di Sara Seganti

L’autostrada che dovrebbe collegare i due oceani, il Pacifico e l’Atlantico attraversando il sud America, sta diventando un calvario per l’esecutivo di Evo Morales, primo presidente indigeno della storia boliviana. La via della discordia, fortemente voluta dal governo, dovrebbe attraversare la Bolivia per 366 chilometri passando all’interno del parco nazionale del Tipnis - Territorio indigeno e parco nazionale Isiboro - Sécure - collegando le province di Beni e Cochabamba. Le etnie indigene yuracaré, moxos e chimán, provenienti dal nord est boliviano, animano la marcia di protesta a difesa delle loro terre: in 1.500 sono partiti il 15 di agosto da Trinidad, capoluogo della provincia settentrionale di Beni,  diretti alla capitale La Paz.

Quello che doveva essere un esercizio di democrazia si è trasformato in un grave caso politico la notte del 24 settembre, quando le forze dell’ordine boliviane hanno caricato i manifestanti nei pressi di Yacumo, a 300 chilometri dalla capitale boliviana, provocando decine di feriti, e forse anche dei morti. La risposta di Evo Morales non si è fatta attendere: il 26 settembre l’esecutivo ha fatto un passo indietro e ha bloccato il progetto, pur senza disconoscerlo ma rimettendolo ad un referendum polare. Morales ha anche negato che l’ordine di attaccare i manifestanti sia partito da lui, ha avviato un’inchiesta interna per accertare le responsabilità e si è scusato per le violenze della polizia.

Perché Morales, il presidente indigeno, viene contestato dalla sua stessa gente, o da una parte, per lo meno, di quel 70% di indigeni boliviani che erano sempre stati esclusi dalle decisioni e dal potere e che, con lui, hanno iniziato un percorso di partecipazione alla vita pubblica, culminato nella nuova Costituzione?

Il quadro non è di facile lettura visto che Evo Morales, leader del Movimento al socialismo, è noto per la sua sensibilità ambientale. Il suo governo, infatti, ha appunto varato nel 2009 una riforma costituzionale nella quale la Pachamama, madre natura, è diventata soggetto di diritti inalienabili. Quali sono, allora, nel merito le posizioni su questa autostrada, espressione dalla contrapposizione tra esigenze di sviluppo e tutela ambientale?

I gruppi etnici che popolano la Bolivia sono in contrasto tra di loro in questa valutazione. La protesta delle popolazioni della pianura s’identifica con la rivendicazione del rispetto della foresta primitiva del Tipnis, all’incirca 1 milione di ettari, dove vivono decine di comunità indigene; la foresta è  catalogata come Terra comunitaria originaria dallo stesso governo di Morales e, quindi, intangibile per il suo valore naturale e sociale.

Il parco, anche al di là del disboscamento necessario alla costruzione della strada, rischierebbe una deforestazione “di massa” di pari passo con l’aumento della sua accessibilità dopo l’inizio dei lavori. Sulla base della comparazione con altre esperienze analoghe, uno studio d’impatto ambientale prevede che con la realizzazione dell’autostrada, circa la metà della foresta rischierebbe di andare perduta nei prossimi vent’anni.

In risposta a queste argomentazioni, le etnie aymara e quechua, popoli degli altipiani andini, appoggiano la costruzione dell’autostrada che permetterebbe loro di accedere a inediti sbocchi per il commercio e di colonizzare nuovi terreni per espandere la loro attività tradizionale: la coltivazione delle foglie di coca. Se sia o no questa la via migliore é argomento da definire, ma la possibilità di utilizzare una nuova via per il commercio destinato all'esportazione s'inserisce pienamente nei progetti d'integrazione commerciale regionale, tanto quelli indicati nell'ambito del Mercosur quanto in quelli previsti dall'ALBA.

