L’offensiva lanciata nei giorni scorsi dalle forze russe in direzione nord-sud verso la regione di Kharkov segna probabilmente una nuova tappa del processo di sfaldamento del regime di Zelensky e sta già mettendo alla prova i suoi sponsor NATO, alcuni dei quali discutono apertamente del possibile invio di propri militari sul fronte ucraino. Come di consueto, i vertici politici e militari russi tengono le carte coperte riguardo le scelte tattiche e strategiche nel teatro di guerra. L’operazione in corso può avere tuttavia svariati obiettivi e vantaggi, in grado di riflettersi lungo tutto il fronte di un conflitto che sembra avere imboccato ormai una direzione irreversibile.

 

Il solito dettagliato bollettino del ministero della Difesa di Mosca ha parlato nel fine settimana di svariate località già finite sotto il controllo russo in quest’area, nonché della distruzione di un numero consistente di mezzi e installazioni militari ucraine. Tra le forze di Kiev, sempre secondo i russi, solo in questa primissima fase ci sarebbero stati più di 1.600 tra morti e feriti in modo grave. Kharkov è la seconda città più popolosa dell’Ucraina e si trova a meno di 40 chilometri dal confine russo. Al di là di esso c’è la regione di Belgorod, da tempo sottoposta al fuoco indiscriminato ucraino. Proprio nella giornata di domenica, nel capoluogo di questo “oblast” russo si sono registrati almeno 18 morti civili, quasi tutti causati dal crollo di un palazzo residenziale colpito da un bombardamento ucraino.

All’inizio delle operazioni militari nel febbraio 2022, la città di Kharkov era stata uno dei primi obiettivi della Russia, ma il numero limitato di uomini impiegato in quella fase aveva consentito alle forze ucraine di ricacciare verso est il nemico. Quest’area viene quindi utilizzata come base per il lancio di missili e droni su Belgorod, così da rendere perfettamente logica un’azione come quella appena scatenata da Mosca. Lo stesso presidente Putin meno di due mesi fa aveva avvertito che prima o poi la necessità di creare una “zona cuscinetto” per proteggere Belgorod avrebbe dovuto essere soddisfatta.

Questo è dunque il primo obiettivo che potrebbe essere raggiunto dall’offensiva russa. Molti analisti militari hanno aggiunto che l’operazione serve anche a tenere impegnate le forze ucraine lungo il fronte di Kharkov, riducendo la loro presenza in altri punti dove le pressioni russe si stanno facendo insostenibili, a cominciare dalla regione di Donestk. Qui, i russi avanzano costantemente dopo la liberazione di Avdeevka, avvenuta lo scorso mese di febbraio.

Meno probabile appare invece l’obiettivo di occupare Kharkov. Nonostante l’importanza anche simbolica che riveste, la città ha tuttora circa un milione di abitanti e il tentativo di conquistarla richiederebbe l’ammassamento di un numero molto maggiore di soldati di quelli attualmente messi in campo da parte russa o in fase di mobilitazione in quest’area.

La dispersione forzata dello sforzo militare ucraino comporta una diminuita capacità di resistere ai progressi russi e va ad aggiungersi a un quadro generale già abbondantemente compromesso. La nuova draconiana legge sulla coscrizione di massa e il pacchetto di “aiuti” militari da poco approvato dal Congresso americano faranno con ogni probabilità molto poco per invertire le sorti del conflitto. Almeno per il momento, al regime di Zelensky resta per lo più il ricorso a metodi oggettivamente terroristici, quanto meno per tenere alto il livello della tensione nelle regioni oltre il confine russo, senza tuttavia incidere sull’andamento complessivo della guerra.

Con l’operazione nel “oblast” di Kharkov sembra così avvicinarsi lo scenario paventato dalla NATO negli ultimi mesi e che, stando alle ripetute dichiarazioni ad esempio del presidente francese Macron, potrebbe far scattare un maggiore coinvolgimento dell’Alleanza a fianco di Kiev. La gestione suicida della crisi russo-ucraina osservata finora in Occidente non esclude per il prossimo futuro l’invio di militari NATO in Ucraina. Oltretutto, sotto forma di mercenari, “consiglieri” o “addestratori”, personale militare occidentale si trova già da tempo impegnato sul campo a fianco delle forze indigene.

Va però evidenziato che il numero di uomini che la NATO o qualche singolo paese membro sarebbe in grado di dispiegare non avrebbe nessun impatto significativo sulla guerra, per non parlare delle capacità del sistema militare-industriale occidentale di tenere il passo con quello russo in uno scontro tra grandi potenze o, ancora, dei riflessi sociali e politici per l’Europa e gli Stati Uniti di un rapido impennarsi delle vittime tra i propri soldati. D’altra parte, oltre alla Francia, sono per ora solo i governi istericamente russofobi dei tre paesi baltici ad agitarsi per l’invio di militari in Ucraina. Sul ridicolo contributo numerico che Estonia, Lettonia e Lituania potrebbero dare alla causa ucraina è evidentemente inutile insistere.

