Pochi minuti dopo il disastro di Genova, il leghista Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato, twittava felice: «Austerità». Individuava cioè nei governi tecnici i colpevoli della strage, additandoli alla sua corte con la bava alla bocca. Sembrava solo la fuga in avanti di un estremista abituale, ma rappresentava l’antipasto del doppio binario che l’intera maggioranza avrebbe percorso a velocità crescente.

 

Poco dopo, intervistato a Radio Rai, il ministro Toninelli faceva propria, orecchiandola, una teoria avanzata da uno studio ben più approfondito di Milena Gabanelli e individuava, tra i problemi, «i Tir polacchi sovraccarichi perché la loro cultura è diversa dalla nostra». Un fricandò giallobruno che partiva da un dato vero - manca, a tutti i livelli, un controllo delle strade e del territorio - identificando un responsabile altro da noi su base etnica. L’invasore.


Pareva chiaro da subito come l’ossessione fosse quella di allontanare sospetti che nessuno dotato di senno poteva covare, ancorché - come sarebbe risultato poi - i grillini serbassero nell’armadio lo scheletro della Gronda autostradale che forse avrebbe allungato la vita al Ponte Morandi. E che combatterono in nome del loro tradizionale "no tutto", tipico di una democrazia condominiale basata su litigiosità e inerzia.

 

Ma col passare delle ore la strategia si raffinava e da difensiva si spostava verso la ricerca del lucro. Ecco allora Salvini procedere dietro al corteo funebre gettando mortaretti sovranisti di bassa propaganda. Pretendere da Bruxelles, sempre a petto e mascella in fuori, poderosi sforamenti del deficit «per mettere in sicurezza le strade con un grandioso Piano Marshall». Ribaltando oltre confine le colpe di un Paese che ogni anno produce 180 miliardi di nero. Soldi che gli italiani (elettori) rubano ad altri italiani. Recuperando un decimo dei quali potremmo farle di platino, le autostrade.


Ecco, soprattutto, Luigi Di Maio. Impegnato da una parte a respingere accuse inesistenti («Se volete dare la colpa al Movimento del ponte crollato… ») e dall’altra a trasformarsi in magistratura inquirente contro i soliti nemici in nome comune: Autostrade per l’Italia (che certo non se la passa bene: ma devono dirlo i giudici) e, naturalmente, i " giornaloni" che le avrebbero protette perché foraggiati dalle medesime.


Dovrebbe esserci un limite all’avvelenamento dei pozzi per scopi di becera speculazione, comodamente protetti dall’immunità parlamentare. Ma siccome l’ansia vendicativa del governo rischia di diventare una slavina, che già sparge la calce viva della bassa politica su decine di vittime, facciamo che ho trovato qualcuno a cui dare la colpa e lo immolerò per tacitare il giochino al massacro.


Sono Stato io. Sono Stato io, che pago le tasse ma non metto le mani addosso a chi non lo fa.

Sono Stato io, che con (almeno) quattro regioni nelle mani delle mafie non sono in piazza tutti i giorni a chiedere giustizia.

Sono Stato io, che appartengo a un’area politica sospesa tra complessi di superiorità e rassegnazione ai "barbari" che arrivano.

Sono Stato io, che ho assistito impotente alla mutazione di parte di quell’area politica nella parodia malriuscita della Casaleggio Associati.
Sono Stato io, che tollero il crollo dei servizi per tutti perché qualcuno posso ancora pagarmelo in privato.

Sono Stato io, che prendo la macchina anche per fare 100 metri e chiedo a gran voce più ferrovie.
Sono Stato io, che d’istinto penso alle linee merci come soluzione, pure quella tra Torino e Lione, ma non mi arrischio a scriverlo per paura di finire nel mirino. È capitato persino a quel brav’uomo di Gian Carlo Caselli.
Sono Stato io, che non ho il coraggio di mettere in relazione, per analizzare il baratro della nostra coscienza civile, le parole degli abitanti di San Luca ieri («La ’ndrangheta non è qui, è a Roma » ) con quelle di Grillo ( « La mafia non strangola, lo Stato sì » ) e di Di Maio ( « Nella terra dei fuochi lo Stato ha fatto più danni della camorra»).


Sono Stato io, che ho camminato di fianco ai Robespierre perché di fronte c’era Berlusconi, e ho permesso loro di diventare giustizieri da palcoscenico nel nome di quelli che Berlusconi l’hanno sempre votato. E ora si sono scelti un altro omino forte. Pure questo spesso in mutande.


Sono Stato io, che mi vergogno di essere rappresentato da certa gente, dalla loro micragna espressiva e intellettuale, dalla speculazione che mettono in atto anche di fronte a tragedie immani, dall’impreparazione patente e aggressiva che grondano da ogni poro, ma non ho la benché minima idea di come si possa uscire da questo sequestro emotivo cui il mio popolo si è consegnato festante.

