Come in un noto film di Moretti, dove tutti si svegliano presto per vedere l’alba che sorge però alle loro spalle senza che se ne rendano conto, l’attesa per la vittoria di Marie Le Pen e il suo rassemblement è stata superata da un sole diverso che in pochi avevano visto arrivare. Il Nuovo Fronte Popolare, guidato da La France Insoumise, dai Socialisti e dai Verdi, oltre a forze politiche minori, ha fermato l’avanzata xenofoba e fascista che aveva riunito nel blocco del Rassemblement ogni area dell’islamofobia e del razzismo francese. Sono la terza forza politica in Francia ma tanta forza corrisponde ad altrettanta impotenza per mancanza di possibili alleanze.

 

Macron, sebbene abbia raddoppiato i consensi del primo turno, è la seconda forza politica del Paese, dunque l’Eliseo si trova con autorevolezza politica limitata. Il presidente, al quale il suo stesso partito ha implorato di tacere per non perdere voti, ha tentato in ogni modo di spaventare l’elettorato moderato: pochi giorni fa Mathilde Panot denunciava “l’assedio” a Mélenchon come una “perfida manovra per equiparare LFI al Front National” e invitava tutti a guarire da questa “psicosi generale”.

Per quanto riguarda la formazione del prossimo governo la situazione non è semplice. Sono 289 i seggi necessari per la maggioranza assoluta e nessuna delle forze ne dispone. Nell’intero panorama europeo non vi sono tracce di una forza politica che disponga di questo livello di supremazia politico-elettorale. Il leader della sinistra, osteggiato dall’establishment politico-mediatico per dichiararsi ammiratore di Fidel Castro e di Hugo Chavez, che ha portato il LFI dal terzo posto del 2017 al secondo nel 2022 ed ora al primo, ha già chiarito come, in quanto prima forza politica del Paese, il Nuovo Fronte Popolare sia costituzionalmente in diritto di vedersi conferito l’incarico di formare il governo.

Una strada che però l’Eliseo non vorrebbe percorrere perché la decisione di La France Insoumise nel cacciare Macron potrebbe dar luogo ad alleanze parlamentari ardite. Dunque, vista l’indisponibilità reciproca ad allearsi di Melenchon e Macron, è ipotizzabile che il gollismo cerchi una possibile via d’uscita con i liberali, sempre sensibili alla formazione di blocchi governativi pronti a fermare la sinistra ancor più che la destra.

All’indomani di un risultato comunque storico per la Francia, il panorama indica come il bipolarismo corretto possa produrre un corpo a due teste: il peso enorme della destra, mai così forte, vede comunque la vittoria della sinistra ma la tornata elettorale dispone di alcuni elementi che, oltre e al di sopra del risultato, rappresentano degli indicatori politici chiari.

In primo luogo l’alta affluenza alle urne. Da un alto essa testimonia come la disciplina repubblicana di memoria gaullista sia ancora viva nel popolo francese. Lo sbarramento posto in essere contro la possibilità di un governo al partito fascista e xenofobo come il Rassemblement dimostra la maturità democratica di un elettorato che non vuole nemmeno immaginare di consegnare la culla della democrazia europea al fascismo, non importa quale sia il maquillage nominale con il quale si presenta. Dentro all’affluenza straordinaria c’è poi l’aspetto, peculiarmente francese, della partecipazione del popolo delle banlieue altrimenti indifferente ai riti della democrazia formale. L’idea di vedere la Francia in mano agli xenofobi islamofobici ha spinto le periferie composte dalle ultime tre generazioni di immigrati a ingaggiarsi nel voto al Nuovo Fronte Popolare.

Sconfitta l’idea che una sinistra vince solo se coglie il voto dei moderati: testimonia come l’alto astensionismo possa essere ridotto al minimo attraverso l’offerta politica di una sinistra radicale nei contenuti pur se unitaria sul piano politico. Vince una sinistra che non teme di schierarsi per un modello socioeconomico alternativo, che non si tira indietro nel sostegno al popolo palestinese e nella condanna del sionismo criminale di Israele, che giudica come “aggressore” la Nato in Ucraina, che chiede le pensioni a 60 anni e il salario minimo a 1600 euro al mese, che rivendica l’appartenenza alla famiglia politica di stampo socialista e che è indifferente ad ogni possibile sollecitazione centrista. Che in questo modo riesce a portare al voto quel blocco sociale e ideologico storicamente di sinistra che, nel generale brodo liberale di identità indistinta, non trova rappresentazione per i suoi ideali e interessi di classe e dunque si astiene.

