Si parte per vendere e si finisce per comprare. Sembrava che il ministro dell’Economia Giovanni Tria fosse andato in Cina per vendere i titoli del debito italiano e invece è venuto da Pechino l’annuncio che la Banca d’Italia inizierà a diversificare le proprie riserve valutarie includendo il renminbi e quindi titoli di stato cinesi. Non è una novità che dai cinesi compriamo quasi tutto: la Cina è tornata a essere una fabbrica-mondo come lo fu fino alla vigilia della rivoluzione industriale europea.

 

Importiamo dalla Cina molto di più di quanto esportiamo: quasi il doppio. È il terzo Paese del mondo per valore delle merci che l’Italia importa dall’estero, dopo Germania e Francia. Dalla Cina arrivano prodotti per un valore quasi doppio rispetto, per esempio, a quelli che arrivano dagli Stati Uniti (28,4 miliardi di euro contro 15 miliardi lo scorso anno, secondo i dati del ministero per lo Sviluppo economico).

 

Per ogni euro che spendiamo in merci prodotte nel loro Paese, i cinesi spendono meno di 50 centesimi in prodotti italiani. Quindi la nostra bilancia commerciale (che a livello complessivo è in attivo) rispetto alla Cina è negativa: alle aziende cinesi sono rimasti 15 miliardi di euro di differenza lo scorso anno, spesi dagli italiani.

La Cina è un destino, non solo segnato dalla storia ma dal presente e dal futuro. È la seconda economia mondiale dopo gli Stati Uniti, anche se il suo prodotto interno lordo è poco più di sei volte quello dell’Italia, secondo i dati della Banca mondiale: in dollari la produzione cinese vale 12,2 milioni di miliardi e quella dell’Italia 1,9 milioni di miliardi.

 

La Cina però cresce con tassi di sviluppo molto superiori al nostro e quindi la distanza si sta allargando a dismisura. Basti pensare che vent’anni fa, nel 1998, il Pil dell’Italia era del 20% più alto di quello cinese. Noi andiamo piano, la Cina vola. Eppure le cose non sono così nette quando si scende nel dettaglio, che però è anche sostanza.

 

Fca, Telecom Italia, Enel, Generali e Terna sono solo alcune delle realtà industriali italiane dove le aziende cinesi hanno una partecipazione. Il picco degli investimenti si è avuto soprattutto tra il 2014 e il 2015, anno in cui il gigante della chimica cinese, China National Chemical, ha acquisito una quota di controllo in Pirelli per 7,3 miliardi di euro.

 

In realtà l’annuncio che la Banca d’Italia compra titoli cinesi nasconde una preciso intento diplomatico ed economico. Il messaggio è indiretto ma chiaro agli interlocutori internazionali: Italia e Cina hanno l’obiettivo comune di difendere la stabilità finanziaria internazionale, i liberi commerci e sviluppare ulteriormente i rapporti economici per cui, dopo gli investimenti diretti già effettuati e le potenzialità ancora inespresse, Pechino ha un interesse concreto alla stabilità italiana.

La verità è che i cinesi dagli italiani comprano assai ma soprattutto quello che a loro interessa, nell’ottica di una strategia di espansione in Europa e nel Mediterraneo. Dal calcio (Inter e Milan) alle quote in gruppi strategici, la Cina è dall'inizio del 2014 sempre più presente nell'industria italiana.

 

Fca, Telecom Italia, Enel, Generali e Terna sono solo alcune delle realtà industriali italiane dove le aziende cinesi hanno una partecipazione. Il picco degli investimenti si è avuto soprattutto tra il 2014 e il 2015, anno in cui il gigante della chimica cinese, China National Chemical, ha acquisito una quota di controllo in Pirelli per 7,3 miliardi di euro.

 

Gli investimenti cinesi vanno dai 400 milioni di euro di Shanghai Electric in Ansaldo Energia all’acquisizione del 35% di Cdp Reti da parte del colosso dell'energia elettrica di Pechino, China State Grid, per un valore complessivo di 2,81 miliardi di euro. Interessati dalle mire cinesi sono stati anche i gruppi dell'agroalimentare, come il brand Filippo Berio, controllato da Salov, in cui il gruppo cinese Bright Food ha acquisito una quota di maggioranza, o quelli della moda, con il passaggio di Krizia al gruppo di Shenzhen, Marisfrolg. Tra gli investimenti più recenti, da ricordare, nel 2017, l'acquisizione del gruppo biomedicale Esaote da parte di un consorzio nel quale figura anche Yufeng Capital, co-fondato dal patron di Alibaba, il gigante dell'e-commerce cinese, Jack Ma.

 

Questo, sopra ogni cosa, interessa oggi ai cinesi: le nuove “Vie della Seta”, i collegamenti terrestri, marittimi e aerei dell’Eurasia. Ed è questo che hanno chiesto anche al ministro Tria mentre stanno puntando il mirino sul porto di Trieste - e la nuova zona franca - come punto di approdo in Europa per i mercantili in arrivo dalla Cina meridionale attraverso l’Oceano Indiano e Suez.

 

L’interesse della Cina verso l'Italia non è sfuggito ai nostri concorrenti: secondo uno studio pubblicato nel 2017 dal Mercator Institute for China Studies di Berlino e dal gruppo di consulenza Rhodium Group, tra il 2000 e il 2016, l'Italia è stata al terzo posto, tra i Paesi dell'Unione Europea, come meta degli investimenti cinesi, a quota 12,8 miliardi di euro. Hanno fatto meglio solo la Gran Bretagna, a quota 23,6 miliardi, e la Germania, in seconda posizione con 18,8 miliardi di euro. La tendenza è cambiata alla fine del 2016 quando Pechino ha dato un taglio allo shopping sfrenato dei gruppi cinesi all'estero per concentrarsi sui progetti di sviluppo industriale e su quelli che rientrano nell'iniziativa di sviluppo infrastrutturale tra Asia, Europa e Africa Belt and Road, lanciata dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.

