di Luca Mazzucato

Il premier israeliano Olmert e il presidente palestinese Abbas si sono incontrati a cena sabato scorso, ponendo fine a quasi due anni di boicottaggio da parte israeliana dell'Autorità Palestinese. La svolta si inserisce all'interno del drammatico scontro militare tra Hamas e Fatah nei Territori Occupati. Con questo incontro Israele prende parte attiva negli scontri, appoggiando apertamente il partito di Abbas, anche se secondo fonti palestinesi, l'incontro è servito principalmente a Olmert: in crisi di consenso e di leadership dopo la guerra in Libano, il premier cerca di riciclarsi frettolosamente da falco in colomba. Quel che è certo è che questo incontro dimostra il fallimento della strategia israeliana di isolamento dell'ANP, attuato da un anno a questa parte.I passi che hanno portato a quest'ultima svolta segnano un percorso di sangue lungo un anno e mezzo. Nel 2005, l'allora premier Ariel Sharon decise di ammettere Hamas alle elezioni legislative palestinesi, confortato da uno studio dell'amministrazione americana che dava Fatah vincente.

di Sara Gauna e Marco Pignochino

Un miliardo e mezzo di dollari per compensare i danni ambientali causati. E' a quanto una sentenza della Nigerian Federal High Court del febbraio scorso condanna la Shell Nigeria a versare al popolo Ijaw. La sentenza, ultima di una lunga serie, non fa altro che confermare quanto già stabilito in altre sedi giudiziarie ma, come le precedenti, rimasta del tutto disattesa. Allo stesso tempo però è servita da vessillo al MEND, il Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger (i cui membri sono appunto di etnia Ijaw) che dal gennaio 2006 ha iniziato a operare nell'area incriminata, portando a un rapido incremento della violenza.L'ultimo caso che ha catturato l'attenzione dei media italiani è stato l'ennesimo rapimento di quattro tecnici dell'Agip (tre italiani e un libanese) il sette dicembre scorso, ma da allora non si sono fermati gli atti di sabotaggio e gli attacchi alle piattaforme, senza contare i numerosi scontri a fuoco dei guerriglieri contro l'esercito nigeriano, la polizia e le varie milizie armate di vigilantes assoldati dalle compagnie petrolifere.

di Neri Santorini

I caduti della guerra in Iraq hanno superato i morti dell’11 settembre ma c’è ancora un morto che entrerà in questo triste novero: Saddam Hussein. Nonostante gli appelli per un atto di clemenza che nelle scorse settimane erano partiti da tutto il mondo (con l’esclusione dei governi americano e britannico) e che ieri hanno visto anche l’Italia farsi parte attiva perché la pena capitale venga tramutata in una condanna all’ergastolo, pare proprio non esista modo per bloccare l’impiccagione. Il presidente della Repubblica, il curdo Jalal Talabani, si è detto contrario alla pena di morte ma è già accaduto- ed accadrà anche questa volta - che abbia delegato la firma di convalida di un’esecuzione capitale a uno dei due vice presidenti. A confermare la serenità del verdetto c’è poi la dichiarazione di un portavoce della corte d’appello, Rahed Juhi: “Il sistema giudiziario garantirà che Saddam Hussein venga giustiziato anche se Talabani e i due vice presidenti non dovessero ratificare la decisione”. Giustizia dev’essere fatta a ogni costo, insomma, e poco conta se per questo verranno calpestate tutte le regole del diritto, anche quelle appena stabilite.

di Cinzia Frassi

Il 23 dicembre scorso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità la risoluzione 1737, con la quale impone sanzioni all’Iran per la mancata sospensione del suo programma nucleare. In base all’art 41, capitolo VII, della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio esorta l’Iran di Ahmadinejad a sospendere l’attività di arricchimento dell’uranio e a decidersi finalmente a cooperare con il Consiglio di Sicurezza e con l’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Inoltre, il Consiglio vieta a tutti i paesi la commercializzazione con Tehran di tecnologie ed armi nucleari. In particolare, la risoluzione del Consiglio riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, il trattamento delle scorie nucleari, i reattori ad acqua pesante ed i progetti di missili balistici. Dopo i risultati deludenti della risoluzione 1696 del 31 luglio scorso, che chiedeva all’Iran la sospensione delle attività di arricchimento dell’uranio, il Consiglio di Sicurezza interviene ancora tenendo vivo l’allarme sulle potenzialità in materia nucleare di un paese al centro delle tensioni in Medio oriente.

di Raffaele Matteotti

Il padre di Bush aveva lasciato l’operazione "Restore Hope" in eredità avvelenata a Clinton, varandola un attimo prima di lasciare la carica. Gorge Walker invece ha scelto l’attacco alla Somalia come utile mossa nella “global war on terror”. Le truppe etiopi che attaccano la Somalia lo fanno per procura. Non sono altro che marionette condotte sul campo dai “consiglieri militari” americani che in gran numero si trovano in Etiopia e Kenya. Una guerra tra poveri, perché nemmeno il gigante etiope è in forma smagliante, ma una guerra che reca l’inconfondibile marchio di fabbrica degli inquilini della Casa Bianca. Jendayi Frazer è una robusta signora afroamericana che da qualche tempo ricopre il ruolo di incaricato speciale per l’Africa dell’amministrazione Bush. La Frazer è una politica navigata o, ancor meglio, una funzionaria esperta. Conosce e ha trattato con tutti i leader africani, intrattiene ottimi rapporti con molti paesi africani ed i loro autocrati, una donna difficile da impressionare; ma quando si arriva alla Somalia la signora dice: “Il Consiglio delle Corti Islamiche è ora controllato da individui di una cellula di al Qaeda, individui della cellula di al Qaeda dell’Est-Africa”. E aggiunge: “Le figure di maggior spicco delle Corti sono estremisti. Sono terroristi. Stanno uccidendo le suore, hanno ucciso dei bambini e stanno chiamando alla jihad”


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