Sono Stato io.
Adesso mettetevi a cercare chi è stato a Genova. Una volta tanto in silenzio, se vi riesce. Perché siete Stato anche voi.

 

fonte: La Repubblica

L’Unione europea ha appena deciso di triplicare i fondi per la gestione dei migranti: la somma messa a bilancio passerà dagli attuali 13 miliardi di euro (anni 2014-2021) ai futuri 35 miliardi di euro (anni 2021-2027). Prima di compiere l’analisi dei costi preventivati, dove i soldi vanno, per fare cosa, dobbiamo sapere cosa noi prendiamo dall’Africa, e cosa restituiamo all’Africa. Se noi aiutiamo loro oppure se loro, magari, danno una mano a noi.

 

Conviene ripetere e magari ripubblicare. Quindi partire dalle basi, dai luoghi in cui i migranti partono. Roberto Rosso, l’uomo che dai jeans ha ricavato un mondo che ora vale milioni di euro, ha domandato: “Come mai spendiamo 34 euro al giorno per ospitare un migrante se con sei dollari al dì potremmo renderlo felice e sazio a casa sua?” Già, come mai? E perché non li aiutiamo a casa  loro?

 

Casa loro? Andiamoci piano con le parole. Perché la loro casa è in vendita e sta divenendo la nostra. Per dire: il Madagascar ha ceduto alla Corea del Sud la metà dei suoi terreni coltivabili, circa un milione e trecentomila ettari. La Cina ha preso in leasing tre milioni di ettari dall’Ucraina: gli serve il suo grano. In Tanzania acquistati da un emiro 400mila ettari per diritti esclusivi di caccia. L’emiro li ha fatti recintare e poi ha spedito i militari per impedire che le tribù Masai sconfinassero in cerca di pascoli per i loro animali. La loro vita.

 

E gli etiopi che arrivano a Lampedusa, quelli che Salvini considera disgraziati di serie B, non accreditabili come rifugiati, giungono dalla bassa valle dell’Omo, l’area oggetto di un piano di sfruttamento intensivo da parte di capitali stranieri che ha determinato l’evacuazione di circa duecentomila indigeni. E tra i capitali stranieri molta moneta, circa duecento milioni di euro, è di Roma. Il governo autoritario etiope, che rastrella e deporta, è l’interlocutore privilegiato della nostra diplomazia che sostiene e finanzia piani pluriennali di sviluppo. Anche qui la domanda: sviluppo per chi?

 

L’Italia intera conta 31 milioni di ettari. La Banca mondiale ha stimato, ma il dato è fermo al 2009, che nel mondo sono stati acquistati o affittati per un periodo che va dai venti ai 99 anni 46 milioni di ettari, due terzi dei quali nell’Africa subsahariana. In Africa i titoli di proprietà non esistono (la percentuale degli atti certi rogitati varia dal 2 al 10 per cento). Si vende a corpo e si vende con tutto dentro. Vende anche chi non è proprietario. Meglio: vende il governo a nome di tutti. Case, villaggi, pascoli, acqua se c’è.

 

Il costo? Dai due ai dieci dollari ad ettaro, quanto due chili d’uva e uno di melanzane al mercato del Trionfale a Roma. Sono state esaminate 464 acquisizioni, ma sono state ritenute certe le estensioni dei terreni solo in 203 casi. Chi acquista è il “grabbatore”, chi vende è il “grabbato”. La definizione deriva dal fenomeno, che negli ultimi vent’anni ha assunto proporzioni note e purtroppo gigantesche e negli ultimi cinque una progressione pari al mille per cento secondo Oxfam, il network internazionale indipendente che combatte la povertà e l’ingiustizia. Il fenomeno si chiama land grabbing e significa appunto accaparramento della terra.

 

I Paesi ricchi chiedono cibo e biocombustibili ai paesi poveri. In cambio di una mancia comprano ogni cosa. Montagne e colline, pianure, laghi e città. Sono circa cinquanta i Paesi venditori, una dozzina i Paesi compratori, un migliaio i capitali privati (fondi di investimento, di pensione, di rischio) che fanno affari. E’ più facile trasportare una tonnellata di cereali dal Sudan che le mille tonnellate d’acqua necessarie per coltivarle. E allora la domanda: aiutiamoli a casa loro? Siamo proprio sicuri che abbiano ancora una casa? Le cronache sono zeppe di indicazioni su cosa stia divenendo questo neocolonialismo che foraggia guerre e governi dittatoriali pur di sviluppare il suo business.

