ministero degli Interni. Una manifestazione dell’UDC (Unione dei Disoccupati Diplomati) davanti al Ministero dell’Istruzione viene repressa duramente e molti ragazzi verranno trasferiti all’ospedale in seguito ai colpi subiti. Ogni piccolo assembramento o tentativo di manifestare viene represso sul nascere e, ultimo in ordine ma forse il piuù grave di tutto, il ritorno della vecchia pratica delle “retate” dei ragazzi che non hanno fatto il militare.

In Tunisia il servizio militare é obbligatorio ma la maggior parte dei giovani lo evade senza che lo Stato sembra preoccuparsene. Era in uso durante l’epoca della dittatura, la minaccia del militare per tenere sotto scacco i giovani dei quartieri popolari. Periodicamente, quando il sistema di sicurezza dell’epoca riteneva che ci fosse un allarme di sicurezza, faceva queste enormi campagne di “recrutamento forzato” che si risolvevano in vere e proprie retate. Allora si spargeva il panico tra i ragazzi che rimanevano per giorni chiusi in casa. Si poteva essere fermati infatti in qualunque momento ed in qualunque luogo pubblico ma erano presi di mira soprattutto i caffé e gli autobus di linea. Si assistevano allora a queste scene inquietanti. Io stesso una volta mi trovai bloccato dentro un autobus che era stato “sequestrato” dalla polizia per far scendere tutti i ragazzi e controllare la loro situazione militare.

Insomma era un sistema insieme ad altri per tenere sotto pressione i ragazzi che il regime riteneva “a rischio”. Ebbene queste campagne di reclutamento sono ricominciate da qualche settimana al punto tale da spingere Hamma Hammamin, segretario del Partito Comunista, a indire una conferenza stampa nella quale denunciava il comportamento della polizia secondo lui “anomalo” proprio a ridosso della campagna elettorale e che avrebbe preso di mira molti dei militanti del suo partito e di partiti in opposizione radicale all’esecutivo.

Tuttavia sarebbe ingiusto e incompleto il ragionamento senza porsi la domanda. Ma dov’é la società civile? Dove sono i movimenti di contestazione? Dove sono i blogger e i collettivi delle regioni dell’interno? Non c’é dubbio che se sono falliti i molteplici tentativi di ricreare il movimento della Casbah non é solo per il comportamento duro della polizia. E’ venuta meno la spinta iniziale. In ciò ci possiamo vedere delle cause fisiologiche (il riflusso dopo le rivolte) ma anche delle deficienze croniche della società tunisina.

Da questo momento in poi l’analisi rischia di entrare in un campo minato in cui é facile attirarsi le critiche. Eppure mi sento di farlo, anche perché una tale analisi é indispensabile per cercare di spingere il processo in avanti. Per quanto sorprendente possa sembrare, dopo 9 mesi dal sollevamento di Sidi Bouzid, nulla di serio é stato scritto o detto sugli avvenimenti “rivoluzionari”. Eppure nel mio lavoro d’inchiesta ho sentito tante voci che hanno ben in chiaro alcune chiavi di lettura che interrogano la società dall’interno. Senza essere esaustivo mi piace ricordarne alcuni.

Le rivolte sono scoppiate nelle regioni interne ed hanno riguardato una categoria particolare della popolazione: la maggior parte della società é rimasta a guardare. Le rivolte hanno avuto successo nei paesi dell’interno grazie al meccanismo solidaristico della “famiglia-clan”. I ragazzi uscivano per strada perché sentivano che il sistema di protezione della famiglia allargata era più forte di quello dello stato. Intere collettività si sollevavano in nome della difesa del gruppo. Le rivolte urbane di Sousse, Sfax e soprattutto Tunisi, sono state provocate dalle reti migratorie degli abitanti delle stesse regioni. Ed infine, dentro le rivolte, c’erano e ci sono frange violente che appartengono alle organizzazioni degli ultrà degli stadi che da anni erano in guerra col regime (il campo di battaglia era lo stadio).

Sullo sfondo di queste rivolte che hanno letteralmente fatto impazzire il sistema di sicurezza del regime, c’era una spinta libertaria enorme che sebbene sia stata adottata immediatamente da tutti i corpi sociali, proveniva soprattutto dalle nuove generazioni. E i blogger (come i rapper) sono stati i migliori interpreti di questa spinta generazionale accompagnando ed assecondando i moti di rivolta. Questa premessa ci aiuta a capire quello che succede e, soprattutto, quello che non succede, dopo il 14 Gennaio.

