di Alessandro Iacuelli

Erano le 15 di un giorno feriale qualunque, quel 4 novembre scorso, ma destinato ad essere ricordato a lungo a Paderno Dugnano, periferia settentrionale di Milano. Un'esplosione fortissima "simile a quella provocata da una bomba", raccontano i testimoni, poi altre tre e infine un incendio che ha sollevato una nube nera dall’odore acre. Non si è trattato di un attentato, ma dell'ennesimo episodio negativo in un'Italia costellata perennemente da incidenti sul lavoro.

Ad esplodere è stata un'azienda, la Eureco Holding, che non costruisce forbici o manici di scopa, ma si occupa di trattamento e smaltimento di rifiuti tossici e pericolosi. Tragedia ambientale sicuramente, nonostante si cerchi già di minimizzare, ma anche tragedia di lavoro: sono stati sette gli operai sorpresi dall'esplosione, avvenuta proprio nel capannone dove lavoravano. Tutti dipendenti di una cooperativa esterna, cinque italiani e due stranieri, sono rimasti ustionati. Cinque di loro sono in gravi condizioni, tutti in codice rosso, intubati sul posto e trasferiti negli ospedali di Niguarda, San Carlo, San Paolo Fatebenefratelli e San Raffaele; due sono stati trasferiti nel centro grandi ustionati di Torino.

"Ho visto i miei colleghi che venivano portati via dall’ambulanza, erano completamente ustionati, è stato un disastro", ha detto un dipendente della Eureco, che al momento dell’esplosione si trovava all’esterno dello stabilimento, costruito nei primi anni ’90 a pochi metri dalla superstrada Milano-Meda, chiusa all’altezza dell’azienda durante l’intervento per motivi precauzionali. Davanti ai cancelli della fabbrica si sono radunati anche alcuni parenti degli operai feriti, preoccupati per le condizioni dei loro familiari, e i residenti della zona.

E' stata una reazione a catena, quella avvenuta nel capannone Eureco. Secondo le ricostruzioni effettuate dai vigili del fuoco e dagli specialisti del Nucleo chimico-batteriologico, tre minuti prima delle 15, una bombola di acetilene, posta vicino a un conteiner di materiale plastico e vernici, è esplosa per ragioni ancora da accertare. La deflagrazione ha innescato in pochi secondi lo scoppio di altri due bidoni di vernici da stoccare che si trovavano lì vicino e che sono saltati in aria. Impegnati a scaricare i container e ammassare i materiali pericolosi c'erano i sette uomini, d'età compresa tra i 35 e i 55anni. Gli operai sono stati sbalzati diversi metri più in là e hanno perso conoscenza. I primi a sentire l'esplosione e a lanciare l'allarme sono stati alcuni agenti della Polizia locale impegnati in quel momento nei paraggi dell’azienda.

I vigili del fuoco hanno domato l’incendio dopo aver circoscritto le fiamme entro un'area di 1.000 metri quadrati su una superficie di 10.000. Effettuata anche un’operazione di schermatura che ha consentito di isolare la zona dell’impianto dove vengono lavorati olii e solventi chimici. Non si hanno ancora informazioni relative alla possibile fuga di sostanze pericolose per la salute, ma le autorità locali hanno già emesso ordinanze poco promettenti, comunicando a tutti i cittadini di non aprire le finestre e non uscire di casa.

I vigili del fuoco hanno effettuato una campionatura dell’area per analizzarne il grado di tossicità, anche se l'Arpa Lombardia non ha ordinato l'evacuazione dagli stabili. Analogamente, anche il tipo di sostanze coinvolte nello scoppio e nell'incendio non sono ancora note. Nella stessa azienda a luglio erano bruciati alcuni cassoni, ma l’incendio si era sviluppato durante la notte e non aveva provocato feriti. Lo ricorda "La Gazzetta di Monza e Brianza", che scrive come in estete "alcuni container presero fuoco nel cortile della ditta durante l'orario notturno."

La società proprietaria degli impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi è la Eureco srl, che ha anche una sede, con il nome di "CR srl", in provincia di Pavia, anche lì si occupa di rifiuti speciali. Del gruppo fa parte anche la Ge.tra.me srl, specializzata nel trasporto e smaltimento di amianto. Proprio la "Cr srl" ha avuto in passato qualche difficoltà a proposito di un’inchiesta sullo smaltimento illegale di rifiuti e di compost cancerogeno fino ad arrivare al sequestro degli impianti, nell'ambito dell'operazione del Noe "Pseudo Compost" che nel luglio 2007 aveva portato a cinque arresti, undici sequestri di società e 15 perquisizioni.

C'è di più. L'azienda venne messa lì dalla Regione Lombardia nei primi anni '90 approfittando dell'emergenza rifiuti, che all'epoca infestava Milano. Anche in quel caso, come avviene invece in questi anni in Campania, senza stare a guardare se l'emergenza fosse causata dai rifiuti urbani di Milano o dai rifiuti speciali delle industrie lombarde, si scelse di "far presto", collocando forzosamente l'impianto della Eureco a Paderno Dugnano.

A sollevare la delicata questione è il circolo dei Verdi di Paderno Dugano, che in comunicato stampa ricorda: "Quell'area sul Piano Regolatore non prevede l'installazione di impianti di quel genere, essendo a ridosso del canale Villoresi e della superstrada Milano-Meda, nonché nel perimetro del Parco del Grugnotorto; è lì solo grazie all'autorizzazione della Regione Lombardia”.

Quest’anomalia era già stata evidenziata e segnalata fin dai primi anni Novanta dal Circolo locale di Legambiente, e come mai è stata autorizzata una cosa simile? Dall'88 ad oggi abbiamo visto solo rinnovi e ampliamenti. L'episodio che è accaduto è figlio di una situazione di mancata vigilanza e irregolarità che perdura da tempo. Oltre all'ambiente, chi paga di più l'esito di questa situazione sono i lavoratori, esposti agli inquinanti e agli incidenti."

