di mazzetta

C'era una volta un'erba buona, che aveva tante qualità da scatenare l'ostilità di tanti che non sopportavano che la sua diffusione danneggiasse i loro affari.
Venne allora deciso che l'erba era cattiva perché qualche giovane la fumava cercando l'evasione della realtà senza pagar dazio e il bollo sugli alcolici; e l'erba venne bandita. Sparì allora dalle nostre campagne e il nostro paese cessò improvvisamente di coltivarla, nonostante fosse tra i primi produttori mondiali; abbandonò tutta l'industria attraverso la quale lavorava questo dono della natura e la canapa diventò una "droga" dalla sera alla mattina.
Da allora sono passati decenni e il destino dell'erba buona sembrava segnato, non poteva che essere prodotta in lontani paesi senza legge, e giungere a noi se non per essere fumata.

di Raffaele Matteotti

La forza e la potenza dei paesi che nelle epoche si sono imposti alla luce della storia, si sono sempre fondate su una burocrazia efficiente e sul rendiconto preciso che l'amministrazione era in grado di fornire alla guida politica.
Quello di poter disporre di dati affidabili sui quali fondare il governo dei fenomeni politici ed economici è un problema attuale per la Cina, dove il governo centrale riceve solo rapporti edulcorati dalle amministrazioni periferiche, ma anche per gli Stati Uniti.
Negli USA il problema nasce però dai vertici, che dalle statistiche e dalle misurazioni e rendiconti, in questo momento possono trarre solo sconfessioni al loro operato.
Spariscono così i dati sull'inquinamento, che vengono pubblicati solo dopo esser stati "corretti" da uomini distaccati appositamente dai petrolieri presso l'amministrazione; spariscono i controlli e rendiconti contabili sulle spese per la guerra, ormai fuori controllo e, alla stessa maniera, è sparito anche l'annuale rapporto sul terrorismo.
Un rapporto discutibile e discusso, posto che la qualifica di "terrorista" veniva attribuita abbastanza arbitrariamente dall'amministrazione USA, ma la sparizione del quale ha fatto rumore negli ambienti diplomatici.

di Fabrizio Casari

Un uomo forse senza tempo, questo era Shafick Handal. Un politico con il vizio della coerenza, poco incline alla moda forzata del compatibile, istintivamente nemico dell'accomodante. Tornava dalla cerimonia d'insediamento di Evo Morales in Bolivia, Shafick. Viaggio inevitabile, dal momento che nessun Presidente progressista dell'America latina avrebbe potuto fare a meno della presenza di un leader così rispettato. Tornava da La Paz, sua ultima missione politico-diplomatica di una vita spesa tra l'esilio, la guerriglia e la clandestinità fino agli accordi di pace del 1992, quindi alla guida del Fmln nella battaglia politica in un El Salvador che non ha nulla a che vedere con quello che lui sognava.

Shafick Handal, comandante guerrigliero e leader storico dei comunisti salvadoregni, una delle menti più acute della sinistra latinoamericana, di tradimenti ne aveva subiti tanti, come capita ai grandi: solo gli gnomi ne sono esenti, per via di una legge di natura che, nell'assegnare i ruoli, prevede che i grandi siano traditi e gli gnomi tradiscano. Ma quello del suo cuore no, era un tradimento che non si aspettava. E invece lo ha sorpreso in un aeroporto salvadoregno, quello di Comalopa, e non c'è stato niente da fare.

Intellettuale, guerrigliero, dirigente, Shafick ha lottato tutta la vita contro il vento e le maree.
Amico e compagno di Fidel Castro, Daniel Ortega, Hugo Chavez, Lula, dirigente fino all'ultimo minuto del "suo" Frente Farabundo Martì". Motore teorico del Foro di Sao Paulo, era considerato "uomo di Mosca", ma non si arrese mai alla fine del campo socialista. A seguito degli accordi di pace aveva dismesso la sua uniforme militare per indossare la camicia rossa delle sue campagne elettorali. L'ultima, quella del 2004, lo vide sconfitto dagli Stati Uniti, che finanziarono una campagna elettorale pazzesca, con milioni di dollari, menzogne ed infamie, per garantire la vittoria del candidato della destra ed attuale Presidente, Elias Saca, uomo di fiducia di Washington e delle 14 famiglie del latifondo salvadoregno che, in spregio alla storia, si spartiscono ancora in quattordici fette il paese centroamericano.

Shafick era un uomo di gran temperamento, un carattere amabile ma fermissimo. I suoi avversari, che ne conoscevano la caparbietà e la dirittura morale, lo definivano "dogmatico e intransigente" per non doverlo dipingere come incorrutibile. Considerava il socialismo come l'appuntamento decisivo degli umili con la loro riscossa. E se capitava di parlare con lui di qualunque aspetto della vita politica del suo paese o dell'America latina, ciò che colpiva era la sua passione, quasi l'ossessione, per l'indipendenza del continente; per toglierlo dalla povertà assoluta, quando non dalla miseria più nera, quella che colpisce "il cortile di casa", figlio della Dottrina Monroe e prodotto naturale dell'obbedienza dovuta.

