di Michele Paris

Con un intervento pubblico a fianco del capo del Pentagono e di quello delle forze armate degli Stati Uniti, mercoledì il presidente Obama ha annunciato una decisione sull’Afghanistan che è la logica conseguenza dell’evolversi della situazione nel paese occupato in questi ultimi anni. Il processo di riduzione del numero dei soldati americani impiegati in Afghanistan sarà cioè drasticamente rallentato rispetto ai piani originari della stessa amministrazione Obama, costretta a riconoscere la persistente fragilità del governo-fantoccio di Kabul del presidente Ashraf Ghani.

Obama ha parlato assieme al Segretario alla Difesa, Ashton Carter, e al capo di Stato Maggiore, generale Joseph Dunford, facendo sapere che i circa 9.800 soldati attualmente in Afghanistan non saranno ridotti a 5.500 entro il gennaio 2017, come previsto in precedenza, ma nel paese centro-asiatico ne rimarranno 8.400.

La decisione accoglie in gran parte le richieste dei vertici militari USA e, come ha spiegato lo stesso Obama mercoledì, assicura al prossimo presidente “solide basi per i continui progressi dell’Afghanistan, così come la flessibilità [necessaria] a far fronte all’evoluzione della minaccia terroristica”.

Per meglio dire, la Casa Bianca e il Pentagono, preso atto del deteriorarsi della situazione in Afghanistan e del riallineamento strategico in corso nella regione, hanno fatto marcia indietro sulle promesse dei mesi scorsi, in modo da rendere più semplice per il successore di Obama una possibile nuova escalation militare e l’implementazione dei piani per un’occupazione permanente.

Il ripensamento di Obama sul numero di truppe da mantenere in Afghanistan era stato previsto da molti, soprattutto dopo che meno di un mese fa egli stesso aveva autorizzato nuove regole d’ingaggio, assegnando alle forze aeree e di terra la facoltà di prendere parte ai combattimenti contro i Talebani dell’esercito regolare afgano e non solo delle Forze Speciali indigene.

Ugualmente previsto era il tempismo dell’annuncio di Obama, arrivato due giorni prima dell’apertura di un summit cruciale della NATO a Varsavia. Nella capitale polacca, oltre a decidere il dispiegamento di migliaia di truppe nei paesi dell’Europa dell’est che confinano con la Russia, gli Stati Uniti utilizzeranno il loro rinnovato impegno in Afghanistan per convincere gli altri paesi che partecipano all’occupazione a fare anch’essi di più nei prossimi mesi.

Come spesso accade nei suoi interventi pubblici, anche mercoledì Obama è sembrato sottovalutare l’intelligenza degli americani, affermando assurdamente che gli Stati Uniti non sono più impegnati in una guerra di ampia portata con forze e offensive di terra in Afghanistan. Contraddendo anche le direttive emanate dalla sua amministrazione, il presidente ha parlato soltanto di “consiglieri”, di compiti di “addestramento” dell’esercito afgano e di “supporto” alle operazioni anti-terrorismo.

Obama e Carter hanno poi fatto riferimento alle precarie condizioni delle forze di sicurezza afgane e alla necessità di impedire che il paese, dove sarebbero penetrate anche cellule dello Stato Islamico (ISIS), diventi ancor più terreno fertile per il terrorismo. Oltre al fatto che sia i Talebani sia al-Qaeda sono il prodotto delle politiche americane in Afghanistan fin da prima dell’invasione sovietica, sono l’occupazione stessa che dura dal 2001, la repressione di qualsiasi opposizione ai governi corrotti di Kabul installati da Washington e le manovre strategiche messe in atto per garantirsi una presenza prolungata nella regione ad avere contribuito in maniera decisiva alla continua destabilizzazione e al disastro economico-sociale di questo paese.

Le modalità e i tempi con cui l’amministrazione Obama e il Pentagono hanno proceduto per arrivare ad annunciare la decisione di mantenere 8.400 soldati in Afghanistan almeno fino all’inizio del prossimo anno la dicono lunga sulle loro intenzioni.

Per cominciare, una decisione che era con ogni probabilità già stata presa da tempo è giunta per gradi a partire dalla fine del 2014, quando Obama fece la promessa fuorviante di mettere fine alle operazioni di combattimento in Afghanistan. In seguito sono arrivate varie modifiche ai piani di disimpegno, tutte giustificate con la necessità di adattare lo sforzo USA alla situazione sul campo, in continuo peggioramento negli ultimi anni.

La guerra che Obama aveva promesso di portare a termine quando vinse le elezioni nel 2008 sarà così ancora in pieno svolgimento alla fine del suo secondo mandato otto anni più tardi. Anzi, come già anticipato in precedenza, da tempo le manovre americane in atto indicano un’ulteriore espansione del conflitto nel prossimo futuro.