 

In Uganda 22mila persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni per far posto alle attività di una società che commercia legname, l’inglese New Forest Company. Aveva comprato tutto: terreni e villaggi. I residenti sono divenuti ospiti ed è giunto l’avviso di sfratto… Dove non arriva il capitale pulito si presenta quello sporco. La cosiddetta agromafia. Sempre laggiù, nascosti dai nostri occhi e dai nostri cuori, si sversano i rifiuti tossici che l’Occidente non può smaltire. La puzza a chi puzza…

Chi ha fame vende. Anzi regala. L’Etiopia ha il 46 per cento della popolazione a rischio fame. E’ la prima a negoziare cessioni ai prezzi ridicoli che conosciamo.

 

Seguono la Tanzania (il 44 per cento degli abitanti sono a rischio) e il Mali (il 30 per cento è in condizioni di “insicurezza alimentare”). Comprano i ricchi. Il Qatar, l’Arabia Saudita, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud, anche l’India. E nelle transazioni, la piccola parte visibile e registrata della opaca frontiera coloniale, sono considerate terre inutilizzate quelle coltivate a pascolo.

 

Il presidente del Kenya, volendo un porto sul suo mare, ha ceduto al Qatar, che si è offerto di costruirglielo, 40mila ettari di terreno con tutto dentro. Nel pacco confezionato c’erano circa 150 pastori e pescatori. Che si arrangiassero pure!

 

L’Africa ha bisogno di acqua, di grano, di pascoli anzitutto. Noi paesi ricchi invece abbiamo bisogno di biocombustibile. Olio di palma, oppure jatropha, la pianta che - lavorata - permette di sfamare la sete dei grandi mezzi meccanici. E l’Africa è una riserva meravigliosa. In Africa parecchie società italiane si sono date da fare: il gruppo Tozzi possiede 50mila ettari, altrettanti la Nuova Iniziativa Industriale. 26mila ettari sono della Senathonol, una joint-venture italosenegalese controllata al 51 per cento da un gruppo italiano.

 

Le rose sulle nostre tavole, e quelle che distribuiscono i migranti a mazzetti, vengono dall’Etiopia e si riversano nel mondo intero. Belle e profumate, rosse o bianche. Recise a braccia. Lavoratori diligenti, disponibili a infilarsi nelle serre anche con quaranta gradi. E pure fortunati perchè hanno un lavoro. Il loro salario? Sessanta centesimi al giorno.

 

fonte: raiawadunia.com

Noi siamo noi e voi non siete un… Novello marchese del Grillo, Donald Trump spiega e rispiega in modo diretto e concreto che cosa significhi “America first!”. E se la lezione viaggia con un tweet, poco importa: arriva lo stesso, presto e bene. L’ultima sta nel messaggio inviato al mondo e in particolare all’Europa: “Chiunque farà affari con l’Iran non potrà più farne con gli Stati Uniti”.

 

Un mesetto fa era stato Mike Pompeo, il segretario di Stato, a uccidere diplomaticamente le speranze degli europei, che chiedevano di essere esentati dal regime di sanzioni: «Il Presidente - aveva detto Pompeo - ha deciso di ritirarsi dall’accordo con l’Iran perché questo mette a rischio la sicurezza del popolo americano. Quindi non siamo nella posizione di fare eccezioni di sorta».

 

Ma quello che manda a dire Trump con i suoi cinguettii è molto di più. Quello che Trump sta dicendo è: noi siamo l’Impero, siamo noi a decidere e voi dovete adeguarvi. E i politici europei sembrano, di fronte agli attacchi americani, dei pugili un pò suonati, non ancora al tappeto ma alle corde, con i guantoni alzati per difendersi dai colpi.

 

Uno smarrimento evidente a livello nazionale, dalla Germania della Merkel alla Francia di Macron: corsero a Washington a chiedere la grazia, poi mandarono anche una lettera, ottennero solo la risposta di Pompeo. E non meno disperante a livello comunitario. Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza, ha risposto all’ultimo tweet trumpiano ribadendo che la Ue, al contrario degli Usa, è convinta che l’Iran stia rispettando gli obblighi del trattato firmato nel 2015 e che, dunque, l’Unione non solo non possa sposare l’embargo ma debba incoraggiare le proprie aziende a incrementare le relazioni commerciali con l’Iran.

 

Sembra, l’atteggiamento europeo, la risposta del tizio pieno di lividi che pure si vantava: ne ho prese ma gliene ho dette! Le grandi aziende europee, per esempio Total e Peugeot, già fanno i bagagli e ciao ciao all’Iran. Poi è chiaro che le sanzioni (pochi giorni fa varate quelle contro l‘industria dell’auto e il settore minerario, a novembre quelle contro l’export di petrolio e le transazioni bancarie) colpiranno duro ma non piegheranno un Paese come l’Iran, che dal 1979 vive in regime di embargo e avrà comunque il sostegno economico di Russia e Cina. Saranno invece l’occasione perfetta per mettere in riga l’Europa, che nel 2016 ha esportato in Iran merci per 11 miliardi di euro e ne ha importate (soprattutto petrolio) per altrettanti, e contava di incrementare moltissimo.

