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Dallo slogan “make America great again” alla frana del dollaro in pochi mesi. A gennaio con un euro si compravano 1,05 biglietti verdi, mentre oggi, con quello stesso euro, se ne comprano 1,21. Significa che la moneta americana è crollata del 14,5% nei primi nove mesi del 2017, tornando a un livello che non vedeva dal gennaio del 2015.
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- Scritto da Antonio Rei
Nel solito delirio egocentrico pre-elettorale, Matteo Renzi ricomincia a magnificare il Jobs Act. E stavolta riesce perfino a vantarsi della sua riforma proprio mentre commenta i dati che ne testimoniano il fallimento. Il colmo del surrealismo.
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di Carlo Musilli
C’è un equivoco intorno alla figura di Emmanuel Macron. Anzi, fin qui ce ne sono stati almeno due. Il primo è andato in scena durante la campagna elettorale per le presidenziali francesi ed è esploso dopo l’esito del voto. All’epoca, nel generale clima di esaltazione per il trionfo contro l’estrema destra di Marine Le Pen, il giovane Emmanuel fu acclamato in tutto il continente come nuovo paladino dell’europeismo e del liberismo. Una parte del centrosinistra italiano si lasciò andare perfino a velleità di emulazione: “Chi può essere il Macron italiano?”, ci si chiedeva all’epoca (e la risposta implicita sembrava essere: “Renzi, chi altri?”). Si fingeva di non vedere che Macron, pur rimanendo un’alternativa largamente preferibile all’incubo lepenista, era prima di tutto un’espressione della destra economica, con cui nessun partito sedicente di sinistra dovrebbe aspirare a confondersi.
Ora invece siamo all’estremo opposto: Macron campione di nazionalismo e protezionismo. A causare quest’inversione a U è stato lo scippo industriale dell’anno, ovvero la decisione del Presidente francese di nazionalizzare Stx – società proprietaria dei cantieri di Saint Nazaire – pur di non cederne il controllo a Fincantieri, che ha come primo azionista lo Stato italiano. Si tratta di una soluzione temporanea, che Parigi ha dovuto prendere in tutta fretta per non far scadere il proprio diritto di prelazione sulle azioni del gruppo. Ma è pur sempre uno schiaffo assai grave nei confronti dell’Italia.
Lo è innanzitutto perché Fincantieri aveva già acquistato Stx lo scorso aprile con la benedizione dell’ex presidente François Hollande. E lo è anche perché, carte alla mano, non esistono motivazioni economiche plausibili per giustificare questa scelta. Il ritornello francese parla della “necessità di difendere un settore strategico”, sennonché fino allo scorso aprile Stx era in mani sudcoreane. Difficile presentare come “strategica per gli interessi della Francia” un’attività gestita per anni da manager di Seoul.
In teoria, non dovrebbero reggere neanche le preoccupazioni per la manodopera locale (angosciata all’idea di perdere il posto nel caso alcune attività vengano spostate in Italia), né quelle per una possibile trasmissione di dati militari francesi alla Cina (a Saint Nazaire, oltre alle navi da crociera, si costruiscono fregate e Fincantieri ha da poco chiuso una joint venture con la China State Shipbuilding Corporation). L’accordo di acquisizione siglato con il gruppo italiano escludeva queste possibilità, perciò assumerle ora come giustificazione è come dire esplicitamente: “Non ci fidiamo di voi”.
Eppure, al di là di tutte le dietrologie possibili, il colpo di mano della nazionalizzazione sembra dire molto della vera natura politica di Macron. Che è liberista ed europeista solo fin dove conviene, ma non si fa scrupoli a trasformarsi nell’esatto contrario in caso di necessità. Sarebbe rassicurante incasellare il Presidente francese in una delle categorie economiche classiche, ma il suo comportamento non ha nulla a che vedere con riferimenti culturali astratti. Pur essendo certamente collocato a destra, Macron è prima di tutto un leader spregiudicato, guidato da un ego ipertrofico che gli permette di contraddirsi ogni giorno senza remore pur di perseguire l’obiettivo del momento.
E in questa fase al giovane Emmanuel fa comodo sfruttare la debolezza politica dell’Italia. Per varie ragioni. Innanzitutto, a settembre dovrà affrontare possibili manifestazioni di piazza per la sua riforma (stavolta liberista) del mercato del lavoro, perciò gli è più che utile compiacere i sindacati che dominano a Saint Nazaire e non ne vogliono sapere passare in mani italiane.
Non guasta nemmeno rassicurare i vertici militari, dopo che 10 giorni fa il Capo di stato maggiore – generale Pierre de Villiers – ha rassegnato le dimissioni a causa della riduzione di 850 milioni di euro del fondo destinato alla Difesa.