La vicinanza delle elezioni di novembre impone però il ricorso a stratagemmi retorici che nascondano le vere intenzioni del governo e dei militari, fondamentalmente determinati a rimanere a lungo in un paese che occupa una posizione cruciale in un’area del pianeta dove si intrecciano interessi economici e strategici di importanza enorme per il capitalismo americano e la sua influenza in netto declino.

Ben lontani dall’essere in grado o dall’avere intenzione di trovare una via d’uscita pacifica dall’Afghanistan, vista anche l’impossibilità di raggiungere una soluzione diplomatica con i Talebani e le altre potenze regionali che salvaguardi gli interessi USA, il governo e i militari americani minacciano se mai di estendere ancor più il caos ai paesi vicini.

Il Pakistan, ad esempio, rischia seriamente di essere trascinato del tutto in un conflitto per il quale ha già pagato e continua a pagare un prezzo di sangue altissimo. Messo all’angolo dall’evoluzione della partnership indo-americana, il Pakistan sta guardando sempre più alla Cina per la tutela della propria sicurezza e dei propri interessi economici.

Ciò ha aggravato le tensioni già esistenti con l’alleato americano, facendo aumentare le pressioni di Washington su Islamabad. Proprio in questo quadro, segnato dal rischio di allargamento della guerra, vanno considerati sia il recente assassinio con un drone americano del leader Talebano, Mullah Aktar Mansour, nella provincia pakistana del Belucistan, solitamente off-limits alle operazioni militari USA, e gli scontri armati, probabilmente fomentati dagli Stati Uniti, registrati il mese scorso al confine afgano-pakistano tra le forze armate dei due paesi vicini.

di Mario Lombardo

Di fronte alle massicce manifestazioni di protesta che da mesi attraversano la Francia, il governo del primo ministro, Manuel Valls, e del presidente, François Hollande, questa settimana ha forzato per la seconda volta in due mesi il passaggio del pacchetto di legge, conosciuto come “loi travail” o “loi Khomri”, all’Assemblea Nazionale di Parigi senza il voto dei suoi membri.

La risolutezza con cui in Francia si stanno implementando misure che minacciano di stravolgere i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro testimonia della natura ormai apertamente reazionaria dell’Esecutivo guidato dal Partito Socialista (PS). Contro la legge e il governo è esplosa da mesi la durissima opposizione di coloro che subiranno le conseguenze delle iniziative previste, mentre i sondaggi continuano a confermare la contrarietà della maggioranza della popolazione francese all’operato di Valls e Hollande in questo ambito.

L’opposizione nel paese alla “legge Khomri” ha avuto ovvi riflessi in Parlamento, poiché, come già era accaduto nel mese di maggio, il governo non è stato in grado di raccogliere i consensi necessari a ottenerne l’approvazione alla camera bassa del Parlamento. Valls è stato così costretto a ricorrere a un dispositivo anti-democratico previsto dalla Costituzione francese all’articolo 49, paragrafo 3.

Questo strumento consente semplicemente al governo di far passare una determinata legge senza la necessità di un voto dell’aula. Con il ricorso all’articolo 49-3, l’unico modo per impedire l’approvazione della legge in questione è la presentazione entro 24 ore di una “mozione di censura” nei confronti del governo, possibile però se sottoscritta da almeno un decimo dei membri della camera.

Le quasi nulle possibilità di successo di un’eventuale mozione dipendono dal fatto che, se essa fosse votata a maggioranza, la legge verrebbe messa da parte ma il governo sarebbe di fatto sfiduciato. All’interno del PS vi sono forti resistenze all’adozione della “legge Khomri”, ma i parlamentari “frondisti” non sono disposti a far cadere il governo, visto che ciò porterebbe molto probabilmente a elezioni anticipate che si tradurrebbero in una disfatta per il loro partito.

Nel corso della direzione nazionale del PS lo scorso 18 giugno, inoltre, i parlamentari intenzionati a presentare una mozione contro il governo erano stati avvertiti che sarebbero andati incontro a una possibile espulsione dal partito. Mercoledì alcuni deputati della sinistra socialista hanno provato a presentare una mozione, ma, esattamente come a maggio, il tentativo è miseramente fallito per la mancanza di soli due voti.

All’insegna del completo opportunismo è stata invece la risposta dell’opposizione di centro-destra, i cui deputati martedì avevano abbandonato l’aula dopo il nuovo ricorso di Valls all’articolo 49-3. I Repubblicani (LR) di Sarkozy e i centristi dell'Unione dei Democratici e degli Indipendenti (UDI) hanno cioè escluso la presentazione di una loro mozione, al contrario di quanto avevano fatto a maggio.

Il leader dei Repubblicani all’Assemblea Nazionale, Christian Jacob, ha spiegato che in questa occasione Valls e il PS dovranno “regolare da soli i loro conti”. In realtà, il centro-destra francese ritiene a ragione che la maggioranza sia sufficientemente debole e screditata per andare incontro a un tracollo elettorale nel 2017 e non intende forzare la mano con il rischio di mettere in discussione una legge i cui contenuti condivide in pieno.