Una della critiche mosse a Morales, di etnia aymara, è di privilegiare gli interessi dei popoli andini a discapito degli altri gruppi indigeni. Ma è pur vero che le istanze di sviluppo avanzate dalle popolazioni che vivono nelle zone più remote e povere della Bolivia come gli altopiani, non possono essere semplicemente ignorate. Essi vedono in questo pezzo di autostrada un’opportunità di compartecipare a un progetto internazionale di sviluppo strategico per il Sudamerica. Passando anche per la Bolivia, la strada attraverserebbe la regione amazzonica collegando Manaus, capitale dello stato brasiliano di Amazonas, con i porti ecuadoriani e peruviani sul pacifico, sbocco commerciale per l’Asia orientale.

Questo progetto è fortemente sostenuto dal Brasile, infatti, che ne paga anche buona parte delle spese; non a caso è una ditta brasiliana, la Oas, ad avere ottenuto nel 2008, per 435 milioni di dollari, l’incarico di costruire lo spezzone di autostrada in Bolivia. La presenza ingombrante del Brasile nel progetto è un dato rilevante, essendo proprio il Brasile ad avere i maggiori interessi a fare da motore trainante dello sviluppo delle infrastrutture sul continente sud americano.

Ciò nonostante, per il governo boliviano la costruzione di collegamenti interni al paese e la connessione con i grossi centri di smistamento sul mare sono passaggi necessari per immettere la Bolivia in un percorso di sviluppo che non può e non deve puntare esclusivamente, com’è stato in passato, sulla semplice esportazione di materie prime.

La Bolivia si avvicina alle elezioni di ottobre in un clima politico molto teso: Morales si è costruito molti nemici con le politiche di nazionalizzazione degli idrocarburi che hanno ridimensionato la portata delle potenze straniere in Bolivia, in particolare gli Stati Uniti. Sarà a questo punto il referendum a decretare il futuro dell’autostrada, che potrebbe magari risolversi in quella mediazione, di cui si è molto parlato, che consisterebbe nel deviare il percorso ai margini del parco. Impresa economicamente meno conveniente ma che, certo, avrebbe il merito di ridimensionare le tensioni politiche dalle cuali la Bolivia ha bisogno di venire fuori.

 

di Sara Seganti

Nuovo colpo di scena nel contenzioso che da quasi due decenni vede opporsi lo Stato dell’Ecuador e Texaco Petroleum, l’azienda statunitense che ha sfruttato concessioni per l’estrazione di petrolio nell’amazzonia ecuadoriana dagli anni ’60 agli anni ‘90, e dal 2001 di proprietà dalla multinazionale del petrolio Chevron.

Il governo ecuadoriano ha appena dichiarato che chiederà l’annullamento della sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja che ha calcolato in 96 milioni di dollari la cifra da risarcire alla Chevron, ritenendo la giustizia ecuadoriana eccessivamente lenta nel giudicare di alcune dispute commerciali tra Texaco e Petroecuador, la compagnia estrattiva nazionale, risalenti al 1991.

Ciò avviene dopo che, nello scorso mese di febbraio, il tribunale ecuadoriano di Lago Agrio aveva stabilito nella cifra record di 9,5 miliardi di dollari l’indennizzo che la Chevron avrebbe dovuto pagare all’Ecuador per i danni all’ambiente e alla salute causati dalla sconsiderata gestione dei rifiuti tossici da parte della Texaco. Indennizzo che sembra, tra l’altro, destinato a raddoppiare - come previsto dalla sentenza - fino a raggiungere l’inedita cifra di 19 miliardi di dollari, visto il dichiarato rifiuto da parte della Chevron di porgere le sue scuse per i crimini commessi.

Questi processi trattano ufficialmente di argomenti distinti, ma legati tra di loro a doppio filo. A riprova, la Chevron ha sfruttato il procedimento aperto presso la Corte Internazionale per rimandare l’adempimento degli obblighi pecuniari imposti dalla sentenza di febbraio e tentare di screditare la giustizia ecuadoriana.

