Con una nuova iniziativa in totale violazione del diritto internazionale, l’amministrazione Trump potrebbe essere vicina a riconoscere ufficialmente la sovranità di Israele sulle alture del Golan. Svariati segnali negli ultimi mesi sembrano indicare una possibile mossa in questo senso da parte della Casa Bianca, nonostante l’occupazione illegale di Israele su un territorio appartenente a tutti gli effetti alla Siria sia condannata dall’intera comunità internazione, da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU e dagli stessi Stati Uniti.

 

L’ultimo segnale di allarme è arrivato qualche giorno fa, quando un documento del dipartimento di Stato americano ha fatto riferimento alle alture del Golan come un territorio “controllato” da Israele, lasciando cioè cadere per la prima volta la tradizionale e legalmente corretta definizione di territorio “occupato”. Questa sfumatura apparentemente solo semantica ha in realtà delle implicazioni esplosive, visto che potrebbe aprire la strada a un riconoscimento del territorio al confine tra Siria e Israele come parte integrante di quest’ultimo paese.

 

Le alture del Golan hanno un’importanza strategica assoluta grazie a una posizione che consente di controllare tutta la valle settentrionale del Giordano. Inoltre, l’occupazione ha sempre avuto a che fare con la consolidata inclinazione israeliana a impossessarsi in maniera illegale delle risorse dei territori arabi. Il Golan dispone infatti di terreni fertili adatti alla coltivazione e garantisce il controllo di significative sorgenti idriche. In quest’area si trovano infine considerevoli giacimenti petroliferi ancora da sfruttare e che, come si vedrà in seguito, hanno un peso determinante sulle decisioni che potrebbero essere prese a Washington.

 

Le alture del Golan, situate nella Siria meridionale, furono occupate da Israele al termine della guerra dei Sei Giorni del 1967 e in seguito annesse unilateralmente nel 1981. In questo stesso anno, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite numero 497, appoggiata anche da Washington, rese nullo questo provvedimento di Tel Aviv, così che il territorio viene universalmente considerato come “occupato”. In quest’area, Israele ha favorito l’insediamento di oltre 20 mila coloni, in modo da modificarne la composizione demografica e creare, come nel caso dei territori palestinesi, un fatto compiuto, mentre la popolazione nativa, composta in gran parte da drusi, viene regolarmente discriminata.

 

Visti gli sviluppi di questi ultimi otto anni, è evidente che il governo israeliano intende sfruttare il conflitto in Siria per ottenere il riconoscimento del possesso del Golan da parte del suo principale alleato. Nell’amministrazione Trump, il primo ministro Netanyahu ha trovato un interlocutore disposto ad ascoltare le proprie ragioni, principalmente per via dell’influenza della lobby israeliana sulla Casa Bianca e della sensibilità di un argomento che, indirettamente, potrebbe tradursi in uno schiaffo all’Iran.

 

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, già all’inizio del 2017 Netanyahu aveva sollevato la questione del Golan con il presidente Trump, al quale aveva sollecitato il riconoscimento ufficiale del territorio siriano. In un’intervista alla Reuters, l’anno scorso il ministro dell’intelligence israeliano, Israel Katz, aveva a sua volta espresso una certa fiducia sul fatto che l’amministrazione repubblicana si sarebbe mossa in questo senso nei mesi successivi.

 

Solo qualche settimana fa, poi, il senatore repubblicano molto vicino al presidente, Lindsey Graham, aveva visitato di persona le alture del Golan e poco dopo aveva assicurato alla stampa che avrebbe fatto pressioni sulla Casa Bianca per ottenere un riconoscimento ufficiale della sovranità di Israele su questo territorio. Al Senato di Washington sta anche circolando una proposta di legge bipartisan che, allo stesso modo, ratificherebbe da parte americana l’annessione illegale israeliana delle alture del Golan.