Aldilà di ogni considerazione (di buon senso prima ancora che legale) sull'opportunità di tenere bombole di acetilene accanto a fusti di vernici e olii minerali, sembra evidente che c'è qualcosa da rivedere nel sistema di gestione privata dei rifiuti speciali in quell'angolo di Lombardia; e che magari andrebbero anche rivisti e aggiornati i criteri per le valutazioni di impatto ambientale. Nel frattempo però c'è una richiesta da porre: vengano resi pubblici i dati rilevati dall'Arpa sulla distribuzione e sulla tossicità dei residui di combustione spinti via dal vento, e in definitiva quanto è grande l'entità del danno ambientale. Perché nelle interviste e nei comunicati circolati nelle ultime ore, si legge che il danno ambientale è nullo, ma il rogo di tonnellate di rifiuti tossici e pericolosi contraddice questa versione, che appare fin troppo di comodo.

di Alessandro Iacuelli

Ci risiamo. Era la rotta degli schiavi, per tutto il '700 e parte dell'800, quella che attraversa l'Atlantico ed arriva al Golfo di Nigeria. Oggi non è più tempo di navi di schiavi nell'oceano, ma è ancora tempo di navi. Così, nella notte tra sabato 16 e domenica 17 ottobre, sulla banchina dei Tin Can Island, in Nigeria, due grandi cargo porta container hanno abbandonato sette container, pieni di rifiuti tossici, soprattutto di origine elettronica.

A renderlo noto è Sule Oyofo, un dirigente della Nesrea, Nigerian Environmental Standards and Regulations Enforcement Agency, un'agenzia governativa istituita alla fine degli anni '80 per vigilare proprio sugli abbandoni di rifiuti sulle spiagge nigeriane. Stavolta, una delle due navi è stata fermata prima che salpasse, l'altra si è data alla fuga in acque internazionali.

La nave fermata è la Vera D., cargo battente bandiera liberiana, di proprietà di una società che è solo una scatola vuota, il cui azionista è un'altra scatola vuota, ma off-shore, per cui ci sono voluti giorni per risalire non solo all'armatore, e ancora non si riesce a risalire a chi ha imbarcato quei container assieme al resto del carico regolare. Il gioco è proprio questo: mischiare al carico pochi container di rifiuti tossici, poi durante il viaggio si abbandonano questi ultimi su una spiaggia africana, e si prosegue con il carico regolare.

La Vera D. era salpata da New York, secondo i dati dell'AIS, il sistema mondiale d’identificazione e tracciamento navale, aveva fatto scalo a Tarragona, in Andalusia, e al momento non è ancora noto se i container tossici provenissero dagli Stati Uniti o se siano stati imbarcati in Spagna.

Un po' diversa, e più delicata, la questione dell'altro cargo. Si tratta del Grand America, che è stato etichettato rapidamente da certa stampa, probabilmente visto il nome, come nave statunitense, con rifiuti statunitensi. Dai container abbandonati dal Grand America è uscito un po' di tutto: tubi catodici, piombo, arsenico, materiali contaminati da mercurio, cadmio e nickel. Una bella miscela di veleni. Ma i problemi sono altri due.

Il primo problema è che il Grand America è fuggito. A dispetto delle dimensioni, 214 metri di lunghezza e 32 di larghezza, grazie all'aiuto di qualche funzionario portuale facilmente corrutibile, ha levato gli ormeggi ed è filata in acque internazionali. Naturalmente, nessuno la sta cercando e ancora una volta il suo sporco lavoro resterà impunito.

Il secondo problema è che con l'America questo cargo non c'entra assolutamente nulla. Né per proprietà, né per provenienza. Infatti il Grand America, costruito nel 1997 dalla Fincantieri nei cantieri navali di Monfalcone, non batte bandiera liberiana. La nave è univocamente identificabile, usando i dati del registro navale e non c'è spazio per equivoci ed omonimie. E' il cargo mercantile con numero IMO 9130937 (è il numero d’identificazione navale) e numero MMSI 247594000 (il numero che identifica la radiofrequenza della stazione radio di bordo). E' uno dei pochi mercantili che batte ancora la bandiera tricolore. Quella italiana. Sulla fiancata c'è scritto Grimaldi Lines. E’ italianissima.

E non c'entra con l'America, la nave dei trafficanti italici di rifiuti tossici, perché anche le rotte sono tutte rigorosamente registrate e archiviate in tutto il mondo. E la Grand America era salpata dal porto di Anversa, in Belgio, diretta a Lagos. Niente scali in Nord America. E poiché sono suoi alcuni di quei container, siamo di fronte a rifiuti tossici europei, di Paesi dell'Unione Europea, mandati ad avvelenare l'Africa. Grazie ad un armatore italiano che per pochi scrupoli e molti soldi ha messo a disposizione una porta container per un traffico illecito transcontinentale.

Attualmente le stime, purtroppo incomplete, ci raccontano che in Nigeria arrivano ogni mese oltre 500 container di rifiuti tecnologici, ma sono stime basate sui materiali ritrovati, che plausibilmente sono solo una punta d'iceberg. Come spiega chiaramente la Convenzione di Basilea, anche questa è ecomafia, con la differenza che vede una seria complicità di autorità portuali europee ed un grave silenzio, anche esso complice, della stessa Unione Europea. D'altronde, meglio sbarazzare i nostri rifiuti tecnologici in Africa, a basso costo, piuttosto che tenerceli. Conviene a tutti, in tutta Europa. E "casualmente", nei grandi scali portuali europei, da Rotterdam ad Anversa a Barcellona, i controlli sui cargo sono sempre più deboli.

Chi sono allora i colpevoli? Gli esportatori che incassano milioni di Euro per il viaggio e lo scarico? Gli smaltitori europei e nordamericani di rifiuti speciali? Gli stati europei? Il bandolo della matassa è sempre lo stesso: smaltire in sicurezza, senza danni e pericoli per l'ambiente e la salute, gli scarti tossici della tecnologia costa oltre mille dollari a tonnellata, mentre gli smaltitori illeciti offrono prezzi che scendono anche a 100 dollari a tonnellata, usando navi appartenenti a compagnie insospettabili, con carichi regolari, che poi all'improvviso cambiano rotta, nonostante sia vietato dal diritto marittimo, per liberarsi della parte di carico velenosa.