Dopo il primo passaggio forzato alla camera bassa due mesi fa, infatti, il centro-destra al Senato aveva modificato il provvedimento stralciando anche le modeste concessioni che il governo aveva fatto nel tentativo di ammorbidire l’opposizione tra lavoratori e sindacati. Ad esempio, il passaggio al Senato aveva ripristinato il tetto massimo di 15 mensilità all’indennizzo da corrispondere in caso di licenziamenti senza giusta causa.

Il fatto che Valls e Hollande abbiano ancora una volta umiliato il Parlamento francese non è una sorpresa. Le tendenze anti-democratiche della maggioranza socialista, simili peraltro a quelle osservabili in praticamente tutte le forze di governo occidentali, erano risultate evidenti nella risposta alle proteste di piazza contro la “loi travail”.

In molte occasioni, le autorità di polizia avevano utilizzato i poteri straordinari assicurati dallo stato di emergenza, in vigore fin dagli attentati terroristici di Parigi nel novembre del 2015, sia per reprimere le manifestazioni anti-governative sia per impedire a molti attivisti di partecipare alle proteste. Addirittura, il governo aveva minacciato di vietare una manifestazione organizzata dai sindacati il 24 giugno scorso, salvo poi fare marcia indietro e consentirne lo svolgimento.

Se l’opposizione all’agenda anti-sociale di Valls e Hollande e alla “loi travail” resta molto forte nel paese, le organizzazioni sindacali si stanno adoperando da settimane per trovare un compromesso e superare lo scontro in atto. Ufficialmente, svariate sigle sindacali, a cominciare dalla Confederazione Generale del Lavoro (CGT), continuano a chiedere il ritiro della “riforma” o modifiche sostanziali, ma dietro le quinte sono in corso intense trattative con il governo per arrivare a una soluzione concordata che possa contenere le tensioni sociali esplosive.

Già la decisione dei sindacati di sospendere ogni azione organizzata nel periodo estivo sembra essere un tentativo per placare gli animi dei lavoratori scesi nelle piazze e scoraggiare ulteriori iniziative. Tutto ciò malgrado le misure più odiose del provvedimento non siano state cancellate. Il punto più controverso della “riforma” Khomri è contenuto nell’articolo 2 e prevede la possibilità per aziende e sindacati di negoziare a livello di fabbrica le condizioni di lavoro dei dipendenti, aggirando i contratti e le regolamentazioni nazionali per sfruttare la posizione di debolezza dei lavoratori.

Essendo un attacco frontale ai diritti di questi ultimi, la legge in discussione interviene in molti altri ambiti collegati ai rapporti di lavoro. Tra l’altro, essa favorisce la liquidazione della settimana lavorativa di 35 ore, facilita i licenziamenti e penalizza i lavoratori più giovani.

Molti giornali francesi hanno evidenziato come la disponibilità del governo a provocare un durissimo scontro sociale e ad aggravare le divisioni nel Partito Socialista sia una vera e propria scommessa politica. Questo scenario si può però descrivere in maniera più appropriata come un autentico suicidio politico di Hollande e Valls, i quali, assieme al loro partito, andranno incontro a pesantissime batoste elettorali nei due appuntamenti con le urne del prossimo anno, per la scelta del nuovo presidente e per il rinnovo del Parlamento.

La determinazione di una forza politica come il PS, teoricamente di sinistra o centro-sinistra, nel perseguire iniziative di legge ultra-liberiste come quella in discussione e dalla portata catastrofica per le classi che dovrebbero rappresentare la propria base elettorale è estremamente significativa.

Da un lato, ciò testimonia l’abbandono da parte dei Socialisti anche della pretesa formale di stare dalla parte di lavoratori e classe media, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione, e, dall’altro, mostra in maniera eclatante la forza dei grandi interessi economico-finanziari che indirizzano l’azione dei governi e che sono il vero punto di riferimento del PS in Francia e di praticamente tutti i principali partiti occidentali di qualsiasi orientamento.

Il passaggio forzato all’Assemblea Nazionale, in ogni caso, non esaurisce il percorso parlamentare della “legge Khomri”, né con ogni probabilità le proteste dei lavoratori. Il testo presentato questa settimana dal governo dovrà tornare nuovamente al Senato, prima di approdare per la terza volta alla camera bassa attorno al 20 di luglio per l’approvazione definitiva, probabilmente ancora con l’invocazione dell’articolo 49-3.

di Michele Paris

Il direttore dell’FBI, James Comey, ha confermato martedì che la sua agenzia non chiederà al Dipartimento di Giustizia di procedere con l’incriminazione di Hillary Clinton per l’uso di un server di posta elettronica privato durante il suo incarico alla guida della diplomazia americana tra il 2009 e il 2013. La decisione spazza dunque via una vicenda legale che aveva creato parecchie preoccupazioni alla candidata alla Casa Bianca per il Partito Democratico, anche se critiche e accuse da parte Repubblicana continueranno con ogni probabilità fino alle elezioni di novembre.