La disputa decisa all’Aja in questi giorni ha a che fare con la prima parte della storia, quando il governo ecuadoriano filo-americano e liberista degli anni sessanta accorda la concessione per lo sfruttamento dei primi grossi giacimenti di petrolio trovati nella foresta amazzonica alla Texaco, in joint venture con la nazionale Petroecuador. Corruzione e assenza di leggi a tutela delle popolazioni locali e dell’ambiente producono negli anni un disastro di proporzioni uniche: miliardi di litri di rifiuti tossici e milioni di litri di petrolio riversati nei fiumi e nei laghi inquinano le falde acquifere e si disperdono nel territorio, causando gravissimi problemi alla salute alle popolazioni indigene e distruggendo un intero territorio. Aumentano esponenzialmente i casi di cancro, di leucemia nei bambini, di aborti spontanei e di tutte le altre malattie tipiche conseguenze dell’inquinamento tossico.

La Texaco aveva una concessione per lo sfruttamento del petrolio, ma aveva anche l’obbligo di garantire all’Ecuador la quantità di petrolio necessaria al mercato interno. Quantità che l’Ecuador ha sistematicamente gonfiato, secondo la Chevron, per poi rivendere l’eccesso danneggiando economicamente la Texaco. Il tribunale dell’Aja ha deciso di dare ragione alla Texaco in questi procedimenti, ma solo per l’aspetto che riguarda la lentezza nell’amministrazione della giustizia, individuando in questo una violazione da parte dell’Ecuador del Trattato Bilaterale di Promozione e Protezione Reciproca degli Investimenti sottoscritto con gli Stati Uniti. Trattato che l’Ecuador sostiene sia entrato in vigore solo nel 1997 e che non abbia valore retroattivo.

Comunque sia, il governo di Correa chiederà l’annullamento di questi 96 milioni di risarcimento, che non sono che una piccola parte della somma richiesta in origine dalla Chevron (superiore a 1.500 milioni di dollari) perché i giudici hanno tenuto conto delle imposte pari all’87%  previste per questo tipo di risarcimenti dal governo ecuadoriano.

Tornando, invece, ai danni causati dalla Texaco nella foresta amazzonica, è con l’arrivo al potere di Rafael Correa che l’Ecuador intenta un processo contro la Texaco per rinegoziare l’entità del risarcimento ambientale. Negli anni ’90, infatti, all’epoca della chiusura delle operazioni Texaco in Ecuador, il governo ecuadoriano aveva accettato un inadeguato accordo da 40 milioni di dollari per ripristinare l’aerea danneggiata dall’estrazione, offrendo in cambio alla Texaco una sorta di condono tombale per i danni causati.

Rafael Correa, in carica dal 2006, ha fatto sua la battaglia contro le oligarchie dello sfruttamento del sud del mondo, deciso a rinegoziare gli accordi con le aziende estere e a limitare l’influenza politica nord americana, atteggiamento che gli è già costato un colpo di stato respinto l’anno scorso. Sono queste le circostanze nelle quali il tribunale ecuadoriano decide per la sentenza storica di Lago Agrio, una delle più alte indennizzazioni mai comminate per crimini ambientali, che la Chevron ha rifiutato di pagare.

La vicenda processuale è molto complessa e lontana dall’essere chiusa; fatto sta che la decisione della Chevron di appellarsi alla Corte permanente di arbitrato, anche se per altri contenziosi, ha comunque sortito i suoi effetti. La Corte dell’Aja si è, infatti, dimostrata particolarmente zelante e ha colto l’occasione, all’inizio del procedimento per le dispute commerciali contro la Petroecuador, per chiedere all’Ecuador la sospensione di un’eventuale sentenza risarcitoria a carico di Chevron, proprio qualche giorno prima che il tribunale decidesse per l’indennizzo miliardario. La Chevron ha tratto un notevole vantaggio da questo richiamo, dato che rischiava di vedersi confiscare le piattaforme e le strutture per l’estrazione. Per il momento, dunque, è tutto da vedere che questa sentenza trovi mai applicazione.