 

Infine, una divergenza così radicale su una questione così spinosa, che potrebbe anche portare a una nuova guerra militare in Medio Oriente e a una guerra commerciale tra le due rive dell’Atlantico, imporrebbe alla Ue di trarre delle conclusioni politiche. Di chiedersi se gli Usa, oltre che amici, siano ancora nostri alleati.

 

E imporrebbe altresì di darsi una politica estera vera e comune. Ragionamenti che l’Europa non può permettersi: non ne ha la forza né la capacità, e in più è gravata dalla zavorra di una serie di Paesi che prendono gli ordini a Washington e i soldi a Bruxelles. D’altra parte questa è la stessa Europa che nel 2008 si fece mettere in casa (Polonia e Romania) il sistema missilistico anti-Russia prendendo per buone le ridicole argomentazioni Usa-Nato, e cioè che servisse a difenderci dai missili dell’Iran. Quindi, che cosa possiamo pretendere?

 

L’impero ha cercato, anzi, ha costruito con tenacia questa crisi con l’Iran. Con la stessa tenacia, cioè, con cui ha costruito tutte le altre crisi che, in realtà, sono mattoni della nuova politica estera di Washington: gli Usa sono gli Usa e voi… La rinuncia ai trattati commerciali internazionali, dal Nafta (con Messico e Canada) al TPP (con dodici Paesi dell’area pacifica e asiatica) al TTIP (con l’Unione Europa). La guerra dei dazi con la Cina. La questione di “Gerusalemme capitale” che, ancor più che i palestinesi, che ai buon i propositi di Israele ovviamente non credono, mortifica l’intera comunità internazionale, che da decenni definisce “territorio occupato” la parte Est della città.

 

L’ambizione dichiarata a ridisegnare per la milionesima volta il Medio Oriente a immagine e somiglianza dell’interesse americano. Le sgridate al G7, disconosciuto nelle sue conclusioni. Le bastonate alla timida e ricca Europa, esortata a consegnarsi alla Nato guidata dagli Usa e a pagarne pure le spese, proprio come il Messico dovrebbe pagare per il muro Usa alla sua frontiera. E l’ipotesi di dialogo diretto con la Russia di Vladimir Putin, tanto per ribadire il ruolo subalterno dell’Europa rispetto alle cose dei “grandi”.

 

Il mondo, ma soprattutto l’Europa, che dalla fine della seconda guerra mondiale si culla nell’idea della relazione particolare con gli Usa, segue piuttosto attonito un progetto che, con evidenza, punta a ridurre ogni altro Paese al ruolo di vassallo. Nel frattempo, la strategia dell’Impero produce conseguenze. La prima è che ora tutti assaggiano la straordinaria potenza di un Paese come gli Usa, che spende per la Difesa più di quanto spendano gli altri dieci Paesi che lo seguono in graduatoria messi insieme.

 

È l’Impero che avanza e non guarda in faccia nessuno. Le alleanze tradizionali, se non rispondono al dogma di “America first!”, possono essere tranquillamente archiviate. Donald Trump sembra tormentato da una domanda: a che mi serve essere così potente se poi devo dar retta a questo e a quello? Il mondo, ma soprattutto l’Europa, che dalla fine della seconda guerra mondiale si culla nell’idea della relazione particolare con gli Usa, segue piuttosto attonito un progetto che, con evidenza, punta a ridurre ogni altro Paese al ruolo di vassallo. Nel frattempo, la strategia dell’Impero produce conseguenze.

 

La prima è che ora tutti assaggiano la straordinaria potenza di un Paese come gli Usa, che spende per la Difesa più di quanto spendano gli altri dieci Paesi che lo seguono in graduatoria messi insieme, che nei soli servizi di intelligence investe più di quanto investa la Russia per l’intera Difesa, che ha il record mondiale dei nuovi brevetti, dei miliardari, delle migliori università, dei premi Nobel, degli studenti stranieri, dei soldati di stanza all’estero. È una lezione durissima, ancor più severa per gli “amici” di ieri che per i “nemici” (Russia, Cina, Cuba, Iran…) di sempre. Quelli che all’apparire di Trump coprivano la Casa Bianca di ironie ora osservano intimiditi.

 

La seconda conseguenza è che il trumpismo già si delinea come un fenomeno tutt’altro che transitorio. Che detti in prima persona la linea (frenato dalle residue opposizioni democratiche e repubblicane che gli hanno buttato tra i piedi il Russiagate) o che, come pare più probabile, sia solo il frontman di una canzone scritta da altri, Donald Trump non è un accidente della storia. Al contrario, è il prodotto di una storia, quella recente, che ha sofferto i contraccolpi inattesi della globalizzazione. È brutto dirlo ma ripetere come un mantra che tot centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà grazie alla globalizzazione serve a pochissimo, se poi tot decine di milioni di persone, sempre per la globalizzazione, sono entrate nella povertà nei Paesi dove davvero si decidono le sorti del mondo.

