L’esito del G7 canadese, con le due mosse clamorose di Donald Trump (riapertura a Putin e partenza anticipata per Singapore) ha reso esplicito ciò che, fino a qualche settimana prima era solo un sospetto: cioè che “America First” significa che l’Europa è già passata in secondo piano nella graduatoria degli interessi mondiali.

 

Difficile pensare che si tratti di un capriccio transitorio del presidente americano in carica, specie se si mettono nel conto anche i dazi su alluminio e acciaio e la decisione unilaterale di stracciare l'accordo sul nucleare iraniano contro (senza neanche consultarli) l'opinione di tutti gli alleati atlantici, oltre che quella della Russia e della Cina. L'impressione generale di questa girandola di colpi pugilistici è quella di un grande sconquasso. Che potrebbe essere addirittura più sostanziale di quello che appare a prima vista.

“Abbiamo bisogno di leader che sappiano siglare grandi affari per gli americani”. Così Donald Trump nel 2015 agli inizi della campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti. Per Trump i politici americani non sapevano negoziare per la mancanza di esperienza imprenditoriale che lui invece possiede a iosa.

Negoziare nel mondo degli affari è una cosa ma al livello di politica internazionale si tratta di un'attività molto più complessa che l'inquilino della Casa Bianca non ha ancora capito. La storia recente della sua presidenza ce lo conferma.

Managua. La mobilitazione ‘azul y blanco’ del 30 maggio per le madri di (una parte) delle vittime degli scontri che hanno afflitto il Nicaragua nelle ultime sei settimane è stata gigantesca. Quasi impossibile calcolare il numero di persone che hanno deciso di uscire per le strade e camminare pacificamente attraverso l'autostrada centrale fino a Masaya.

 

In parallelo, sul viale da Chávez a Bolívar, che divide la capitale in due e raggiunge il lago Xolotlán, il partito governativo convocava la sua militanza per celebrare la festa della mamma con una cantata. Anche qui una folla di persone che canta e scandisce slogan. Non tutti sono riusciti ad arrivare. Il convoglio di autobus che veniva dal nord del paese a Managua è stato attaccato con armi da fuoco da persone sconosciute. Al momento il saldo è di un morto e almeno 22 feriti, alcuni gravemente.

Gli Stati Uniti e i loro alleati preparano in silenzio un piano brutale per «mettere fine alla dittatura» in Venezuela. La prima parte di questo «colpo da maestro» (Masterstroke), già predisposta, dovrebbe essere messa in atto prima delle prossime elezioni. Se l’esito di questa offensiva, che sarà sorretta dall’intero apparato propagandistico e mediatico, nonché da azioni violente “in difesa della democrazia”, non sarà la cacciata del presidente Nicolas Maduro, il piano B è già pronto, coinvolgerà molti Paesi per riuscire a imporre una “forza multilaterale” che intervenga militarmente.

 

Panama, Colombia, Brasile e Guyana, appoggiati dall’Argentina e da “altri amici”, sono il fulcro dell’operazione, con la regia del Pentagono. Tutto è pronto: le basi militari, i Paesi confinanti che forniranno aiuto diretto mettendo a disposizione ospedali e riserve di viveri per i soldati.

L’incontro tra Macron e Trump alla Casa Bianca - al quale è seguito quello con la cancelliera Merkel - ci ha consegnato più interrogativi che punti fermi sull’accordo nucleare con l’Iran del 2015. Trump non ha chiarito se il 12 maggio si ritirerà dall’intesa. Ma abbiamo una certezza: nelle guerre mediorientali l’Iran rimane il vero bersaglio degli Usa e dei suo alleati regionali, Israele e Arabia Saudita.

 

“Fermare l’espansione dei Teheran e della Mezzaluna sciita sulle coste del Mediterraneo siriano, in Libano e in Yemen”, questo è il mantra che hanno ripetuto il presidente francese e quello americano che è esattamente quello che chiedono lo stato ebraico e la monarchia wahabita.


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