Multe da milioni di dollari, avvocati, corti e intrighi internazionali, malattie, minacce e multinazionali del petrolio sullo sfondo di un Sud America in pieno risveglio economico e politico. La battaglia legale tra l’Ecuador e la multinazionale Chevron potrebbe quasi assomigliare a un buon thriller carico di colpi di scena se non fossero così tanti i malati e i morti rimasti sul campo in Ecuador, in quel pezzo di Amazzonia oggi distrutto, dove negli anni sessanta è iniziata la corsa al petrolio. Sarebbe un buon film, se qualcuno alla fine pagasse i danni.

di Alessandro Iacuelli

Era stato cancellato con una mossa a sorpresa di Calderoli, nella manovra di agosto, il Sistema Informatizzato di Tracciabilità dei rifiuti speciali. Ora all'improvviso si torna indietro. Una storia senza fine, con rinvii, test falliti, test riusciti, altri rinvii, partenze scaglionate, abolizioni totali e ripristini delle abolizioni. Ora, la commissione Bilancio del Senato ha approvato all'unanimità un emendamento alla manovra bis, che ripristina il sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi. "Un segnale importante per la difesa dell'ambiente e la tutela della legalità nel nostro Paese", ha commentato il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.

L'emendamento, approvato nell'ambito dell'esame in Senato del provvedimento per la sua conversione in legge (ddl 2887), prevede l'entrata in vigore del Sistri a partire, stavolta, dal 9 febbraio 2012. Le imprese, che da tempo denunciano le difficoltà procedurali e le criticità del Sistema, avranno così 5 mesi di tempo per adeguarsi, anche grazie all'aiuto del ministero dell'Ambiente che dovrà confrontarsi con i rappresentati delle imprese e i gestori nella individuazione delle soluzioni ai problemi finora emersi.

L'emendamento approvato prevede anche, per i rifiuti non pericolosi, un regime di esenzioni parziali o totali che dovrà essere definito dal ministero dell'Ambiente (di concerto con il ministero per la Semplificazione) attraverso un decreto da emanare entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione della Manovra Bis. "Con l'opportuno rodaggio previsto e con gli interventi che si renderanno necessari per andare incontro agli operatori, il Sistri partirà al meglio e si rivelerà un utilissimo strumento per le aziende e per la protezione del territorio", ha dichiarato Prestigiacomo.

Commenti positivi sono arrivati anche dai senatori PD Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, per i quali il ripristino del Sistri è una "ottima notizia: ora però il Governo deve impegnarsi, da oggi fino all'entrata in vigore delle nuove procedure, per correggere i tanti difetti, le tante tare che hanno impedito finora l'efficace avvio del sistema complicando inutilmente la vita a imprese e operatori".

Oramai, quella del Sistri assomiglia pià ad una fiction senza fine, che ad un'effettiva azione per la difesa dell'ambiente ed il contrasto alle ecomafie. Una fiction certamente ricca di colpi di scena, ma che da un punto di vista politico ha già minato la credibilità del nostro Paese in Europa. Il Sistri è stato promosso nel 2009 dal ministero dell’Ambiente per permettere l'informatizzazione dell’intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale, poi dopo pochi giorni per una pressione dello stesso presidente del Consiglio, fu aggiunta anche la filiera dei rifiuti urbani per la sola Regione Campania.

Doveva entrare in vigore dal primo gennaio 2010, poi sono iniziati i rinvii, le deroghe, fino alla sua cancellazione (dopo che lo Stato lo ha realizzato e quindi pagato) con la mossa a sorpresa di Calderoli. Così, anche il 2011 terminerà senza che l'Italia abbia abbandonato la compilazione manuale di moduli cartacei per la gestione dei rifiuti industriali. Già in corso, ancora prima della fine della realizzazione e dei test, un'inchiesta da parte della Procura di Napoli per truffa ai danni dello Stato: riguarda l'assegnazione dei lavori di progettazione, senza una gara d'appalto aperta, fatti dalla Selex, azienda travolta dallo scandalo Finmeccanica.

