di Giuseppe Zaccagni

Il Cremlino incassa ma non tace. E così commenta: “Come volevasi dimostrare”. Tutto questo in relazione al fatto che l’Alleanza Atlantica, dopo aver scatenato la guerra contro la Jugoslavia, apre - a sette anni da quei tragici eventi - un suo “Ufficio permanente” a Belgrado. Sceglie come sede un intero piano del ministero della Difesa. Entra cioè nel cuore del sistema “difensivo” della Serbia. E compie questo gesto anche in modo simbolico. Perchè furono proprio gli aerei della Nato che nei raid del 1999 ridussero in polvere l’edificio della Difesa jugoslava.E così questo nuovo inquilino - entrato nel Paese a colpi di bombe provocando morte e distruzione - si appresta ora a dettare anche le regole per il futuro. Lo fa con una cerimonia ufficiale (presenti il ministro della difesa serbo, Zoran Stankovic e il vicesegretario generale della Nato, l'italiano Alessandro Minuto Rizzo) nel corso della quale torna a ribadire la necessità di una adesione della “nuova Serbia” ai programmi di partnership for peace. Primo passo - precisano i nuovi padroni dell’Alleanza - sul cammino di una adesione totale che, comunque, è stata già formalizzata. E sono sempre gli uomini della Nato a sottolineare che il passo verso il partenariato starà anche a signifcare che Belgrado consentirà, a partire dai prossimi mesi, il libero passaggio in territorio serbo e il sorvolo dello spazio aereo di unità dei contingenti di pace internazionali schierati nei Balcani.

Non è tutto: in prospettiva, l'ufficio Nato (che sarà diretto dal generale francese Yannick Asset) si occuperà di sviluppare programmi di addestramento congiunto - già avviati da un paio d'anni - e di progressiva armonizzazione degli standard tecnici tra forze armate serbe e forze Nato. Sono queste, in sintesi, le premesse per una futura adesione a pieno titolo. Intanto l’intera operazione mette sempre più in rotta di collisione il Cremlino con la stessa Nato. E le posizioni di Mosca nei confronti della Serbia riguardano anche le prossime elezioni politiche (anticipate) che si terranno nel paese il 21 gennaio prossimo. La Russia, infatti, esprime la sua preoccupazione per quanto si annuncia a Belgrado. E cioè che il principale “cartello” che raggruppa la minoranza albanese della Serbia boicotterà la consultazione. Tutto questo sta a significare che la “Questione Kosovo” è sempre viva e che da un momento all’altro si potrebbe registrare una situazione di dura crisi, con possibili nuovi dissidi interetnici nel Paese.

A farsi avanti, in questo contesto, potrebbero essere il “Movimento per il Progresso Democratico” e i suoi alleati, che rappresentano la piccola enclave di Bujanovac e Presevo. Si tratta di una piccola regione a maggioranza albanese della Serbia meridionale, non lontano dalla provincia del Kosovo. Zona che non invoca ufficialmente pretese d'indipendenza, ma resta pur sempre al centro di periodici fremiti d'insofferenza verso Belgrado. Queste preoccupazioni - che i media russi sottolineano in questi giorni - trovano poi spazio in alcune dichiarazioni che vengono direttamente dagli ambienti della diplomazia e che si riferiscono al problema del Kosovo, che non ha ancora trovato una giusta soluzione e collocazione nell’arena della Serbia e dell’Europa.

I russi sono però preoccupati per eventuali “soluzioni” che potrebbero intaccare la sovranità del loro paese. E la considerazione del vice ministro degli Esteri di Mosca, Grigorij Karassin, è questa: “Se l’Occidente riuscirà ad imporre alla Serbia la sovranizzazione del Kosovo, ci sarà un precedente giuridico internazionale che non può non proiettarsi alla situazione in altri conflitti congelati”. Mosca, in altre parole, teme una sistemazione della questione del Kosovo basata su un distacco totale da Belgrado. Per Mosca si presenterebbe subito lo spauracchio di una Cecenia che potrebbe seguire immediatamente l’esempio dl Kosovo. Come dire che la guerra contro Grozny - avviata da Eltsin e sviluppata da Putin - è stata vana. Uno scenario che Mosca non accetta, anche per il fatto che le “sue” aree che rivendicano l’autonomia dal centro sono già diverse. Si chiamano: Tatarstan, Baskiria, Sacha, Tjumen ed Estremo Oriente, dove l’area di Vladivostock comincia a rimpiangere quella che al tempo della guerra civile era appunto la “Dalnievostocnaja Respublika”.


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