Nei movimenti della Casbah si ritrova confusamente questa massa di “nuova generazione” che per la prima volta sta spalla a spalla in un movimento di piazza. I blogger erano stati fino a quel momento dietro agli schermi dei loro computer, mentre i ragazzi delle regioni dell’interno, arrivavano a Tunisi per la prima volta ed appartenevano ad una categoria sociale “estranea” alla capitale. Entrambi i gruppi sono spoliticizzati, ma sono uniti da una grande spinta di ribellione. Accanto ad essi s’incominciano a vedere i militanti del POCT (partito comunista) e del Nahdha (Partito islamista) insieme a quelli del CPR (Congresso per la Repubblica) di Moncef Marzouki. Contemporaneamente si tenta di organizzare dei “comitati di difesa della rivoluzione”. Dall’altra parte ci sono i partiti “storici” che semilegali o legali, ma con la museruola, esistevano già durante gli anni della dittatura. Sono loro che interpretano il ruolo di “partiti responsabili” difendendo i primi tentativi di formare il governo provvisorio.

Si crea dunque una prima spaccatura, tra quelli che stanno nella piazza e quelli che tentano di formare i governi. La cacciata del governo di Ghannouchi e il nuovo patto di consenso nazionale permette di assorbire una parte delle nuove forze nell’assemblea proto-parlamentare (l’Alto Ente per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione). Il famosissimo blogger Slim Ammamou accetta un incarico di prestigio come sottosegretario al Ministero della Gioventù ed un altro, altrettanto famoso, Sofiane Belhaj entra nell’assemblea. Incomincia a sfogarsi una prassi istituzionale democratica genuina che produce tra l’altro due fatti significativi come il modernissimo codice elettorale (che prevede tra l’altro la parità assoluta uomo donna nelle liste) e l’istituzione dell’Alto Ente per le elezioni, sottraendo per la prima volta nella storia la gestione del processo elettorale al Ministero degli Interni. Lo schema, con alcuni limiti, sembra funzionare e l’assemblea si fa eco dei grandi dibattiti che si scatenano in pubblico, spesso e volentieri in mezzo alla strada (l’Av Bourghiba diventa per mesi teatro di dibattiti spontanei tra folle di gente). Il più acceso tra i quali é quello sulla laicità.

Ma il presenzialismo dei vecchi partiti si fa mano a mano invadente e sottrae la scena ai “giovani” che si sentivano ed erano stati i protagonisti della spallata al regime. A tutti i livelli istituzionali, che siano partiti, sindacati e associazioni, di destra e di sinistra, progressiste o islamiste, i giovani fanno fatica a farsi spazio e regna una vera e propria gerontocrazia.

I giovani delle regioni interne dal canto loro misurano i risultati della rivoluzione in base al miglioramento o meno della loro condizione materiale. Così scoppia la crisi di Lampedusa e molti di quelli che avevano fatto le rivolte per cacciare Ben Ali s’imbarcano sulla rotta del canale di Sicilia. Mentre Tunisi e le città della costa si scatenano e si organizzano in partiti vecchi e nuovi, le regioni dell’interno faticano a rappresentarsi nella nuova realtà, ed in più di una circostanza scoppiano delle tensioni che sfociano in violenze che ricordano lo spirito di clan più che la lotta politica. Gli avvenimenti di Metlaoui, nel mese di maggio, scioccano l’opinione pubblica e si rispolvera il vocabolario politico riesumando una parola antica ufficialmente cancellata dal dibattito pubblico: 3arushya (e cioè appartenenza ad una 3arusha, famiglia allargata o clan).

I giovani di Sidi Bouzid e Kasserine sono arrabbiatissimi e puntualmente vengono cacciati i partiti politici che vengono accusati di appropriarsi della “loro rivoluzione”. Ma intanto loro stessi stentano a trovare forme di organizzazioni nuove. La società comincia a guardarsi in faccia e si riscopre senza un tessuto sociale e politico. L’unico meccanismo di appartenenza che funziona é la famiglia. Soprattutto a livello locale é evidente ma non sono esenti da questo meccanismo neanche le grandi associazioni storiche di Tunisi in cui le grandi famiglie, fossero esse di intellettuali rispettati, si riproducono all’interno dello stesso gruppo.