 

Questo, sopra ogni cosa, interessa oggi ai cinesi: le nuove “Vie della Seta”, i collegamenti terrestri, marittimi e aerei dell’Eurasia. Ed è questo che hanno chiesto anche al ministro Tria mentre stanno puntando il mirino sul porto di Trieste - e la nuova zona franca - come punto di approdo in Europa per i mercantili in arrivo dalla Cina meridionale attraverso l’Oceano Indiano e Suez. Da quando i cinesi gestiscono il Pireo, il traffico dei container è aumentato di 6 volte, e il porto è passato dalla 93esima posizione mondiale alla 36esima, diventando il terminal con la crescita più rapida al mondo.

 

Dietro a questa strategia cinese non ci sono solo i commerci. Secondo i dati sulla spesa militare globale diffusi dal Sipri la Cina è il secondo paese per spesa militare complessiva dopo gli Stati Uniti, che con oltre 600 miliardi di dollari contro 225 conservano saldamente la prima posizione. Quello che colpisce è lo straordinario aumento della spesa militare cinese, più che raddoppiata dal 2008 a oggi, mentre gli Usa l'hanno diminuita del 14%. Un evento di portata storica per la semplice ragione che certifica la Cina come potenza non solo economica ma anche militare: un evento che ci riguarda direttamente.

 

Da più di un anno è attiva la base di Gibuti, obiettivo la creazione di un corridoio privilegiato di accesso al canale di Suez, una nuova “via della seta” agevolata dallo stretto rapporto con l’Egitto di Al Sisi. È proprio l’ “hub” nell’ex-colonia francese a issare la Cina al rango di potenza militare globale proiettata anche verso il Mediterraneo oltre che in Africa, su un palcoscenico dove dominano Washington e la Nato. Forse ancora non a lungo: anche per questo l’Italia ha un ruolo non secondario nelle strategie cinesi.

 

fonte: www.linkiesta.it

I recenti successi militari dell’esercito di Assad nel sud della Siria hanno spianato la strada alla concentrazione di forze nella provincia nord-occidentale di Idlib, dove sembra essere sempre più probabile un’offensiva contro le rimanenti formazioni armate dell’opposizione fondamentalista e filo-occidentale. La prospettiva del ritorno anche di quest’area del paese mediorientale sotto il controllo di Damasco ha parallelamente mobilitato gli stessi gruppi anti-Assad e i paesi occidentali, ben decisi a ostacolare l’avanzata delle forze governative appoggiate da Russia e Iran.

 

Dai commenti di vari esponenti dei governi in Occidente e dalle manovre militari in atto, sono in molti a intravedere i preparativi per una possibile aggressione contro Damasco. Un’iniziativa bellica che avrebbe luogo a tutti gli effetti a favore delle organizzazioni integraliste che controllano circa il 70% del territorio del governatorato di Idlib.

 

Una di queste formazioni, anzi la principale, è la filiale di al-Qaeda in Siria, già denominata Fronte al-Nusra e da qualche tempo ribattezzata Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Quest’ultima controlla buona parte dell’area di Idlib in collaborazione con altre fazioni jihadiste, mentre altri gruppi ancora sono protagonisti di scontri fratricidi che stanno favorendo la preparazione dell’offensiva governativa.

 

L’esercito siriano avrebbe comunque già operato alcuni bombardamenti preparatori nella regione e al confine meridionale di Idlib si sono registrati movimenti importanti di truppe governative. La battaglia di Idlib minaccia di essere la più cruenta del lungo conflitto siriano e più di un osservatore ritiene probabile che un’eventuale vittoria di Damasco potrebbe segnare l’inizio della fine della guerra stessa.

 

Dopo oltre sette anni di scontri e di investimenti enormi sull’opposizione armata da parte dell’Occidente e di molti regimi arabi, così come della Turchia, l’ipotesi di una vittoria decisiva sul campo del regime di Assad è vista con orrore dai rivali di quest’ultimo, nonostante ciò comporterebbe in larga misura la sconfitta del terrorismo in Siria.

 

A dare un segnale chiarissimo della disponibilità occidentale a intervenire in aiuto dei gruppi fondamentalisti, inclusa la succursale siriana di al-Qaeda, sono stati esponenti dei governi di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Tutti hanno avvertito Assad che le loro forze armate sono pronte a colpire se saranno usate armi chimiche contro i civili a Idlib.

 

Visti i precedenti, è più che evidente che le minacce rappresentano un messaggio inequivocabile mandato all’opposizione armata per incoraggiare un finto attacco con armi chimiche, la cui responsabilità andrebbe nuovamente attribuita in maniera sommaria ad Assad, così da giustificare un intervento militare contro Damasco.

Ciò è già accaduto più volte in questi anni e l’ultima volta nel mese di aprile, quando il presidente americano Trump autorizzò il lancio di missili contro postazioni militari e governative in Siria ufficialmente in risposta a un attacco con armi chimiche nella località di Douma, vicino a Damasco. Quel blitz era stato deciso malgrado non esistessero prove della responsabilità di Assad e, anzi, lo stesso uso di sostanze chimiche era subito apparso fortemente in dubbio.

 

Il consigliere per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca (ed ex ambasciatore americano all’ONU), John Bolton, ha formulato la nuova minaccia contro Damasco nel corso di una conferenza stampa a Gerusalemme qualche giorno fa dove ha significativamente collegato le politiche siriane del suo paese alla guerra economica e diplomatica in atto contro l’Iran.

 

Bolton ha ricordato come gli USA intendano rovesciare il regime di Assad in Siria anche e soprattutto per cancellare la presenza della Repubblica Islamica in questo paese, nel quadro di una competizione per l’egemonia sul Medio Oriente tra le forze filo-americane e quelle della “resistenza” sull’asse Beirut (Hezbollah)-Damasco-Teheran.

 

L’innalzamento dei toni da parte degli Stati Uniti sulla Siria e sull’Iran coincide anche con un ulteriore rafforzamento dei rapporti e della collaborazione tra questi due paesi. Lunedì, Damasco e Teheran hanno sottoscritto un accordo di difesa che suggella la prosecuzione della presenza iraniana in Siria. Il governo iraniano ha poi espresso l’auspicio di poter svolgere un “ruolo produttivo” nel processo di ricostruzione post-bellica della Siria.