 

Il trumpismo è il figlio legittimo di questo fenomeno, come l’ha vissuto il Paese più potente del pianeta. I molti che, fuori dagli Usa, lo detestano ora sperano che le elezioni di medio termine, che a novembre dovranno rinnovare l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato, restituiscano la maggioranza del Congresso ai democratici e trasformino Trump nella classica “anatra zoppa”. Succede però che l’economia Usa corra come un treno, il gradimento di Trump salga e il suo elettorato si rafforzi. Ce la faranno i democratici a sventare la consacrazione del nuovo ordine imperiale trumpiano?

 

Forse sì, perché il voto locale è sempre diverso da quello presidenziale. E forse no. Ma chi ci dice che, una volta praticata senza tante remore l’ebbrezza di “America first!” e verificato che può funzionare, l’Impero faccia marcia indietro? E se ci aspettasse solo un trumpismo senza Trump?

 

fonte: www.Linkiesta.it

Se si considera la guerra in Siria non un avvenimento a sé stante, bensì l’esito d’un conflitto mondiale durato un quarto di secolo, è d’obbligo interrogarsi sulle conseguenze della fine delle ostilità, ormai prossima. L’epilogo di questa guerra segna la disfatta di un’ideologia, quella della globalizzazione e del capitalismo finanziario. Le nazioni che non l’hanno capito, soprattutto dell’Europa occidentale, si emargineranno da sole dal resto del mondo.Le guerre mondiali non finiscono semplicemente con un vinto e un vincitore: il loro esito traccia i contorni di un nuovo mondo.

 

La prima guerra mondiale si è conclusa con la sconfitta degli imperi tedesco, russo, austroungarico e ottomano. La fine delle ostilità è stata suggellata dalla nascita di un’organizzazione internazionale, la Società delle Nazioni (SDN), incaricata di eliminare la diplomazia sotterranea e di regolare i conflitti tra gli Stati membri per mezzo dell’arbitraggio.

 

La seconda guerra mondiale si è conclusa con la vittoria dell’Unione Sovietica sul Reich nazista e sull’Impero del Giappone dell’hakkō ichi’u [1], cui ha fatto seguito una rincorsa degli Alleati per occupare le spoglie della Coalizione vinta. Ne è nata una nuova struttura, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), incaricata di prevenire nuove guerre impostando il diritto internazionale attorno a una duplice legittimazione: l’Assemblea Generale, dove ogni Stato conta uno, indipendentemente dalle dimensioni, e il Consiglio di Sicurezza, direttorio formato dai cinque principali vincitori.

 

La guerra fredda non è stata la terza guerra mondiale. Non si è conclusa con la sconfitta, bensì con l’implosione dell’Unione Sovietica. Non ha dato origine a nuove istituzioni e gli Stati dell’ex Unione Sovietica sono stati assorbiti da organizzazioni preesistenti.

 

La terza guerra mondiale è iniziata in Jugoslavia, è proseguita in Afghanistan, Iraq, Georgia, Libia, Yemen, e ora sta per concludersi in Siria. Il campo di battaglia è stato circoscritto ai Balcani, al Caucaso e a quello che ormai viene chiamato Medio Oriente Allargato. È costata la vita a tante popolazioni mussulmane e cristiano-ortodosse, senza troppo dilagare nel mondo occidentale. Dopo il vertice Putin-Trump di Helsinki, questo conflitto mondiale ora sta finendo.

 

Le profonde trasformazioni che hanno modificato il mondo negli ultimi 26 anni hanno trasferito parte del potere dei governi ad altre entità, amministrative e private, e viceversa. Si è visto, per esempio, un esercito privato, Daesh, proclamarsi Stato sovrano. Nonché il generale David Petraeus organizzare, quando era a capo della CIA, il più vasto traffico d’armi della storia e, dopo le dimissioni, proseguirlo in nome d’una società privata, il fondo speculativo KKR.

 

Questa situazione può essere descritta come scontro tra una classe dirigente transnazionale, da un lato, e governi responsabili di fronte ai governati, dall’altro.

Diversamente da quel che vuol far credere la propaganda, che addossa le cause delle guerre a circostanze contingenti, i conflitti hanno radici in rivalità e ambizioni profonde e d’antica data. Occorrono anni prima che gli Stati si ergano gli uni contro gli altri. È spesso è solo con il tempo che possiamo comprendere i conflitti che ci divorano.