Sulla questione, il Partito Repubblicano aveva costruito un’accesa polemica politica allo scopo di colpire l’ex Segretario di Stato, senza ottenere però risultati significativi e, anzi, finendo per occultare le vere responsabilità connesse alla natura criminale della politica estera di Washington.

Hillary era stata sentita sabato dall’FBI, nell’ambito dell’indagine su una pratica proibita da anni dalle regole del Dipartimento di Stato, le quali impongono che tutta la corrispondenza del Segretario e del suo staff transiti su server governativi, sia per questioni di sicurezza sia per garantire la conservazione di quelli che vengono considerati come documenti pubblici.

Sul contenuto dell’interrogatorio della favorita nella corsa alla presidenza non era trapelato nulla sulla stampa americana, ma molti esperti legali negli USA ritenevano improbabile una sua incriminazione da parte dell’FBI. Più che una violazione della legge, la creazione di un server privato andava infatti contro una norma interna fissata dal Dipartimento di Stato

L’intervento pubblico del numero uno dell’FBI non ha comunque assolto la Clinton da un comportamento censurabile. L’ex Segretario di Stato potrebbe aver violato “statuti relativi alla gestione di materiale classificato”, ma, alla luce dei risultati dell’indagine, “nessun procuratore avvierebbe ragionevolmente un procedimento” nei suoi confronti.

Un’incriminazione federale avrebbe potuto avere luogo principalmente in due casi, se Hillary avesse mentito agli investigatori o, in maniera più grave, se informazioni riservate fossero finite nelle mani di terzi deliberatamente o per negligenza. Quest’ultima accusa è tuttavia molto difficile da dimostrare.

Le reazioni dei leader Repubblicani non si sono fatte attendere. Il candidato alla Casa Bianca, Donald Trump, su Twitter ha scritto che “il sistema è truccato”, chiedendosi la ragione per cui l’FBI non abbia raccomandato l’incriminazione di Hillary nonostante il comportamento illegale ammesso da Comey. Il presidente della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan, ha anch’egli ribadito questo concetto, definendo un “precedente inquietante” lo scagionamento dell’ex Segretario di Stato.

Sul caso hanno pesato ovviamente anche considerazioni di natura politica. Il direttore dell’FBI è un Repubblicano e ha servito nell’amministrazione di George W. Bush, ma ampie sezioni dell’apparato della sicurezza nazionale americana vedono con favore l’ipotesi di una vittoria di Hillary Clinton nelle elezioni di novembre, viste le sue credenziali da “falco”, mentre temono l’imprevedibilità e le posizioni isolazioniste di Donald Trump.

Sulla raccomandazione dell’FBI per l’eventuale incriminazione di Hillary avrà l’ultima parola il ministro della Giustizia (“Attorney General”), Loretta Lynch, nominata da Obama e strettamente legata al clan Clinton, a cui deve il lancio della sua carriera legale e politica. La Lynch aveva però già fatto sapere che era sua intenzione rispettare la decisione dell’FBI, rispondendo così alle polemiche seguite a un suo incontro privato settimana scorsa con l’ex presidente Bill Clinton all’aeroporto di Phoenix, in Arizona.

Se anche Hillary e i suoi sostenitori hanno assicurato che la decisione di ricorrere a un server di posta privato era stata un errore, le notizie emerse sulla vicenda in questi mesi hanno gettato molte ombre su una candidata che già non si distingue per onestà e integrità.

Un rapporto interno al Dipartimento di Stato, pubblicato qualche settimana fa, aveva accusato duramente l’ex senatrice di New York. Hillary aveva ad esempio affermato di avere chiesto al Dipartimento di Stato l’autorizzazione all’uso di un proprio dominio per la posta elettronica, mentre in realtà tale richiesta non sarebbe mai avvenuta, poiché in tal caso sarebbe stata fermamente respinta.

Da ricordare c’è anche il fatto che Hillary ha messo a disposizione delle indagini circa 30 mila e-mail, ma quasi altrettante sono state eliminate, ufficialmente perché di natura privata. In molti dubitano legittimamente della parola della Clinton e, a conferma di ciò, la settimana scorsa la sua più stretta collaboratrice, Huma Abedin, ha ammesso in un’aula di tribunale che, “in più di un’occasione”, erano state eliminate insolitamente anche copie dell’agenda giornaliera del Segretario di Stato, da considerarsi evidentemente come documenti pubblici.

Hillary è riuscita dunque a evitare una clamorosa incriminazione in seguito all’indagine dell’FBI, ma rimarranno comunque aperti vari procedimenti civili intentati da organizzazioni conservatrici che, prevalentemente per ragioni politiche, hanno chiesto la pubblicazione della corrispondenza tenuta negli anni al Dipartimento di Stato.

Queste grane legali hanno senza dubbio contribuito a peggiorare la percezione della Clinton tra gli americani. Un recente sondaggio ha mostrato infatti che la candidata Democratica alla Casa Bianca è considerata ancora più disonesta e inaffidabile di Donald Trump.