 

La risposta degli Stati Uniti e dei loro alleati a queste dinamiche resta esclusivamente il ricorso all’opzione militare. Il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konsashenkov, ha affermato questa settimana che Washington ha portato un’altra nave da guerra, armata di missili “cruise”, nel Golfo Persico e un bombardiere B-1B nella base americana di Al-Udeid, in Qatar in preparazione di un possibile attacco.

 

Lo stesso Konsashenkov e altre fonti mediorientali hanno anche avvertito che gli uomini di Hayat Tahrir al-Sham, cioè la filiale di al-Qaeda in Siria, avrebbero trasportato nella città di Jisr ash-Shugur, nella provincia di Idlib, importanti quantità di cloro per mettere in scena un attacco chimico da attribuire al regime di Assad.

 

In questo stesso quadro si inseriscono anche le dichiarazioni di martedì del presidente Trump e della cancelliera tedesca Merkel, diffuse dopo una conversazione telefonica. Entrambi i leader hanno invocato uno “sforzo internazionale” per prevenire una crisi umanitaria a Idlib. Singolarmente, nessun appello di questo genere viene fatto invece dall’Occidente per fermare la strage di civili in Yemen per mano dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, con l’assistenza di Washington.

 

Un altro evento a cui gli USA e i loro alleati guardano in relazione alla Siria è l’incontro del 7 e dell’8 settembre prossimi nella città iraniana di Tabriz tra i presidenti di Russia, Iran e Turchia. Il vertice dovrebbe appunto decidere i tempi dell’offensiva di Idlib. Soprattutto, Mosca e Teheran dovranno superare le resistenze di Erdogan, contrario all’operazione in primo luogo per il numero di rifugiati che si riverseranno sulla Turchia.

 

Ankara teme inoltre che, dopo il ritorno di Idlib sotto il controllo di Damasco, le mire di Putin e Assad potrebbero spostarsi sul territorio siriano settentrionale occupato dalle forze turche. Secondo gli accordi trilaterali tra Turchia, Russia e Iran, Erdogan avrebbe dovuto d’altronde garantire la separazione tra i guerriglieri fondamentalisti e quelli “moderati” a Idlib.

 

Questo compito non è però mai stato portato a termine, tanto che ora il Cremlino avrebbe dettato una sorta di ultimatum allo stesso Erdogan, chiedendogli di cooperare nell’imminente offensiva oppure di sgomberare i suoi uomini dai 12 punti di osservazione che nella stessa provincia nord-occidentale fungono da cuscinetto tra il regime e i “ribelli”.

 

La Turchia sembra avere ormai abbandonato le velleità di rovesciare Assad, ma intende comunque perseguire almeno un paio di obiettivi: impedire la formazione di una regione autonoma curda oltre i propri confini meridionali e ottenere il massimo possibile da un eventuale piano di pace che metta fine al conflitto siriano.

 

Se la situazione sul campo appare ormai segnata, i prossimi sviluppi della guerra saranno tuttavia influenzati dalle manovre degli Stati Uniti. A Washington e all’interno dell’amministrazione Trump persistono forti divisioni sul coinvolgimento nel conflitto, ma sempre più sembra prevalere la posizione dei “falchi”, come il consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton.

 

La promessa di Trump di ritirare i soldati USA presenti illegalmente in Siria deve fare i conti anche con una situazione interna complicata, visto che nelle ultime settimane la posizione del presidente nell’ambito del “Russiagate” si è fatta più precaria. Una nuova avventura bellica all’estero potrebbe perciò allentare le pressioni sull’amministrazione, tanto più che i rivali di Trump chiedono da tempo un impegno maggiore in Siria in chiave anti-russa.

 

Quel che appare scontato è in ogni caso il tentativo, in un modo o nell’altro, da parte degli Stati Uniti di impedire o, quanto meno, ostacolare un esito del conflitto siriano nel quale non sia Washington a dettarne i termini secondo i propri interessi strategici.

Per tre mesi, Daniel Ortega e il suo governo sono stati sottoposti a intense pressioni da parte di manifestanti, gruppi di opposizione, media locali e politici della destra conservatrice statunitense, affinché abbandonassero il potere. A metà luglio è diventato però chiaro che, nonostante la stampa internazionale continui a parlare di un paese sull’orlo del collasso, il Nicaragua sta lentamente ritrovando una certa tranquillità e normalità. Come è possibile che un movimento di protesta che appariva indistruttibile abbia perso forza in così poco tempo?

 

Ortega è al potere dal 2007. Nelle ultime elezioni (2016) ha ottenuto il 72% dei consensi e fino a poco tempo fa quasi tutti i sondaggi mostravano un alto grado di apprezzamento nei confronti del governo. Nonostante ciò, basta leggere i principali organi di informazione nazionali e internazionali per avere l’impressione che la popolazione nicaraguense provi nei suoi confronti un profondo disprezzo.


Persone e organizzazioni che si riconoscono e diffondono l’hashtag #SOSNicaragua lo definiscono “un tiranno impegnato a reprimire nel sangue la rivolta”. I detrattori locali condividono totalmente questa visione. Lo scorso 10 luglio, per esempio, Vilma Nuñez, attivista per i diritti umani, ex alleata di Ortega passata poi all’opposizione, ha detto alla BBC che il presidente sta portando avanti un “piano di sterminio” contro il popolo.

 

Quando, alcune settimane fa, i ‘ribelli’ hanno preso il controllo - per un breve periodo - di una città, i loro leader hanno affermato di aver posto fine a “undici anni di repressione“. #SOSNicaragua afferma addirittura che Ortega è un tiranno di lunga data “odiato ancora di più di Somoza” (riferendosi a Anastasio Somoza e alla sua famiglia, che hanno governato con il pugno di ferro il Nicaragua per oltre 40 anni).