Così ha fatto la Grand America con la sua bandiera tricolore. Ha lasciato i container contrassegnati con le sigle ZCSU 823920245 GI, ZCSU 819734445 GI, ZCSU 823976945 GI. Dai registri si evince che erano destinati ad un'azienda chiamata Messrs Pladin Nigeria Limited. Azienda irreperibile, probabilmente inesistente.

Anche stavolta, infatti, non la prima e certamente neanche l'ultima, la compagnia insospettabile batte la bandiera del nostro Paese. Anche la nave sequestrata, il Vera D, è armato dalla Grimaldi Shipping Line, che però ha negato l'accusa che la nave trasporti rifiuti pericolosi. Interpellata sull'argomento, una fonte della Grimaldi ha sottolineato che le sostanze tossiche non possono essere determinate mediante l'osservazione visiva. Il portavoce ha detto che il fatto che la sia fosse un'agenzia governativa "non le conferisce la competenza assoluta su questo per fare affermazioni del genere". Per la serie, tacete e lasciateci lavorare.

di Alessandro Iacuelli

"Aprire una discarica in un parco nazionale era una scelta da evitare". Lo dice il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, in una trasmissione di Radio Svizzera Italiana. E non sbaglia, visto che si tratta di una scelta ottusa e in contrasto con leggi e regolamenti dello Stato, oltre che con le direttive dell'UE, che vietano tassativamente la costruzione d’impianti in riserve naturali. Anzi, a dirla tutta, le direttive europee dicono anche che di discariche non se ne devono proprio più fare. Allora? Perché all'improvviso scoppia una nuova emergenza rifiuti in Campania e tutta la politica dice che occorre destinare a discarica la cava Vitiello, tra Terzigno e Boscoreale, che c'è una legge dello Stato che lo prevede?

E’ un clamoroso inganno, basato sulla scarsa memoria storica sia della maggior parte delle persone (che continua a fregarsene dei propri rifiuti) sia della falsamente scarsa memoria storica di chi dovrebbe fare opposizione. Tanto per cominciare non può esserci una legge dello Stato che dice che a Terzigno va aperta una seconda discarica. Non può esserci, perché sarebbe in violazione di altre leggi, di regolamenti del ministero dell'Ambiente e di precise norme UE. C'è qualcosa di scritto, è vero, ma non è una legge.

E' un decreto d'urgenza, risalente al maggio 2008, voluto dal commissariato straordinario per i rifiuti che, nel nome del "fare presto" a ripulire la parte salotto della città (sull'emergenza rifiuti si era giocata la campagna elettorale alle politiche di quello stesso anno e Berlusconi aveva detto a gran voce che avrebbe "risolto lui" il problema nei primi 100 giorni) preferì - tanto per cambiare - sacrificare il "fare bene", con il “fare presto”. Risultato, una discarica che andava fatta più lontana dalle abitazioni e non dove la natura è protetta. E di studi che indicavano dove mettere le discariche ce n'erano stati, anche più di uno. Ma si andava di fretta e a chi protestava Bertolaso, con la solita arroganza, accusava di mettere i bastoni tra le ruote.

Il fatto che esista una legge, lo sentiamo ogni giorno urlare dagli schermi televisivi da parte del governatore Caldoro come dal presidente della Provincia Cesaro; ma é è un "mito" di Stato che va assolutamente sfatato. Prima che, a furia di ripeterlo in televisione, diventi nella mente dei cittadini un’inoppugnabile verità. Quella che chiamano "legge" si chiama "decreto-legge", ha un numero (decreto 90/2008) e un testo qui reperibile: http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/decreto_rifiuti/20080523_dl_90.pdf

Se qualcuno ha la pazienza di leggerlo, si accorge di due cose. La prima è che si parla sia della cava Sari sia della cava Vitiello a Terzigno, eppure fino ad ora è bastata la cava Sari. La seconda cosa è un pugno in un occhio: quel decreto è scaduto.

E' scaduto il 31/12/2009, pertanto non ha alcuna validità legale, tornando ad essere quel che è: carta straccia. Anzi, a dire il vero, tutto il commissariato straordinario all'emergenza rifiuti è diventato carta straccia, visto che non c'è più. E' vero, esiste la legge 123/2008, che pomposamente si chiama "Conversione  in legge, con modificazioni, del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 90", ma le modificazioni sono così tante (l'elenco è più lungo del decreto 90 stesso), da modificare e stravolgere completamente quel decreto, ma l'abile mossa psicologica di Berlusconi fu di chiamarlo "conversione in legge del decreto 90/2008", forzando l'idea che quel decreto fosse diventato legge. E forzando contro ogni logica la proroga dell'apertura delle discariche campane. Altro che "camorra dietro le proteste", che come mostreremo stavolta non c'entra nulla: siamo di fronte ad un illecito commesso dallo Stato stesso. E non è l'unica cosa che va "storta". Va storto anche che il comma 2 dell'articolo 14 di quel decreto, che elenca i codici CER, cioè in definitiva le categorie merceologiche di rifiuto, che possono essere tombati a Terzigno e negli altri siti campani. E si tratta dei codici CER dei rifiuti residui a valle della raccolta differenziata. Vengono vietati i rifiuti tal quale, quelli non trattati, cioè quelli uguali a come sono stati presi dai cassonetti: cioè quelli che vengono tombati alla Sari e presto anche a Cava Vitiello.