Il dato più rilevante delle vicende che stanno interessando Hillary Clinton ha comunque a che fare con responsabilità ben più gravi di quelle emerse e utilizzate per calcoli politici dal Partito Repubblicano. Dalle e-mail del Dipartimento di Stato è ad esempio risultato che Hillary Clinton ha avuto un ruolo diretto nell’approvazione di assassini mirati condotti con i droni in Pakistan, così come sono state confermate le sue responsabilità nell’intervento militare in Libia nel 2011 per rovesciare il regime di Gheddafi.

In entrambi i casi vi sarebbe ampio spazio per perseguire per crimini di guerra l’ex Segretario di Stato, assieme a molti altri esponenti delle amministrazioni Bush e Obama, i vertici militari e dell’intelligence USA. Com’è ovvio, né le indagini dell’FBI e della maggioranza Repubblicana al Congresso, né le denunce dei vari gruppi conservatori sono interessate a questo aspetto cruciale dei casi in questione.

La ragione di ciò è da ricercare nelle responsabilità per i crimini dell’imperialismo americano dell’intera classe politica USA, tutt’al più interessata a perseguire eventuali violazioni dei vincoli di segretezza posti sui documenti che testimoniano di questi stessi crimini piuttosto che le azioni e le responsabilità a essi collegate.

Identica evoluzione ha avuto così anche un’altra vicenda che ha visto coinvolta Hillary Clinton negli ultimi anni, quella cioè legata all’assalto alla rappresentanza diplomatica USA di Bengasi che l’11 settembre del 2012 si concluse con la morte dell’ambasciatore americano in Libia, Christopher Stevens, e di altri tre cittadini statunitensi incaricati del servizio di sicurezza.

Sull’attentato era stata creata una speciale commissione d’indagine della Camera dei Rappresentanti di Washington, dotata di fondi straordinari. Anni di ricerche e interviste hanno dato alla luce un rapporto finale di oltre 800 pagine.

Anche in questo caso, l’obiettivo della maggioranza Repubblicana era quello di indebolire politicamente Hillary Clinton, facendo emergere particolari responsabilità dell’allora Segretario di Stato nell’implementazione di misure di sicurezza insufficienti per la protezione del consolato USA nella città libica. Come previsto, nulla di tutto ciò è stato però evidenziato dall’indagine, mentre alcune questioni di fondamentale importanza emerse sulla natura criminale dell’operazione militare in Libia sono state puntualmente ignorate.

In primo luogo vi è l’utilizzo da parte americana di milizie fondamentaliste, alcune con legami diretti ad al-Qaeda, per la rimozione di Gheddafi. Queste stesse forze hanno condotto l’attacco al consolato di Bengasi, uccidendo l’ambasciatore Stevens, ovvero uno dei principali responsabili della gestione dei rapporti con i guerriglieri jihadisti.

Dal rapporto del Congresso risulta poi chiara la creazione di una rotta tra la Libia e la Siria da cui la CIA, che operava da una struttura annessa al consolato di Bengasi, facilitava il transito di armi e combattenti fondamentalisti per replicare a Damasco le stesse operazioni volte al cambio di regime messe in atto a Tripoli.

Niente di tutto questo è finito al centro di un qualche dibattito negli ambienti ufficiali di Washington, dove le azioni dei militari, del Dipartimento di Stato e della CIA sono considerate interamente legittime.

Oltre a tralasciare volutamente questi aspetti di gran lunga più importanti rispetto alla trascurabile questione delle responsabilità sulle misure adottate dal Dipartimento di Stato per la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche USA all’estero, le iniziative dei Repubblicani non sono nemmeno riuscite a far naufragare la campagna elettorale di Hillary Clinton.

Anzi, se anche la già modesta popolarità della contendente Democratica alla Casa Bianca ne ha in qualche modo risentito, l’esito delle indagini ha offerto a quest’ultima un facile bersaglio per le sue contro-accuse circa l’esistenza di una cospirazione ai suoi danni negli ambienti della destra americana.

di Mario Lombardo

La scommessa del primo ministro australiano, Malcolm Turnbull, di cercare di rompere lo stallo che da tempo paralizza il quadro politico del suo paese con nuove elezioni anticipate sembra essere destinata a un più o meno pesante fallimento dopo i risultati non ancora definitivi seguiti alla chiusura delle urne nella serata di sabato. La “coalizione” conservatrice di governo, formata dal partito Liberale e da quello Nazionale, ha infatti segnato una setta flessione, attestandosi su numeri simili a quelli del Partito Laburista di opposizione. Nessuno dei due principali soggetti politici australiani avrà così probabilmente i seggi sufficienti a dar vita a un nuovo esecutivo senza il sostegno di partiti minori o di parlamentari indipendenti.