 

Fakenews
Uno sguardo ai social network confermerebbe che ci sono molte persone che condividono questo pensiero. Quegli stessi social che hanno giocato un ruolo molto importante all’interno della crisi e che hanno contribuito ai momenti di maggiore popolarità dei manifestanti anti-governo. Ma il primo grosso errore dell’opposizione è stato proprio l’uso di una retorica esagerata, che ha portato la gente a domandarsi se la realtà coincidesse con la percezione di realtà creata dai social.

 

Facciamo un esempio. Fino ad aprile, il Nicaragua era il secondo paese più sicuro dell’America Latina. A differenza dei paesi del ‘triangolo del nord’ (Honduras, El Salvador e Guatemala), la polizia nicaraguense era famosa per essere profondamente radicata nel tessuto sociale cittadino e gli omicidi commessi dai suoi agenti erano una rarità. I reati legati alla droga erano minimi e non c’erano bande criminali organizzate (maras) come nei paesi vicini. Ora l’opposizione dice che questa stessa polizia assassina e massacra la gente e la incolpa di essere responsabile della maggior parte dei morti durante le proteste.

 

Nessuno ha messo in discussione questa tesi, nè ha posto pubblicamente la domanda di come sia possibile che un corpo di pubblica sicurezza possa cambiare dal giorno alla notte, e che i suoi agenti si siano trasformati in feroci assassini, capaci addirittura di torturare e uccidere bambini.


Non c’è dubbio che ci siano state morti violente negli ultimi tre mesi. Bloomberg ha riportato le statistiche di vari gruppi locali di diritti umani, alcune delle quali stimano in oltre 440 le persone morte tra aprile e luglio. Tuttavia, un’analisi dettagliata delle morti registrate nei primi due mesi della crisi mostra quanto queste cifre siano state manipolate.

 

Mentre le due principali organizzazioni per i diritti umani e la Commissione interamericana per i diritti umani, Cidh, registravano quasi 300 morti, un’analisi indipendente ‘caso per caso’ evidenziava che ‘solo’ 120 erano riconducibili alle proteste e che il resto erano dovute ad altri fattori, a cause non chiare, erano passanti o le morti erano state contate due volte.

 

Ciò che però è rimasto impresso nella mente di molti sono i numeri gonfiati (l’altro giorno qualcuno ha detto a mia moglie che erano centinaia gli studenti uccisi), ma sono anche tante le persone che oramai hanno capito che non ha senso parlare di massacro.


In una cosa l’opposizione ha avuto successo. È riuscita a creare ciò che The Guardian definisce “un consenso generalizzato e crescente all’interno della comunità internazionale, secondo la quale il governo del Nicaragua è in gran parte responsabile dello spargimento di sangue“. Ma mentre le ONG dei diritti umani ripetono all’infinito il concetto che “polizia e forze di sicurezza sparano per uccidere” (parole di Amnesty International che è rimasto meno di una settimana nel paese), la maggior parte delle persone in Nicaragua sa che questo non è vero.

 

Indipendentemente da quale siano le cause delle morti durante le proteste di aprile, un fatto certo è che le vittime più recenti sono sostenitori del governo o agenti di polizia. Durante un’intervista, Nils McCune, master in agroecologia e membro dell’equipe tecnica dell’Istituto Agroecologico Latinoamericano (IALA) in Nicaragua, ha spiegato al giornalista Max Blumenthal come negli ultimi mesi sia aumentata la violenza dell’opposizione e la persecuzione contro i sandinisti.

 

Un esempio è quanto accaduto il 12 luglio, quando uomini armati hanno attaccato e ucciso quattro poliziotti e un insegnante e ne hanno tenute altre nove in ostaggio nel villaggio di Morrito. O il caso del poliziotto catturato il 15 luglio da manifestanti “pacifici” nella città di Jinotepe mentre tornava a casa. Dopo la cattura è stato torturato, ucciso e il suo corpo bruciato vicino a una delle barricate erette dall’opposizione.

 

Secondo lo studio citato precedentemente sulle morti avvenute durante i primi mesi di protesta, circa la metà corrisponde a funzionari pubblici, poliziotti o simpatizzanti sandinisti. Il 4 agosto c’è stata una marcia di sostenitori del governo a Managua per chiedere giustizia per queste morti. A livello internazionale quasi nessuno ne ha parlato o scritto, nè pensa di farlo.

 

Barricate
I manifestanti hanno detto fin dall’inizio, e poi ripetuto all’infinito, che erano disarmati e che per difendersi usavano solo ‘armi fatte in casa’. La stampa internazionale ci ha creduto e continua a farlo, mentre la popolazione ha ben presto capito che non era proprio così. Hanno iniziato con ‘morteros caseros’ per poi arrivare velocemente ad armi più serie.

 

Nei luoghi in cui i manifestanti controllavano le strade, le armi venivano mostrate senza timore. Una cosa che non dovrebbe sorprendere, visto che quella che era iniziata come una protesta degli studenti si è velocemente trasformata in un attacco sistematico alle istituzioni da parte di organizzazioni e persone -anche venute da fuori e pagate- che avevano l’obiettivo di far cadere il governo.

 

Harley Morales, uno dei leader degli studenti della protesta, ha ammesso il 10 giugno che gli studenti avevano perso il controllo di ciò che stava accadendo nelle strade. Con il passare dei giorni, la popolazione prendeva sempre più coscienza che si trattava di un tentativo di golpe, che stava trascinando il paese verso una situazione d’insicurezza e instabilità che non si sperimentava da molti anni.

 

All’interno della strategia dell’opposizione, i tranques (barricate) hanno avuto un ruolo molto importante, sia nelle città che lungo le principale vie di comunicazionie a livello nazionale. A un certo punto, il Nicaragua si è fermato ed è diventato impossibile circolare. Persone, merci, tutto paralizzato. All’interno del ‘dialogo nazionale’ il governo ha detto più volte di essere disposto e pronto a discutere qualsiasi tema, ma che parallelamente era necessario smontare le barricate e permettere la libera circolazione.