 

Mercoledì, dopo un faccia a faccia con il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il premier israeliano Netanyahu ha fatto appello al governo americano e alla comunità internazionale a riconoscere la sovranità del suo paese sul Golan. A suo dire, il riconoscimento sarebbe giustificato anche dalla recente presunta scoperta da parte delle forze armate israeliane di una “nascente cellula militare” di Hezbollah in un villaggio di confine sulle alture del Golan.

 

La questione rischia di infiammare ancora di più la regione, come ha confermato la reazione comprensibilmente molto dura del governo di Damasco. In risposta alle voci di un riconoscimento della sovranità israeliana, il vice-ministro degli Esteri siriano, Faisal Mikdad, settimana scorsa aveva minacciato una risposta militare. Alla responsabile dell’agenzia ONU che monitora la tregua nelle alture del Golan, il diplomatico siriano aveva comunicato le intenzioni di Damasco di arrivare al confronto con Israele anche se questo paese continuerà ad attaccare la Siria o se non restituirà le alture del Golan.

 

Per quanto riprovevole e illegale, un’eventuale decisione americana sul Golan non apparirebbe tutto sommato particolarmente sorprendente, poiché l’amministrazione Trump continua a distinguersi per il completo disinteresse nei confronti del diritto internazionale. In merito alle vicende mediorientali, ha già adottato almeno due misure clamorose, illegali e in piena contraddizione con le posizioni di praticamente tutti i paesi del mondo, come il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano e, sul finire del 2017, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato di Israele, con conseguente spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv.

 

Oltre all’importanza strategica per Israele e ai fini della competizione per il controllo del Medio Oriente, la sovranità sulle alture del Golan è da collegare anche alle potenzialità di questo territorio in ambito energetico. Come già anticipato, da qualche anno sono state individuate in quest’area ingenti riserve di petrolio, per accedere alle quali Israele e le compagnie americane del settore non hanno però incentivi, vista la natura contesa del territorio.

 

Già nel 2013, il governo Netanyahu concesse i diritti di esplorazione petrolifera nel Golan alla società Afek Oil and Gas, filiale israeliana dell’americana Genie Energy. Tra le proteste di residenti e ambientalisti, le prime trivellazioni esplorative erano iniziate nel 2015, ma le attività, già di per sé illegali, sono bloccate dalla prospettiva di non potere esportare il greggio estratto da un’area che è soggetta all’occupazione di Israele. In ballo ci sono decine di miliardi di dollari che potrebbero essere sbloccati se gli Stati Uniti dovessero riconoscere la sovranità israeliana. In questo modo, quanto meno, le compagnie impegnate nell’estrazione potrebbero vendere negli USA il petrolio sottratto al popolo e allo stato siriano.

 

A pesare sulle decisioni della Casa Bianca non sono soltanto generici interessi energetici, bensì legami molto stretti tra l’amministrazione Trump, il governo Netanyahu e Genie Energy. Come ha spiegato il commentatore britannico Finian Cunningham sul sito del network russo RT, l’ex presidente di questa compagnia con sede nel New Jersey, Ira Greenstein, condivide legami d’affari con il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, e proprio tramite quest’ultimo è diventato un consulente della Casa Bianca. Il numero uno di Afek Oil and Gas è poi l’ex deputato ed ex ministro israeliano Efraim Eitam, amico intimo di Netanyahu e da sempre fautore dell’espulsione della popolazione araba da Israele.

 

Tra i principali investitori di Genie Energy figurano l’ex consigliere di Trump per gli affari riguardanti Israele, Jason Greenblatt, nonché il colosso bancario Goldman Sachs, tra i cui top manager c’era l’ex consigliere economico del presidente, Gary Cohn. Nel consiglio di amministrazione di questa stessa compagnia siedono oppure detengono azioni anche altre personalità super-influenti del mondo politico, mediatico e finanziario, come Rupert Murdoch, l’ex vice-presidente americano Dick Cheney, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers e l’ex direttore della CIA James Woolsey.