Turnbull aveva deciso un insolito “doppio scioglimento” dei due rami del Parlamento di Canberra nel mese di aprile dopo appena sette mesi dal suo approdo alla guida del governo. La sua installazione a capo dei Liberali e del governo era avvenuta in seguito a una rivolta interna al partito per rimuovere il suo predecessore, Tony Abbott, da entrambe le cariche. Quest’ultimo stava presiedendo a un vero e proprio crollo dei consensi per la maggioranza, mentre l’impazienza degli ambienti del business australiano per la lentezza nell’implementazione delle “riforme” di libero mercato a lungo promesse ha fatto il resto.

L’auspicio del primo ministro Turnbull era dunque quello di conquistare un nuovo mandato elettorale per creare un governo più forte, puntando sul suo presunto carisma, le sue posizioni progressiste sulle questioni ambientali e sui diritti dei gay e sulla presentazione di un bilancio federale che intendeva dare l’impressione di contribuire alla “modernizzazione” del paese.

Dopo il voto di sabato, invece, Turnbull si è trovato di fronte a prospettive tutt’altro che rosee. Lo spoglio di circa i tre quarti delle schede ultimato finora assegna all’incirca lo stesso numero di seggi alla camera bassa (Camera dei Rappresentanti) al Partito Laburista e alla coalizione “Liberal-National”. Al momento, entrambi sembrano destinati a fallire l’obiettivo di raggiungere la maggioranza assoluta di 76 seggi.

Nella serata di lunedì, le proiezioni pubblicate da alcuni giornali australiani attribuivano alla Camera 70 o 71 seggi al centro-destra, 67 al Labor, uno ai Verdi, 5 a candidati indipendenti e partiti minori. In sette collegi elettorali la situazione era invece ancora troppo equilibrata per prevedere i vincitori dei rispettivi seggi. I dati provvisori della Commissione Elettorale Australiana ne davano invece 71 ai Laburisti, contro i 55 del 2013, e 67 alla Coalizione di governo, contro i 90 del Parlamento uscente.

Da conteggiare restano ancora alcuni milioni di voti espressi per posta che, secondo la stampa australiana, in genere tendono a favorire il Partito Liberale. Per questa ragione, un Turnbull già sotto assedio nelle ore successive alla chiusura delle urne ha provato a rassicurare i suoi sostenitori, affermando che alla fine la “Coalizione” avrà i numeri per mettere assieme un governo sufficientemente solido.

Le autorità elettorali hanno comunque fatto sapere che i dati definitivi non si conosceranno almeno fino alla fine della settimana. Nei prossimi giorni, perciò, potrebbero moltiplicarsi sia le pressioni su Turnbull sia i tentativi delle prime due formazioni politiche di garantirsi l’appoggio di quelle minori per raggiungere la maggioranza in Parlamento.

Anche nel migliore degli scenari - un governo di minoranza o sostenuto da una maggioranza risicata - il primo ministro rischia di andare incontro a un voto di sfiducia interno al suo partito, vista la debolezza di un eventuale nuovo gabinetto da lui guidato e la tendenza ai colpi di mano contro i propri leader dei partiti australiani in periodi di crisi.

Inevitabilmente, l’attenzione in questi giorni è puntata sulle formazioni minori e sui candidati indipendenti che hanno ottenuto un numero relativamente importante di seggi. Significativo appare soprattutto il ritorno in Parlamento dopo due decenni di Pauline Hanson, leader del partito xenofobo “One Nation”. Nello stato nord-orientale del Queensland, ad esempio, questo partito ha raccolto circa il 10% dei consensi, a conferma del fatto che il voto di protesta contro i tradizionali partiti di governo finisce spesso per beneficiare i movimenti di estrema destra in assenza di un’alternativa realmente progressista.

Il voto del fine settimana registra in ogni caso anche in Australia una tendenza già osservata ampiamente altrove in questi anni, tra cui più di recente in Spagna, cioè il collasso di un sistema fondamentalmente bipartitico a causa della crescente ostilità della maggioranza degli elettori per politiche di austerity e di impoverimento di massa implementate sia dalle destre che dalle sinistre.

La precarietà del panorama politico australiano è un altro sintomo inequivocabile della crisi delle democrazie rappresentative occidentali, visto che questo paese non entra tecnicamente in recessione da 25 anni e, almeno fino a qualche anno fa, era sinonimo di stabilità politica. I segnali del progressivo sconvolgimento degli equilibri erano comunque evidenti, tra l’altro dall’avvicendamento di ben cinque primi ministri a partire dal 2010.

Le perdite più sensibili la maggioranza di governo le ha incassate nelle periferie delle principali città australiane, dove la “working-class” nutre un forte risentimento nei confronti delle politiche di rigore che hanno segnato il peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. I modesti progressi dei Laburisti in queste elezioni sono infatti dovuti principalmente all’opposizione ai tagli al sistema sanitario pubblico proposti da Turnbull, nonostante essi stessi si fossero mossi in una direzione simile quando erano al governo.