 

Se i rappresentanti dell’opposizione -che ancora oggi non si capisce chi li abbia nominati, nè in nome di chi stiano parlando e facendo proposte- fossero stati ragionevoli, avrebbero approfittato dell’occasione per costringere il governo a negoziare e ad assumere pubblicamente degli impegni. Invece, ubriacati dal potere che gli davano le barricate o, più probabilmente, privi dell’autorità necessaria per controllare chi gestiva “la strada”, hanno preferito spingere il conflitto fino allo scontro finale, permettendo che questi luoghi si trasformassero in centri di violenza, intimidazione e criminalità.

 

Da luoghi simbolo della protesta, i tranques sono diventati il motivo principale del dissenso popolare. Col passare dei giorni, la gente chiedeva con maggiore insistenza il ritorno alla ‘normalità’. In meno di due settimane, l’opposizione ha perso la sua occasione migliore e quando polizia e civili armati hanno iniziato a smantellare le barricate a León, Masaya, Carazo e un po’ in tutto il paese, la maggior parte delle persone non aspettava altro. Anche questo è stato taciuto dal mainstream, che ha preferito inventarsi una fantomatica resistenza con morti e feriti nel quartiere indigeno di Monimbó.

 

I social
Un altro errore commesso dall’opposizione riguarda l’uso (e l’abuso) dei social. Vale la pena ricordare che le prime proteste iniziarono per un incendio nella riserva naturale Indio Maíz. L’opposizione accusò il governo di avere gestito male l’emergenza e di avere rifiutato l’aiuto di paesi come il Costa Rica. Quando il governo, anche con l’aiuto di copiose piogge, riuscì a risolvere velocemente il problema, l’attenzione venne spostata su un altro tema dlicato: la riforma del sistema pensionistico.

 

Anche in questo caso si cominciò a travisare la realtà e a usare i social per manipolare le informazioni sulla riforma e su quanto stesse accadendo durante le proteste. Senza dubbio si è trattato del primo esempio di uso massiccio dei social per manipolare la realtà da quando in Nicaragua si è massificato l’uso degli smartphone. Durante i primi due mesi, il ritmo e l’intensità delle proteste era scandito dal flusso di notizie -vere o false- che circolavano sui social (principalmente twitter e facebook). Il governo cercò di reagire, ma l’opposizione si rivelò molto più preparata ed efficace.

 

Chiunque morisse era automaticamente inserito nella lista dei manifestanti assassinati, quasi sempre come studenti (dopo tre mesi dall’inizio della crisi è ormai assodato che gli studenti morti non superano la decina). Scene di studenti in lacrime rinchiusi nelle università o nascosti dietro le barricate, vittime di ipotetici attacchi armati di polizia e paramilitari, hanno riempito i social e hanno fatto il giro del mondo. Di fronte a tanta esagerazione, la popolazione cominciò a fidarsi meno dei mezzi di comunicazione e a credere di più a ciò che vedeva coi proprio occhi.

 

I giorni passavano e l’opposizione mostrava chiari segnali di disperazione. Invece di rivedere la propria strategia preferì alzare ulteriormente il livello dello scontro, usando i social per diffondere messaggi che incitavano all’odio, a rintracciare e uccidere i sapos (rospi), come venivano chiamate le persone che, in qualche modo, erano considerate vicine al governo e al Fronte Sandinista. Molte persone furono sequestrate, torturate e uccise proprio per questo tipo di campagna. Anche loro finirono nel sacco dei ‘morti per colpa della dittatura’.

 

Questo tipo d’intolleranza è stata riprodotta anche fuori dal Nicaragua, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, dove seguaci di #SOSNicaragua o, più semplicemente, persone accecate dalle fakenews dei social zittivano chiunque cercasse di analizzre il contesto nicaraguense o  proponesse un’altra versione dei fatti. Molto spesso, l’incitamento alla violenza sui social proveniva proprio da nicaraguensi che vivono all’estero. Un caso emblematico è quello dei nicaraguensi di Miami, il cui odio nei confronti dei sandinisti è di lunga data e non ha nulla a che fare con l’attuale crisi.

 

Un altro errore commesso dall’opposizione riguarda il tentativo, fallito, di fare serrate a livello nazionale. La partecipazione apparentemente massiccia di aziende e commercianti è stata dovuta più alla paura di ritorsioni violente che a una decisione cosciente. Inoltre, in Nicaragua la ‘confindustria’ (Cosep) rappresenta solamente tra il 25 e il 30% dell’economia, la quale dipende in gran parte dalle micro, piccole e medie imprese e dal settore cooperativo. Duramente colpita dalla strategia delle barricate ed esasperata dall’idea delle serrate, la piccola e media impresa ha progressivamente abbandonato la protesta. L’opposizione ha perso un altro alleato potenziale. Le pressioni degli Stati Uniti sul Cosep affinché abbandonasse la ‘luna di miele’ con il governo e si schierasse apertamente con l’opposizione non hanno quindi sortito, fino a ora, gli effetti sperati.

 

Dialogo nazionale
Marce, proteste, barricate, serrate servivano per costringere il governo a sedersi a un tavolo e accettare la resa. Tutto teletrasmesso attraverso il canale della Conferenza episcopale. Anche qui l’opposizione non solo ha perso l’opportunità di costringere il governo a fare riforme costituzionali, ma ha fallito miseramente la strategia globale. Invece di dialogare e negoziare ha preferito impuntarsi sul fatto che il presidente Ortega e il suo governo dovevano dimettersi immediatamente, in quanto responsabili di tutte le morti. Un atteggiamento che è piaciuto ai settori più radicali dell’opposizione, ma che ha scoraggiato ampie fasce della popolazione, compresi quei settori -anche della base sandinista- che seguivano il dialogo con la speranza di un accordo veloce e la fine della violenza.

