Nella giornata di giovedì i dodici membri della giuria popolare selezionata nel processo penale contro Donald Trump hanno giudicato all’unanimità l’ex presidente repubblicano colpevole di tutti e 34 i capi d’accusa contestati dall’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg. La pena che gli verrà inflitta nel primo storico processo a un ex occupante della Casa Bianca sarà decisa in un’udienza fissata per il prossimo 11 luglio, cioè quattro giorni prima dell’apertura della “Convention” del Partito Repubblicano. A stabilirla sarà il giudice della Corte Suprema dello Stato di New York che presiede al processo, Juan Merchan. Trump era accusato di avere falsificato documenti aziendali nel contesto di una presunta cospirazione per influenzare le elezioni presidenziali del 2016.

Il processo, durato cinque settimane, era culminato martedì in un'arringa finale di tre ore da parte della difesa di Trump, seguita da una lunga esposizione dell'accusa. Basandosi su una teoria legale a dir poco dubbia, l'accusa sosteneva che Trump avesse cospirato con il suo ex avvocato, Michael Cohen, per pagare 130.000 dollari all'attrice pornografica Stormy Daniels (Stephanie Gregory Clifford), affinché non rendesse pubblica una presunta relazione sessuale avuta con l’ex presidente nel 2006. Questo pagamento, secondo l'accusa, sarebbe stato effettuato poco prima delle elezioni del novembre 2016 per evitare che la notizia influenzasse negativamente la campagna di Trump.

Il totale fallimento del progetto ucraino non sembra avere influito minimamente sulle scelte di politica estera degli Stati Uniti, visto che uno scenario simile a quello dell’ex repubblica sovietica continua a essere promosso dall’amministrazione Biden sull’isola di Taiwan. L’ultima della lunga serie di provocazioni di questi anni è avvenuta nei giorni scorsi con la visita a Taipei di una delegazione “bipartisan” di deputati del Congresso di Washington, in concomitanza con l’insediamento del nuovo presidente taiwanese favorevole all’indipendenza, William Lai Ching-te.

Anche a Taiwan sembrano tuttavia aumentare le più che legittime preoccupazioni per il percorso distruttivo che il governo del Partito Democratico Progressista (DPP) sta seguendo.  Sempre più, i leader di quest’ultimo assecondano la promozione delle tendenze separatiste, attraverso la messa in discussione della politica di “una sola Cina”, riconosciuta formalmente anche da Washington e che nega appunto l’esistenza di una nazione o entità statale indipendente – o potenzialmente tale – a Taiwan. Ciò avviene con l’intensificazione delle relazioni diplomatiche, ma anche con il continuo invio di armi a Taipei e il dispiegamento di militari americani sull’isola.

I governi di Irlanda, Norvegia e Spagna hanno riconosciuto formalmente martedì lo stato palestinese, con una mossa che potrebbe convincere altri paesi europei a muoversi nella stessa direzione, aumentando così le pressioni su Israele. La decisione non avrà comunque effetti concreti sulla drammatica situazione nella striscia di Gaza. Il regime genocida di Netanyahu continua infatti ad agire in violazione di tutte le norme del diritto internazionale grazie all’irremovibile sostegno dell’amministrazione Biden. L’isolamento internazionale di Tel Aviv inizia però a rappresentare un serio problema per i governi in Occidente, dove in molti temono che la reputazione dello stato ebraico sia irreparabilmente danneggiata, con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare sul piano dei loro interessi strategici in Medio Oriente.

"La Russia che sta per attaccare l'Europa è una montatura propagandistica. Non occupa uno Stato della NATO. È l'Europa che sta preparando piani per attaccare la Russia". Parole e musica di Vicktor Orban, Presidente dell'Ungheria, membro dell'UE e della NATO. Si può nutrire ogni sorta di sentimento nei confronti di Orban, ma il riarmo contro Russia e Cina è impossibile da confutare.

I 1.26 trilioni di dollari che la NATO spende annualmente in armamenti rappresentano il 62% della spesa militare globale e si stima che l'aumento dall'attuale 2 al 4% del PIL di ogni Paese membro, con l'aggiunta di Svezia, Norvegia e Finlandia, porterà al 74% del totale, con l'Occidente davanti a Russia e Cina con una differenza abissale. Nello specifico dei tre giganti gli USA spendono 877 miliardi di Dollari, la Cina 296 e la Russia circa 90.  Ciò annulla ogni possibile argomentazione sul necessario equilibrio militare: la realtà dei numeri denuda la propaganda.

Il mercato bellico anglosassone è sovraeccitato. Dieci delle maggiori aziende di difesa del mondo hanno ordini per oltre 730 miliardi di dollari. La Germania investirà 100 miliardi di euro in armamenti nei prossimi tre anni con un chiaro orientamento russofobico e il Giappone ha avviato il più grande processo di riarmo della sua storia in evidente funzione anticinese.

La crisi irreversibile del governo britannico del primo ministro, Rishi Sunak, è culminata mercoledì con la decisione, presa da quest’ultimo e ratificata dal sovrano, di indire elezioni anticipate per il prossimo 4 di luglio. In un clima domestico e internazionale esplosivo, in buona parte responsabilità dello stesso gabinetto conservatore di Londra, la classe dirigente d’oltremanica ha ritenuto evidentemente urgente un passaggio di consegne nel Regno Unito, senza cioè attendere la scadenza naturale del mandato legislativo (gennaio 2025). Tutti i sondaggi danno favorito il Partito Laburista e il suo leader, Keir Starmer, la cui agenda è per molti versi indistinguibile da quella del governo e della maggioranza uscenti.


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy