di Roberta Folatti

Uno studio d’animazione composto di trentenni che, dopo aver fatto esperienze all’estero, hanno deciso di tornare nella loro città, Palermo, e di “aggredire” il mondo del lavoro da lì. Nella convinzione di essere bravi, molto bravi.

di Roberta Folatti

Non si decise mai a scrivere la sua autobiografia, nonostante le insistenze di amici e editori, perchè pensava che la sua vita fosse troppo normale per interessare a qualcuno. In effetti non fu mai un’attrice capricciosa o una regina del gossip anzi la sua correttezza e disponibilità sono ricordate da tutti, ma la scelta di mantenere un profilo basso non le impedì di diventare un’icona.

di Roberta Folatti

A chi non è un esperto, la visione di Mondovino di Jonathan Nossiter riserva una catena di sorprese. La maggiore e più eclatante è che quasi tutta l’élite dei produttori vinicoli pende dalle labbra (e dai capricci) di due persone. Un enologo francese, Michel Rolland, e un critico americano, Robert Parker.

di Roberta Folatti


L’abbiamo visto interpretare con sensibilità e delicatezza un cieco e un ragazzo padre alle prese con la figlia adolescente, rispettivamente in “Onde” e in “Tu devi essere il lupo”. Piccoli film di registi esordienti che fanno ben sperare nel futuro del cinema italiano. Nell’ultima sua interpretazione, “Anita”, è stato diretto da Aurelio Grimaldi, altro autore di grande originalità.
Ma Ignazio Oliva non fa solo l’attore, ha girato documentari sulla cooperazione e lo sport e ultimamente è diventato socio di una casa di produzione cinematografica, la Verdeoro.
Ecco il sunto di una chiacchierata con lui.

di Roberta Folatti


Alla fine il più saggio ed equilibrato di tutti sembra essere il piccolo Pramod, bambino indiano che vive in un orfanatrofio nei dintorni di Bombay. Il suo bisogno di dipendenza da una figura adulta e protettiva, non gli offusca le idee, nemmeno nel momento in cui gli viene proposto di scegliere tra la sua “casa” e un luogo molto più confortevole in Europa.

Nel film Dopo il matrimonio non potrebbe essere più accecante il contrasto tra le formicolanti strade indiane che trasudano una miseria incurabile e l’asettica perfezione di Copenaghen o della tenuta miliardaria - con tanto di branco di cerbiatti - appartenente a uno dei protagonisti.
Candidato danese alle nomination all’Oscar, il film di Susanne Bier, che ha avuto un grande successo in patria, è per molti versi interessante e si fa ricordare per le scelte stilistiche originali. Viene da dire fin troppo originali, visto che lasciano chiaramente trasparire lo sforzo di creare una sorta di marchio registico. I primi piani sugli occhi degli attori, su parti del volto, sulle mani che si contraggono nei momenti di alta emotività, sono frequentissimi e ad un certo punto se ne sente persino il peso eccessivo.


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