di Sara Nicoli

Anche chi lo sostiene, ormai ha capito che la pazza idea di Berlusconi di “fermare i francesi” e di dare il via alla favola della cordata italiana è una bugia di quelle con le gambe tanto corte da non essere arrivata neppure alla naturale scadenza per la quale era stata formulata, ovvero dopo le elezioni in modo da intascare il voto dei lavoratori di Alitalia e del suo indotto. I sindacati che fino a qualche giorno fa hanno gigioneggiato in attesa di testare “l’effettiva consistenza” della proposta del Cavaliere, come sottolineato da un Bonanni (Cisl) imbarazzante più del solito, alla fine hanno dovuto gettare la spugna e ammettere che, allo stato non c’è alcuna alternativa possibile al piano proposto da Air France per salvare l’Alitalia. Il problema è che Berlusconi, ormai solo per ripicca, ha deciso che hai francesi dirà comunque no quando sarà a Palazzo Chigi (e, ahinoi, ci andrà) e dunque per i lavoratori dell’ex compagnia di bandiera non rimane che pensare a trovarsi rapidamente un altro posto di lavoro. In vista, con il Caimano al comando, c’è solo il fallimento. Che farà sembrare il piano “lacrime e sangue” di Spinetta una grande occasione perduta dietro gli interessi dei principali azionisti di Sea, tra cui la Moratti e Formigoni, tutti del Pdl. Almeno non ci sarà bisogno di cercarlo, il colpevole.

di Nino Galloni

Per cercare di capire l'attuale situazione finanziaria, aldilà di momentanei assestamenti che vengono salutati, ogni volta, da molti analisti come segnali di ripresa e recupero che invece poi non si realizzano, occorrerebbe, forse, fare qualche passettino indietro. I primi segnali di una crisi borsistica strutturale si sono avuti nel corso del 2000, quando è apparso evidente che il ciclo dei prodotti della "new economy" si rivelava molto più corto del previsto e che, quindi, i mirabolanti rendimenti della finanza non trovavano le conferme tanto attese, al fine di proseguire nella speculazione al rialzo. Da una parte, infatti, i mercati non potevano più accontentarsi di rendimenti di poco superiori ai corsi obbligazionari, perché i grandi investitori (fra cui gli stessi fondi pensione) che avevano preso impegni di valorizzazione del capitale attorno al 7% netto all'anno durante gli anni '80 - quando era questo il rendimento reale dei titoli obbligazionari - acquistavano solo azioni che garantivano il mantenimento della promessa di elevati rendimenti; dall'altra, i redditi non tenevano il passo né della produzione, né dei corsi finanziari.

di Bianca Cerri

I giornali avvertono: prima del 15 aprile il costo di un barile di petrolio potrebbe sfiorare i 120 dollari. Detta così, la cosa risulta già sufficientemente impressionante, tanto più che il problema nasce dall’utilizzo del dollaro come unità di valore del prezzo del greggio, ultimo strumento rimasto al governo degli Stati Uniti per controllare il mercato mondiale. Al di là della mera valutazione economica c’è però il tragico stillicidio delle morti sul lavoro degli addetti ai pozzi, almeno cento ogni anno solo negli Stati Uniti. Esplosioni improvvise, esalazioni letali, fuoco devastante, trivelle che crollano e cadute dall’alto stanno facendo una vera e propria strage. Ogni morte avviene in modo veloce e bastano poche centinaia di dollari per sanare la coscienza dei dirigenti delle compagnie petrolifere. Come se il lavoratore non fosse mai esistito. Se un pianista si taglia un dito o una ballerina si rompe una gamba scattano risarcimenti miliardari ma le leggi federali americane non prevedono particolari tutele per gli operai. Soprattutto se addetti ai pozzi di petrolio, dove tutto deve continuare a fare il suo percorso senza una sbavatura. Forse in altre circostanze la morte è un affare lungo, ma nei pozzi di petrolio compie la sua missione in meno di un minuto.

di Alessandro Iacuelli

La nuova disputa tra l'Ucraina e il colosso energetico russo Gazprom potrebbe ripercuotersi sulle forniture russe di gas all'Europa? E' quello che si chiedono analisti, governi e cittadini, anche se da Mosca smentiscono. E' la seconda guerra del gas, quella che sta avvenendo tra Russia e Ucraina in questi giorni. Kiev si è vista ridurre di un ulteriore 25% le forniture da Gazprom e minacciare di altre decurtazioni se non tornerà al tavolo delle trattative per il mancato pagamento di un debito di 600 milioni di dollari e la firma di nuovi accordi energetici bilaterali. Con una riduzione complessiva del 50% delle forniture, l'autonomia delle riserve ucraine passa da quattro a due settimane, avvicinando il rischio di prelevamenti del metano russo destinato all'Europa, come si verificò nella prima guerra del gas all'inizio del 2006. La risposta ucraina è stata, adducendo come motivo la mancanza dei documenti necessari, il divieto d'ingresso in due centrali di controllo a due osservatori indipendenti della compagnia Sgs, assoldati da Gazprom per monitorare il passaggio del gas russo indirizzato all'Europa occidentale attraverso il territorio ucraino.

di Alessandro Iacuelli


Il Consiglio di Amministrazione di Yahoo!, il secondo motore di ricerca del mondo presieduto dal fondatore Jerry Yang, ha respinto l’offerta presentata da Microsoft, ritenendo troppo pochi i 44,6 miliardi di dollari offerti. Il CdA di Yahoo! ha spiegato in un comunicato di aver esaminato attentamente l’offerta ostile di Microsoft con i propri consulenti e di avere "deciso all’unanimità che la proposta non è nell’interesse di Yahoo! e degli azionisti" perché "sottovaluta in modo sostanziale Yahoo e il suo brand, compresa l’ampia platea di utenti nel mondo e gli importanti investimenti effettuati in pubblicità". Il CdA di Yahoo! ha inoltre precisato che "continua a valutare altre alleanze strategiche". Ora la contromossa spetta a Microsoft. Nei prossimi giorni, il gigante del software dovrà rapidamente decidere se alzare l’offerta o cercare altre scorciatoie, come ad esempio rivolgersi ai principali azionisti invece che al CdA per tentare una cordata. Nel frattempo anche il management di Yahoo! dovrà agire in fretta cercando una strategia di crescita che convinca gli azionisti a non accettare l’allettante proposta di Microsoft.


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