Le organizzazioni politiche che maggiormente riescono a rompere questo schema sono i partiti e movimenti di estrema sinistra e d’ispirazione islamista. Ma il Poct, che é l’attore più importante dell’estrema sinistra, che pure avrebbe alcune carte in mano da giocarsi, con una base giovanile notevole rispetto a tutti gli altri partiti, fallisce il congresso di luglio e riconferma la linea “staliniana” senza dare prova allo stesso tempo di affidare le strutture dirigenti  ad un cambio generazionale. Il carismatico Hammami si trova stretto tra l’accusa di “mul7ed” (ateo) e quella di “settario”. Limitando perciò al massimo la sua capacità di allargarsi a nuove fasce di popolazione. Gli islamisti propongono, storicamente, alle società tradizionali un modello di coesione alternativo. Ma ad essi si oppongono i “modernisti”, rigettati a loro volta per il loro appartenere  all’elite borghese delle grandi città.

Ci sono poi i tentativi di alcuni partiti di centro-sinistra di proporsi come alternativa al Nahdha (partito islamista), ma lo fanno al prezzo di perdere qualunque orientamento ideologico e sembrano imbarcare nel loro progetto un po’ chiunque, soprattutto grossi uomini d’affari ed ex RCD. Storto o morto i partiti cercano di fare la loro parte e chi può apre sezioni locali in tutte le regioni del paese. Ma la maggior parte delle persone resta fuori da questo processo e la campagna per l’iscrizione nelle liste elettorali é uno schiaffo forte a chi aveva creduto che il processo si potesse risolvere soltanto creando partiti e associazioni sulla carta. E’ un campanello d’allarme, non si riesce a coinvolgere la massa delle persone nel processo democratico. Qualcuno incomincia ad accusare un processo di transizione troppo lungo e si diffonde nella società un senso di stanchezza. La passione si stempera e s’incominciano a sentire per strada tra la gente la cantilena: “Non é cambiato niente”.

La società si trascina stancamente in questa transizione mentre il governo fa la voce grossa e nel silenzio-assenzo della società la polizia ritorna a fare il suo mestiere alla vecchia maniera. I “giovani della rivoluzione”, quelli di facebook e dei blog, incominciano a fare le loro campagne denunciando il riorganizzarsi del veccio blocco di potere ai vertici dello stato. Rajhi, ex ministro silurato da Caied Essebsi, e Samir Feryani, ex ufficile dei servizi segreti, arrestato per aver denunciato le responsabilita di alcuni colleghi nel ministero degli Interni, diventano i loro simboli. Tentano in più occasioni di rilanciare la mobilitazione, ma falliscono clamorosamente. Su facebook circoleranno in più di un’occasione annunci di manifestazioni che non si svolgeranno mai.

Nasce la corrente di quelli che vogliono boicottare le elezioni finchè con un bell’intervento che circola nei blog si fa sentire Azyz Ammami, un’altro dei blogger della rivoluzione, che si schiera a favore del sostegno a liste indipendenti, in cui siano il più possibile rappresentati volti nuovi e credibili. Si crea per un certo momento la sensazione che possa crearsi un’all’alleanza tra i blogger ed i collettivi locali. Ma nulla di tutto ciò avviene. Alcuni blogger si candidano, ma si ha l’impressione che molte forze vive si tengano in disparte e appaiono al loro posto “parvenue” di ogni genere e opportunisti dell’ultima ora che mettono in campo le loro reti familistico-clientelari. Le liste degli indipendenti saranno alla fine circa il 40 per cento del totale, in sè una forza politica. Ma é chiaro che una lista si presenta come indipendente per diverse ragioni. A volte sono gli stessi partiti che piazzano i loro uomini perché ritengono che in alcune realtà locali riescano più facilmente a penetrare con questa strategia.

Insomma. Tra qualche ora si apre ufficialmente la campagna elettorale. Il primo vero confronto politico dall’inizio della “primavera araba”. La rivoluzione tunisina ha messo in moto nuove energie, ma non ha prodotto l’entrata in scena di una nuova generazione. Non esiste ad oggi un progetto di società diverso da quello antico. Che é la realizzazione della modernità e dello sviluppo economico. Questo processo passa attraverso la costruzione di una società civile e probabilmente di una rivoluzione culturale.

La Tunisia da oggi fa il primo passo e tutti gli scenari sono ancora possibili. Con l’inizio della campagna elettorale ufficiale il dibattito potrebbe alzarsi di un tono, e la popolazione appropriarsi un poco di più dello strumento elettorale. Ma probabilmente la società é ancora in fase di studio. Ci si osserva con attenzione. Gli attori sociali sono diffidenti. C’é chi ha paura degli islamisti e chi della strategia della tensione che usi gli islamisti come capro espiatorio. Le popolazioni dell’interno hanno il complesso storico di riuscire nelle rivoluzioni ma di fallire nell’appropriazione del potere politico. Si diffida dei partiti perché prevale la logica sociale del sospetto. Ciascuno vede nell’altro un progetto nascosto, un interesse personale o di gruppo non dichiarato. Altri aspettano per capire l’indomani delle elezioni, quali saranno i veri rapporti di forza. E stanno a guardare. Le elezioni del 23 ottobre in fondo non decreteranno la fine del processo di transizione, ma solo il suo debutto ufficiale.

