di Domenico Melidoro

È da tempo che i rapporti tra i centristi dell'UDC e Silvio Berlusconi si sono logorati. Già nell'ultimo periodo della passata legislatura erano emerse tensioni tra l'allora Segretario Marco Follini e l'ex-Premier. L'UDC, nel tentativo di salvarsi dal prevedibile esito negativo delle imminenti elezioni politiche, chiedeva a gran voce discontinuità nell'azione di governo. Inoltre, il fatto che Casini potesse essere uno scomodo concorrente alla leadership berlusconiana, non poteva far altro che acuire i contrasti in una Casa della libertà che, priva di qualsiasi strategia di lungo respiro, implodeva in un fumoso vortice di polemiche. La sconfitta alle elezioni e la perdurante egemonia di Berlusconi (dato che di successione alla guida della CDL non si parla ancora come di un evento all'ordine del giorno) non ha certo consentito di appianare le divergenze tra il Cavaliere e il partito di Casini, Cesa e Follini. Anzi, da qualche giorno si è passati allo scontro aperto.

di Giovanna Pavani

Daniele Capezzone Stupisce l'attivismo dei Radicali italiani e, in primis, del suo segretario Daniele Capezzone, nell'alzare polvere intorno al disastrato panorama dell'informazione italiana, in special modo la Rai, nel tentativo di abbatterne ogni residuo di credibilità dei suoi operatori. Dopo la presentazione di un progetto di legge per l'abolizione dell'Ordine dei Giornalisti, vecchio pallino pannelliano, che ha sempre avuto in uggia le regole della categoria, nei giorni scorsi il giovane Capezzone è sceso in campo per ottenere una maggiore trasparenza delle nomine Rai, attraverso la denuncia, puerile nella forme e anche nella sostanza, di un fantomatico "pizzino" con l'elenco dei nominandi, ritrovato in maniera "del tutto casuale", sui divani del Transatlantico di Montecitorio. L'iniziativa, degna più di un Pierino di Alleanza Nazionale che di un parlamentare italiano che si muove sotto la bandiera del garantismo, ha sortito lo scopo di creare ancora più confusione intorno alla Rai e alla sua preoccupante paralisi politica. E anziché essere accolta con sorrisi condiscendenti da parte dei colleghi parlamentari di ogni colore, è stata cavalcata non a caso dalla destra come ennesima dimostrazione del tentativo del nuovo governo di lottizzare la Rai fino all'ultimo strapuntino libero.

di Sara Nicoli

Sembrava un'iperbole la frase con cui Romano Prodi ha voluto sintetizzare la questione Rai, chiarendo che si trattava di una faccenda talmente difficile da risolvere che, in confronto, l'organizzazione della missione di pace in Libano appariva quasi un gioco da ragazzi. Sembrava, appunto, solo una battuta. Poi, lo stallo del consiglio di amministrazione di mercoledì scorso e l'incapacità della struttura di governo aziendale di varare un semplice riequilibrio di forze attraverso qualche nomina mirata, ha reso evidente a tutti che la Rai è oggi più di ieri il laboratorio politico del Paese, l'interfaccia della capacità di governare di questa maggioranza e il punto di snodo della sua reale possibilità di incidenza sul cambiamento delle regole imposte da cinque anni di pressione berlusconiana sul Paese. La visione d'insieme è piuttosto sconfortante.

di Domenico Melidoro

Torna settembre e si ritorna a parlare più concretamente di politica. Con questo non si vuole dire che il dibattito politico di agosto sia stato sonnacchioso e di basso livello. Anzi, le questioni di politica estera al centro dell'attenzione hanno visto l'Italia ricercare e ottenere un ruolo di primo piano nelle questioni internazionali dopo la deludente stagione della politica estera berlusconiana, priva di idee che andassero al di là della cieca obbedienza al potente alleato americano. Il ruolo dell'Italia nella missione di pace in Libano sotto le bandiere delle Nazioni Unite rappresenta un innegabile successo del Premier Prodi e del Ministro degli Esteri D'Alema, oltre che un segnale del ritorno con una voce sola dell'Unione Europea sulla scena dei drammatici conflitti internazionali. Settembre è però tradizionalmente anche il mese in cui, dopo la pausa estiva, ritornano sul tappeto le grandi questioni economiche nazionali, e l'avvicinarsi del varo della manovra finanziaria innesca inevitabilmente il dibattito sulle scelte economiche e sociali che il Governo dell'Unione intende compiere per risanare ma anche per favorire la crescita del Paese.

di Sara Nicoli

Dire quanti ne siano morti, solo nell’ultima settimana, con negli occhi un lembo di terra a portata di mano e solo in un attimo diventato irraggiungibile, lo si saprà con certezza solo tra qualche tempo, quando il mare avrà restituito le salme. Ma sarà comunque un calcolo incerto, come altrettanto incerta è la sorte di chi, invece, si è salvato dal mare ma non riuscirà a farla franca dal raggelante abbraccio della Bossi-Fini e dalla conseguente segregazione in qualche Cpt nazionale, senza via di scampo. Avvoltoi di ogni provenienza si stanno avventando, in questi giorni, sugli stranieri annegati nel Canale di Sicilia. La destra che cerca di mettere in difficoltà il governo, sindaci e assessori al turismo di Lampedusa che esigono il blocco delle barche a debita distanza dai vacanzieri (come dire, che anneghino più in là!), sedicenti esperti di immigrazione che declinano litanie di stampo razzistico che, in buona sostanza, finiscono tutte allo stesso modo; chiudiamo le frontiere e non se ne parli più.


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