E poi, in generale, Macron ha bisogno di arginare il crollo della propria popolarità, che in un mese, secondo un sondaggio Ifop per il Journal du Dimanche, è scesa dal 64 al 54% (solo Jacques Chirac aveva fatto peggio nel 1995). Le président, che sta per annunciare ulteriori tagli alla spesa pubblica, ha già diversi peccati da farsi perdonare: dall’affettuosa accoglienza riservata al presidente americano Donald Trump per la festa nazionale del 14 luglio alla decisione di rinviare la riduzione delle tasse, passando per il progetto di ridurre gli aiuti per l’alloggio ai meno abbienti. Senza dimenticare le parole pronunciate da Macron all’inaugurazione di un campus di startup, quando contrappose la “gente che riesce nella vita” alla “gente che non è niente”. Forse era proprio quella la frase da segnarsi per capire la vera natura del giovane Emmanuel.
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di Antonio Rei
Quando le cose girano bene è merito suo, mentre quello che va male è sempre colpa degli altri. Il doppiopesismo con cui Matteo Renzi è solito autocelebrarsi o autoassolversi a seconda delle circostanze ha trovato sfogo in modo eclatante la settimana scorsa, quando Istat e Banca d’Italia hanno fornito una rappresentazione apparentemente schizofrenica del Paese.
Giovedì l’Istituto di statistica, nella sua nota annuale sulla Povertà, ha dipinto un quadro drammatico della situazione sociale italiana. Il giorno successivo, la Banca centrale ha rivisto al rialzo le stime sul la crescita del Pil 2017, fissandola a +1,4%, contro il +0,9% stimato a gennaio. Nel bollettino trimestrale, Bankitalia prevede ora un aumento dell’1,3% del Pil nel 2018 e dell’1,2% l’anno successivo.
Renzi non ha perso tempo a intestarsi il merito della revisione al rialzo comunicata da Via Nazionale. “Se tutti i giornali oggi scrivono che i dati economici sono migliori delle (loro) previsioni è perché la strategia di crescita e di riforme che abbiamo fatto durante i #MilleGiorni sta dando i primi frutti”, ha scritto il segretario del Pd su Facebook.
Come sempre l’ex premier evita di scendere nei dettagli. Se lo facesse, scoprirebbe che alcuni comparti indicati dalla Banca d’Italia come motori fondamentali della crescita economica non hanno avuto alcun aiuto dalle sue riforme. Primo fra tutti l’export, settore in cui il nostro Paese è tradizionalmente forte e in cui le nostre imprese hanno dimostrato particolare resistenza anche in condizioni di avversità, prima durante la crisi e poi con il rafforzamento eccessivo dell’euro.
Ci sono poi i consumi. Cosa ha fatto il governo Renzi durante i #MilleGiorni per riattivare i consumi italiani? Ma gli 80 euro, naturalmente. A sostegno della vanagloria renziana, Bankitalia ha pubblicato una ricerca in cui afferma che il bonus da 80 euro “ha avuto un significativo impatto macroeconomico”, perché le famiglie beneficiarie “hanno aumentato la spesa mensile per alimentari e mezzi di trasporto di circa 20 euro e 30 euro, rispettivamente, consumando circa il 50-60% del bonus nel corso dello stesso anno”. Peccato che gli stessi autori dello studio ammettano che, “data l'insufficiente numerosità campionaria”, gli esiti della ricerca “non sono sempre statisticamente significativi”.
In un report precedente riferito al 2014, invece, ancora la Banca d’Italia aveva dimostrato che degli 80 euro ha beneficiato il ceto medio e non quello più povero. Per come era congegnato, il bonus è arrivato solo nel 21,9% delle famiglie italiane. Nel dettaglio, hanno incassato gli 80 euro il 43% delle famiglie in cui lavorano almeno quattro persone e meno del 15% di quelle monoreddito. Con tanti saluti all’equità sociale.
Del resto, che la redistribuzione del reddito non sia mai stata una preoccupazione del governo Renzi è dimostrato dagli ultimi dati Istat sulla povertà. Sul momento ci si è fermati a commentare i numeri generali: i 4.742.000 poveri “assoluti” e gli 8.465.000 poveri “relativi” registrati nel 2016 dall’Istituto di statistica, che definisce i due dati “stabili”, perché sono entrambi aumentati di “appena” 150mila unità rispetto al 2015.
Anche in questo caso, però, entrando nei dettagli si scopre una realtà diversa. Ad esempio che tra le “famiglie con tre o più figli minori” la povertà assoluta è cresciuta in un anno di quasi dieci punti, arrivando al 26,8% (prendendo in considerazione solo il Sud si arriva quasi al 60%). Oppure che le “famiglie miste”, cioè quelle in cui uno dei due coniugi è un migrante, la povertà assoluta è quasi raddoppiata nell’Italia settentrionale (dal 13,9 al 22,9%) e quella relativa è salita nel Meridione dal 40,3 al 58,8%. O ancora che 307 mila famiglie, pari all’1,2% del totale, detiene il 21% della ricchezza nazionale.
