Le libertà digitali

a cura di Alessandro Iacuelli


di mazzetta

A maggio dell’anno scorso, mentre il mondo commentava l’elezione di Papa Benedetto XVI, un pubblico ministero di Roma, da sempre molto attento a quanto avviene nel mondo dei movimenti extra-parlamentari, notò che si stava commettendo un reato attraverso il sito italy.indymedia.org. Lesto emise ed annunciò alla stampa un apposito decreto, a salvaguardia del leso prestigio della religione colpita da cotanta blasfemia. E dispose, per rogatoria internazionale, il sequestro delle memorie di indymedia. Questo al fine di scoprire chi fosse stato il criminale ad aver pubblicato un messaggio nel quale il volto del novello Papa trionfava su un corpo vestito con la divisa nazista.La notizia provocò il plauso di qualche astioso esponente di An (spesso messo alla gogna sul sito) e le manifestazioni di gioia di quanti si entusiasmarono nel leggere la parola “sequestro” senza capire che si trattava solamente dell’avvio di un iter lunghissimo e non dell’avvenuta chiusura del sito. Ora, dopo più di un anno, l’iniziativa del PM ( con il placet del Ministro della Giustizia Castelli) ha varcato l’oceano ed è giunta in Brasile, dove non c’è nulla da sequestrare, ma dove è registrato il dominio (il nome) del sito.
Ancora una volta la giustizia italiana si interessa delle memorie di Indymedia; era già accaduto per le indagini riguardanti i terribili anarchici e sta per succedere di nuovo. Ancora una volta per conoscere il mittente di un singolo messaggio si procede chiedendo il sequestro di un intero sistema che sovrintende alla diffusione di informazione in una ventina di Paesi (tanti erano quelli che condividevano i sistemi con italy.indymedia). Come se, per rintracciare una telefonata, la magistratura pretendesse ogni volta di acquisire le memorie dei gestori telefonici lasciando per giunta muti i telefoni di tutti gli altri utenti.

Questa volta però non si tratta di un ulteriore abuso delle procedure di sequestro ( tale fu considerato anche dalla legge britannica, foro deputato perché i dischi allora giacevano fisicamente in Gran Bretagna) ma di un provvedimento che appare assolutamente campato per aria, tanto che la prima curiosità che si profila alla mente è quella di sapere quali siano i reali motivi o pensieri che hanno mosso il magistrato verso l’azione.
Molto prima di porre il diritto di satira a murare le pretese del magistrato, occorre richiamare la realtà. In quei giorni il passato nazista dell’eletto pontefice ispirò valanghe di vignette e di giochi di parole al al suo indirizzo. Esercizio ritenuto legittimo in tutto il sacro Occidente dalle comuni radici giudaico-cristiane; quasi tutte le testate anglosassoni pubblicarono vignette e fotomontaggi del genere. Per non parlare della rete Internet, nella quale si riversò una quantità di insulti di pessimo gusto e ogni genere di fotomontaggio. Ovviamente, all’attento Pm romano questa marea di materiale sfuggì del tutto. Solo quel messaggio su indymedia (che peraltro ne ospitava di ben più pesanti) lo aveva fatto gridare al reato.

La figura del Papa è super-protetta dalla legge italiana, poiché è tutelata dallo status di “Capo di Stato estero” e pure da quello di “ministro di religione”: ma il nostro è un Paese formalmente laico e nella sua tradizione storica ha prodotto migliaia di libelli, vignette e satire antipapali molto più salaci, feroci e indubbiamente più offensive. Perseguire quel messaggio a norma dell’art. 403 del Codice Penale (Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone), è come far finta di non sapere che lo stesso articolo è stato giudicato incostituzionale al primo e secondo comma dalla Corte Costituzionale (Sentenza n.168, 2005, che dice che la religione cattolica non è più “dello stato”ndr), proprio nei giorni nei quali il Pm romano decideva di scomodare mezzo mondo all'inseguimento del blasfemo; che senso ha?

Non si tratta qui di stabilire se quel messaggio abbia vilipeso o no la persona di Ratzinger o se l’interesse tutelato (la religione dello Stato o altra religione) meriti una tutela superiore a quella d’espressione e di critica, al diritto di informazione e di satira, diritti garantiti dalla Costituzione che non è stata scritta in Vaticano. Sembra a questo punto che si tratti solamente di prendere a pretesto un fotomontaggio satirico per chiudere un sito utilizzato quotidianamente da migliaia di persone. Ma drammaticamente scomodo.