Che cosa sta succedendo? E come spiegare il grande "colpo di fortuna" avuto dalle istituzioni alcuni giorni dopo, quando si è interrotta la raccolta dei rifiuti urbani nella città di Napoli? Già, perché di grande colpo di fortuna si tratta, il trovarsi davanti al fermo della raccolta in una città di un milione di abitanti, ed avere la scusa "pronta": gli abitanti di Terzigno e di Boscoreale bloccano le discariche, per cui la raccolta è ferma. Ma è così? La risposta è no. E' solo l'inganno successivo. E se non è per questo, allora Terzigno cosa c'entra? Nulla. Terzigno e Boscoreale, ancora una volta, sono vittime dell'inganno di Stato. Usate come "scusa", per far sembrare che sia colpa loro se il sistema si è inceppato.

Partiamo allora da quello che è stato il reale inceppamento del sistema di raccolta. Appunto, del sistema di raccolta, non di smaltimento. Si è interrotto il passaggio dei camion autocompattatori che raccoglievano dai cassonetti stradali, pochi giorni dopo l'inizio della fase di scontro e di rivolta popolare a Terzigno e si è addossata la colpa alle proteste popolari. Invece c'è dietro un problema amministrativo, con dei risvolti degni di un romanzo thriller. E forse la soluzione non è a Terzigno, dove d'altronde lo Stato, la Regione, la Provincia, lo stesso Bertolaso, sapevano già in anticipo che avrebbero trovato resistenza. Hanno trovato resistenza per la Sari, due anni fa, e oggi gli animi sono anche più esacerbati di allora. Pertanto era più che prevedibile che ci sarebbero stati problemi, un riaprirsi di quella frattura democratica, di cui spesso si è parlato qui su Altrenotizie, già aperta in Campania dal commissariato straordinario. Ma allora, se lo sapevano, perché l'hanno fatto?

A Napoli si sono fermati gli autocompattatori. Punto. Questo è successo. Ma allora, dando una lettura superficiale alla cosa, viene in mente di lasciare Terzigno per qualche ora e andare a porre la domanda presso l'Asia, la municipalizzata di Napoli. C’è però da fare attenzione, perché anche qui c'è un inganno, l'ennesimo. Infatti, l'Asia non ha sufficienti mezzi. Pertanto ha suddiviso il territorio della città in diversi "lotti" ed ha assegnato ciascun lotto con una regolare gara d'appalto ad un privato. Ma c'è un privato che è un po' più importante di altri. Perché ha più del 66% dei lotti tutti per sè!

Quindi, se si fermano i suoi veicoli, si ferma la raccolta su oltre due terzi di Napoli. Questo soggetto è un colosso nazionale: Enerambiente, azienda privata di proprietà dell'imprenditore veneziano Stefano Gavioli. Che non campa solo di Enerambiente, visto che è appena una delle 35 società del suo impero societario, peraltro difficile da inquadrare, visto che i pacchetti azionari si perdono in giro per le sue stesse scatole cinesi. Intanto, quel che é certo, è che per capire cosa sta succedendo, bisogna lasciare anche Napoli, e andare di corsa direttamente a Venezia.

La Enerambiente, che ha fermato i suoi camion a Napoli pochi giorni dopo l'inizio degli scontri di Terzigno, ha provocato la mancata raccolta dai cassonetti e, quindi, l'emergenza rifiuti. L'Asia smentisce, dice un'altra cosa. Se invece questa fosse la ragione, non sarebbe certo colpa della gente vesuviana. Ed è allora un altro inganno da smascherare assolutamente, prima che si perda memoria di un'azienda con questo nome, perché prima o poi lo cambierà, cambierà anche sede e rappresentante legale. Fatto sta che non è stato certo Gavioli a fondarla.

L'ha "ereditata" per scorporo dalla Slia, una delle tante aziende di Manlio Cerroni. Proprio lui, il re dei rifiuti di Roma, il proprietario di Malagrotta. Un bel giorno, la Slia incappa in una interdittiva antimafia del Prefetto di Roma. Gavioli, da Venezia, ne approfitta: la compra "in liquidazione", cambia consiglio di amministrazione e la "ripulisce" dai collegamenti sporchi.

Se si prova a chiedere perché Enerambiente ha fermato i propri compattatori a Napoli, si ottiene come risposta che l'azienza veneta ha fermato i veicoli perché l'Asia di Napoli sarebbe insolvente nei loro confronti. In Asia negano, conti alla mano: ma se si prova a cercare quello che risultava essere l'amministratore delegato di Enerambiente, un tal dottor Faggiano, non lo si trova. Come mai?

Semplice: è latitante. Dopo una condanna in primo grado a 1 anno e quattro mesi per un caso di tangenti a Brindisi, anziché aspettare il processo d'appello ha preferito alzare i tacchi. Sarà all'estero. Magari con una parte di soldi della Enerambiente. Magari giusto con la cifra che a Venezia citano per dichiarare insolvente l'Asia. Ma queste chiaramente sono solo ipotesi, solo un ragionamento assolutamente non suffragato da fatti che, come si evince in tutta evidenza, vanno ricercati e chiariti da una Procura della Repubblica: solo la magistratura inquirente potrà appurare se Faggiano è scappato con la cassa o senza.

Il posto di Faggiano l'ha preso lui in persona, il Presidente e proprietario, Stefano Gavioli. Che a Napoli ha consolidato le sue alleanze. Nella sua squadra c'é Corrado Cigliano, uomo chiave dell'azienda a Napoli, figlio dell'ex assessore socialista alla Nettezza urbana di Napoli Antonio Cigliano, fratello di Giuseppe, anche lui dipendente di Enerambiente, e Dario, il terzo fratello, consigliere comunale e provinciale a Napoli. Una bella potenza familiare.

L'Enerambiente a Napoli ha subito diversi attentati ai propri mezzi, dopo lo scoppio dei disordini a Terzigno. Pertanto, è stato facile per le agenzie di stampa scrivere: "Camion dei rifiuti incendiati e danneggiati nel Napoletano. La spazzatura è stata riversata in strada. A Boscoreale, alcune persone con il volto coperto da caschi hanno incendiato un autocompattatore".