 

di Barbara Antonelli

Gerusalemme. Ridiscutere, ritornare al tavolo dei negoziati diretti, trattare. Anche rispolverare l’oramai defunto Quartetto per il Medio Oriente. Gli Stati Uniti sono pronti ad appoggiare qualsiasi opzione che non preveda la nascita di uno stato palestinese, che non metta con le spalle al muro Washington, tanto da dover ricorrere al veto per fermare in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di piena adesione da parte palestinese.

Ieri si delineava l’iniziativa palestinese all’ONU, chiarita nell’incontro avuto tra il presidente dell’Anp (e dell’Olp) Abu Mazen e il segretario delle Nazioni Unite Ban ki-Moon (procedere con richiesta di piena adesione al Consiglio di Sicurezza e solo in seguito valutare altre opzioni, come quella “vaticana” ovvero uno status di osservatore all’ONU come lo stato vaticano che l’Assemblea Generale può garantire, dal momento che passerebbe con l’appoggio di almeno 126 sui 193 stati che compongono l’ONU); mentre i vertici di Washington valutavano tutte le strategie disponibili per evitare di arrivare a dover imporre il veto, già annunciato dal presidente Obama.

“Ma gli stati si fanno al Consiglio di Sicurezza, non all’Assemblea Generale”, ha affermato in un’intervista alla radio militare, il segretario del gabinetto di Netanyahu, Zvi Hauser. E questo lo sa anche il presidente Abbas che lunedì, appena sbarcato a New York ha fatto appello a Israele perché riconosca lo stato palestinese e non “perda un’opportunità di pace”; la manovra del presidente ha trovato conferma nelle parole del negoziatore palestinese Nabil Shaat, secondo cui “Abbas tenterà politicamente la strada del Consiglio di Sicurezza e solo dopo vaglierà altre opzioni.”

Per questo la Casa Bianca gioca in queste ore sul filo della diplomazia, ovvero convincere gli indecisi a dire no (per ora i contrari sono USA, Germania e Colombia; sicuramente favorevoli Cina, Russia, Libano, Sudafrica, Brasile, India e Nigeria; incerti, Francia, Gran Bretagna, Gabon, Bosnia-Erzegovina e Portogallo, quest’ultimo più propenso per il si): se i palestinesi non otterranno 9 voti di assenso, gli USA non saranno costretti a ricorrere al veto. Che significherebbe confermare apertamente che la Casa Bianca è contraria alla nascita di uno stato palestinese.

Per evitare di “ritrovarsi in un angolo spinti dalla stupidità di Israele”,  parole uscite di bocca alla stessa leader dell’opposizione israeliana (Kadima) Tzipi Livni, Washington ha anche riesumato il Quartetto per il Medio Oriente (USA, Russia, ONU e Unione Europea); è riapparso il portavoce Tony Blair per cui “la sola cosa che possa creare uno stato e la negoziazione diretta tra le due parti” ed è stata ridiscussa, in un incontro tra il Segretario di Stato USA Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, un’opzione già emersa nei mesi passati, una bozza vaga che vedrebbe il ritorno a negoziati diretti tra Anp e Israele, in cambio di un avanzamento dello status dell’Anp e del riconoscimento da parte palestinese di Israele come stato ebraico: opzione che Abu Mazen non potrebbe mai di intraprendere perché accantonerebbe per sempre il diritto al ritorno dei profughi e metterebbe in discussione anche il pieno godimento dei diritti dei palestinesi che vivono in Israele (il 20% dell’intera popolazione).

Se da una parte il presidente Obama ha i senatori con il fiato sul collo (è di ieri l’appello al presidente perché rinnovi mercoledì, durante il suo discorso all’ONU, il pieno sostegno a Israele per non lasciarlo “solo di fronte alle minacce di Turchia e dei palestinesi”); dall’altra sa che il voto all’ONU rappresenta per ciascun paese una piena assunzione di responsabilità nei confronti dei legittimi diritti del popolo palestinese. Ha fatto il giro della stampa internazionale - e non è un caso che sia stata ripresa anche dai media israeliani - l’intervista di lunedì al Wall Street Journal del re giordano Abdullah II, attualmente a New York, amico degli Stati Uniti eppure pronto a dichiarare che il veto americano non solo “isolerebbe ancora di più Israele” e anche l’amministrazione USA, ma che porterebbero il paese a distanziarsi ancora di più dalle questioni che interessano la regione, alla luce del congelamento delle relazioni tra Israele e Turchia e delle tensioni con l’Egitto.

