di Liliana Adamo

Sostiene Giulio Carlo Argan che l’operazione di Lichtenstein è precisa come un’analisi di laboratorio, cui l’oggetto è la struttura dell’immagine nei racconti dei comic strips, un mezzo di comunicazione di massa tra i più moltiplicati. Le figure fumettistiche, diffuse in milioni d’esemplari dalla stampa e dai periodici, non pretendono di rappresentare l’arte tout court: comunicano sinteticamente e visivamente un contenuto narrativo.

La struttura risponde a due esigenze, la riproducibilità con gli ordinari processi tipografici e generare nei lettori un certo trasporto emotivo. Lichenstein isola soltanto una delle immagini seriali, la riproduce a mano, ingigantita, svincolandola dal normale “consumo”; la guarda al microscopio, n’è ripristina il tessuto (in pratica il retino tipografico), con una personale tecnica grafica e pittorica. L’immagine fuoriesce dalla serialità tecnologica e industriale per una pratica esclusivamente artigianale.

Ma l’artista procede anche all’operazione inversa: si appropria di un’immagine esteticamente qualificata (un Picasso o un Mondrian) e la trascrive nel codice segnico della riproduzione seriale e tipografica: bianco, nero, uno o due colori, chiaro, scuro, tutto ridotto a un reticolo punteggiato in parte fittamente. Un’operazione che vuole esaminare un passaggio da una classe di valori a un’altra, senza interessarsi minimamente del contenuto del messaggio, ma solo del modo in cui questo è comunicato, attraverso un medium, anticipando, in un atteggiamento acutissimo, la scoperta del teorico della comunicazione moderna, Mc Luhan, per cui il messaggio è il medium e il medium non comunica altro che se stesso.

Nella bella mostra alla Triennale di Milano (“Meditazioni sull’arte”), Roy Lichtenstein rielabora i dipinti ottocenteschi con scene del far west americano, inoltrandosi fino all’impressionismo di Monet e Cezanne, al futurismo di Carrà, al cubismo di Picasso e Leger, alle geometrie di Mondrian, al surrealismo di Dalì. Tra i noti e celebri dipinti di grandi dimensioni, “Figures in Landscape” (1977), “Sunrise” (1965), “Girl with Tear” (ancora del ’77), s’inserisce l’illuminazione al “classicismo”, nel “Laocoonte” (1988) o l’ispirazione per l’arte orientale, con “Vista with Bridge” (1966).

Particolarmente interessanti alcuni lavori che risalgono agli anni Cinquanta, per la prima volta esposti al pubblico, nei quali Lichtenstein si confronta con la pittura medievale e l’arte americana del primo Ottocento. Capeggia una grande tela (datata 1974), “Red Horseman”, ispirata al “Cavaliere Rosso” di Carrà che ha particolarmente entusiasmato l’assessore alla cultura del Comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory. Presente nelle sale, durante l’anteprima, anche la vedova dell’artista. Grande merito di questo evento eccezionale va soprattutto al curatore, Gianni Mercurio, che, alla Triennale, ha firmato antologie dedicate ad Andy Warhol, Keith Haring, Jean Michel Basquiat.

La mostra è compendiata in un bel catalogo di quattrocento pagine, edito da Skira, che comprende oltre al testo introduttivo del curatore, saggi critici di Demetrio Paparoni, Robert Pincus-Witten, Annabelle Ténèze, Frederic Tuten. L’edizione è completata da una selezione di materiale fotografico in gran parte inedito con un documentario sulla vita di Roy Lichtenstein ed è pubblicato in tre differenti edizioni, in Italiano, Inglese e Tedesco.

 

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