E' un altro inganno mediatico: i mezzi di Enerambiente sono stati distrutti davvero, ma a Napoli. E Boscoreale non c'entra niente, anche perché qualche notte fa, nella zona industriale di Napoli, qualcuno ha assaltato l'intera sede napoletana di Enerambiente. Azione organizzata, con molti partecipanti, vista l'entità dei danni. Un raid in grande stile: uffici devastati, 46 mezzi danneggiati. Cinquanta partecipanti, secondo la Digos. Problemi di camorra? La cosa è stata subito chiusa così, troppo frettolosamente. Ancora una volta la camorra è usata come alibi e non si punta alla camorra quando si dovrebbe davvero, cioè a proposito del mondo oscuro delle ecomafie.

Intanto tra tutti gli inganni tirati in ballo finora, ci sono ancora almeno due punti oscuri. Per cominciare: per quale motivo Enerambiente ha fermato i suoi mezzi a Napoli? Secondo: chi ha organizzato un raid contro la sua sede partenopea? Poi ovviamente qualche lettore si starà chiedendo cosa c'entra cava Vitiello in tutto questo. Cerchiamo di far quadrare il cerchio nel modo più ordinato possibile.

La Enerambiente se ne deve andare da Napoli, è già stato deciso dietro le quinte. Ecco perché si è fermata: sta smantellando la sua ala napoletana. Già al primo di novembre cesserà ogni sua collaborazione con le municipalizzate campane. E perché? La risposta ovviamente è altrove, non a Napoli, non a Venezia, ma da tutta un'altra parte. La risposta si trova in Abruzzo, dove Enerambiente è corsa ad acquistare partecipazioni nelle società ambientali, come quella di Teramo. E la risposta dice che ancora adesso Enerambiente è oggetto di un esame dell'antimafia, recapitato all'Asia dalla Prefettura di Venezia: secondo indiscrezioni si tratterebbe di un’informativa antimafia atipica.

E' un atto giuridico un po' ostico per i non addetti ai lavori; solitamente viene rilasciata quando gli indizi non assumono caratteri di gravità, precisione e concordanza tali da giustificare un effetto interdittivo automatico, ma contemporaneamente esistono elementi specifici non tanto di "appartenenza mafiosa", quanto di "infiltrazione mafiosa". Infatti, per essere legittimamente emessa è sufficiente il "tentativo d’infiltrazione" avente lo scopo di condizionare le scelte dell'impresa, anche se tale scopo non si è in concreto realizzato, o se è in corso.

Quindi diviene plausibile che i soggetti pubblici, compresa l'Asia, che hanno rapporti con Enerambiente, abbiano voluto rescindere i contratti, una volta ricevuta l'informativa dal Prefetto di Venezia. Ad avvalorare questa tesi, è successo che qualche giorno prima, nel corso di un'interrogazione parlamentare, il deputato del Pdl abruzzese Daniele Toto ha chiesto al Ministro dell'Ambiente "se risponde al vero che in Enerambiente lavori un personaggio che agisca da anello di congiunzione tra i clan di Castellammare di Stabia e la Sacra Corona Unita". Un’analoga interrogazione parlamentare è stata presentata anche dall'On. Angela Napoli. Enerambiente lavora anche a Teramo, e anche a Teramo è arrivata l'informativa ed ha smesso di lavorare. Nel capoluogo abbruzzese hanno detto che Enerambiente è in sciopero.

Dove sarebbe la camorra, quindi? Dietro la rivolta popolare di Terzigno? Diviene poco credibile. Viene il sospetto - che ci auguriamo che le procure dissipino - che la camorra tanto per cambiare si sia infiltrata nei trasporti e nelle forniture di automezzi. Come ha sempre fatto. Un altro inganno che salta. La camorra, nel ciclo rifiuti urbani, lucra sui trasporti. O il trasporto lo si fa a Terzigno, o lo si fa altrove, l'appalto è lo stesso e le cose non cambiano. Ci sarebbe semmai da riflettere sul perché, ora che i meccanismi d’infiltrazione sono noti, il tutto avvenga ancora.

Dove la camorra lucra sul serio è sullo smaltimento dei rifiuti speciali, molto più costoso, molto più pericoloso, molto più velenoso. Eppure, da un po' di tempo anche delle fonti autorevoli raccontano che si tratta di un traffico "in declino" o addirittura "finito", adducendo motivazioni molto fantasiose. Certamente il traffico ha cambiato faccia, si è fatto più furbo e se fino a ieri era quasi completamente sovrapposto al ciclo del cemento, ora si sta andando a infiltrare nel ciclo agricolo, con manovre pericolosissime che, in definitiva, ci fanno arrivare i rifiuti tossici direttamente nel piatto.

E con un filo conduttore neanche troppo invisibile che lega indissolubilmente, da ora in avanti, la Campania all'Abruzzo, Napoli e Caserta a Teramo e L'Aquila. Un filo conduttore che fa ragionevolmente supporre che sarà l'area sul lato del Gran Sasso rivolta verso l'Adriatico che potrebbe essere la terra di sversamento dei rifiuti tossici dell'industria italiana di domani. Questa però è un'altra storia, diversa, che potrà essere raccontata in un'altra occasione.

Per quanto riguarda il raid alla sede della Enerambiente a Napoli, ne sono state pensate tante. L'estorsione, qualcosa andato male in un giro di lavaggio non di rifiuti ma di denaro altrettanto sporco. Sembra confermarlo un recente rapporto della Procura Nazionale Antimafia, che racconta come la gestione delle discariche e la mala gestione delle compartecipate pubbliche siano spesso un modo per ripulire del denaro illecito. Forse le cose stavolta sono più semplici, probabilmente delle tensioni sindacali, o dei problemi con degli interinali.

Non si capisce però una cosa: perché il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, abbia raccontato, alla fine di un vertice con il prefetto Andrea De Martino e con il generale Mario Morelli, capo della struttura che sta gestendo il rientro alla normalità, che "Enerambiente questa notte ha avuto all'improvviso 68 malati: il problema è ora di vedere con l'Inps e l'Asl, nel pieno rispetto del diritto di chi è malato sul serio, quelli che non sono malati e visto che sono pagati devono andare a lavorare". Storia un po' strana. I lavoratori di Enerambiente a Napoli sono circa 400 e sono rimasti tutti fermi, non 68 ammalati. A Napoli ammalati, a Teramo in sciopero. Viene voglia di chiedere a grande voce: "Si può sapere perché non si può dire la verità, e cioè che c'è in ballo una informativa antimafia?"