 

Il dialogo nazionale ha quindi perso progressivamente d’interesse. Un po’ perché il governo ha recuperato il controllo delle strade e sta, lentamente, normalizzando la situazione e un po’ perché la gente ha oramai capito che l’unico scopo dell’opposizione era imporre la propria linea e non cercare un punto d’incontro e un accordo che ponesse fine alla violenza e alla crisi. Inoltre, i rappresentanti della chiesa cattolica, invece di farsi garanti imparziali del dialogo, hanno pensato bene di sostenere apertamente le manifestazioni dell’opposizione e di avallare la strategia dei tranques. In questo modo, la chiesa ha perso qualsiasi credibilità come figura bipartisan.

 

L’opposizione ha evidenziato un’ulteriore debolezza. Seppur unita introno all’obiettivo della caduta di Ortega, è apparsa frammentata e divisa sia sulla strategia da usare per raggiungere la meta, sia in termini politici. Alla fine nessuna novità. Era sufficiente vedere chi fossero i rappresentanti dell’opposizione all’interno dell’Alleanza Civica per capire che questo sforzo non sarebbe andato molto lontano. E così è stato.

 

Indipendentemente da ciò che si possa pensare del governo Ortega, è evidente che durante i quasi 12 di amministrazione pubblica ha tracciato un percorso ben definito per il paese e ha ottenuto importanti risultati economici e sociali. Qual è la proposta dell’opposizione? Nessuno lo sa. Nemmeno sul tema che ha originato le proteste, la riforma del sistema pensionistico, ha presentato un’alternativa. Differenze e divisioni interne impediscono di affrontare qualsiasi argomento che non sia quello del ribaltamento dell’attuale governo.

 

Falchi USA
Ancora peggio è stata l’idea di cercare alleati tra le file della destra ultraconservatrice statunitense, come hanno fatto alcuni rappresentanti di quel settore di studenti universitari che osteggiano il governo sandinista. Durante viaggi finanziati da Freedom House e USAID a Miami e Washigton in cerca di sostegno politico e finanziario, i giovani si sono fatti ritrarre  con esponenti dell’ultradestra repubblicana (Marco Rubio, Ted Cruz, i fratelli Díaz-Balart, Ileana Ros-Lehtinen). Il paradosso di tutto ciò è che la strategia usata in modo fallimentare dall’opposizione interna viene ora adottata come elemento di pressione internazionale, per obbligare il governo nicaraguense a un cambio di rotta.

 

Se per l’amministrazione Trump il Nicaragua non è una priorità, l’establishment statunitense continua a nutrire rancori profondi contro il sandinismo. Vede inoltre l’opportunità di indebolire un fedele alleato di nemici storici, come Cuba, e nemici recenti, come Venezuela e Bolivia, e di frenare il ritorno della Russia e l’approdo della Cina nella regione centroamericana. Non deve sorprendere quindi il lavoro iniziato dagli Stati Uniti, con l’aiuto dei nuovi alleati latinoamericani, all’interno dell’Organizzazione degli Stati Americani, Osa, per proiettare un’immagine sempre più negativa del Nicaragua nel mondo. Un elemento da ‘spendere’ anche all’interno del Congresso statunitense, per far approvare sanzioni che indeboliscano l’economia nicaraguense e mettano il governo sandinista con le spalle contro il muro.

 

I tanti, troppi, errori dell’opposizione e la capacità del governo di reagire hanno permesso una lenta ma progressiva ripresa, tanto che dalla metà del mese di luglio la situazione è cambiata notevolmente rispetto ai primi mesi (aprile-maggio). Ma di tutto questo nessuno ne parla. New York Times, Huffington Post, The Guardian e altri media continuano a parlare di tirannia, di crescente violenza politica, o addirittura di fascismo in Nicaragua (HuffPost). Su DemocraciaAbierta, il giornalista José Zepeda dice che “la maggior parte dei nicaraguensi hanno voltato le spalle a Ortega”. In Canada, L’Ottawa Citizen parla dell’implosione del Nicaragua. Ma la maggior parte di questi corrispondenti non vivono qui.

 

Quello che sta succedendo davvero è che è diminuita enormemente la violenza, non ci sono piu barricate e la vita è ripresa. La sensazione che prevale è di sollievo e i giornalisti meglio informati -quelli che davvero vogliono informare- hanno cominciato a dire che il tentativo di colpo di Stato è fallito.

 

Le sfide e pericoli potenziali restano comunque enormi, per un governo che ora deve riparare i danni provocati da quasi tre mesi di scontri, con entrate fiscali e investimenti internazionali che hanno toccato il minimo storico, con un settore importante come il turismo che vive il suo peggior momento. E senza dimenticare l’ostilità di paesi vicini e della maggior parte dei governi latinoamericani (in mano alle destre) e le possibili sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti.

 

Un fatto è certo: se l’opposizione si era immaginata di fare tabula rasa del governo Ortega e del sandinismo, il risultato che ha ottenuto potrebbe essere addirittura l’esatto contrario e cioè una maggiore compattazione della popolazione intorno al governo, che da questa crisi potrebbe uscirne addirittura rafforzato.

 

fonte: Open Democracy

Il segretario di Stato, Mike Pompeo, il 16 agosto 2018 ha annunciato la creazione di un «Gruppo d’Azione per l’Iran» (Iran Action Group), incaricato di coordinare la politica degli Stati Uniti dopo il ritiro dall’accordo 5+1 sul nucleare (JCPoA). L’annuncio coincide con la decisione del presidente Donald Trump di soprassedere sine die alla messa in atto del suo piano per il Medio Oriente (the deal of the century). Infatti, in Palestina nulla potrà cambiare senza l’appoggio dell’Iran.

 

Peraltro, ricordiamo che il Trattato JCPoA di Barack Obama non è stato concepito per impedire all’Iran di fabbricare la bomba atomica: questo è stato solo il pretesto. Il vero scopo era privare il Paese di scienziati di alto livello e impedirgli di essere tecnologicamente all’avanguardia [2]. In effetti, l’accordo ha costretto l’Iran a chiudere numerose facoltà.

