di Raffaele Matteotti

Il primo gennaio 2007 l’Unione Europea si è fatta un po’ più grande ed ha accolto Bulgaria e Romania, ma soprattutto i suoi abitanti, nella grande famiglia europea. L’avvenimento è stato festeggiato alla grande nei due paesi, gli abitanti dei quali si sentono di aver raggiunto uno status che fino a ieri era stato loro negato, quello di europei con gli stessi diritti di tutti gli altri europei. Al di là della retorica, per bulgari e rumeni l’accoglimento dei loro paesi nella UE significa soprattutto la fine di un apartheid cominciato alla fine della seconda guerra mondiale, quando i due paesi, insieme ad altri, si ritrovarono dalla parte più sfortunata della Cortina di Ferro. L’ingresso nella UE significa ovviamente altro, prima fra tutte la possibilità di un sostanziale miglioramento del tenore di vita e l’apertura delle ostili frontiere che fino a ieri significavano, per i cittadini di questi paesi, l’essere considerati europei di serie B. La novità porterà con se parecchie trasformazioni, non tutte positive, ma fa impressione notare quanto poco si benvenuta nei paesi fratelli d’Europa. L’ingresso di Bulgaria e Romania significa infatti un ampliamento che porterà l’Europa sulla soglia dei settecento milioni di abitanti, ma anche che si dovrà mettere mano a una redistribuzione delle risorse favore di tanti fratelli poveri ai quali si è concessa l’entrata nella casa comune europea; in particolare per quello che riguarda le sovvenzioni all’agricoltura, poiché l’ingresso di paesi più poveri significa la riduzione dei sostegni agli agricoltori dei pesi più ricchi.
Per bulgari e rumeni significherà sicuramente un aumento delle retribuzioni medie, scelta obbligata se si vorrà mantenere in loco la manodopera ed evitare che si disperda nello spazio aperto europeo, attratta da migliori retribuzioni. A testimoniarlo sono gli stessi imprenditori, anche e soprattutto italiani, che negli ultimi due decenni hanno investito in questi paesi. Fatti due conti dovranno offrire ben più degli stipendi d’uso (tra i 150 ed i 300 €) se vorranno evitare la fuga delle loro maestranze verso gli altri paesi, ora che le frontiere non rappresentano più un problema, ma semmai un’opportunità.

A fronte di una perdita, per chi aveva delocalizzato le produzioni fidando sul minor costo del lavoro, non ci sarà un vantaggio altrettanto deciso per bulgari e rumeni; se infatti alcuni di loro riusciranno a strappare una retribuzione migliore, il vantaggio sarà vanificato dall’aumento del costo della vita che colpirà necessariamente anche chi vive di poco o delle pensioni che non risentiranno dell’effetto delle dinamiche di mercato. A ben vedere però, gli imprenditori che hanno delocalizzato guadagneranno sull’aumento di valore dei loro investimenti (terreni e beni immobiliari acquistati a cifre ridicole raggiungeranno ora valori simili a quelli medi europei), mentre c’è già chi ha pensato di fronteggiare l’evenienza importando lavoratori cinesi in Romania. Per i cittadini dei due paesi l’unica grande ed immediata opportunità è quella di poter migrare in altri paesi europei senza temere di essere cacciati.

Business as usual e pochissimo pathos in questa alba del 2007. Tanto poco pathos che non sono mancati i commentatori ed i media che non hanno trovato di meglio che allarmare i cittadini già europei evocando scenari da tregenda. Sulle edizioni locali diffuse nel Nord-Est italiano è così apparsa l’inquietante minaccia della calata di 100.000 nomadi, mentre si sprecano le voci che vedono nell’accoglimento dei due paesi l’inizio della fine e/o l’apertura delle sacre porte ai barbari.

Nulla di cui preoccuparsi in realtà, in particolare se queste uscite sono figlie del grasso Nord-Est che è sempre stato in prima fila nel tradurre il differenziale di costo del lavoro con questi paesi in maggiori guadagni e facili opportunità (anche a sfondo sessuale) per gli imprenditori locali. Quello che dovrebbe davvero preoccupare è la situazione nella quale questi cittadini europei versano quando migrano in altri paesi a riempire i vuoti lasciati dalla denatalità e dall’invecchiamento generale dei paesi che hanno raggiunto il benessere.

La cronaca di questi giorni ci dice infatti che questi neo-europei sono ben accetti in quanto fornitori di merce-lavoro assai difficile da reperire tra i figli della vecchia Europa, ma che per quanto riguarda riconoscerli come soggetti detentori di uguali diritti, il cammino sarà ancora lungo. Nelle nostre città infatti i rumeni (primo gruppo nazionale tra gli immigrati) sono infatti visti malissimo; nessuna amministrazione si cura di accoglierli e il loro destino, una volta terminato l’orario di lavoro, è quello di chi ha per casa una baraccopoli ed è emarginato in quanto povero e in quanto straniero.

Una modalità relazionale che non è propria solo del Nord-Est pseudo-leghista, visto che anche amministrazioni di sinistra in città mediamente accoglienti come Bologna hanno proseguito con gli sgomberi abbastanza sgarbati e con i rimpatri nei loro confronti fino alla vigilia di Natale, quando ormai mancava solo una settimana al termine oltre il quale sarebbero diventati cittadini della UE a tutti gli effetti e come tali aventi il diritto alla libera circolazione nel nostro paese.

A dispetto di queste indegne cadute di gusto e delle varie strumentalizzazioni politiche, la notizia è comunque positiva; la grande famiglia europea si allarga e si arricchisce di nuova linfa avvicinando ormai i suoi confini politici a quelli geografici e culturali. Un ottimo risultato per una avventura iniziata oltre cinquanta anni fa quando ancora si era seduti sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Parafrasando un protagonista ottocentesco della nostra politica: l’Europa è quasi fatta, restano da fare gli europei. Sapendo come è andata a finire, possiamo dire per certo che questo non sarà un lavoro facile, ma possiamo dire anche, e con un accettabile grado di probabilità, che ne varrà la pena.


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