di mazzetta

Con l'arresto e la traduzione nelle patrie galere di Vittorio Emanuele di Savoia si è scritta una pagina della storia della Repubblica Italiana. Non è che la Repubblica c'entri molto con le vicende e gli squallidi reati dei quali è stato accusato, ma indubbiamente questo colpo potrebbe seppellire definitivamente qualsiasi velleità della dinastia Savoia consegnandola definitivamente all'ostracismo universale. Associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e allo sfruttamento della prostituzione; l'associazione alla Banda delle Truffe, un'organizzazione che truffava imprenditori, esigeva tangenti sul gioco d'azzardo e frullava signorine attorno ai casinò. Faccendieri, il portavoce dell'On. Gianfranco Fini (che però non risulta coinvolto), il sindaco di Campione, mafiosi e altri personaggi folcloristici; le accuse non sono delle più eleganti e, se venissero provate, l'evidenza processuale di un re pappone demolirebbe per sempre la residua immagine di Casa Savoia, già pesantemente compromessa. Immagine della quale non sembra preoccuparsi il figlio Emanuele Filiberto, che invece di essere travolto dalla vergogna non ha trovato di meglio che minacciare il magistrato: "E' l'ennesimo colpo spettacolare fatto da Woodcock. Spero che il Pm sappia bene quello che fa, altrimenti sarà l'ultima volta che farà qualcosa." Poco elegante e poco regale, ma il sangue non è acqua.
Anche il figlio risulterebbe aver commesso un reato minore, con l'irruzione illegale in sistemi informatici altrui, per aver ordinato l'attacco a un sito che pubblicava notizie sgradite sulla real casa italiana.

Vittorio Emanuele ha un curriculum all'altezza del titolo e di cotanta ascendenza. Ha vissuto per anni grazie a mediazioni per le aziende pubbliche italiane, pur essendo in esilio, ottenute grazie ai buoni favori dei confratelli della loggia massonica P2 (n° tessera 1621) e degli agganci dei nostalgici all'interno dell'amministrazione e delle Partecipazioni Statali. Ma non è stata una vita facile. Non gli è stato facile convivere con il peso della colpa del nonno, che appoggiò il fascismo, avallò guerre sconsiderate e firmò le leggi razziali, peso aggravato anche dall'augusto genitore che si era rifiutato di approvare la futura nuora. E nemmeno gli è stato facile convivere con le proprie responsabilità, visto che per anni ha dovuto fuggire la giustizia francese per aver sparato, ubriaco, uccidendo un tedesco che aveva l'unica colpa di trovarsi lì.

Non gli è stato facile nemmeno vivere sotto la protezione di Craxi e neanche sopravvivere all'attenzione dei rottami dei monarchici italiani e dall'ammirazione di qualche nostalgico del duce e del tempo che fu. Affari eticamente poco brillanti, poi la fine dell'esilio, l'inizio di una nuova vita che però è giunta troppo tardi. Il signor Vittorio Emanuele ha forse riposto troppa fiducia nella presenza al governo di antichi fratelli di loggia e non ha pensato che, anche nel nostro paese, esiste un limite a tutto. Il limite è quello per il quale Sua Maestà, mischiandosi a mafiosi, tangentisti e lenoni, è incorso nelle ire della legge italiana come un cittadino qualsiasi.


Paradossalmente, finché Vittorio Emanuele era in esilio, è potuto rimanere fuori dalla portata della legge italiana ed ha potuto commerciare armi e mediare ogni genere di affare indisturbato. Abilitato finalmente ad operare apertamente in Italia, non ha tardato a finire all'attenzione della giustizia.

Un particolare che rende l'idea della robusta sfrontatezza dell'uomo è stata la recente apparizione nel salotto di Bruno Vespa: qui, attorniato da beghine monarchiche, con accanto l'aspirante regina consorte, ha rivendicato con forza la restituzione dei beni della famiglia, saggiamente trattenuti dall'allora neonata Repubblica. Allo stesso tempo, secondo la magistratura, era il vertice dell'associazione criminale colpita dalla retata.