All'Asia smentiscono e dicono, cosa peraltro giusta, che i flussi dei rifiuti li decide la Regione e che dalla Regione è arrivato "l'ordine" di dirottare i camion, che andavano a scaricare a Chiaiano, verso Terzigno. Ed ecco costruito il coro istituzionale, dalla Provincia al Governo, passando per la Regione: "Siamo in emergenza perché a Terzigno la gente blocca la discarica". Viene voglia di dire a tutti gli italiani di non cascare in questa bufala, in questo ennesimo inganno.

Intanto a Terzigno non c'è stata mai una discussione, una conferenza dei servizi, un confronto. La discarica è stata imposta. Anche all'Ente Parco Nazionale del Vesuvio. Non si poteva fare altrimenti, dal punto di vista berlusconiano: aveva promesso contemporaneamente di ripulire Napoli, abolire le Provincie, e provincializzare la gestione dei rifiuti. Per cavarsela, il cavaliere ha dovuto spingere anche all'interno del PDL per avere eletto presidente della Provincia quel Luigi Cesaro, suo uomo di fiducia, accusato a più riprese da decine di pentiti che l’hanno sempre indicato come intimo di Raffaele Cutolo; lo stesso Cesaro non ha mai negato una forte amicizia con il capo della Nuova Camorra Organizzata.

Anche nel 2006 è stato detto che un pentito, che in realtà si era già cantato tutto nel '93, ma evidentemente all'epoca non si poteva dire, lo ha indicato come braccio destro dell'ala dei casalesi impegnata nel traffico illecito di rifiuti speciali. Ora è Cesaro che ha il cerino acceso in mano e se Enerambiente si ferma, non c'è nulla di meglio che indicare i cittadini di Boscoreale e Terzigno come i "colpevoli", come al solito "pilotati dalla camorra", e in definitiva come causa prima dell'emergenza.

Restando invece a Terzigno, si é detto che sembrava tutto già scritto. Probabilmente è vero, ma non si tratta certo del copione che abbiamo visto in TV. Quello era il copione basato sugli inganni svelati fino ad ora. Ai lettori sarà rimasto un dubbio: cosa c'entra Terzigno, con la questione Enerambiente? Per questo motivo è stato scritto che aver deciso di forzare su cava Vitiello qualche giorno prima dei guai con l'azienda veneziana è stato un grande colpo di fortuna.

Grazie a questo colpo di autentica fortuna è stato possibile alle istituzioni non dover ammettere qualcosa del tipo: "Abbiamo preso l'impegno di non far infiltrare le mafie nel ciclo dei rifiuti, abbiamo fatto raccogliere i rifiuti a Napoli, per anni, ad un'azienda in cui opera qualcuno che ha contatti sia con i clan campani che con quelli pugliesi."

Sarebbe stato uno smacco troppo grande, che avrebbe ulteriormente minato la fiducia dei cittadini nelle attuali figure alla guida delle istituzioni, per giunta in un momento in cui si parla a giorni alterni di possibili elezioni politiche anticipate. E' stato un bel colpo di fortuna poter dare la colpa a quegli stessi cittadini che non si fidano più.

Certo, c'è anche chi alla fortuna non crede tanto. Decidere di aprire cava Vitiello giusto qualche giorno prima del fermo dei mezzi di Enerambiente e così affossare il caso dell'azienda veneta, senza fargli trovare alcuna risonanza mediatica, è un po' come fare un sei al superenalotto. Se poi si riflette, allora salta in mente che certamente il caso Enerambiente, tra gli addetti ai lavori e all'interno delle istituzioni non è stato un fulmine a ciel sereno, soprattutto se già c'era stata un'interrogazione parlamentare. Ma questo significa che quando è stato deciso di procedere con la forza su Terzigno e Boscoreale, creando un clamore mediatico che avrebbe ricorperto tutto il resto, era già noto che stava per succedere qualcosa in Enerambiente.

Contemporaneamente, era noto che procedere con Terzigno avrebbe creato clamore mediatico: come già detto più sopra era noto e arcinoto che sarebbe stata causata una rivolta popolare. Viene quasi il dubbio che forse c'é anche altro da coprire; viene il dubbio che la decisione di aprire una nuova discarica a Terzigno sia servita ai soliti noti e ai soliti interessi. Ma a pensar male, come disse qualcuno, si commette peccato.

di Michele Paris

Trarre vantaggio dal cambiamento climatico invece di prendere seri provvedimenti per combatterlo. Prosperare in un prossimo futuro caratterizzato da temperature più elevate adattandosi ai mutamenti prodotti dall’inquinamento atmosferico. Questa è la sconcertante conclusione di un rapporto sul clima planetario elaborato da una commissione di esperti voluta dal governo canadese (Tavola Rotonda sull’Ambiente e l’Economia o NRTEE) per contribuire a sostenere il benessere e la sicurezza del paese nei prossimi decenni.

L’iniziativa, promossa in collaborazione con la prestigiosa Royal Canadian Geographical Society, ha dato alla luce un diagramma interattivo denominato “Gradi di cambiamento”, pubblicato sull’ultimo numero della rivista Canadian Geographic. Senza farsi troppi scrupoli per le conseguenze del cambiamento climatico sulla maggior parte del pianeta, anche a causa delle emissioni di paesi avanzati come il Canada, il presidente della NRTEE, David McLaughlin (già capo di gabinetto dell’ex primo ministro conservatore Brian Mulroney negli anni Novanta), ha chiarito in questi termini l’obiettivo principale della propria ricerca: “Man mano che questi effetti diventeranno più evidenti, adeguarsi e prosperare diventerà sempre più importante per il governo, per le comunità locali e per le imprese del Canada”.