Questi dati si riferiscono al 2016, ossia al terzo anno di governo Renzi. Eppure il segretario Pd non solo evita di assumersi qualunque responsabilità, ma scarica anche il barile sulle spalle di chi lo ha preceduto. L’occasione gliela fornisce Mario Monti, che in un’intervista al Corriere della Sera ha parlato male delle progetto - lanciata da Renzi con il suo ultimo libro - di tenere il deficit al 2,9% per i prossimi 5 anni. “La cultura dell’austerity ha visto aumentare il numero di famiglie in povertà, un Pil negativo e crescere le diseguaglianze”, ha scritto ancora il segretario Dem. Purtroppo la soluzione che propone lui, la “cultura degli 80 euro”, non lega Pil e società. Il ritorno alla crescita non porta con sé un miglioramento delle condizioni sociali del paese, perché la ricchezza continua a essere redistribuita dal basso verso l’alto. Con tanti saluti all’attenzione per gli ultimi. E alla sinistra.
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di Antonio Rei
Equitalia è morta, lunga vita a Equitalia. Dal primo luglio la vecchia agenzia di riscossione non esiste più come società autonoma: è stata fagocitata dall’Agenzia delle Entrate per dare vita all’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Tanto basta a gonfiare un altro po’ l’ego di Renzi e dei renziani, che come sempre ci deliziano con il loro tronfio compiacimento basato sul nulla.
Smerciata come un passo avanti nel rapporto fra contribuenti e amministrazione fiscale, sbandierata con volgarità alla stregua del berlusconiano “meno tasse per tutti”, l’abolizione di Equitalia non è nulla di tutto questo. Si tratta dell’ennesimo specchietto renziano per le allodole italiane, una presa in giro che in realtà dice molto del copione politico seguito dal segretario del Pd. È l’illustrazione di un metodo: da una parte la promessa che solletica la pancia degli elettori ma in realtà non cambia nulla, dall’altra l’accentramento del potere nelle mani del grande capo.
Iniziamo dal primo punto. Domanda: dalla prospettiva dei contribuenti, cosa cambia con il passaggio da Equitalia all’Agenzia delle Entrate-Riscossione? Risposta: il nome, le insegne negli uffici, il logo della carta intestata e l’indirizzo del sito internet. Fine. Le norme che regolano la riscossione restano le stesse. Il nuovo soggetto non sarà né più né meno cattivo del precedente, ma avrà un nome diverso. E questo – sperano al Nazareno – basterà a rassicurare i milioni di italiani che dal profondo del cuore detestavano Equitalia, nata poco prima della grande crisi (era il 2007) e gestita in modo talmente dissennato da esasperare la crisi sociale italiana.
A ben vedere, l’unico vero cambiamento è nel campo del diritto. Equitalia era una Spa, mentre l’Agenzia delle Entrate-Riscossione è un ente pubblico economico. La questione non è da poco, perché il 27 luglio il Consiglio di Stato si pronuncerà sul ricorso di un sindacato contro l’immissione nel nuovo ente di personale di Equitalia che aveva un contratto di diritto privato e non ha sostenuto alcun concorso. Lo statuto pubblicato in Gazzetta giovedì scorso cerca di metterci una pezza, ma in realtà combina un pastrocchio: “Il rapporto di lavoro del personale dipendente – si legge – è disciplinato dalle norme che regolano il rapporto di lavoro privato”. Cioè, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione è un ente pubblico in cui però i dipendenti lavorano come nel privato e vengono assunti senza concorso.
E poi c’è l’altra grande questione, quella che riguarda le pedine del potere. A presiedere il nuovo ente sarà lo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate, il quale, sempre statuto alla mano, “rappresenta e dirige l’Agenzia delle Entrate Riscossione esercitando i poteri di gestione: in particolare, presiede il Comitato di gestione; propone ed esegue le deliberazioni del Comitato; dirige le strutture organizzative dell’Agenzia e le relative attività; dispone gli impegni di spesa”.
Tutto questo potere sarà esercitato da Ernesto Maria Ruffini, renziano doc che ha da poco sostituito all’Agenzia delle Entrate Rosella Orlandi. Quest’ultima era sgradita al segretario del Pd per la sua contrarietà a molte scelte del precedente governo, a cominciare dall’aumento a 3mila euro della soglia per l’uso dei cotanti (una mossa che Renzi aveva venduto come incentivo ai consumi, ma che secondo Orlandi avrebbe favorito evasione e riciclaggio).
Ma intanto, nel mondo reale, che succede? Mentre gli addetti sostituiscono le insegne di Equitalia e staccano i loghi adesivi dalle porte a vetri, l’Istat ci fa sapere che nel primo trimestre di quest’anno la pressione fiscale ha raggiunto il 38,9%, segnando un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2016. Una notizia che, stranamente, non trova posto nelle autocelebrazioni di Renzi su Facebook.