Il Sistema semplifica le procedure e i costi sostenuti dalle imprese per lo smaltimento dei rifiuti speciali e pericolosi e allo stesso tempo, attraverso il sistema di rilevazione, fornisce dati in tempo reale alle autorità di controllo quali il Comando carabinieri per la tutela dell’Ambiente che gestiscono il sistema di tracciabilità. Mediante sistemi elettronici i rifiuti speciali e pericolosi sono monitorati lungo tutta la filiera. Il risultato è vistoso in diversi settori: legalità, prevenzione, efficienza, in definitiva nella modernizzazione nel maggior controllo e tracciabilità che scoraggia e contrasta quelle ecomafie che lucrano sul traffico illegale dei rifiuti.

Ora è necessario superare le difficoltà che gli operatori e le imprese interessate dal nuovo sistema hanno riscontrato nei diversi test, i cosiddetti "click day", avviati per simulare a regime la procedura SISTRI, che secondo certe industrie hanno avuto esiti negativi. Bisogna vedere però se il ritorno dell'informatizzazione sarà condiviso anche dagli imprenditori italiani interessati, quelli che fino ad oggi hanno sempre remato contro un sitema che non gli permetterebbe più di liberarsi sottocosto dei propri rifiuti generati dai processi di produzione.

Il provvedimento per la rinascita del sistema di tracciabilità dei rifiuti prevede che le oltre 400mila imprese per le quali il SISTRI sarebbe dovuto entrare in vigore in questi giorni abbiano 5 mesi in più: quindi, ci sarà tempo tempo fino a febbraio 2012 per adeguarsi al sistema e dotarsi di tutti gli apparecchi necessari al suo funzionamento.

L'emendamento approvato dalla Commissione prevede anche la possibilità, per gli operatori che producono solo rifiuti soggetti a ritiro obbligatorio da parte di sistemi di filiera ex lege, di delegare i propri adempimenti Sistri ai Consorzi di recupero, sulla base delle modalità previste per le associazioni di categoria.

In attesa che queste nuove norme siano varate in via definitiva dal Parlamento, restano al momento in vigore le abrogazioni previste dal decreto-legge del 13 agosto 2011. Continuano ad applicarsi anche le altre norme sulla gestione dei rifiuti previste dalla normativa “pre-Sistri” (tenuta dei registri di carico e scarico, Mud e formulario d’identificazione del trasporto dei beni a fine vita).

Chissà se questa sarà davvero la volta buona e se basteranno le sessioni di aggiornamento messe in calendario dalle associazioni di categoria in accordo con il ministero con lo scopo facilitare gli operatori e sviluppare un software più efficiente e usabile a colmare le lacune di un sistema utile sulla carta ma di fatto finora inapplicabile.

di Alessandro Iacuelli

Non c'è stato bisogno di un terremoto o di uno tsunami, per fare tremare l'Europa, alle 11.45 di oggi. E' bastato l'annuncio dell'esplosione di un forno presso il sito nucleare di Marcoule, in Francia, a 30 Km da Avignone. Il bilancio è di un morto, trovato completamente carbonizzato, e quattro feriti. Più difficile sarà tracciare il bilancio dal punto di vista ambientale e della salute umana.

Per il momento, c'è la consueta corsa allo spegnimento di ogni allarmismo, come a Fukushima, come per i 30 ed oltre incidenti nucleari francesi degli scorsi anni e così via fino a Chernobyl, tornando indietro nel tempo. Così, anche in questo caso invece di un'adeguata e completa informazione alla popolazione, si è preferito correre ai soliti slogan: "Non c'è stata fuga radioattiva all'esterno", come fa sapere il Commissariato dell'energia atomica. I vigili del fuoco d'oltralpe, hanno comunque eretto un perimetro di sicurezza intorno alla centrale, a causa del rischio di fughe.

Di sicuro, per poter dire qualcosa di corretto, l'incidente non riguarda direttamente i reattori nucleari presenti: l'esplosione è avvenuta in un impianto per il ritrattamento del combustibile. Non è chiaro, al momento, se si tratti di un forno per estrarre l'umidità dal combustibile oppure di un impianto nel quale vengono fusi o vetrificati i metalli a bassa attività. In casi del genere si attende dall'autorità nucleare francese, un'immediata informazione, cosa che non sta avvenendo. Analogamente, anche la causa dell'incidente al momento non è nota, ma quando si ragiona di nucleare c'è poco da fare: è l'effetto prodotto da una cattiva gestione.

