di Maura Cossutta

Welby è morto come aveva deciso, voluto. Una scelta di un uomo che ci ha costretto a pensare, a discutere. Su di lui e, quindi, su di ognuno di noi. Perché avremmo potuto essere lui, perché lui è stato come noi. Una malattia tragica, la sua, che imprigiona il corpo e lascia libera la mente, anno dopo anno, giorno dopo giorno. Non ce la faceva più. Lasciatemi andare, lasciatemi morire. Tante volte, quando facevo il medico in ospedale, ho sentito queste parole. Dette sottovoce, con gli occhi, con le mani. Forse si intuisce quando si è alla fine e si cerca un conforto, un aiuto. Aiutami, non farmi soffrire. E il medico può, deve. Saper accompagnare alla morte è il compito più difficile, che dovrebbe essere insegnato e imparato da ognuno di noi, di chi è medico ma anche di chi non lo è. Morire senza dolore, senza soffrire, con accanto qualcuno che ti accompagni, che ti ama, che ti vuole bene: non è così per tanti, per troppi. Ha ragione chi oggi, di fronte alla morte di Welby, insiste su questo; sulle scelte che si devono fare, sulla mostruosa carenza di risposte per garantire assistenza dignitosa per i malati terminali, per accompagnarli a vivere fino alla fine con serenità e dignità.

di Elena G. Polidori

La Cassazione dice che è permesso picchiare le moglie se cerca di educare i figli al rispetto di una religione diversa da quella del padre. Benedetto XVI chiede la castità come unica misura anti-Aids per debellare la peste del secolo dall’Africa. E nell’ombelico del mondo, che è sempre Roma, i teodem sferrano l’ennesimo, vigoroso, attacco ai pacs, si fanno scudo del referendum sulla legge 40 per ribadire che non si tocca e applaudono festanti al Tribunale di Roma che ha chiuso la porta alla possibilità di Piergiorgio Welby di morire con dignità. Così non si parlerà più, almeno per un po’, di eutanasia. Episodi apparentemente scollati tra di loro, ma che pur senza essere sottili e scafati politologi, si possono leggere come avvisaglie di un clima che sta cambiando in peggio, nel segno della lotta al relativismo e al progresso della società e delle sue conquiste civili. E’ un pensiero unico senza spessore quello che avanza, buono per raccattare voti e consensi nel popolo impaurito dalla modernità e dall’autodeterminazione degli uomini liberi. E capace di rastrellare voti e consensi in chi si sente ancora orfano dei partiti confessionali e non si é mai fatto una ragione di un bipolarismo politico che li ha costretti a scegliere se stare a destra o a sinistra; per comodità e ignavia non avrebbero mai voluto fare un passo oltre il centro. E adesso cominciano a rivedere la luce.

di Elena G. Polidori

La notizia, al primo impatto, sembrava quella di una Giunta per le autorizzazioni della Camera che, con qualche giorno di ritardo rispetto al Senato, aveva deciso di ricontare le schede delle elezioni politiche 2006. Poi, dopo qualche ora, la notizia è diventata un’altra, quella di un Silvio Berlusconi sempre più convinto di aver subìto il furto della vittoria e ora addirittura deciso, in caso di dimostrati brogli, a rimescolare le carte per le più alte cariche dello Stato, dalle presidenze delle camere fino al Quirinale. L’assioma di partenza è semplice: dopo aver delegittimato, con un martellante gioco mediatico, la maggioranza del Parlamento uscita dalle urne l’11 aprile del 2006, adesso si punta a minare le fondamenta delle Istituzioni nominate proprio da questo parlamento “palesemente illegittimo”. Berlusconi, interrogato sull’argomento, ha ostentato saggezza e inusitato senso dello Stato commentando sornione che “se dovesse cambiare qualcosa dopo la riconta, si dovrà prendere una decisione che non sarà soltanto mia”. Prodi, però, non sembra avere alcuna intenzione di scendere sul terreno dello scontro. E da Bruxelles risponde stizzito alle elucubrazioni dell'avversario: "Berlusconi sbaglia sempre le previsioni; hanno deciso di ricontare?Lasciamoli fare". Nella Cdl, però, si scalpita.

di Alessandro Iacuelli

La notizia è di quelle che non dovrebbero passare inosservate. Le parole del cardinale Raffaele Martino non danno luogo ad equivoci: "Come membro dell’Aiea, la Santa Sede aderisce ai programmi per l’uso pacifico dell’energia atomica". Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, continua affermando che "la deterrenza non può continuare all’infinito; si può accettare che scoraggi, ma se si continua questo non è più accettabile", senza citare però esplicitamente né il caso dell’Iran né quello della Corea del Nord. "Quando ero osservatore vaticano alle Nazioni Unite", ha ricordato il cardinale, "non ho fatto che sbraitare, raccomandando che le armi nucleari non dovevano essere portate nel nuovo millennio”. Rispondendo alle domande dei giornalisti nella conferenza stampa di presentazione del Messaggio per la Giornata della Pace, Martino ha poi rilevato che "recentemete la Russia ha deciso di smantellare le testate nucleari insieme agli Stati Uniti, resta però l’energia che potrebbe essere usata o venduta per le centrali termiche". Secondo Martino, "la questione dell’energia alternativa deve preoccupare il mondo intero perché le fonti non sono eterne".

di Fabrizio Casari

I Pacs escono dalla Finanziaria. Il governo ha infatti ritirato l’emendamento che equiparava l’aliquota fiscale della successione anche alle unioni civili, cioè a tutte le convivenze diverse dal matrimonio. Era una norma giusta, pur se insufficiente. Niente da fare. L’emendamento è stato sostituito da un ordine del giorno del Governo che impegna la maggioranza a presentare, entro il 31 gennaio del 2007, una legge ad hoc. Non è certo una buona notizia, ma qualche ragione il Governo ce l’ha, dal momento che l’emendamento non sarebbe passato nella Commissione Bilancio, visto che la Margherita avrebbe votato contro insieme al centrodestra. Lo sbarramento dei dielle era del resto prevedibile: se nel voto di fiducia non sono possibili alleanze trasversali, lo sono invece in sede di Commissione. Dunque, se l’emendamento sui Pacs avesse superato l’esame della Commissione Bilancio, il partito di Rutelli avrebbe dovuto poi votarlo in sede di fiducia sulla Finanziaria, cosa che avrebbe mandato Ruini su tutte le furie. Prodi ha quindi scelto di ritirare l’emendamento per salvare la finanziaria dalle forche caudine dell’alleanza tra Margherita e centrodestra in Commissione.


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