 

Per esempio, pochissimi hanno capito quel che stava accadendo con l’invasione giapponese della Manciuria (1931); ci è voluta l’invasione tedesca della Cecoslovacchia (1938) per comprendere che le ideologie razziste avrebbero condotto alla seconda guerra mondiale. E sono rari quelli che hanno capito sin dalla guerra di Bosnia-Erzegovina (1992) che l’alleanza tra NATO e islam stava per aprire la via alla distruzione del mondo mussulmano.

 

Nonostante i lavori di storici e giornalisti, ancor oggi molti non hanno preso coscienza dell’enormità della macchinazione di cui tutti siamo stati vittime. Costoro si rifiutano di ammettere che la NATO coordinava truppe ausiliarie saudite e iraniane sul continente europeo. Eppure, è un fatto incontestabile. Si rifiutano anche di ammettere che al Qaeda, accusata dagli Stati Uniti di aver compiuto gli attentati dell’11 settembre, ha combattuto poi agli ordini della NATO in Libia e Siria. Eppure, è un fatto incontestabile.

 

Il piano iniziale, che prevedeva di far ergere il mondo mussulmano contro il mondo ortodosso, si è modificato strada facendo. Lo «scontro di civiltà» non c’è stato. L’Iran sciita si è rivoltato contro la NATO, di cui era al servizio in Jugoslavia, e si è alleato alla Russia ortodossa per salvare la Siria multiconfessionale.

 

Dobbiamo aprire gli occhi sulla storia e prepararci all’alba di un nuovo sistema mondiale dove alcuni amici di ieri potrebbero diventare nostri nemici, e viceversa.

A Helsinki, l’accordo con la Federazione di Russia non è stato concluso dagli Stati Uniti, bensì dalla Casa Bianca: il nemico comune di Putin e di Trump è un gruppo transnazionale che esercita un potere negli Stati Uniti. Ritenendo di essere lui, e non il presidente eletto, il rappresentante degli USA, questo potentato non ha esitato ad accusare immediatamente il presidente Trump di tradimento.

 

Questo gruppo transnazionale è riuscito a convincerci che le ideologie sono morte e che la Storia è finita. Ha presentato la globalizzazione, ossia la dominazione anglosassone per mezzo della diffusione della lingua e dello stile di vita americano, come conseguenza dello sviluppo delle tecniche di trasporto e di comunicazione. Ci ha assicurato che un sistema politico unico, la democrazia (ossia il «governo del Popolo, da parte del Popolo, per il Popolo»), sarebbe stato ideale per tutti gli uomini e che era possibile imporlo ovunque con la forza. Infine, ha presentato la libera circolazione delle persone e dei capitali come la soluzione di tutti i problemi di manodopera e d’investimento.

 

Tuttavia, queste asserzioni, che noi tutti accettiamo nella vita di ogni giorno, non resistono un solo minuto alla riflessione. Dietro queste menzogne, questo gruppo transnazionale ha sistematicamente eroso il Potere degli Stati e accaparrato ricchezze.

 

Lo schieramento che sta per uscire vincitore da questa lunga guerra difende invece l’idea che, per scegliere il proprio destino, gli uomini devono organizzarsi in Nazioni, definite in nome di un territorio, di una storia o d’un progetto comune. Sostiene quindi le economie nazionali contro la finanza transnazionale.

Abbiamo appena assistito alla Coppa del Mondo di calcio. Se l’ideologia della globalizzazione avesse vinto, avremmo dovuto sostenere non solo la squadra della nostra nazione, ma anche quella di altri Paesi, in ragione dell’appartenenza a strutture sovranazionali comuni.

 

Per esempio, belgi e francesi avrebbero dovuto sostenersi reciprocamente, agitando bandiere dell’Unione Europea. Ma a nessun tifoso è venuta l’idea di farlo. È un indice che serve a misurare il fossato che separa, da un lato, la propaganda che ci propinano e che ripetiamo, e, dall’altro, il nostro comportamento spontaneo. Nonostante le apparenze, la vittoria superficiale dell’ideologia della globalizzazione non ha modificato quello che davvero siamo.

 

Non è evidentemente un caso che la Siria, dove migliaia di anni fa fu pensata e attuata l’idea di Stato, sia la terra su cui questa guerra si conclude. Ed è perché sono sostenuti da un vero Stato, che mai ha smesso di funzionare, che Siria, popolo siriano, esercito, e suo presidente hanno potuto resistere alla più gigantesca coalizione della storia, formata da 114 membri delle Nazioni Unite.

 

fonte: www.voltairenet.org

E’ un sandinista della prima ora, Denis Moncada Colindres, ministro degli Esteri del Nicaragua. Ha partecipato al movimento di liberazione e poi alla rivoluzione che, nel 1979, ha posto fine alla dittatura di Anastasio Somoza dando il potere al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che ha governato fino al 1990. Moncada è sempre rimasto nella direzione dell’FSLN, congedandosi con il grado di Generale di Brigata. In seguito, ha lavorato per il ritorno di Daniel Ortega al governo del paese.