Anche il governo di Parigi si è affrettato a dire che "non c'è stata fuga radioattiva". Sul sito nucleare non è prevista nessuna evacuazione né isolamento di lavoratori della centrale dove è avvenuto l'incidente, annuncia il ministero dell'Interno. Le stesse parole già sentite il giorno dopo Fukushima. Naturalmente ci si augura che non si tratti di un incidente grave e che possa essere presto ricondotto ad un "incidente convenzionale", rispetto ad un "incidente nucleare", tuttavia è il caso di osservare che la chiarezza e l'onestà sono le prime cose da mettere davanti, in casi del genere. Per non fare la fine del Giappone, dove sei mesi dopo l'incidente si stanno ancora contando i danni provocati proprio dal non voler ammettere le cose come stanno. Nel settore nucleare, il tenere nascosta la realtà dei fatti, con la scusa del non volere allarmare la popolazione, non ha mai pagato e non paga, conduce anzi ad altre reazioni a catena, di errori politici e gestionali, che peggiorano le cose.

La centrale di Marcoule possiede 3 reattori UNGG da 79 MW totali. E' stata la prima centrale nucleare francese, nello stesso sito esiste anche un altro reattore (il N°1) costruito dal 1955 al 1956 da soli 2 MW e non utilizzato per la produzione elettrica. La centrale fa parte di un più ampio sito nucleare, un'installazione industriale gestita da AREVA e dal CEA. A Marcoule furono costruiti i reattori nucleari a uso militare per le ricerche destinate alla costruzione della bomba atomica francese.

Se dovesse davvero essere fuoriuscito del materiale radioattivo e se i venti ci metteranno lo zampino ci sarà poco da stare allegri: Marcoule si trova a 242 km da Ventimiglia, 257 da Torino, 342 da Genova. Stato di allerta, dunque, anche se al momento nessuno ammette la fuga radioattiva. Raggiunto telefonicamente, il capo della Protezione civile nazionale, Franco Gabrielli, ha precisato che "nella malaugurata circostanza per la quale si possano verificare fughe radioattive, sarebbero comunque ridotte perché non fuoriuscite dal reattore della centrale". Lo stato di allerta c'è comunque. Lo racconta l'assessore regionale all'Ambiente della Liguria, Renata Briamo: "Attendiamo novità dal Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, dove è già al lavoro l'unità di crisi con Ispra-Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale e Vigili del Fuoco".

Anche la Protezione Civile in Piemonte é in allerta. I tecnici dell'Arpa sono al lavoro con un monitoraggio costante, in grado di registrare anche la più piccola variazione di radioattività. Al momento non si segnala alcuno scostamento dai valori normali, ma in ogni caso non sarebbero possibili prima di 24-48 ore. Infatti i 257 chilometri di distanza da Torino al luogo dello scoppio sono abbastanza da rendere improbabile l'arrivo di una nube radiattiva prima della mezzanotte di oggi.

La situazione è del tutto analoga a quella che si creò con la nube di ceneri del vulcano Grimsvoth, in Islanda. Ogni 10 minuti le apparecchiature predisposte emetteranno le loro registrazioni e non è affatto detto che eventuali fughe radioattive si orientino verso il Piemonte o la Liguria e non in altre parti d'Italia o dell'Europa. Due i sistemi di monitoraggio in funzione: uno meteorologico, l'altro sul territorio. Il primo serve proprio per verificare se e come le correnti d'aria orienterebbero le eventuali particelle radioattive. Il secondo è capace di registrarne puntualmente la presenza in atmosfera o sul terreno. In pratica, se proprio si vuole spegnere ogni allarmismo, basta dire le cose come stanno realmente: in Italia, soprattutto nelle zone limitrofe il confine francese, siamo già pronti a fronteggiare un eventuale aumento di radioattività, stiamo monitorando attentamente e correttamente la situazione, senza attendere conferme, smentite, rimpalli politici, inchieste dell'AIEA.