Dopo le uscite di Macron, ad ogni modo, dalla NATO hanno fatto sapere, tramite una “rivelazione” giornalistica dal tempismo perfetto, che non ci sono piani allo studio per mandare uomini a combattere la Russia in Ucraina. Ciò sembra del tutto comprensibile, visto che la prospettiva più probabile, in tal caso, non sarebbe la “sconfitta strategica” di Mosca, ma piuttosto il tracollo della NATO stessa, oltre alla sostanziale distruzione dell’Europa. Resta il fatto, però, che le dinamiche belliche di queste settimane stanno aggravando il dilemma occidentale sulla possibile exit strategy dall’Ucraina. Basterà lo spettro del disastro a convincere l’Occidente a considerare finalmente una soluzione diplomatica alla guerra?

Mosca: nuovo mandato, nuovo governo

Dopo le elezioni presidenziali di marzo, che hanno registrato un altro schiacciante successo di Vladimir Putin, e l’inizio formale del suo quinto mandato la settimana scorsa, sono in fase di conclusione a Mosca le operazioni per la selezione del nuovo governo, come previsto dalla Costituzione russa. Nel ruolo di primo ministro è stato confermato Mikhail Mishustin, così come appaiono in larga misura all’insegna della continuità le scelte dei membri del prossimo gabinetto, anche se con qualche importante eccezione.

Sempre secondo la Costituzione, alcuni nomi vengono proposti dal primo ministro al presidente, mentre altre cariche, come ad esempio quella di ministro degli Esteri, la scelta spetta direttamente all’inquilino del Cremlino. Sulla lista dei nomi sono chiamati infine a esprimersi e a dare ratifica formale i due rami del parlamento. Nessun cambiamento è stato registrato per una parte dei responsabili della politica estera e delle questioni della sicurezza nazionale. Il capo del dicastero degli Esteri rimarrà il veterano Sergey Lavrov, così come il numero uno dell’Intelligence Estera (SVR), Sergey Naryshkin, e dei servizi di sicurezza interni (FSB), Alexander Bortnikov. Stesso discorso vale per il generale Valery Gerasimov, che conserverà il suo posto a capo delle forze armate russe.

L’avvicendamento che ha fatto invece più discutere, anche in Occidente, è quello avvenuto al ministero della Difesa. Sergey Shoigu, che ha presieduto fin qui alla guerra in Ucraina, è stato rimosso dal suo incarico, ma la decisione di Putin non costituisce una punizione, come in molti hanno ipotizzato, quanto una promozione a tutti gli effetti. Shoigu è stato infatti nominato a segretario del Consiglio di Sicurezza al posto di Nikolai Patrushev.

Lo stesso generale sarà inoltre il vice della Commissione Militare-Industriale russa, al cui vertice siede Putin. Il portavoce del presidente, Dmitry Peskov, ha spiegato che Shoigu porterà in questo organo le proprie conoscenze “sul campo”, essendo “profondamente coinvolto” nelle dinamiche dell’industria della difesa russa e “perfettamente informato delle quote di produzione” richieste a ogni singola azienda.

Il sostituto di Shoigu a capo del ministero della Difesa sarà un civile senza precedenti esperienze in ambito militare. Putin ha scelto Andrey Belousov, che ha ricoperto vari incarichi ministeriali, tra cui quello per lo Sviluppo Economico, mentre dal gennaio 2020 è il primo vice-premier russo. Belousov è dunque un economista e la sua nomina sembra indicare la volontà del Cremlino di integrare a tutti gli effetti l’industria bellica nel sistema economico russo.

In una conferenza stampa per spiegare le scelte del presidente, a proposito di quella “non convenzionale” del nuovo capo del dicastero della Difesa, Peskov ha affermato che “il campo di battaglia è oggi dominato da chi è più aperto alle innovazioni e pronto a introdurle nel modo più rapido possibile”. Mentre le competenze prettamente militari di Shoigu resteranno un “asset” in seguito al nuovo incarico conferitogli, il dirottamente di Belousov alla Difesa dovrebbe servire a rendere più fluido il processo di produzione e innovazione militare-industriale. Non è da escludere inoltre che da un elemento esterno con un profilo sostanzialmente da “tecnocrate” ci si aspetti un intervento più deciso contro le rimanenti sacche di corruzione nell’ambito delle forniture militari.

In linea generale, questi cambiamenti suggeriscono un ulteriore rafforzamento del sistema industriale-militare russo, elemento decisivo nel successo della guerra di fatto contro l’intera NATO sul fronte ucraino. Soprattutto, le scelte descritte confermano come la leadership di questo paese intenda continuare a mettere l’apparato industriale domestico al servizio delle esigenze militari dello stato e della sicurezza nazionale, in contrasto con l’irrazionale sistema occidentale, basato, in particolare negli Stati Uniti, sul dominio dei produttori privati che tendono a massimizzare i profitti, facendo enormi pressioni sulla politica per dare la priorità a sistemi molto costosi e, molto spesso, poco funzionali o del tutto inefficaci.

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