 

Il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan sarebbe dunque niente meno che un’impresa criminale, frutto di giganteschi conflitti di interesse e dell’indifferenza americana per il diritto internazionale. Non solo, anche la sola ipotesi di una mossa in questo senso da parte di Washington rappresenta una colossale ipocrisia, visto che demolisce del tutto le pretese di condanna dell’annessione russa della Crimea.

 

Proprio questo effetto indesiderato della questione del Golan ha già spinto alcuni commentatori “mainstream” a mettere in guardia l’amministrazione Trump dall’assecondare le richieste israeliane su questo argomento. Ratificare l’appropriazione illegale di un territorio di un paese sovrano da parte di Israele annienterebbe d’altra parte qualsiasi credibilità degli Stati Uniti nel sostenere che Mosca deve restituire la Crimea all’Ucraina.

 

Mentre sembrano essere sul punto di riconoscere il controllo di Israele sulle alture del Golan in violazione del diritto internazionale, gli Stati Uniti continuano infatti a condannare il Cremlino per la questione della Crimea, nonostante il ritorno di essa alla Russia non sia impedito da nessun mandato internazionale, ma è anzi legittimato dai precedenti storici, da un retaggio culturale comune e dal referendum popolare tenuto nel marzo del 2014.

Un recente episodio dai risvolti clamorosi è tornato a fare luce sulle tendenze anti-semite alimentate da qualche tempo dal governo polacco del partito populista di destra Diritto e Giustizia (PiS) in parallelo alla promozione di un’agenda politica marcatamente anti-democratica. In un’edicola situata all’interno del parlamento di Varsavia (“Sejm”) è stato messo cioè in vendita qualche giorno fa un giornale di destra – “Tylko Polska” (“Solo Polonia”) – con in prima pagina un articolo che riportava le istruzioni necessarie a “riconoscere un ebreo”.

 

Anche se l’autore della strage di venerdì scorso nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, sembra avere agito senza complici o appoggi specifici, le sue azioni non possono essere in nessun modo isolate o ricondotte a un semplice disagio individuale. L’ambiente in cui il delirio razzista e anti-sociale di Brenton Tarrant si è trasformato in un orrendo crimine di massa è infatti ben noto e sta ricevendo da tempo una più o meno esplicita legittimazione da parte delle classi politiche di molti paesi occidentali.

Una vero e proprio fuoco di sbarramento, alimentato con avvertenze e minacce all’indirizzo del governo, si è alzato contro la possibilità che l’Italia firmi il protocollo d’intesa del progetto One Belt One Road, da tutti generalmente definito come la nuova “Via della Seta”. Gli Stati Uniti hanno fatto immediatamente sentire la propria voce e subito sono intervenuti in loro sostegno alcuni esponenti della Unione Europea.

 

Ma cos’è One Belt One Road? E’ un piano di investimenti globali nato nel 2013 e al quale hanno aderito 67 paesi che hanno firmato il Memorandum d’Intesa. Gli investimenti ammontano a 8000 miliardi di Euro e, fino ad ora, il Pakistan è la nazione maggiormente coinvolta, con un investimento di 60 miliardi di dollari.

Il mistero attorno al blitz condotto all’interno dell’ambasciata della Corea del Nord a Madrid lo scorso febbraio ha cominciato a sciogliersi dopo che la polizia e l’intelligence spagnole hanno collegato un paio di membri del commando responsabile dell’accaduto nientemeno che alla CIA americana. L’episodio era apparso subito sospetto sia per le modalità con cui l’operazione era stata portata a termine sia per la coincidenza con le fasi preparatorie del secondo summit tra il presidente americano Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-un.

 

Alle tre del pomeriggio del 22 febbraio, una decina di individui si erano introdotti nell’edificio che ospita la rappresentanza diplomatica della Nordcorea nel quartiere residenziale di Aravaca, alla periferia nord della capitale spagnola. Un paio d’ore più tardi, una donna era riuscita a fuggire da una finestra dell’ambasciata e, raggiunta la strada più vicina, aveva iniziato a gridare per richiamare l’attenzione di passanti e residenti che si sono poi affrettati a chiamare la polizia.


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