Mentre il presidente americano Biden è sbarcato in Europa per pianificare il prossimo passo del suicidio politico ed economico del vecchio continente, dopo un mese di guerra qualcuno da questa parte dell’Atlantico sta iniziando forse a prendere coscienza che l’asservimento agli interessi degli Stati Uniti ha portato questa volta a pestare i piedi al paese sbagliato. Gli eventi di queste settimane, culminati per il momento nella decisione di Putin di chiedere pagamenti in rubli per le vendite di gas e petrolio, stanno infatti dimostrando come i piani occidentali per provocare l’intervento di Mosca in Ucraina rischiano di diventare un clamoroso boomerang, fondamentalmente per via di due fattori: la qualità dell’apparato militare e la vastità delle materie prime a disposizione della Russia.

 

Quella che doveva essere un’azione coordinata per provocare il tracollo economico e finanziario russo minaccia insomma di produrre l’effetto contrario. L’ordine firmato mercoledì dal Cremlino di convertire tutti i contratti energetici con paesi ostili, Italia inclusa, in valuta russa ha improvvisamente messo davanti alla classe politica occidentale due opzioni altrettanto problematiche. Ovvero la prospettiva di una devastante recessione, alimentata dall’aumento vertiginoso del prezzo delle “commodities” (quando disponibili), con conseguente crollo della competitività industriale, oppure il rafforzamento della moneta russa e, accelerando un processo già in atto, il conseguente indebolimento della posizione del dollaro come riserva valutaria globale.

A tutta prima, la reazioni di molti politici europei sono apparse quasi comiche, ma a ben vedere hanno evidenziato il loro spiazzamento di fronte al nuovo stato delle cose. Il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti ha proposto ad esempio un acutissimo interrogativo su quanto potrebbe durare il “regime” di Putin se l’Italia e, presumibilmente, il resto dell’Europa dovessero sospendere le importazioni di gas russo. La risposta è tutt’altro che certa, ma senza dubbio più a lungo dei governi e della (relativa) prosperità economica europea. Il ministro dell’Economia  tedesco, Robert Habeck, e lo stesso presidente del consiglio Draghi hanno definito invece “illegale” la mossa di Putin sui pagamenti in rubli perché in violazione dei contratti esistenti. C’è da chiedersi, se questo è il metro di giudizio, quale sia allora il grado di legalità di decisioni come la cancellazione del contratto per la costruzione del gasdotto Nord Stream 2 o la confisca (furto) delle riserve della Banca Centrale russa detenute nelle banche occidentali.

La prima ritorsione significativa di Putin contro le sanzioni europee e americane ha in ogni caso risollevato in fretta la valuta russa, dopo il crollo seguito al lancio delle operazioni militari in Ucraina. La decisione che prenderanno i governi UE nei prossimi giorni circa il pagamento delle forniture energetiche provenienti dalla Russia sarà dunque piuttosto interessante. Se si ricorrerà ai rubli, i vantaggi monetari per Mosca cresceranno, riducendo significativamente l’impatto delle sanzioni. In caso contrario, lo stop di gas e petrolio russi faranno schizzare a livelli vertiginosi i prezzi per gli utenti europei, avvantaggiando ancora di più la Russia, per non parlare dello spettro di possibili razionamenti.

Le misure relative a gas e petrolio potrebbero essere inoltre solo un anticipo delle contromosse allo studio del Cremlino. L’illusione di poter escludere la Russia dai circuiti commerciali e finanziari internazionali in maniera indolore rischia di trasformarsi in un incubo. Lo stesso meccanismo appena implementato per i prodotti energetici potrebbe essere deciso nelle prossime settimane per il grano, per l’alluminio, per il titanio, per il potassio (utilizzato per i fertilizzanti) e altro ancora. La spirale inflazionaria che si innescherebbe, assieme alle difficoltà di approvvigionamento, sono facilmente immaginabili. Il tutto mentre altri paesi – dall’India al Pakistan, dal Golfo Persico all’Asia sud-orientale, dalla Cina all’America Latina – continueranno a intrattenere rapporti con Mosca, spesso approfittando di forniture di materie prime russe a prezzi scontati.

Queste dinamiche sono evidentemente alla base delle mire americane sull’Europa. La visita di Biden iniziata giovedì serve appunto a concordare l’applicazione di nuove sanzioni contro la Russia, così come l’invio di altre armi al regime di Zelensky, che aggraveranno la situazione dell’Europa. Per contro, limitandosi al solo settore energetico, gli USA otterranno finalmente la penetrazione nel vecchio continente del gas liquefatto (LNG) estratto dai propri giacimenti. Sotto forma di assistenza disinteressata a un continente tenuto in balìa del ricatto energetico putiniano, Washington conquisterà un nuovo gigantesco mercato per i propri produttori. L’Europa, dal canto suo, pagherà molto di più rispetto al gas russo e dovrà costruire infrastrutture destinate alla rigassificazione che, per entrare a regime, richiederanno tempi tutt’altro che brevi.

