di Maurizio Musolino

Fra poche ore Israele andrà al voto. Si tratta di elezioni particolarmente importanti perché arrivano dopo un anno e mezzo che ha radicalmente cambiato gli scenari e i protagonisti di questo antico conflitto. Se la morte di Arafat ha messo in rilievo le difficoltà, ma anche le potenzialità della leaderships palestinese, imponendo un ricambio troppo a lungo rinviato, non meno traumatica è stata l'uscita di scena di Sharon proprio nella fase delicata che rimescolava le carte in tavola nel contesto politico israeliano.
La nascita di Kadima, la creatura politica fortemente voluta da Ariel Sharon dopo il ritiro e il ridispiegamento da Gaza, ha imposto ai due partiti storici di Israele una agenda ben diversa da quella precedentemente prevista. Da una parte il Labour, che dopo la sconfitta congressuale di Peres e la vittoria del segretario generale del sindacato Peretz aveva deciso di puntare al confronto elettorale sulla carta sociale, denunciando la grave crisi economica che soffoca l'esistenza di tantissimi israeliani, è stato costretto ad un ruolo di possibile alleato di minoranza di Kadima, riducendo le sue ambizioni e con esse la sua attrattività sull'elettorato.

di Carlo Benedetti

Nel cuore dell'Europa, in terra d'Ucraina, si prospetta di nuovo l'incubo di un'ulteriore divisione. Perché domenica 26 il paese torna a votare per le "politiche" dopo quella storica vittoria della "rivoluzione arancione" che, nel 2004, vide prevalere, nella competizione presidenziale, il filo-occidentale Viktor Jushenko sul filo-russo Viktor Janukovich. La "vicenda" non è chiusa: ora è la volta delle elezioni per il parlamento (Verkovna Rada). Lo scontro si annuncia drammatico. Da un lato ci sono le popolazioni di quelle regioni che guardano all'Occidente e alla Polonia; dall'altro quelle che hanno come riferimento il mondo slavo e la madre-Russia. Due realtà sociali, politiche ed economiche completamente diverse. La parte occidentale (che ha come "capitale" Lvov, città che noi chiamiamo Leopoli) e quella orientale che si riconosce nel centro industriale di Kharkov e che comprende i bacini carboniferi del Donbass. Tutto si ripresenta con lo scenario tradizionale caratterizzato da un clima generale dove sono usati (sotto slogan che rivendicano il rinnovamento della società) trucchi ed espedienti tra i più subdoli. Ma questa volta soffia un vento diverso. La cosiddetta "rivoluzione arancione" ha già attraversato duri periodi, con lotte intestine caratterizzate da episodi di corruzione, mafie e tangentopoli. E così quanti avevano manifestato appoggio alle posizioni tradizionali, filorusse e filoslave, si ritrovano ad avere il vento in poppa. Il riscontro lo si ha anche nel fatto che i media occidentali - in gran parte favorevoli a Jushenko - mettono il silenziatore sull'avvenimento. Ma vediamo - pur con una necessaria sinteticità - la situazione in dettaglio.

di Fabrizio Casari

Trent'anni fa, la storia dell'Argentina precipitò nel cono d'ombra. Prese il potere, con un colpo di Stato, la giunta militare guidata dai generali Videla (esercito), Agosti (aeronautica) e Massera (marina). Il primo era un pupillo di Kissinger, il secondo dell'oligarchia argentina, il terzo un iscritto alla loggia massonica P2 e raccomandato speciale di Licio Gelli. Insieme, formarono la triade assassina che fece sprofondare l'Argentina nel periodo più buio della sua storia. Se Isabelita Peron riuscì a lasciare la Casa Rosada a bordo di un elicottero, la sorte di una intera generazione venne gettata nell'immondezzaio della civiltà.
La governance dei militari si manifestò con tutta la barbarie possibile. Sciolti Parlamento e Governo, messi fuori legge partiti e sindacati, chiusi giornali e radio, il paese latinoamericano divenne una immensa dead-line fuori della quale passò solo chi riuscì a fuggire. Dentro, rimasero carceri, torture, voli della morte ed assassini a sangue freddo. Il prezzo che l'Argentina pagò alla "guerra alla sovversione comunista" fu di 32.000 morti. Diecimila vennero uccisi in combattimento o fucilati per le strade, mentre i 365 campi di sterminio, insediati in ogni dove della nazione, sequestrarono 10.000 persone. Un milione e mezzo riuscirono a percorrere la strada amara dell'esilio.

di mazzetta

Secondo un recente e serissimo sondaggio del Pew Research Center for the People and the Press, gli americani, alla richiesta di dichiarare quale singola parola identifichi meglio il presidente Bush, hanno piazzato al primo posto "incompetente", mentre "idiota" e "bugiardo" si sono piazzate nella top ten con un'impennata decisa dalla precedente rilevazione.
I tre termini descrivono l'inequivocabile giudizio sulle qualità della politica repubblicana e il gradimento di Bush, sprofondato al 33%, trascina con se la stima per la politica dell'Amministrazione. Il verbo neoconservatore continua ad essere ripetuto, ma di fatto genera solo insofferenza. Bush non ha ancora perso il controllo, come invece è capitato al suo omologo italiano, e continua come un automa ad affermare che tutto va bene, mentre ora sembra incline a una trattativa con l'Iran per rimediare al disastro iracheno.
L'incompetenza, l'idiozia e la menzogna sono tratti distintivi dell'azione politica repubblicana e il risultato combinato di questi tre fattori è sotto gli occhi di tutti. L'attacco all'Iraq ha prodotto una frattura nella giurisprudenza internazionale e in cambio l'unico risultato evidente è l'impennata del costo del petrolio e dei guadagni delle aziende che lo commercializzano. Per il resto assistiamo ogni giorno a un bagno di sangue, mentre la diplomazia americana cerca la benevolenza dell'Iran per rimediare in parte al disastro provocato. In Afghanistan il presidente Karzai, soprannominato il "sindaco di Kabul" perché controlla a malapena la capitale, accusa il vicino Pakistan di collusione con al Qaeda e i talebani, che intanto in Pakistan hanno dichiarato un emirato indipendente nel Waziristan e respinto l'esercito pachistano mandato a riprendere il controllo delle province ribelli.

di Bianca Cerri

Si terrà il prossimo cinque settembre a Los Angeles la fiera delle nuove armi studiate appositamente per la polizia americana. Presso i vari stands sarà possibile ammirare un po' di tutto, dalle granate ai giubbotti anti-proiettile di ultimissima generazione. I corpi che nel corso dell'anno effettueranno il maggior numero di operazioni spericolate potranno accedere ai finanziamenti a fondo perduto per rinnovare i propri arsenali.
Fra le aziende che hanno aderito all'esposizione figura la Taser International (cinture elettrificate in grado di ridurre alla ragione i soggetti turbolenti); la Savage Arms (fucili di altissima precisione); la Carey Inc. (corsi di formazione per tiratori scelti); la Forced Entry Tactical Training (corsi di formazione dove si insegna agli agenti ad usare esplosivi senza causare danno alla propria persona) e la Tactical Duostock (mitra studiati per funzionare anche quando si indossa un giubbotto anti-proiettile).


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