Lunedì, intanto, il leader del Partito Laburista, Bill Shorten, ha invitato il primo ministro Turnbull a dimettersi dopo averlo paragonato al suo omologo britannico, David Cameron, anch’egli sconfitto in un’iniziativa elettorale lanciata per i propri calcoli politici. Lo stesso Shorten potrebbe però fronteggiare problemi sul fronte interno. Uno degli esponenti più autorevoli del suo partito, Anthony Albanese, ha escluso una resa dei conti nel Labor per il momento, lasciando però la porta aperta a un possibile voto sulla leadership nel prossimo futuro.

Al di là dei risultati finali del voto in Australia, la prestazione dei due principali partiti e, soprattutto, di quello Liberale di governo, ha suscitato profonda irritazione tra i commentatori dei giornali ufficiali. Ciò è dovuto al timore che il perpetuarsi dell’instabilità politica a Canberra in parallelo al deteriorarsi dell’economia australiana, dovuto dal crollo delle esportazioni derivanti dall’industria estrattiva, renda sempre più difficile l’applicazione di misure di “ristrutturazione” dell’economia in senso liberista.

Le agenzie di rating hanno d’altra parte già minacciato di privare l’Australia dell’ambita tripla A se non verranno adottate al più presto le “riforme” necessarie a ridare fiducia agli investitori. La classe politica australiana si ritrova così a vivere lo stesso dilemma di quelle di molti altri paesi occidentali, pressati cioè dagli ambienti economico-finanziari a procedere con misure di devastazione sociale a fronte della resistenza e l’aperta ostilità di elettori che, attraverso le urne e non solo, continuano a lanciare messaggi in senso contrario fin troppo chiari, anche se puntualmente ignorati.

Il caos post-elettorale in Australia, infine, deve avere messo in allarme anche il principale alleato strategico e militare di Canberra, gli Stati Uniti. L’Australia è uno dei paesi-chiave della strategia americana in Asia orientale, fondamentalmente rivolta al contenimento della Cina. A Washington è risaputo che all’interno dei due principali partiti australiani persistono posizioni che, pur non opponendosi all’alleanza con gli USA, vedrebbero con favore un clima più disteso tra le prime due potenze economiche del pianeta, visto che Pechino è il principale partner commerciale di Canberra.

Le possibilità che gli Stati Uniti intendano allentare le pressioni sulla Cina sono però vicine allo zero e, coerentemente con il ruolo giocato da sempre nella politica australiana, gli sforzi di Washington nelle prossime settimane saranno diretti perciò a garantire che gli sviluppi del dopo-voto producano scenari compatibili con i propri interessi strategici in quest’area del pianeta.

di Michele Paris

Nonostante l’insediamento ufficiale del discusso nuovo presidente delle Filippine, Rodrigo “Rody” Duterte, sia avvenuto soltanto giovedì, le settimane trascorse tra questo evento e le elezioni nel mese di maggio sono già state segnate in maniera drammatica da una peculiarità che ha contraddistinto la sua carriera politica a livello locale. Da oltre un mese, cioè, l’arcipelago-paese del sud-est asiatico è attraversato da un’ondata di omicidi sommari di criminali per lo più di bassa lega per mano delle forze di polizia o di killer appositamente assoldati dalle autorità.

Duterte è stato a lungo sindaco della città di Davao, sull’isola meridionale di Mindanao, e come tale ha presieduto in maniera nemmeno troppo segreta all’attività di squadre della morte che, secondo alcune stime, hanno ucciso più di mille criminali o presunti tali, tra cui un numero consistente di minori.

A questi stessi metodi Duterte aveva fatto riferimento nel corso della campagna elettorale per le presidenziali, durante la quale non si era fatto troppi scrupoli nel promettere un assalto frontale al crimine nel paese, prevedendo la liquidazione fisica di 100 mila malviventi nei primi sei mesi del suo mandato.

Le promesse raccapriccianti di Duterte non sono sparite nemmeno dopo il successo alle urne. Anzi, il presidente-eletto aveva ad esempio annunciato la distribuzione di premi in denaro per ogni criminale assassinato, con importi a scalare a seconda dell’importanza della vittima.

Se anche le dichiarazioni di Duterte fossero da considerare semplici sparate elettorali per fare leva sui sentimenti di frustrazione della popolazione per l’altissimo livello di violenza nelle Filippine, l’impatto sul paese è stato drammatico, visto che dopo la sua vittoria le esecuzioni per mano della polizia hanno fatto registrare una netta impennata.

Il capo della Polizia scelto da Duterte, l’ex capo del dipartimento di Davao, Ronald De la Rosa, qualche settimana fa aveva esortato pubblicamente i suoi uomini a “sparare per uccidere” se i criminali dovessero opporre resistenza o essere armati. Nei giorni scorsi, invece, in una conferenza stampa De la Rosa ha affermato che ai sospettati di crimini legati al narcotraffico sarà garantito “il diritto di rimanere in silenzio – per sempre”.