 

Dopo la vittoria elettorale del Fronte sandinista, nel 2006, è stato per otto anni ambasciatore all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), poi assessore del presidente per le questioni internazionali e, da due anni, è ministero degli Esteri. Lo abbiamo incontrato a Roma in occasione del suo viaggio in Vaticano, compiuto con l’intento di ridar vita al processo di dialogo per riportare la pace nel paese dopo le violenze scoppiate ad aprile. “Al di là dell’incarico che si ricopre nelle diverse condizioni storiche, quel che conta - dice - è la lotta per portare avanti un progetto di emancipazione popolare”.

 

Secondo alcuni ex dirigenti, voi avete abbandonato il vero sandinismo. Una posizione condivisa anche da una parte della sinistra internazionale, che appoggia l’opposizione al governo Ortega. Cosa risponde?

Nei giorni scorsi, il presidente Ortega ha fatto riferimento a questo tema specifico, al perché alcuni di quelli che hanno avuto incarichi nel governo sandinista, siano passati all’opposizione quando si sono perse le elezioni. In questi anni abbiamo imparato a rispettare il parere di tutti, ma quando certe posizioni finiscono per coincidere con quelle del campo avverso, diventa inaccettabile. Il nostro progetto, la nostra visione, riguardano la vita dei settori popolari. Abbiamo lottato nel movimento di liberazione nazionale per conquistare la libertà politica, l’indipendenza economica integrale: per combattere la povertà, che è il nostro nemico principale, insieme all’assenza di istruzione, di sanità pubblica, di espressione artistica per quella maggioranza della popolazione tradizionalmente esclusa.

 

Purtroppo, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il pensiero degli intellettuali di sinistra è diventato molto fluttuante. C’è una crisi della sinistra mondiale. Più che guardare alla complessità della situazione e della lotta di classe in questo contesto globale, certi intellettuali si esercitano in elucubrazioni con cui è difficile interloquire. Il mondo non è un letto di rose, non siamo più in una fase di trionfo, ma quando si definisce una prospettiva che indichi un cammino di giustizia sociale, anche se si incontrano ostacoli inediti non ci si deve fermare. Certo, ci sarà un tempo per discutere di tutto e ascoltare il parere di tutti in merito alla direzione politica, al metodo e allo stile. In questo momento, però, la priorità è riportare la stabilità e la pace nel paese.

 

Qual è la posta in gioco in Nicaragua?

Siamo di fronte a un tentativo di rompere l’ordine costituzionale per far cadere un governo progressista che, pur tra mille difficoltà, ha portato avanti politiche a favore del popolo, come mostrano tutti gli indicatori economici. Perché si vorrebbe ridurre tutto questo a una parentesi da cancellare? Perché ciò che per noi è un buon esempio da seguire, per i settori della destra, nel paese e fuori, è un cattivo esempio da evitare.

 

Si vuole evitare che si consolidi un esperimento che ha saputo coniugare la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta e partecipativa per migliorare la condizione delle grandi masse. Un esempio tanto più pericoloso perché poggia su antecedenti storici che hanno portato alla rivoluzione del 1979 che ha sconfitto la dittatura di Somoza, una delle più feroci dell’America Latina, e ha tolto agli Stati Uniti una pedina fondamentale in Centroamerica.

 

Quella rivoluzione ha ripreso il messaggio del generale Sandino che, negli anni 1920-’30 del secolo scorso, ha sconfitto l’ingerenza armata nordamericana. Il Frente sandinista, con Daniel Ortega continua a nutrirsi di quegli ideali anche nella realizzazione dei programmi attuali, e per questo rimane un cattivo esempio. Attraverso l’attacco al Nicaragua, si vogliono colpire i progetti di integrazione regionale che hanno preso forma grazie alla convergenza dei governi di sinistra con la vittoria di Hugo Chavez in Venezuela, e che cercano una seconda indipendenza per il continente: l’Alba, la Unasur, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici, che comprende 33 paesi americani tranne Usa e Canada. Si vuole colpire la Celac, che è stata dichiarata zona di pace, per far spazio ad altri poli come quello del Gruppo di Lima, composto da paesi governati dalle destre.

 

L’Osa, che Fidel Castro ha definito il “ministero delle colonie”, continua ossessivamente ad attaccare il Venezuela e ora il Nicaragua. Qual è la vostra risposta sul piano diplomatico?

