di Carlo Benedetti

L'assassinio della giornalista Anna Politkovskaja non va dimenticato, così come quanto avvenuto nel luglio scorso a San Pietroburgo - la riunione dei paesi del G8 - non va confinata negli archivi della diplomazia. Proprio perché le questioni relative alla vita interna della Russia e alla sua attività politico-diplomatica post-G8 offrono ulteriori motivi di preoccupazione e di conseguenti analisi. Con Putin che - per far dimenticare - cerca disperatamente di trovare alleati. Ecco perché anche l'Italia - nel definire la sua politica estera - non può far finta di ignorare cosa sia la Russia di questi ultimi periodi pur se caratterizzati da quella visita (in positivo) di Prodi, prima del G8. In quell'occasione il capo del governo italiano ha definito le relazioni con Mosca come rapporti di "amicizia" e di "profonda comprensione reciproca".

di Luca Mazzucato

Sam Bahour è un uomo d'affari americano di Youngston, Ohio, figlio di genitori palestinesi. Tredici anni fa, nel clima di euforia seguito agli Accordi di Oslo, decise di trasferirsi in Palestina, per fare la sua parte nella ricostruzione della martoriata economia dei Territori. E ci riuscì senza dubbio, fondando una compagnia di telecomunicazioni da cento milioni di dollari e il primo centro commerciale della West Bank, a Ramallah, dando lavoro a più di duemila palestinesi. In questi tredici anni passati nei Territori, Sam si è sposato e ha avuto due figlie. Un mese fa, il Ministero dell'Interno israeliano ha deciso di espellerlo, rinnovandogli per l'ultima volta il visto, con scadenza questa settimana. Senza nessuna spiegazione, entro qualche giorno Sam dovrà dire addio alla sua famiglia, e ai suoi affari. La storia di Sam Bahour è anche la storia di centinaia di americani di origine palestinese, uomini d'affari, professori universitari, medici, giornalisti, che da Gennaio di quest'anno si sono visti rifiutare l'ingresso o il rientro nei Territori Occupati, respinti al confine israeliano.

di Bianca Cerri

“Left Behind Games”, fondata da un gruppo di fondamentalisti cristiani, ha annunciato il prossimo arrivo sul mercato dei giochi elettronici di “Eternal Forces”un video game che andrà sicuramente a ruba tra i ragazzini sui 13-14 anni. Completerà l’opera d’indottrinamento iniziata con “Jesus Camp”, film-documentario su un gruppo di giovanissimi sottoposti ad allenamenti intensivi per diventare i politici di domani. Rispetto al film, il gioco ha una missione in più: convincere le generazioni future che il male esiste ed è sempre in agguato. In “Eternal Forces”, i nemici dell’America diventano in pratica i nemici stessi di Dio, come prevede la fantascienza cristiana. La battaglia avviene in una Manhattan incupita da un’atmosfera di catastrofe annunciata e con un sottofondo assordante di musica sacra. I guerrieri di Dio sfidano gli infedeli non come spettatori passivi bensì come truppe militari a difesa della cristianità.

di Giovanni Gnazzi

Diciannove civili morti? Un errore tecnico, niente di più. Così il Primo Ministro israeliano Olmert ha giustificato la strage di Beit Hanun, a nord di Gaza. Un problema di artiglieria, la spiegazione tecnica in base alla quale i palestinesi sono stati trucidati nel sonno. Uccidere i civili innocenti non è la nostra politica” ha dichiarato con notevole faccia tosta l’erede di Sharon. In effetti, a ben vedere, a Israele non risulta l’esistenza di palestinesi innocenti; nelle case o ai posti di blocco, nelle strade o negli ospedali; con bombe lanciate dagli aerei o dai cannoni, con attentati e raid, la fantasia degli Stranamore israeliani non conosce limiti. La politica è chiara: ucciderne quanti più possibile, diffondere terrore e paura, imporre alla comunità internazionale una ritualità di morte che renda ogni strage parte del racconto infinito dell’occupazione israeliana, come il ripetersi stanco di una lotta impari e di un destino ineluttabile, così da far ritenere come inutile ogni possibile intervento.

di Mazzetta



Ancora una volta la Turchia bussa alla porta dell’Europa e non vi trova dietro una posizione unitaria. Molti sono i motivi che hanno spinto le più diverse formazioni politiche europee ad opporsi, con alterne fortune, all’ingresso della Turchia nella UE. Le destre più o meno integrate nel neoconservatorismo occidentale e quelle inclini alla xenofobia, basano il loro rifiuto soprattutto sulle differenze culturali e sull’inconcepibile (per alcuni) associazione di un paese privo delle “comuni radici giudaico-cristiane” alla carovana con la testa a Bruxelles, ma con il cuore e le viscere divisi da mille localismi. Al contrario i sinceri democratici sono più preoccupati per l’assetto istituzionale turco, nel quale i militari godono di status, potere e libertà d’azione inconcepibili nel resto del continente. Poi ci sono gli interessi nazionali.


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