Lo studio, voluto dal governo di Ottawa, se pure riconosce in maniera inequivocabile l’esistenza di un problema derivato dal cambiamento climatico e contribuisce ad animare un dibattito interno al Canada sull’argomento, sembra concentrarsi in maniera decisamente troppo ottimistica sui possibili “effetti benefici” del surriscaldamento globale. Ad esempio, viene sottolineata la maggiore facilità d’accesso alle riserve petrolifere, minerarie e di gas naturale presenti nel nord del paese grazie al progressivo scioglimento dei ghiacciai. Allo stesso modo, l’innalzamento delle temperature favorirebbe la pesca al largo delle coste atlantiche e prolungherebbe la stagione golfistica nelle province sud-orientali.

Come hanno evidenziato alcuni scienziati indipendenti, il diagramma partorito dalla NRTEE contiene gravi imprecisioni sull’evoluzione del cambiamento climatico della terra. Tanto per cominciare, lo studio prende le mosse dalla previsione errata che i ghiacciai marini dell’Artico diminuiranno del 50 per cento entro il 2070. Con un declino effettivo molto più rapido, all’attuale ritmo gli esperti prevedono piuttosto la sparizione pressoché totale dei ghiacciai entro i prossimi due o tre decenni.

Palesemente sottovalutate sono poi le conseguenze che ne deriverebbero. Nel rapporto si legge, ad esempio, che la “fauna marina risulterà influenzata” dalla progressiva acidificazione degli oceani a causa delle emissioni di combustibili fossili, mentre la letteratura scientifica più autorevole, come ha spiegato in un’intervista il climatologo dell’Università di Toronto, Danny Harvey, afferma chiaramente che lo scenario futuro previsto è quello di un “completo collasso dell’ecosistema marino”.

Ancora, secondo l’interpretazione della NRTEE, alcune popolazioni di orsi polari sarebbero a rischio di estinzione nel caso la temperatura del pianeta dovesse aumentare di quattro gradi entro la fine del secolo. In realtà, fino al 30 per cento delle specie animali che vivono sulla terra rischierebbe di sparire solo con un aumento di due gradi, uno scenario che potrebbe diventare reale già nel 2050 agli attuali ritmi di emissione di CO2. Infine, un clima più caldo permetterebbe di ottenere migliori raccolti, anche se praticamente nessuna menzione viene fatta dell’inaridimento di altre aree del pianeta e delle crescenti devastazioni causate dal manifestarsi di condizioni atmosferiche estreme.

Se il diagramma della NRTEE e della Royal Canadian Geographical Society riconosce la possibilità di una crescita delle temperature anche superiore ai cinque gradi, ciò che incredibilmente omette sono le disastrose ripercussioni che ne seguirebbero. Il tentativo appare insomma quello di attenuare gli allarmismi con un’operazione che intende sottovalutare l’impatto del cambiamento climatico, dal quale il Canada potrebbe addirittura trarre più di un vantaggio.

Dietro al progetto di ricerca, secondo alcuni media, ci sarebbe l’impronta dell’industria energetica canadese. Tra gli sponsor spicca Suncor Energy, la maggiore corporation canadese del petrolio che estrae greggio nello stato dell’Alberta dalle cosiddette sabbie bituminose tramite un procedimento altamente inquinante. Questa compagnia è stata più volte sanzionata per violazioni delle leggi sull’inquinamento dallo stesso governo canadese, ritenuto uno dei più accomodanti in Occidente verso l’industria petrolifera.

A comporre la Tavola Rotonda sull’Ambiente, oltre a membri di organizzazioni ambientaliste, accademici ed esponenti delle comunità locali, sono inoltre svariati ex amministratori delegati e politici vicini all’attuale governo guidato dal Partito Conservatore. Il documento finale, quanto meno, sembra essere passato al vaglio di esperti climatologi, anche se tutti alle dipendenze di agenzie governative. A questi ultimi è stato vietato ogni commento ai media sul loro lavoro, in ottemperanza di una direttiva emanata qualche anno fa e che vincola ogni loro dichiarazione pubblica a un’esplicita autorizzazione del governo.

L’intera operazione rispecchia dunque l’atteggiamento nei confronti della questione ambientale tenuto dal governo conservatore canadese. Il premier Stephen Harper, infatti, pur avendo preso negli ultimi anni qualche modesto provvedimento per ridurre le emissioni in atmosfera, non ha mai dimostrato particolare entusiasmo per la lotta al cambiamento climatico. L’impegno preso dal Canada per ridurre le proprie emissioni di CO2 nel 1997 a Kyoto è stato ritrattato, mentre lo stesso accordo firmato nella città giapponese venne definito da Harper una “cospirazione socialista” per trasferire denaro dai paesi più ricchi a quelli più poveri.

Non a caso, il paese che promosse la prima conferenza internazionale sul cambiamento climatico - tenuta a Toronto nel 1988 - è diventato oggi uno dei maggiori inquinatori dell’intero pianeta, con un livello di emissioni inquinanti aumentato del 30 per cento negli ultimi vent’anni. Il Canada è anche uno degli stati che maggiormente si sono opposti ad un trattato più efficace nella fallimentare conferenza ONU di Copenhagen dello scorso dicembre e promette di distinguersi allo stesso modo nell’imminente nuovo summit che prenderà il via a Cancún, in Messico, il 29 novembre prossimo.

di Alessandro Iacuelli

Il bilancio provvisorio è di quattro morti, tra cui due bambini, e sette dispersi. Ma nell'alluvione in Ungheria, fatto non da acqua ma da rifiuti tossici altamente velenosi e corrosivi, ci sono anche oltre centro persone ustionate e 40 km quadrati sommersi da quei fanghi, residui tossici derivati dalla lavorazione della bauxite, per la produzione di alluminio. Bilancio destinato ad aggravarsi, sia sul piano del danno ambientale che su quello della salute umana; peraltro, il fiume rosso di veleni punta dritto verso il Danubio.

