di Bianca Cerri

Sembra che il filo spinato elettrificato, piazzato alle frontiere tra America e Messico, non riesca più ad impedire il passaggio di immigrati clandestini che tentano di entrare negli Stati Uniti per trovare sollievo alla miseria. L'Arizona Republic si lamenta del dolore e della fatica di chi vive nelle zone di frontiera dove, nonostante le centinaia di contractors armati fino ai denti, capita di ritrovarsi accanto un messicano affamato. E non passa giorno senza che tra i derelitti ci scappi il morto. Non certo per colpa delle guardie armate, assicura James Gilchrist, presidente della Minuteman Project, che dirige l'andirivieni dei contractors, la colpa è dei clandestini. Fortuna che i guai stanno per finire: il Dipartimento della Difesa ha firmato un contratto con la Halliburton per la costruzione di campi di detenzione dove finiranno quelli che tentano di attraversare illegalmente la frontiera. Il fatto che al vertice della Halliburton sieda il Vice Presidente Usa, Dick Cheney, non procura nessun imbarazzo, semmai un lievitare dei costi.

di Fabrizio Casari

Diversi e tutti apocalittici i commenti del day-after palestinese. Le elezioni per il rinnovo del governo dell'Anp hanno suscitato ovunque commenti allarmati. In molti casi ipocriti, giacché il successo di Hamas, se proprio lo si deve definire una disgrazia, era una disgrazia annunciata.
E se il risultato certo non può far piacere, visto l'abisso che si apre per il processo di pace, sarebbe bene che le cancellerie ed i media che oggi si dicono preoccupati, si guardassero allo specchio ed ammettessero le loro gravissime responsabilità. Perché bisognerebbe davvero interrogarsi sulle cause profonde che hanno determinato la vittoria di Hamas. Cominciando a dire che la politica palestinese, pure in una specificità tremenda e con caratteristiche assai diversa da altre, segue le stesse logiche di altri scenari. Nello specifico, la crisi di Fatah, che è crisi di rappresentanza molto più profonda di quanto non dicono gli stessi risultati delle urne, è figlia della disperazione di un popolo che non gode di nessuno dei diritti di cui tutti gli altri godono ed ha che vedere anche con l'incapacità di governo, quando non di vero e proprio malgoverno, esibita in questi anni dal suo gruppo dirigente.

di Bianca Cerri

Samuel Alito Secondo alcune fonti d'informazione, ci sarebbe burrasca al Senato americano, cui spetta la decisione finale sulla nomina dei giudici alla Corte Suprema. Ma probabilmente si tratta di un'esagerazione o non si spiegherebbe perchè la Commissione Giustizia abbia già dato il nulla-osta alla conferma di Samuel Alito, giudice federale con origini italiane, intenzionato ad aggiudicarsi uno scranno a vita alla Corte Suprema. La decisione finale è attesa per il 31 gennaio ma si tratta soltanto di un proforma, a meno che i democratici non raccolgano l'appello espresso in una lettera datata 24 gennaio 2006, nella quale un folto gruppo di giuristi si appella ai senatori del partito affinché boccino in massa la candidatura di un giudice che metterebbe a repentaglio la legalità nel paese.

di Luca Mazzucato

I risultati ufficiali non lasciano dubbi sul terremoto politico delle elezioni palestinesi del 25 Gennaio: Hamas ha stravinto. Il gruppo islamico, che aveva boicottato le precedenti e uniche elezioni del 1996, ha conquistato la maggioranza assoluta con 76 seggi su 132 totali, lasciando ad Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen, appena 43 seggi. Pochi seggi sono andati alle liste laiche di sinistra. In ossequio alla democrazia dell'alternanza, il governo in carica di Abu Qureia si è dimesso nel pomeriggio di giovedì, prima ancora che i risultati finali fossero resi noti. Spetterà ora ad Hamas formare il nuovo governo dell'ANP, dopo dieci anni di dominio indiscusso di Al Fatah.

di Maurizio Musolino

Marwan Barghouti Chissà, quando mercoledì prossimo apriranno ufficialmente i seggi elettorali nei territori palestinesi occupati da Israele per il rinnovo dell'assemblea nazionale (il Parlamento), cosa farà nella sua cella Marwan Barghouti. Come attenderà i risultati il leader di Fatah, nelle carceri israeliane da quasi quattro anni per scontare cinque ergastoli, lo sanno in pochi; di sicuro molti di più sanno cosa ha pensato in queste ultime settimane. Marwan (sottolineamo ancora una volta il nome per evitare confusione con un altro Barghouti, Mustapha, anche lui candidato alle prossime elezioni a capo di una formazione laica e progressista) anche dalle mura del carcere è riuscito a condizionare le elezioni confermandosi una figura di riferimento per una parte importante della società civile palestinese. Su di lui sono stati puntati gli occhi di molti commentatori e di tanti protagonisti dell'area. Innanzitutto gli occhi di quanti all'interno di Fatah vedevano nella sua figura l'unico modo per arginare l'aumento di popolarità della formazione religiosa Hamas. La sua candidatura doveva servire inoltre a tenere unito un partito che, dopo la morte di Yasser Arafat, rischia la frantumazione.


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