 

Per i democratici, l’amministrazione Trump vuole riavviare la politica di mutamento di regime in Iran dei neoconservatori, come proverebbe la data scelta per l’annuncio: il 65° anniversario del colpo di Stato anglo-statunitense contro il primo ministro Mohammad Mossadeq. Tuttavia, l’«operazione Ajax» del 1953, che certamente ha ispirato i neoconservatori, è anteriore al loro movimento e non può in alcun modo essere messa in relazione con loro. Inoltre, i neoconservatori sono stati certamente al servizio del Partito Repubblicano, ma anche del Partito Democratico.

 

Durante la campagna elettorale e nei suoi primi giorni alla Casa Bianca, Trump ha continuato a stigmatizzare il pensiero globalista dei neoconservatori e a giurare che mai più gli Stati Uniti avrebbero cercato di cambiare con la forza i regimi di Paesi stranieri. Quanto alla segreteria di Stato, essa afferma che la coincidenza delle date è assolutamente fortuita.

 

fonte: www.voltairenet.org

 

Sono chiamati «neoconservatori» un gruppo d’intellettuali trotskisti, quindi oppositori del concetto Stato-Nazione, militanti del Social Democrats USA, che si avvicinarono alla CIA e all’MI6 per contrastare l’Unione Sovietica. I neoconservatori furono associati al potere da Ronald Reagan e, in seguito, cavalcarono l’onda delle alternanze politiche statunitensi, conservando il potere con Bush padre, Clinton, Bush figlio e Obama. Oggi hanno il controllo di un’agenzia d’intelligence che i «Cinque occhi» (Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito, USA) condividono: la National Endowment for Democracy (NED). Fautori della «rivoluzione mondiale», hanno divulgato il concetto di «democratizzazione» dei regimi per mezzo di «rivoluzioni colorate», o direttamente con la guerra.

 

Nel 2006, in seno all’amministrazione Bush Jr., crearono il Gruppo per la Politica e le Operazioni in Iran e Siria (Iran Syria Policy and Operations Group), diretto da Elizabeth Cheney, figlia del vicepresidente Dick Cheney. Inizialmente, l’organizzazione fu ospitata dal Dipartimento della Difesa, per essere poi trasferita nei locali del vicepresidente. Si articolava in cinque sezioni:
  Trasferimento di armi in Iran e Siria, attraverso Bahrein, Emirati Arabi e Oman;
  Sostegno a trotskisti e alleati in Iran (i Mujaheddin del Popolo) e in Siria (Riad al-Türk, Georges Sabra e Michel Kilo);
  Sorveglianza delle reti bancarie iraniane e siriane;
  Infiltrazione di gruppi pro-iraniani e pro-siriani del Medio Oriente Allargato;
  Intromissione nei media della regione per instillarvi propaganda USA.

 

Il gruppo fu sciolto ufficialmente nel 2007. In realtà, fu assorbito da una struttura ancora più segreta, incaricata della strategia per la democrazia globale (Global Democracy Strategy), che, guidata dal neoconservatore Elliott Abrams (quello dell’«affare Iran-Contras») e da James Jeffrey, estese la propria competenza ad altre regioni del pianeta. Quest’organismo soprintese alla pianificazione della guerra contro la Siria.

 

Dopo il lungo colloquio di Abrams con il nuovo inquilino della Casa Bianca, la stampa statunitense, violentemente antagonista di Trump, lo presentò come il politico con le maggiori chance di ricoprire l’incarico di segretario di Stato nella nuova amministrazione. Evidentemente non è andata così. Tuttavia, l’accusa a Trump di voler resuscitare la strategia dei neoconservatori è accreditata dalla nomina dell’ambasciatore Jeffrey come rappresentante speciale per la Siria.

 

Jeffrey è un diplomatico di carriera: in Bosnia-Erzegovina mise in atto l’applicazione degli accordi di Dayton; era in servizio in Kuwait al momento dell’invasione irachena; nel 2004, agli ordini di John Negroponte, supervisionò in Iraq la transizione dall’Autorità Provvisoria della Coalizione (una società privata) al governo iracheno post-Saddam Hussein; fece parte del gabinetto di Condoleezza Rice a Washington e partecipò al Gruppo per la Politica e le Operazioni in Iran e in Siria; fu uno dei teorici del nuovo spiegamento USA in Iraq (the surge), messo in atto dal generale Petraeus. Durante la guerra in Georgia fu vice del consigliere nazionale per la Sicurezza, Stephen Hadely e, in seguito, ambasciatore di Bush Jr. in Turchia, nonché di Obama in Iraq.

 

A un esame più approfondito si constata che, dopo la dissoluzione dell’URSS, tutta la carriera Jeffrey ruota intorno all’Iran, ma non necessariamente per contrastarlo. Per esempio, nella guerra di Bosnia-Erzegovina, agli ordini del Pentagono, si batté a fianco dell’Arabia Saudita. In compenso, in Iraq si oppose all’influenza di Teheran. Quando invece la Georgia attaccò Ossezia e Abkhazia non difese il presidente Saakachvili, sapendo che aveva concesso a Israele l’utilizzo di due aeroporti per attaccare l’Iran.

 

Mike Pompeo ha nominato Brian Hook capo del Gruppo d’Azione per l’Iran. È un interventista che fu assistente di Condoleezza Rice per le organizzazioni internazionali. Fino a oggi è stato incaricato di elaborare le strategie del dipartimento di Stato.

 

Secondo Pompeo, obiettivo di questo nuovo gruppo non è cambiare il regime iraniano, bensì costringere il Paese a cambiare politica. Questa strategia coincide con un periodo di crisi economica e politica importante per la Repubblica Islamica. Mentre il clero, rappresentato sia dallo sceicco presidente sia dall’ayatollah Guida della Rivoluzione, continua ad aggrapparsi al potere, manifestazioni ostili al clero stanno scuotendo il Paese.

 

Diversamente da quel che crede l’Occidente, la rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini non era clericale, bensì antimperialista. Le proteste di oggi possono perciò sfociare in un cambiamento di regime, oppure nella prosecuzione della rivoluzione khomeinista, sbarazzandosi però del clero. Quest’ultima è l’opzione dell’ex presidente Ahmadinejad (oggi agli arresti domiciliari) e del suo vicepresidente Baghaie (condannato a 15 anni al termine di un processo di cui nulla è trapelato).