Abbiamo invitato la Commissione interamericana per i diritti umani, rappresentanti della Unione Europea e altri organismi a venire in Nicaragua per constatare la situazione dei diritti umani. L’Osa ha però deciso di convocare il Consiglio permanente per una serie di riunioni con un chiaro intento di ingerenza negli affari interni del Nicaragua. In questo siamo stati molto chiari, anche con gli organismi invitati: il Nicaragua non è territorio di nessuno, ma uno stato libero che ha le proprie istituzioni legittime. Non siamo un paese a sovranità limitata, non permetteremo a nessuno di metterci sotto tutela. I problemi che ci sono, si risolvono all’interno del nostro paese.

 

Riproposizione del Nica Act, fondi della Cia erogati per “difendere la democrazia” in Nicaragua, appoggio esplicito all’opposizione interna da parte degli anticastristi presenti nel congresso Usa. Contro il Nicaragua sembra riproporsi lo stesso copione messo in atto per far cadere il governo Maduro in Venezuela. Fin dove può arrivare tutto questo?

I meccanismi utilizzati dagli Stati Uniti per sottomettere o debilitare governi che vogliono essere indipendenti, sono sempre gli stessi: pressione sugli organismi di cooperazione internazionale, blocco economico e cospirazione prolungata come stiamo vedendo nei confronti del Venezuela. E’ noto che gli Usa si considerano i più grandi paladini dei diritti umani: come in Iraq, in Libia, in Siria… Noi dobbiamo fare l’impossibile per evitare che si arrivi a quelle estreme conseguenze, all’instaurazione di governi di destra, da sempre alleati degli Usa. Il nostro sforzo principale è il dialogo nazionale, essenziale per riportare la stabilità e quindi la pace.

 

A quali condizioni e con quali mediatori? L’opposizione vuole che Ortega se ne vada e che si indicano elezioni anticipate.

Il dialogo si è arenato anche per l’azione di alcuni settori della Conferenza Episcopale, che hanno parteggiato apertamente per l’opposizione. Il dialogo si deve ristrutturare con quella parte dei vescovi che ha mantenuto un atteggiamento equanime. Anche per questo ci siamo recati in Vaticano. Dobbiamo trovare la via migliore per definire un nuovo dialogo e risolvere la situazione interna, senza ingerenze internazionali. La grande macchina mediatica, certi organismi per i diritti umani, certe istituzioni internazionali hanno creato l’immagine di un governo repressivo, mettendo sul conto della “repressione” anche i morti per incidenti stradali, per infarto, per errore medico…

 

Un atteggiamento irresponsabile che non aiuta certo a risolvere una situazione complessa in cui ogni morte pesa, e le cui cause stiamo indagando nella Commissione per la verità. In questa visita, ci sembra che abbiamo ottenuto ascolto, che abbiamo potuto spiegare le nostre ragioni. L’Onu ha promesso di accompagnarci in questo nuovo tentativo. Ovviamente tutto deve avvenire nel pieno rispetto della costituzione, si deve ripristinare la stabilità, riportare la pace e il rispetto per la vita delle persone, poi si può discutere di come rafforzare la democrazia, di come far avanzare le cose nel modo migliore.

 

Il progetto di riforma della previdenza è stato ritirato. Nel nuovo progetto di dialogo, la questione è ancora sul piatto?

La riforma dell’Istituto di Sicurezza Sociale (INSS) viene considerata la causa scatenante delle proteste violente, e quel progetto è stato ritirato. La questione, però, non è mai emersa nel tentativo di dialogo che si è arenato e in cui la posta in gioco era evidentemente politica: togliere di mezzo il governo sandinista calpestando la costituzione, che impedisce di cancellare la vita sociale ed economica basata sul progresso dei settori popolari.

 

Da tempo, gli argomenti di alcuni settori molto minoritari vengono usati e diffusi in modo strumentale: come la questione dell’incendio della Riserva Biologica Indio Mais. In quell’occasione si è accusato il governo di non aver fatto abbastanza per spegnere l’incendio: per spianare la strada a interessi legati alla costruzione del Canale. Invece, è stato fatto tutto il possibile fin da subito, e si è riusciti a spegnere l’incendio anche con la collaborazione dei governi del Messico, del Salvador e dell’Honduras.

 

Il progetto del Canale ha contato su molti e titolati studi di impatto ambientale, con tutte le garanzie e ha come obiettivo quello di sostenere la domanda commerciale e internazionale e quella di un’adeguata circolazione degli scambi. Una situazione che il canale di Panama non è in grado di sostenere. Il Canale è parte del futuro e non colpisce né la vita del lago, né la sicurezza dell’ambiente.

 

Quello che non viene detto è che il Nicaragua procede da tempo nel cambiamento del modello produttivo dando la preminenza alle energie alternative. Grazie all’apporto economico di paesi solidali come il Venezuela, ma anche all’intervento di imprese private, per esempio europee, e di un finanziamento della Banca Mondiale, le stiamo impiegando all’80%. E contiamo di arrivare presto al 90%.

 

fonte: www.farodiroma.it


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