Se la questione fosse da rintracciare nell’offesa al Capo di Stato straniero, gran parte dei giornalisti italiani sarebbe da perseguire per aver dato dello scemo a Mr. Bush; per non parlare degli altri capi di Stato, in particolare di quelli “nemici” dell’Occidente. Su Castro sono state pronunciate le peggiori parole, come su Gheddafi, Sharon, Chavez, Ahmadinejad, Saddam, Kim Yong e via insultando, ma anche altri leader europei ed alleati sono stati legati a termini ben più offensivi; va ricordato che ciascuno di questi è stato definito prima o poi nazista, pur non avendo vestito, neppure in gioventù, la divisa del Reich.

Qual è dunque la motivazione che spinge la magistratura italiana a proporre con una rogatoria internazionale il sequestro di un sistema complesso e indubbiamente vasto come Indymedia?
Cogliere in fallo un ragazzino che ha postato un fotomontaggio impertinente? Non si può credere che un magistrato agisca come un difensore della fede e spenda ingenti risorse (che non ci sono, almeno a sentire i magistrati) per un fine del genere, oltretutto con una pesante incertezza sulla sussistenza del reato e con la quasi matematica certezza di sollevare un polverone con pochissime speranze di ottenere una condanna. E' molto più probabile che si voglia semplicemente molestare e danneggiare, ancora una volta, un canale che da tempo ormai assicura la circolazione di molte delle notizie bandite dall’agenda Mainstream. Spesso informazioni sensibili, perse in mezzo a molto rumore, ma anche informazioni importanti e rovinose per l’area clerical-destroide che ha prosperato all’ombra del berlusconismo: altarini delle seconde e terze fila della politica, le storie infami di alcuni ufficiali traditori, cointeressenze ed affari. Ma anche una forte resistenza anticlericale, l’opposizione brutale alla retorica dello scontro di civiltà, la coltivazione della memoria sulle pagine recenti della Repubblica, la messa a nudo dei meccanismi e dei trucchi dell’informazione ai tempi del colera del ventunesimo secolo.

Indymedia probabilmente paga ancora una volta l’essere vista da certi magistrati come uno strumento “eversivo” in mano a personaggi oscuri e sicuramente “eversori” pure loro. In effetti il Pm in questione è titolare di numerose inchieste contro feroci “eversori” e, forse, nell'impeto dell’azione, ha pensato di mettere le mani su un “tesoro” di dati. Un tesoro che, tuttavia, non riuscirà probabilmente ad afferrare. on tanto perché le memorie possono migrare ad una velocità superiore a quella delle rogatorie, quanto perché un procedimento del genere troverà una robusta opposizione fondata sul diritto e sulle ragioni del più elementare buon senso.

Tutto questo senza scomodare il piccolo particolare per il quale i buoni magistrati non hanno mai perseguito alcun insulto ad altre religioni nel nostro Paese. Anche la recente ondata di islamofobia ha fornito tanto materiale di indubbia blasfemia, ma non si è notata alcuna denuncia a carico della torcida fallaciana o di quei commentatori che insultano “gli islamici” e la loro religione un giorno sì e l’altro pure. Per loro vale il laico diritto ad esprimersi. Invece non vale per chi voglia farsi beffe del cattolicesimo? Si difende il diritto alla satira verso l’Islam e ancora non abbiamo conquistato quello di prendere in giro la Curia più potente del mondo conosciuto? Non si potranno più fare facili battute sui preti pedofili coperti dal Vaticano? Non si potrà più deridere Milingo e i suoi due credo? Non si potrà più criticare l’omofobia vaticana o l’assassina tendenza a chiedere all’Africa, flagellata dall’Aids, di rifiutare il condom? Non si potrà più fare ironia nemmeno in casi-limite come quello del prete che picchiò le forze dell’ordine che lo avevano fermato mentre cercava la compagnia di viados e poi si giustificò dicendo: “Vado solo con i maggiorenni”…?

Resta da capire, anche per questo, la ratio del provvedimento (posto che un magistrato esperto non si dedicherà certo a fare i dispetti) che rimane davvero misteriosa. A meno che - e in ciò ci si consenta di credere più che in altro - la giustizia italiana non valuti che un tale provvedimento possa procurare benevolenze divine in misura superiore al prevedibile discredito terreno che si avvia a raccogliere. Di sicuro l’iniziativa solleverà ancora un bel polverone. E sortirà, senza dubbio, l’effetto opposto a quello desiderato.

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