Secondo i dati della Polizia filippina, quindi con ogni probabilità sottostimati, nelle sei settimane successive alle elezioni presidenziali gli agenti hanno ucciso in maniera sommaria 54 presunti spacciatori o trafficanti di droga, cioè un numero di gran lunga superiore alla media. Ufficialmente, in tutti i casi sarebbero state rispettate le direttive sull’uso della forza, ma un portavoce della Polizia ha ammesso in un’intervista al Wall Street Journal che l’elezione di Duterte “ha rinvigorito gli sforzi nel contrastare il narcotraffico”.

I giornali filippini e la stampa internazionale hanno riportato a partire dal mese di maggio numerosi casi di assassini extra-giudiziari di presunti criminali, i cui cadaveri sono stati spesso contrassegnati da cartelli con frasi che identificavano la vittima come “spacciatore” o invitavano a non seguirne l’esempio.

Varie municipalità hanno inoltre messo taglie in denaro sulla testa dei criminali, dal trafficante di alto livello fino al semplice ladro. Infine, dal mese di maggio si è moltiplicato il numero di vittime causate da sparatorie tra la Polizia e criminali armati.

Anche altre politiche repressive per combattere il crimine proposte dal neo-presidente delle Filippine sono già state messe in atto in varie città del paese, come ad esempio il coprifuoco nelle ore notturne, che ha portato all’arresto di centinaia di minori che vivono per strada.

Comprensibilmente, le associazioni a difesa dei diritti civili nelle Filippine hanno sollevato l’allarme sulle conseguenze delle iniziative promesse da Duterte, le quali rischiano appunto di scatenare un’ondata di violenze per mano delle forze dell’ordine e di garantire a queste ultime l’impunità per crimini che non vengono evidentemente considerati come tali dai vertici politici dello stato.

A livello internazionale sono state allo stesso modo organizzazioni come Human Rights Watch a denunciare il fenomeno delle squadre della morte già quando Duterte era sindaco di Davao. Recentemente, il Segretario-Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, si è detto anch’egli “estremamente preoccupato” dalla “apparente approvazione degli assassini extra-giudiziari” da parte del neo-presidente filippino.

Tra i governi occidentali e della regione, invece, è prevalso finora il silenzio. Gli Stati Uniti, ovvero il principale alleato strategico delle Filippine, hanno indirizzato qualche timida critica all’amministrazione entrante a Manila. L’atteggiamento dell’amministrazione Obama appare però particolarmente cauto, in attesa di capire quali saranno gli orientamenti economici e, soprattutto, in politica estera che adotterà Duterte.

Da Washington il problema delle esecuzioni sommarie da parte della Polizia filippina è sentito solo nella misura in cui esso può screditare agli occhi della comunità internazionale il capo di un governo che rappresenta un punto fermo nelle manovre strategiche americane in Estremo Oriente, indirizzate fondamentalmente all’accerchiamento della Cina.

Se apprensioni esistono negli USA per Duterte, esse sono legate alla possibilità che il sostituto del fedelissimo Benigno Aquino, cioè il presidente uscente, opti per scelte di politica estera più indipendenti e promuova quindi un riavvicinamento verso Pechino. Infatti, in campagna elettorale Duterte aveva talvolta prospettato proprio una svolta simile, pur assicurando in molte occasioni il sostanziale allineamento delle Filippine alle esigenze strategiche degli Stati Uniti.

Duterte, ad ogni modo, giovedì nel suo discorso d’insediamento ha mantenuto un tono tutto sommato prudente, evitando le uscite imbarazzanti che avevano caratterizzato la campagna elettorale. A un certo punto ha anche affrontato la questione della “lotta al crimine” e le critiche sollevate dal suo approccio non esattamente democratico. Per confortare i suoi accusatori, il presidente filippino ha ricordato il suo passato da avvocato e procuratore che lo rende consapevole quindi dei limiti legali imposti ai poteri dello stato.

Queste rassicurazioni sono apparse simili a quelle pronunciate dallo stesso Duterte e dai suoi portavoce nelle scorse settimane. Le sue indicazioni sarebbero state cioè di uccidere i criminali non in maniera sommaria, ma “soltanto” se essi rappresentano una minaccia per gli agenti o se fanno resistenza all’arresto.

Al di là del prevedibile, anche se relativo, ammorbidimento di Duterte al momento dell’assunzione ufficiale dell’incarico di presidente, la sua ascesa al potere rappresenta l’inquietante avanzamento di forze contrassegnate da tratti apertamente fascisti, nelle Filippine come altrove, in risposta all’aumento delle tensioni sociali e al deteriorarsi della situazione economica.

La presenza di Rodrigo Duterte alla guida di un paese come le Filippine, caratterizzato tradizionalmente da un clima politico e da un sistema legale tutt’altro che estranei alla violenza, nonché al centro della crescente rivalità tra USA e Cina, rischia quindi di produrre una miscela esplosiva e di vanificare i sia pure modesti passi avanti fatti segnare da questo paese sul fronte democratico negli ultimi decenni.


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