Figlio di una coppia di emigranti palestinesi di Betlemme, Giries Abdallah Handa e Giamile Handal, Shafick, il più grande di sei fratelli, era nato nella città di Usulutlan, diventata nel corso degli anni '80 una delle regioni del paese in mano alla guerriglia del Fmln; una zona liberata dalla tirannide militare dei Duarte e D'Abuisson. Suo fratello Farid era stato un importante dirigente del Partito Comunista ed un altro, José Orlando, era stato rapito e fatto sparire dagli squadroni della morte di D'Abuisson l'11 novembre del 1980.
Allievo alla Lumumba, l'università moscovita dove studiavano gratuitamente gli esponenti dei movimenti di liberazione anticolonialisti ed antimperialisti delle decadi 60 e 70, proprio a Mosca conobbe e sposò in seconde nozze, Tania Bichcova.

Fu uno degli uomini più ricercati dalla Cia e dagli squadroni della morte agli ordini dell'oligarchia centroamericana. Non riuscirono mai a prenderlo; aveva l'arte della guerriglia dentro di sé, era difficile sorprenderlo. Ma non era un cinico, un opportunista, un alleato di maniera o per convenienza. Ha viaggiato in ogni dove ed ha incontrato ognuno sempre con una fede incrollabile nei suoi ideali ed un amore assoluto per il suo popolo.

Gli ha reso omaggio l'Università gesuita Centroamericana (UCA), che negli anni '80 pagò con il massacro di sei suore statunitensi e l'assassinio del suo Rettore, Ignacio Ellacurìa, ad opera degli squadroni della morte, la scelta di schierarsi a favore della pace.
Il Rettore di oggi, José María Tojeira, davanti al feretro di Shafick, si è detto addolorato per la morte " di una persona esemplare, coerente con il suo modo di pensare".
Piazza Gerardo Barrios, dove il leader comunista ogni venerdì svolgeva assemblee all'aperto per informare sul lavoro settimanale dell'Assemblea Legislativa, da oggi è la meta del pellegrinaggio dei militanti e della gente comune che rende omaggio all'anziano dirigente.
Il feretro è stato collocato di fronte alla Cattedrale di San Salvador, dove l'Arcivescovo Monsignor Romero venne assassinato dagli squadroni della morte di D'Abuisson. Una piazza destinata alle grandi figure della storia del tormentato paese centroamericano. Un sacerdote e un comunista, due strade diverse con un'unica missione: gli umili e i diseredati.

di mazzetta

L'apocalisse liberista comincia a realizzarsi e a rendere tangibili gli incubi delle prime generazioni ambientaliste e non solo.Che ci si sia arrivati nonostante gli avvertimenti attiene alla natura umana, alla natura delle masse incolte, come alla natura di quanti, pur avendo coscienza dei problema, sono distratti dall'avidità o in altre faccende affaccendati.
Dal globale al locale, tutto il pianeta è ormai avvelenato. L'uomo ha prelevato e elaborato materie prime restituendo scarti di lavorazione e veleni. I veleni sono finiti nell'acqua, nell'aria e da lì ovunque. Gli orsi al Polo nascono ermafroditi, gli alberi in Siberia muoiono prima che le avanguardie dei taglialegna banditi della APP (Asian Pulp and Paper, un'azienda multinazionale clamorosamente abile a tagliare, fallire e rinascere) li possano raggiungere; sono inquinate le vette, come gli abissi.
Quello che ancora sfugge è la drammatica realtà, il vero stato del pianeta, o meglio, della delicata e rarissima biosfera nella quale sopravviviamo.

di Giovanna Pavani

All'epoca fu una tale vittoria che nessuno si premurò di constatare se, alla conquista della scheda elettorale, corrispondessero anche consistenti risultati sul piano dei diritti civili. Se insomma le donne, chiamate per la prima volta alle urne il 2 giugno del '46, si fossero anche conquistate la condizione di "cittadine" di quella che, di lì allo spoglio, sarebbe stata proclamata Repubblica italiana. Ovviamente non fu così, perchè la storia si muove a piccoli passi e, quando si tratta di donne i passi, oltre che piccoli, si dimostrano drammaticamente lenti. Ma il voto fu comunque una svolta epocale per il nostro paese, che le rese - almeno - "elettrici". Non ancora "cittadine", dunque, ma si auspicava che questo si sarebbe lentamente accaduto. Sono passati 60 anni, non uno, ma la piena parità tra uomo e donna è ancora di là da venire. C'è un dato che, più di altri, dà il quadro della situazione: a parità di ruolo e di mansioni, una donna viene pagata un terzo in meno.


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