di Giuseppe Zaccagni

Per molte lingue minori è un funerale annunciato. La notizia viene da un gruppo di studio dell’Unesco che in questi anni ha monitorato le diversità linguistiche e culturali del mondo giungendo alla realizzazione di un “Atlante” di quelle lingue sulle quali incombe la minaccia di scomparsa. Ed anche la vecchia Europa segna punti in negativo con circa cinquanta idiomi in via di estinzione.

Ma non c’è solo l’Unesco ad occuparsi di questa situazione etno-culturale. Da Mosca arriva la notizia che l’Istituto di linguistica sta gestendo un progetto per la creazione di una base informativa unica relativa al maggiore numero possibile di lingue. E il filologo Andrej Kibrik - capo del Gruppo di studio russo denominato “Le lingue del mondo” - annuncia che solo negli ultimi decenni la scienza linguistica ha preso coscienza di quanto sia grave il problema delle lingue dei piccoli popoli. Esistono - dice lo studioso - previsioni pessimistiche secondo cui alla fine del XXI secolo il numero delle lingue potrà dimezzarsi. E morendo una lingua significa che ne muoiono i “portatori”.

Kibrik, di conseguenza, lancia l’allarme facendo notare che il problema della scomparsa di lingue non è ancora compreso al livello dovuto dall’umanità e, quindi, non viene risolto a livello statale. Ed anche  la Russia - che registra un altissimo numero di lingue minori - non può vantare successi nel campo della preservazione di antichi idiomi. E’ comunque chiaro che è impossibile costringere in maniera artificiale la gente a parlare una lingua che si vuole dimenticare. Occorre che ci sia la comprensione naturale che una lingua - come pure altri aspetti della cultura - possiede un valore assoluto. Andrei Kibrik sostiene che se i piccoli popoli sono preoccupati per il problema della sopravvivenza momentanea, non è il caso di pensare ad un lusso come la conservazione delle lingue. Solo la crescita del benessere e la propria volontà - dice - sono in grado di fare un miracolo. E una lingua che stava morendo può rianimarsi.

Ma il funerale collettivo di tante altre lingue è un fatto ormai scontato. Prendiamo le tante realtà europee segnate dall’aumento  del numero degli stati membri dell'UE. Con i  recenti allargamenti che hanno portato a 23 le lingue ufficiali, senza contare poi le oltre 60 lingue parlate in alcune regioni e da gruppi specifici. Se a questo si aggiungono i fenomeni di globalizzazione e di migrazione che sempre più frequentemente interessano l'Europa è evidente che la diversità linguistica rappresenta uno dei caratteri distintivi dell'UE.

Gli studiosi del vecchio continente annunciano i funerali di una cinquantina di lingue “europee”. Si parla così della estinzione del “Faroese”, lingua germanica settentrionale parlata da circa 80.000 persone (di cui 48.000 nelle isola Faer Oer, 25.000 in Danimarca e 5.000 in Islanda). In lista d’attesa c’è poi il “Frisian”. E cioè il  “frisone settentrionale” parlato in Germania in alcune parti della Frisia Settentrionale e nelle isole di Sylt, Amrum e Fohr e in alcune isolette vicine, in pochi circondari della terraferma ed anche nell’isola di Helgoland. E qui risulta che su 164.000 abitanti delle zone della Frisia Settentrionale, 10.000 parlano ancora frisone. Esistono nove dialetti del “Frisone” settentrionale, ed alcuni di essi sono a rischio d’estinzione. Nella porzione danese della Frisia settentrionale la lingua è ormai praticamente estinta.

Brutte notizie anche dal fronte del Belgio dove entra in agonia la lingua romanza “Vallone” che oltre ad essere ancora parlata in Vallonia trova spazio in Francia, nella zona denominata «botte de Givet» (nel nord delle Ardenne), oltre a qualche piccolo centro del dipartimento del Nord (Cousolre) e negli Stati Uniti in una piccola regione del Wisconsin. C’è poi il “Romansh”, lingua neolatina, parlata in Svizzera e che ha grandi affinità col ladino e con il friulano. Secondo i dati del censimento svizzero nel 1990 vi erano ancora 66.356 persone che parlavano regolarmente “Romansh”, di cui 39.632 come lingua madre. E nel  2000  soltanto 35.095. E sempre in Svizzera stanno morendo il “Sursilvan”, parlato nella valle del Reno anteriore; il “Sutsilvan”, parlato nei territori del Reno posteriore;  il “Surmiran” nella valle dell'Albula; il “Putér” nell’Alta Engadina e il “Vallader”, parlato nella Val Mustair.

Ora se le previsioni per le lingue minori europee sono tutte in nero anche quelle che riguardano la lontana Russia mostrano zone di turbolenza. E’ il caso - lo segnala il filologo russo Kibrik - della regione siberiana “Khanty-Mansiskij”. Qui, nella tundra,  sta morendo la lingua locale. Era stata “inventata” dai sovietici nel 1930 e sino al 1950 imposta alle popolazioni locali. Funerali collettivi, quindi, in nome di una mondializzazione selvaggia che umilia sempre più particolarità e culture profondamente nazionali.

 

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