Secondo le prime informazioni rese note dall'Agenzia per la Sicurezza Nucleare francese, che anche in questo caso non sta brillando per trasparenza, si tratta di un'esplosione di una fornace che non ha causato alcuna fuga raioattiva o chimica all'esterno dell'impianto. In seguito all'incidente, l'ASN ha attivato il suo centro di urgenza. Secondo un portavoce di EDF, la cui controllata Socodei gestisce il centro in cui è avvenuto l'incidente, "é un incidente industriale, non è un incidente nucleare". Forse ancora presto per dirlo.

Nonostante questo, alle 16.34 l'Autorità per la Sicurezza Nucleare ha dichiarato l'incidente "chiuso" ed ha sospeso la sua organizzazione di crisi. "L'incidente all'impianto di Centraco, nel Sud della Francia, che ha provocato un morto e quattro feriti, tra cui uno grave - si legge in una nota dell'Asn - si é concluso". Nessuna evacuazione per venti chilometri, come in Giappone, e tutti a casa. Probabilmente, in questo caso fa meglio la protezione civile italiana, che a 250 chilometri di distanza, continuerà per qualche giorno a monitorare i valori di radioattività. Forse stavolta sarà l'Italia a dare una piccola lezione di sicurezza ai vicini di casa, soprattutto nella malaugurata ipotesi che qualche valore dovesse mostrare un'improvvisa impennata. Se invece, come si spera, non succederà nulla, allora sarà stato soltanto l'ennesimo brivido di autentico e giustificato terrore. Per l'Europa intera.

di Luca Mazzucato

NEW YORK. Sabato notte arriva l'uragano. È l'una e d'un tratto dalla finestra nebbia, tra le luci abbaglianti dei lampioni, una pioggia torrenziale. Arrivano le prime ventate, gli alberi dondolano. Il terrore dell'uragano ha contagiato tutte le istituzioni, attraverso una campagna non-stop su tutti i media, tv, radio, giornali, blogs. Dopo giorni di martellamento continuo, si è creata un'enorme aspettativa, e finalmente le propaggini dell'uragano sono arrivate.

Tutto il giorno, la gente in giro per la strade di Brooklyn l'ha passato con la testa all'insù, e stasera con il collo dolorante finalmente è arrivata la bufera. I quartieri nella famigerata zona A, evacuazione totale, qui sono case di lusso e palazzi di acciaio alti venti piani con piscina coperta e due portieri. Ma in molti non hanno seguito l'ordine di evacuazione. Il parrucchiere "hipsterissimo" su Havemeyer St. prende appuntamenti per domenica mattina, all'apice previsto della tempesta. Scherzando mostra la sua agenda ed effettivamente domenica è un pienone.

Nel resto della costa est, un milione di persone già evacuate, uno sforzo di prevenzione impressionante. Non mi aspettavo che una città scalcagnata e rovinosa come New York si sarebbe dimostrata all'altezza di una evacuazione di massa. Una prova di civiltà commovente in un momento di disperazione economica. Un confronto impietoso con la noncuranza dell'Amministrazione Bush e la seguente scia di morte e distruzione portata dall'uragano Katrina a New Orleans.

Poche auto in giro sabato e il Bedford Cheese Shop a Williamsburg si prepara all'arrivo della punizione divina: sulle vetrate del negozio super chic un commesso alto due metri inchioda tavolone di legno. I turisti del disastro naturale fanno le foto e lui ride. Dice: “Sì, l’ordine di scuderia è di mettere le sbarre alle finestre, ma figurati, che uragano vuoi che sia.” Le solite folle di bella gente dall'aria ironica affollano i bar per il brunch, è sabato dopo tutto! Nessuno si preoccupa dell'uragano, i ragazzi del quartiere sono ricchi e si vogliono divertire.

Rockaway Beach, un enorme quartiere di case sulla spiaggia tra l'aeroporto JFK e l'oceano, è stata evacuata ma folle eccitate di surfisti si gettavano tra i flutti: “È tutta l'estate che aspettiamo un'onda!” I giovani locali prendono l'uragano come un diversivo inusuale, con una scarica di adrenalina e la voglia di raccontare “Ho sconfitto la forza della natura!”