 

Il 21 marzo scorso Mike Pompeo presentò alla Fondazione Heritage i 12 obiettivi per l’Iran. A prima vista, l’esposizione sembra una lunga lista di pretese impossibili. Tuttavia, a un più attento esame i punti da 1 a 3 sul nucleare si rivelano meno ambiziosi del JCPoA. Il punto 4 sui missili balistici è inaccettabile. I punti da 5 a 12 mirano a convincere l’Iran a rinunciare a esportare la rivoluzione con le armi.

 

Il 15 agosto, ossia la vigilia dell’annuncio di Pompeo, la Guida della Rivoluzione, ayatollah Ali Khamenei, ha riconosciuto di aver commesso un errore autorizzando i collaboratori dello sceicco Rohani a negoziare con l’amministrazione Obama l’accordo JCPoA. Occorre sapere che la Guida aveva autorizzato questi negoziati prima dell’elezione di Rohani e che quest’ultima, al pari dell’evizione del movimento di Ahmadinejad, era stata oggetto di trattative.

 

Ahmadinejad, che fa distinzione fra la politica del presidente Obama e quella del presidente Trump, subito dopo l’elezione di quest’ultimo gli ha scritto, mostrando di condividere la sua analisi del sistema globale di Obama-Clinton e delle dure ripercussioni sia sui cittadini statunitensi sia sul resto del mondo.

 

Quando, a dicembre 2007, iniziarono le manifestazioni, il governo Rohani accusò Ahmadinejad di esserne responsabile. A marzo 2018 l’ex presidente consumò la rottura con la Guida della Rivoluzione rivelando che il suo ufficio aveva sottratto 80 miliardi di rial a fondazioni caritative e religiose. Due settimane prima dell’annuncio di Pompeo Ahmadinejad, benché agli arresti domiciliari, chiese le dimissioni del presidente Rohani.

 

Tutto quindi fa pensare che, se l’amministrazione Obama sosteneva Rohani, quella di Trump sostiene invece il partito di Ahmadinejad, così come accadde che il presidente Carter e il suo consigliere Brzezinski lanciarono l’operazione Eagle Claw contro la Rivoluzione, mentre il presidente Reagan sostenne l’imam Khomeini (October surprise).

 

In altre parole, la Casa Bianca potrebbe accontentarsi di un ritorno al potere del partito di Ahmadinejad, a condizione che questi sia in grado di prendere l’impegno che l’esportazione della Rivoluzione prosegua esclusivamente tramite il dibattito delle idee.

È possibile che il gravissimo incidente del crollo del ponte di Genova diventi occasione per una accelerazione del dialogo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. O, come antipasto, con una parte del Movimento 5 Stelle?

 

Infatti alla Festa dell'Unità che si terrà quest'anno a Ravenna, il prossimo 24 agosto, ci sarà, tra gli ospiti d'onore, Roberto Fico. Ufficialmente è stato invitato nella sua augusta qualità istituzionale di Presidente della Camera dei Deputati, ma è chiaro sia il significato dell'invito, sia quello della sua accettazione. Il primo dei due significati lo ha sottolineato il segretario del PD, Martina, annunciando il "passaggio dall'opposizione all'alternativa".

 

Fuori dal politichese, indica che è finita la fase quasi "aventiniana" del Partito Democratico, che durava dalla tremenda batosta subita nell'elezione del 4 marzo e dalla posizione assunta subito dopo da Matteo Renzi - che era e resta il padrone del PD attuale - : opposizione senza se e senza ma al governo Lega-5 Stelle. Ma cinque mesi sono passati e, in pratica, il PD è rimasto fermo a rimuginare sulle cause della sconfitta e sulle possibili vie di rimonta verso il potere.

 

Il Governo in carica non ha mostrato grandi illuminazioni, ma non è crollato sotto il peso delle profonde differenze che lo dividono. E, dunque, in attesa che qualche cosa accada, magari dall'esterno, che metta a dura prova la tenuta dell'esecutivo (ad esempio un rating negativo delle agenzie internazionali che controllano lo stato del debito pubblico italiano), il vertice, seppure "dimezzato" del PD sta sondando il terreno per verificare se sia possibile utilizzare subito le visibili crepe dentro la coalizione di governo.

 

Roberto Fico ha dato segni, per conto proprio, di muoversi lasciando aperto il dialogo con il Partito Democratico. Lo ha fatto polemizzando apertamente con il capo della Lega, Matteo Salvini in tema di immigrazione. E lo ha fatto in parallelo con inequivocabili dichiarazioni critiche provenienti dal Colle. Lo si è percepito tanto nettamente che qualcuno si è già spinto a parlare di un "partito mattarelliano", ovvero di un qualche centro di aggregazione politica che potrebbe attirare, oltre al PD in blocco, a Liberi e Uguali, anche una parte del gruppo parlamentare del M5S.

 

Ma la tragedia di Genova sembra, al contrario, mostrare segni di rafformzamento della coalizione. La triade Salvini-Di Maio-Toninelli (quest'ultimo ministro dei trasporti) si è mossa in sintonia andando all'attacco della Società Autostrade e annunciando l'avvio delle procedure per il ritiro della concessione. I grandi organi d'informazione si stanno schierando contro questa eventualità, che tuttavia avrebbe sicuramente un grande consenso popolare. Anche perché potrebbe condurre ad altre decisioni governative anti-privatizzazioni.

 

È comunque evidente che il Governo sarà sottoposto a una serie di fortissime pressioni, con particolare riguardo sui temi delle cosiddette "risorse" disponibili per effettuare i cambiamenti annunciati: la flat tax (molto impopolare) e il reddito di cittadinanza (popolare ma ancora non chiaro). E il provveddimento annunciato contro le cosiddette "pensioni d'oro", divide il paese. C'è chi scommette che uno show down sia imminente.

 

fonte: it.sputniknews.com


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