di Stefania Pavone

Le più grandi speranze diplomatiche si sono arrestate di colpo quando il Presidente francese di turno all’ONU, Kouchner, nonostante grandi sforzi in tutte le direzioni, non è riuscito a trovare un accordo di nessun tipo in seno al Consiglio di sicurezza. La crisi di Gaza rimane una crisi netta e vede annunciarsi, nei suoi fallimenti politici, sempre più lo stallo pauroso della diplomazia mondiale. Tutto mentre le esili speranze della popolazione palestinese si attaccano al filo di tre ore di una tregua concessa da Israele per prendere aiuti alimentari e cercare parenti. I documenti sul tavolo dell’Onu sono due: una bozza della Libia e quella della cosiddetta “dichiarazione presidenziale”, presentato dalla Francia e che deve essere approvato all’unanimità. Kouchner, assieme alla Rice al segretario del Foreign Office David Millibrand e ai suoi colleghi americano e britannico, ha incontrato i capi diplomatici dei paesi arabi per gettare le basi di un cessate il fuoco duraturo e permanente, come va di moda dire da qualche giorno, tra Israele e Hamas.

di Carlo Benedetti

L’ordine è partito dal centro operativo del “Gazprom” ed è stato concordato con il governo di Putin. E così il blocco del flusso di gas verso l’Ucraina non è più solo una minaccia. Ora è operativo e sta a significare che la “riduzione” sarà pari a 65 milioni e 300 mila metri cubi, cioè la quantità di gas che l’Ucraina ha sottratto ai consumatori europei, clienti fedeli della Russia. Ma a soffrire per questa decisione non sarà, ovviamente, la sola Kiev, perché i gasdotti forniti di gas russo si irradiano, dall’Ucraina, verso altre nazioni. A forte rischio c’è anche l’Italia che dipende dal gas russo per il 30% del suo import e che ha scorte per almeno un mese come sostiene il ministro Scajola. Si scatena così quella che nel gergo geopolitico e geoeconomico è chiamata la “guerra del gas”. Da un lato c’è la potenza produttrice (Russia) e dall’altro la nazione che offre il “transito” (Ucraina) ricevendo anche una parte del prodotto. Ma è sulla questione del prezzo da pagare che non si trova l’accordo.

di Eugenio Roscini Vitali

Sono cinque i soldati delle Forze di Difesa Israeliane che hanno perso la vita nei primi tre giorni d’invasione della Striscia di Gaza, quattro dei quali uccisi dal fuoco amico, colpiti durante gli scontri occorsi contro le formazioni combattenti di Hamas; 575 i palestinesi morti dall'inizio dell'operazione “Piombo fuso” (molti di più se si pensa ai corpi che potrebbero essere ancora sul campo di battaglia), almeno 150 i civili, moltissime le donne e bambini, quasi tremila i feriti. Dopo otto giorni di assedio e tre di guerra aperta e nonostante il tributo di sangue pagato dai civili arabi ed ebrei, il primo obiettivo dell'attacco non è ancor stato raggiunto. I razzi palestinesi continuano a cadere su Israele e il range si allunga enormemente, arrivando addirittura a meno di 30 chilometri dalla periferia sud di Tel Aviv: l'ultimo, che si è abbattuto sul centro abitato di Gedera, ha ferito lievemente un neonato di tre mesi; più di 40 i Grad da 122 mm e i Qassam da 105 mm sparati lunedì verso Ashkelon, Ashdod, Sderot, Kiryat Malakhi, Ofakim, Netivot e Be'er Sheva.

di Michele Paris

A distanza di pochi giorni dall’insediamento ufficiale alla Casa Bianca, il presidente-eletto Barack Obama ha visto cadere la prima tegola sul proprio gabinetto che dovrà affrontare a breve la conferma dei suoi membri di fronte alle varie commissioni del Congresso. Sono stati gli sviluppi di un’indagine in corso da qualche mese in merito ad un presunto scambio di favori tra il segretario al commercio designato, Bill Richardson, e un suo finanziatore, a spingere il governatore democratico del Nuovo Messico a ritirare il proprio nome dalla squadra di governo del 44esimo presidente degli Stati Uniti. L’ex segretario all’energia ed ambasciatore alle Nazioni Unite durante gli anni dell’amministrazione Clinton, sarebbe indagato per essersi adoperato affinché un’agenzia dello stato - di cui è a capo - chiudesse un lucroso contratto di fornitura con una società finanziaria californiana che figurava tra i finanziatori della propria campagna elettorale.

di Fabrizio Casari

Tra pochi giorni, Barak Obama, svestirà i panni del fenomeno politico-mediatico per indossare quelli - certo meno confortevoli e assai più impegnativi - di Presidente degli Stati Uniti d’America. Si è già scritto e detto in ogni salsa di quello che il primo presidente afroamericano simboleggia nel contesto di una superpotenza mai così in crisi d’identità, ruolo e prospettive, insomma di leadership globale. Si dirà e si scriverà di cosa farà nei primi cento giorni del suo mandato, come se la crisi sistemica che investe gli Stati Uniti fosse risolvibile in tre mesi di presidenza più o meno illuminata. Ma se i primi passi saranno dedicati a smantellare le linee di politica interna ed estera di Bush, un aspetto non secondario di questo percorso riguarderà proprio il rapporto tra Stati Uniti e America Latina. Nel suo programma elettorale, il neo presidente Usa aveva dedicato solo tredici pagine ai rapporti con il resto del continente, senza cheperaltro vi fossero però contenute particolari, significative affermazioni tali da giustificare ipotesi di lavoro immediate. Anzi, a ben guardare, solo nel capitoletto dedicato all’America Latina non si inneggiava al “change”, non si lanciavano slogan che potessero svegliare attese e speranze nei popoli latinoamericani per il nuovo inquilino della Casa Bianca.


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