Non è certo salutare, il fiume di fango rosso. Oltre ad essere altamente corrosivo, contiene metalli pesanti, esala veleni, brucia al contatto ed è alto più di un metro. Nella notte di lunedì ha investito tre contee nell'Ungheria occidentale vicino al lago Balaton. In un primo tempo, le autorità ungheresi hanno riferito che l'incidente è avvenuto a causa della rottura di un argine di uno dei depositi dell'impianto di produzione di alluminio presso Ajka. Conferma anche la direzione dello stabilimento: in un comunicato si legge che la chiusa avrebbe ceduto a causa delle recenti piogge che ne avrebbero minato la stabilità. Al momento sono in corso dei complessi lavori di riparazione per arginare lo sversamento e la protezione civile sta cercando di neutralizzare con del gesso la corrosività dei 700 mila metri cubi di fango alcalino già fuoriuscito.

Così, anche l'Ungheria si trova a doversi misurare con una dispersione di sostanze chimiche che ha già assunto i connotati del disastro ecologico: diversi villaggi sommersi, abitanti della zona ricoverati d'urgenza con ustioni alla pelle e agli occhi, insediamenti agricoli e industriali inondati da tonnellate di sostanze chimiche tossiche, subito ribattezzati "fanghi rossi". Sostanze che costituiscono un precipitato insolubile in acqua che si forma nella produzione di alluminio.

L'incidente, dicevamo, è avvenuto presso la città di Ajka, dove il serbatoio della fabbrica Mal S-A., a cielo aperto e separato solo da un piccolo argine dal resto del mondo, aveva accumulato 700.000 metri cubi di fanghi. Ha ceduto all'improvviso e non c'è stato nulla da fare, la gente è stata travolta: inutile correre, sfuggire al fango. Proprio dalla zona del disastro é iniziata l’evacuazione delle persone. Nelle operazioni di soccorso sono intervenuti quattro elicotteri, 30 ambulanze, vigili del fuoco e un centinaio di soldati delle truppe specializzate NBC.

Ovviamente la stampa è andata a chiedere conto sia alla politica sia all'industria. Mentre i proprietari degli impianti non hanno commentato l'incidente, il ministro dell'Interno ungherese, Sandor Pinter, ha dichiarato: "Scopriremo chi è il responsabile dell'incidente, la polizia ha sequestrato dei documenti che aiuteranno a determinare se il serbatoio con sostanze chimiche è stato costruito a norme delle leggi previste". Certo, sarebbe stato meglio fare queste verifiche in tempi non sospetti, prima che ci scappasse l'incidente grave, ma si sa, tutto il mondo è paese da questo punto di vista.

Nel frattempo, il fiume rosso avanza e inonda altri centri abitati. In tre province, fino a circa 40 chilometri di distanza dal luogo dell'incidente, è stato dichiarato lo stato d'emergenza. Zoltan Illes, sottosegretario all'ambiente, in visita nelle zone colpite dalla tragedia, ha raccontato di non avere mai visto "una catastrofe ecologica" del genere. Non solo. Il sottosegretario ha anche ventilato che l'argine non sia rotto in seguito alle piogge, ma che si sia trattato di un errore umano, o addirittura di un disastro industriale, ipotizzando che la società abbia stivato più fango di quello permesso nel serbatoio. La Mal S-A ha immediatamente smentito le voci su una possibile utilizzazione sopra il livello di sicurezza del catino di scarico.

Il governo ungherese si dice fiducioso che il fango tossico non arrivi fino al  Danubio: "Vi sono buone probabilità di evitare che il fango tossico arrivi al fiume più lungo d'Europa", ha dichiarato il premier, Viktor Orban, aggiungendo che la fuoriuscita di liquame finora non ha interessato le riserve di acqua potabile. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in un'area di 40 chilometri quadrati al confine con Austria e Slovenia: nella provincia di Veszprem, dove è avvenuto l'incidente, in quella di Gyor-Moson-Sopron e di Vas, che potrebbero essere attraversate dal fango mortale nelle prossime ore o nei prossimi giorni. Bloccati gas ed elettricità, l'acqua potabile viene fornita attraverso camion cisterne provenienti da Budapest.

Fino a questo momento, i danni sono stimati sui dieci miliardi di fiorini, 38 milioni di Euro, ma saranno necessari decine di milioni ed almeno un anno di tempo, con l'assistenza tecnica e finanziaria dell'Unione Europea, per bonificare la zona sommersa dai fanghi tossici. Questa la pesante stima del governo ungherese. Oltre alle vittime e ai gravi danni immediati, si teme per le conseguenze a lungo termine dei fanghi. L'altro nodo caldo della questione è che in totale i depositi della MAL S-A contengono al loro interno altri 30 milioni di metri cubi di fango rosso, di cui occorrerà capire cosa farne, prima che si creino altre emergenze.

Sul fronte internazionale, l'Unione europea è preoccupata per l'evoluzione del disastro ecologico. Secondo Bruxelles, la marea di fango rosso potrebbe trasformarsi in un disastro ecologico in grado di colpire altri Paesi della regione. Il portavoce UE, Joe Hennon, ha affermato che l'Unione è pronta ad aiutare Budapest se il disastro dovesse aumentare di proporzioni.

In particolare, si teme che la fanghiglia possa inquinare gli affluenti del Danubio e quindi anche il grande fiume dell'Europa centro-orientale. "Siamo preoccupati non solo per l'ambiente in Ungheria, ma che il disastro possa superare i confini", ha spiegato Hennon. Il Danubio scorre attraverso la Croazia, la Serbia, la Romania, la Bulgaria, la Romania, l'Ucraina e la Moldova prima di buttarsi nel mar Nero.

In Ungheria è iniziata la lotta contro il tempo per evitare che il fango tossico fuoriuscito da una fabbrica d’alluminio dell’ovest del paese raggiunga i corsi d'acqua. Per arginare un disastro che impatta su tutta la natura, salute umana compresa, ma che, come per tutti i disastri ecologici, è solo opera dell'uomo.


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