di mazzetta

Se qualcuno pensava che il fallimento epocale di Bush nella War on Terror e l'avvento di Obama avrebbero finalmente zittito quegli eroi di carta che da anni ci spingono a far la guerra a questo o a quello, farà bene a ricredersi. L'attacco a Mumbai ha scatenato le stesse opinioni degli stessi opinionisti che vendettero la guerra all'Iraq alle opinioni pubbliche Occidentali. C'è ancora gente che suggerisce di attaccare un paese piuttosto che di bombardarne un altro, cercando di convincerci che sia la cosa giusta da fare, nonostante le robuste dimostrazioni pratiche degli ultimi anni suggeriscano che si tratti invece di un approccio fallimentare e inutile. Sparita come per incanto la minaccia all'Iran, i “media warrior” si sono schierati sul fronte pachistano, scoprendo all'improvviso che il Pakistan ha avuto un ruolo negli attacchi del 9/11, che ha nutrito la proliferazione nucleare e che – orrore - il suo governo non è in grado di combattere i terroristi da solo.

di Luca Mazzucato

NEW YORK. Il 2008 sarà il primo anno di un secolo non più americano ma multipolare. A dirlo non è Putin, ma il Consiglio Nazionale dell'Intelligence USA, che in un recente rapporto sancisce la fine del dominio americano entro pochi anni, a favore di Cina, India e Russia. La crisi finanziaria, arrivata a Wall Street partendo dai mutui sulla casa, sta trascinando con sé tutti gli altri settori dell'economia americana. Il paese è ufficialmente in recessione: non solo non si vede alcuna luce in fondo al tunnel, ma il bus è rotto e il conducente ha perso i soldi per la manutenzione giocando alle tre carte con le banche. Mentre la gente si ammazza per arrivare per prima ai saldi del Ringraziamento (letteralmente: tre morti in un giorno), le statistiche sull'hi tech sono impietose: a causa della stretta sull'immigrazione dopo l'11 Settembre e dell'emergere delle nuove potenze asiatiche, gli Stati Uniti stanno drammaticamente segnando il passo.

di Eugenio Roscini Vitali

Mentre l’Unione Europea condanna Pristina per la mancata tutela della minoranza serba, dall’altra parte del confine sono gli albanesi a pagare il prezzo della secessione del Kosovo e Metohija, costretti a vivere sotto la costante minaccia di un popolo arrabbiato che ha visto violare l’integrità territoriale e l’identità nazionale e che non ha accettato la decisone unilaterale imposta da Washington e Bruxelles. A denunciare la situazione è Human Right Watch, l’organizzazione internazionale per i diritti umani che in un report di 74 pagine parla di un clima di tensione e di violenza al quale non sanno, o non vogliono, far fronte neanche le autorità di Belgrado. Epicentro degli incidenti è la provincia autonoma di Vojvodina, dove tra febbraio e marzo sono state documentate decine di aggressioni portate dai gruppi ultranazionalisti alle abitazioni e alle attività commerciali gestite dalla minoranza albanese; un segnale di quanto in certi luoghi soffi ancora forte il vento d’intolleranza, un vento che neanche le prospettive europee posso placare.

di Stefania Pavone

L’urlo di angoscia e di dolore del popolo palestinese si leva nell’aria di una Gaza senza più alcuna forza, piegata dal violento assedio israeliano. Uomini, donne e bambini sono ormai degli animali in gabbia che neanche il lampo azzurro di uno spicchio di cielo può più consolare. Latte. Luce. Medicine. Cibo. Manca tutto a Gaza. Tutto quello che serve a vivere. Forse persino l’aria. E mentre sono passate nei telegiornali delle televisioni del mondo intero le immagini dei pacifici cortei dello scorso 29 novembre, giornata mondiale di solidarietà indetta dall’Onu in favore della Palestina, i giorni scorsi hanno registrato gli atti certi di quella tragedia nella tragedia che è il progressivo avvicinarsi del confronto armato tra Fatah e Hamas.

di Carlo Benedetti

Con la morte dell’ottantenne Patriarca ortodosso, Aleksei II, si annuncia a Mosca un radicale cambiamento politico-religioso. Questa è almeno la speranza che viene avanti in molti ambienti della chiesa locale e nelle alte sfere della diplomazia del Cremlino. Perché la scomparsa del religioso (il nome reale era Aleksei Ridgher, nato in Estonia, a Tallin, il 23 febbraio 1929) apre un capitolo nuovo quanto a relazioni interne nella Russia, nel campo della chiesa ortodossa e, soprattutto, nei rapporti con la Chiesa di Roma. Intanto, mentre gli alti prelati (abituati alla politica del “niet” che accomunò il ministro sovietico Gromyko al religioso Ridgher) si affrettano ad eleggere un “reggente”, comincia il giro delle illazioni e delle previsioni sul futuro della gestione dell’intero Patriarcato. La questione - dal punto di vista della geopolitica russa - è complicata, proprio perché la direzione di Ridgher, quanto a rapporti con l’altra grande chiesa (quella di Roma), era stata conflittuale ed anche caratterizzata da forti differenze.


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