Gli apparenti vantaggi strategici derivanti per gli Stati Uniti dal prolungamento della crisi ucraina e dalle divisioni alimentate artificialmente tra Europa e Russia non sono ad ogni modo un segno di forza. Al contrario, le provocazioni che hanno portato al conflitto in corso sono piuttosto il sintomo della disperazione della classe dirigente americana, impossibilitata a trovare un compromesso o un accordo con una potenza come la Russia, che rispetti le legittime esigenze di sicurezza di quest’ultimo paese, perché ciò avrebbe comportato un indebolimento della propria egemonia globale o, quanto meno, di ciò che ne resta. Prova ne è il fatto che la condizione cruciale richiesta dal Cremlino nei mesi precedenti l’inizio delle operazioni belliche, cioè la garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO, era già un elemento acquisito a Washington e a Bruxelles, ma nessuno in Occidente ha voluto dichiararlo pubblicamente, anche se ciò avrebbe evitato la guerra in corso.

La portata distruttrice delle politiche americane, per cui a farne le spese sono in primo luogo la popolazione civile ucraina e le economie dei docili alleati europei, deriva così dalla necessità di impedire a tutti i costi il consolidarsi di un’aggregazione euroasiatica fondata sul commercio, sull’impulso alla costruzione delle infrastrutture e sulle direttrici energetiche. Una realtà simile, già in fase relativamente avanzata grazie proprio al ruolo di Russia e, soprattutto, Cina, rappresenta una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti o, per meglio dire, per quella parte dell’apparato di potere riconducibile alla galassia “neo-con”, ben rappresentata in entrambi i principali partiti americani.

Questo obiettivo ha l’assoluta priorità per Washington e deve essere perseguito anche se dovesse scatenare un conflitto nucleare. Inutile aggiungere che una follia simile ha bisogno di essere sostenuta da una campagna propagandistica proporzionata e, in effetti, la macchina mediatica “mainstream”, ben rodata dall’escalation della disinformazione degli ultimi due anni, sta mettendo in campo forze senza precedenti, facendo emergere tendenze censoree sempre più preoccupanti.

Quanto all’Europa, le ultime settimane hanno segnato la fine, almeno all’apparenza, di qualsiasi velleità di autonomia strategica e della difesa dei propri interessi attraverso il collegamento ai progetti di sviluppo offerti dall’Asia e dalla stessa Russia. L’ex diplomatico italiano Marco Carnelos, in un recente commento sulla testata on-line Middle East Eye, a proposito delle conseguenze prodotte dalla gestione della crisi ucraina, ha spiegato che “l’Europa non solo è politicamente irrilevante, ma sarà quella che sentirà di più gli effetti negativi”, poiché “dovrà riorientare dal punto di vista geografico i propri commerci in condizioni economiche estremamente sfavorevoli”. Ciò a causa della “diversificazione forzata delle forniture energetiche” che si preannuncia, con “pesanti aumenti in termini di costi”. La ragione di tutto questo non è altro che la sostanziale cessione della politica estera europea alla NATO, a tutti gli effetti uno strumento per la promozione degli interessi americani.

Come già accennato, il comportamento americano scatena forze che producono effetti contrari a quelli desiderati. Un primo fattore è la resistenza che, dietro l’apparente compattezza occidentale, sembra esserci in determinati ambienti politici, accademici e imprenditoriali non del tutto venduti ai diktat suicidi di Washington. Al livello dei governi sono inoltre già emerse posizioni più o meno critiche del muro contro muro con la Russia, come quella della Francia e, ancora di più, dell’Ungheria. C’è inoltre il consolidamento della partnership sino-russa, malgrado gli sforzi di Washington, evidenti proprio in questi giorni, di provocare una spaccatura tra Mosca e Pechino. Un’altra questione, ormai ben nota per i bersagli della furia sanzionatoria USA, è quella dello stimolo all’autosufficienza economica per sopperire alla carenza di beni non più reperibili sui mercati da cui i paesi penalizzati vengono esclusi.

Riguardo la Russia, il tentativo di isolamento è ancora più complicato per gli Stati Uniti, in primo luogo per la grandissima disponibilità di materie prime che, piaccia o meno alla Casa Bianca, continueranno a fare gola a molti al di fuori dell’Europa o del Giappone. C’è poi da considerare il fatto che l’esempio di banditismo offerto con il congelamento delle riserve russe nelle banche occidentali, così come le altre sanzioni finanziarie, non può che convincere un numero crescente di paesi a svincolarsi dal sistema dominato dal dollaro per evitare misure punitive dello stesso tenore in caso dovessero adottare politiche poco gradite a Washington.

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