Israele da parte sua continua ad invocare l’arma del negoziato: ancora una volta questa mattina in un’intervista alla radio dell’esercito, l’ambasciatore all’ONU, Ron Prosor, ha affermato che “Israele è pronto a negoziare con i palestinesi domani stesso”, paventando un incontro tra il premier Netanyahu e Abbas.

Sul campo, i coloni si stanno mobilitando per organizzare proteste contro l’iniziativa all’ONU; temono che l’esercito israeliano faccia troppo affidamento sulle forze di sicurezza palestinesi per arginare eventuali manifestazioni (palestinesi) in Cisgiordania; da questo pomeriggio si sono detti pronti a manifestare, organizzando marce sui territori palestinesi - secondo quanto dichiarato dal Consiglio dei coloni - in tre direzioni: dall’insediamento di Itamar, nei pressi della città palestinese di Nablus, dalle colonie di Beit El e da Kiryat Arba (vicino Hebron). I consigli regionali dei coloni hanno già distribuito ai “settler” decine di migliaia di bandiere israeliane da portare in marcia e appendere sulle automobili.

Si teme inoltre un’escalation di violenza e atti vandalici da parte dei coloni a danno di comunità e proprietà palestinesi. Negli ultimi 10 giorni si sono infatti intensificati gli attacchi a moschee, automobili, proprietà e terre agricole palestinesi: il prezzo da pagare (price-tag strategy) per l’iniziativa all’ONU. Un trend in aumento, dato che la nota diffusa oggi dal gabinetto del Primo Ministro palestinese, parla di 40 attacchi solo nel mese di settembre. Questa mattina i coloni hanno dato alle fiamme diversi dunam di terra agricola appartenenti al villaggio palestinese di Ainabous, vicino Nablus, in aggiunta agli oltre 500 alberi (in gran parte ulivi) bruciati ieri nel governatorato di Salfit (a Deir Istiya).

Per monitorare e registrare con l’uso di videocamere il prevedibile aumento di attacchi da parte dei coloni, attivisti palestinesi e internazionali dei comitati popolari per la resistenza nonviolenta, hanno lanciato una campagna: “gruppi di volontari - ha spiegato a Maan News l’attivista israeliano Jonathan Pollak - saranno a disposizione, pronti ad intervenire dove ce ne sarà bisogno”.

Si teme anche un collasso della situazione economica in Cisgiordania:  ne ha parlato il governatore per l’autorità monetaria palestinese Jihad al -Wazir sempre a Maan News, temendo che gli Stati Uniti possano interrompere di colpo “il versamento dei 500 milioni di dollari nelle casse dell’Anp”. Una questione che preoccupa anche il 64% dei palestinesi intervistati dal Centro palestinese per la ricerca politica (Pcpsr). Nel sondaggio, che ha interessato un campione di 1200 persone tra Cisgiordania e Gaza, l’85% degli intervistati è a favore dell’iniziativa all’ONU; il 78% teme però teme la risposta immediata di Israele sul terreno, ovvero il congelamento dei dazi doganali versati all’Anp e altre misure straordinarie quali l’aumento dei blocchi stradali e le chiusure dei checkpoint.

Fonte Nena News

di Massimo Mucchetti

L'Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c'è in tutto l'Occidente. Nei 34 Paesi dell'Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall'attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell'area Ocse diventerebbero così 100 milioni.

Il diavolo che minaccia l'Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l'enfasi dell'antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l'economia, e dunque l'occupazione. Certo, da tempo la Banca d'Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione.

E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall'insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l'Italia possa basarsi soltanto sull'estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l'Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere?

Forse non è un caso se George Magnus, l'economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg: «Date a Marx una chance di salvare l'economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un'impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l'accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto.

Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all'agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po' di inflazione.

Sul Financial Times, sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d'inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell'Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l'euro trema.

In queste condizioni, l'Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell'economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un'altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l'Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l'Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po' di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l'Italia dovrebbe convincere l'Eurozona ad aumentare l'Iva, così da spostare un po' di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell'Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera.

 


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