Il sottinteso in tutta questa storia è che tutti a New York City si fidano delle proprie istituzioni, nessuno dubita che la città sopravviverà alla furia degli elementi senza un graffio. Una prova di patriottismo diffuso: “Si tratta di New York dopotutto, abbiamo perso due Torri, non sarà un uragano a farci paura.”

Ora l'uragano, questa presenza minacciosa in agguato, che sabato notte si avvicina dal Delaware alla velocità di tredici miglia orarie, è finalmente tra noi. Il suo centro scivola piano, ma la furia delle correnti che ruotano a cento miglia orarie spazzando ogni ostacolo. Tutti pensano: che ironia se alla fine si avverassero quelle scene da colossal hollywoodiano con onde alte cinquanta metri che si abbattono su Wall Street. Dopo aver affondato l'economia di tutto il pianeta con la truffa dei mutui subprime, la città sprofonderebbe tra i flutti del contrappasso, sommersa da un uragano non più metaforico.

Siamo abituati all'idea che i disastri naturali siano imprevedibili, ma la tempesta tropicale è un'ecatombe deterministica, puoi seguirne le orme di distruzione in tempo reale su internet, prepararti due giorni prima saccheggiando le mensole vuote al supermercato. La scena surreale al supermercato Food Town il sabato pomeriggio è una folla di giovani, ventenni, trentenni, come se fossero in gita al liceo, tra risate e battute sull'uragano, perlustrano i corridoi alla ricerca di scatolette di tonno, patatine, hamburger. Tutti sono eccitati all'idea di assistere a una sorta di Super Storia in diretta. Le stesse immagini fuori dalla finestra e sullo schermo di tutte le emittenti televisive via cavo.

Domenica mattina, la delusione regna sovrana. L'ora prevista per l'arrivo della furia atmosferica è alle otto di mattina. A Manhattan, tra i grattacieli di Times Square, mi guardo attorno ma non c'è un filo di vento. Né pioggia. La gente passeggia per la strada, tutti si aspettavano un'epica storia da raccontare ai nipoti, ma non è successo niente. Al di là dell'East River, a Williamsburg, tutto procede come ogni domenica mattina: bar pieni di hipsters, lunghe file per il brunch nei locali più alla moda, stampata sulla faccia di tutti i passanti un'aria sarcastica come dire “Ma era proprio necessario fermare la metro per due giorni?”

Però in fondo sono tutti orgogliosi di essere newyorchesi, di aver mostrato che quando c'è bisogno di rimboccarsi le maniche e prepararsi al peggio, non c'è problema... non come i loro cugini sul Golfo del Messico, spazzati via da Katrina.

Lunedì mattina in viaggio per Long Island, la lunga striscia di terra che da Brooklyn e Queens si estende per centinaia di chilometri verso Est. Lo spettacolo è completamente diverso. L'occhio del ciclone è passato poco distante da New York, salvando la città, ma portando una scia d’inondazioni e devastazioni su tutto il resto dell'isola. Mezzo milione di persone senza elettricità, i tecnici prevedono di riuscire a riportare la corrente non prima di venerdì. Basta un albero caduto per tagliare la luce a diecimila persone. E di alberi ne sono caduti dappertutto.

Sull'oceano, le ondate hanno aperto nuovi bocche di porto nelle lagune costiere a Fire Island e intere città sono state sommerse sotto un metro di acqua. Ma anche qui, la gente locale, per lo più italo-americani ed immigrati, la prende con filosofia. Si arrangia come può, cerca aiuto dagli amici più fortunati per ricaricare le batterie delle pile e mettere al sicuro il contenuto del freezer.

I danni stimati ammontano a dodici miliardi di dollari, ma grazie al biblico sforzo di prevenzione ed evacuazione, le vittime sono state pochissime. Sicuramente un sollievo e un motivo d'orgoglio per queste due facce della nazione, la Grande Mela e la “real America” di Long Island, ancora nel pieno di una recessione da cui non si vede alcuna via d'uscita.


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