C’è quindi una lezione politica importante che si può trarre da questa vittoria. La sinistra, quando è tale, quando rimarca il suo carattere di classe e la sua dottrina socioeconomica di inclusione sociale, ha una forte presa sui popoli, che sanno perfettamente distinguere da chi è arruolato nelle fila imperiali e chi, invece, quel modello – tanto in politica interna come in quella estera – intende rifiutarlo. Dimostra che gli assenti, coloro i quali restano con sostanziale indifferenza ad aspettare che gli eventi abbiano luogo, diventano protagonisti in presenza di qualcuno che li ritenga vittime di un ultraliberismo che ha ampliato e approfondito le diseguaglianze minando a fondo il terreno dell’egualitarismo e dei diritti universali. Vogliono una sinistra che li riconosca come soggetti di diritto, come motore della possibile trasformazione e che li rappresenti.

Quello che resta, al di sopra persino del risultato dato, è la crisi irreversibile del macronismo, ovvero un progetto intriso di fanatismo ideologico a tinte liberiste che ha operato con politiche monetariste contemplando l’ampliamento della forbice sociale quale soluzione alla crisi economica del modello. La crisi è acuta sia all’interno che all’esterno del Paese: nessuno degli indicatori socioeconomici ha il segno positivo.

La Francia, sebbene con un indebitamento che ha spesso superato il 100% del PIL, ha potuto comunque disporre di una fluidità di capitali che gli ha consentito di fare shopping a livello europeo in diversi comparti; il settore pubblico, pure privato degli investimenti necessari, ha comunque mantenuto uno standard elevato ma, ciononostante, l’occupazione si è ridotta, i diritti sociali hanno subito una forte compressione, l’inclusione è venuta meno, le disuguaglianze sono maggiori e la quota di disagio sociale è fortemente aumentata.

Ancor più grave è la forte decrescita del ruolo internazionale di Parigi. L’asse con Berlino, sulla quale dai tempi di Mitterrand e Khol si era fondata la governance della UE, è stata sacrificata sull’altare dell’obbedienza a Washington. Non c’è più traccia dell’autorevolezza francese e della sua influenza sul Vecchio Continente ed anche la velleità di guidare la formazione del sistema di difesa europeo autonomo (pur sempre in alleanza con la NATO) sembra scomparsa dall’agenda europea, nonostante la possibile vittoria di Trump che potrebbe riporre la questione all’ordine del giorno.

Anche la posizione francese, storicamente caratterizzatasi per una autonomia strategica nella politica estera e militare - al punto che la Force de Frappe non viene conteggiata nel dispositivo militare dell’Alleanza - è stata sostanzialmente annullata da un’adesione senza reticenza alle politiche aggressive degli Stati Uniti verso Russia e Cina. A farne le spese è stata l’influenza francese in Europa come in Africa e l’arretramento del peso negli organismi internazionali.

Jean Luc Melenchon è stato il protagonista dell’insurrezione elettorale contro la minaccia fascista e sarà il protagonista di un nuovo indirizzo della politica francese. Macron potrà pronunciare parole autolesioniste, come gli capita ormai da anni o tentare di scatenare il politicismo contro la matematica. Ma la teoria di Archimede sul galleggiamento nulla può contro la forza dei numeri. Cosi che non vi saranno ingegnerie di sorta. La France Insoumise è il timone del cambio e Jean Luc Melenchon è l’uomo che l’ha ispirata e che la guida. La Francia comporrà la sua alleanza parlamentare ma qualunque cosa pensino Macron e Gluksman, la discontinuità con le politiche del macronismo è richiesta dalla grande maggioranza dei francesi. Si potrà formare un governo senza di lui, ma sarà difficile governare contro di lui.

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