Forse Bruno Vespa, che pareva sostenere con vigore le pretese reali, potrebbe essere ora in lieve imbarazzo, ma gli passerà in fretta. A chi non passerà in fretta sarà invece a Vittorio Emanuele e alla royal family, non fosse altro che per i tempi della giustizia italiana.
In ogni caso con l'arresto di Vittorio Emanuele è stato inferto un colpo mortale alle già moribonde pretese monarchiche. Tutte le reali famiglie europee ospitano nel loro pedigree araldico fior di criminali e la famiglia reale nostrana non sarà sicuramente ostracizzata dalla nobiltà continentale per questa vicenda, tanto più che nell'occasione Vittorio Emanuele avrebbe trovato il tempo per finanziare l'ascesa e la candidatura democratica di Simeone di Bulgaria a premier del suo paese in cambio di appalti ospedalieri; ma almeno nel nostro paese non sentiremo più parlare delle pretese dei Savoia per un lungo tempo.

Se fosse possibile l'oblio converrebbe ai Savoia come al paese, ma l'oblio non appartiene all'età dell'infotainment: la prevedibile overdose di nefandezze savoiarde che verrà prodotta nei prossimi mesi, li innalzerà all'attenzione e allo stesso tempo li precipiterà nella melma per i prossimi decenni.

Quello che invece non merita l'oblio è il sottobosco che fa da sfondo alla vicenda. L'accusatore più loquace pare Massimo Pizza, e la sua figura merita molta attenzione. L'uomo, per quel che si sa, è un faccendiere molto eclettico e molto fantasioso: una volta catturato ha straparlato di tutto, elargendo anche ai magistrati "rivelazioni" su Ustica e sulla morte di Ilaria Alpi. Sicuramente Pizza, segnalato anche come autista di V.E,. è un millantatore seriale da anni.

L'uomo si è spacciato per carabiniere, agente segreto, "agente provocatore", capo dell'ufficio K del Sismi ( sezione dei servizi figlia della rete Gladio e, secondo un vero ex-agente, fonte delle ancora misteriose rivendicazioni dell'ancora misteriosa Falange Armata che si esibiva intrecciandosi ai delitti della "banda della Uno bianca") e molto altro ancora.
Insieme ad altri sarebbe l'autore di discrete truffe finanziarie tra l'Italia e la Somalia, dalle catene di S.Antonio alla più classica stangata ai danni di ingenui e ignoranti imprenditori, gabbati invitandoli in una finta ambasciata della Somalia a Roma (La Somalia non ha un governo, e quindi non ha ambasciate ndr) allestita alla bisogna con tanto di figuranti.
Quanto basta per non inclinare al folklore e non sottovalutare con un sorriso una rete di persone indubbiamente in grado di commettere reati complessi, capaci anche di gravi impatti sociali.
Ancora più deprimente che l'organizzazione, che con la Somalia aveva contatti che comprendevano i nostalgici italiani dell'Impero e alcuni signori della guerra, fosse in grado non solo di sostenere i warlords che hanno scatenato l'ultimo bagno di sangue a Mogadiscio e che sono stati ora sconfitti e cacciati dalle Corti Islamiche, ma che anche di influenzare pesantemente la stampa e l'opinione pubblica.

Massimo Pizza e Antonio D'Andrea, pure colpito dalla Procura di Potenza, erano anche vicepresidenti dell'AMI, alla guida della quale è il fantastico Dott. Prof. Mawlana Shaykh Abdul Hadi Palazzi Abu Omar al-Shafi'i, Gran Cancelliere dell'Ordine e Gran Precettore per la lingua italiana del Supremo Ordine Salomonico dei Principi del Shekal; al secolo: Massimo Palazzi de Roma.

Un simpatico (fino a un certo punto) romano allo sbaraglio che si dice la voce dei musulmani moderati italiani. La sua A.M.I. ha avuto poca fortuna tra i musulmani in Italia, tanto che i vicepresidenti non erano nemmeno seguaci del profeta. Il simpatico e debordante presidente invece era stato folgorato dall'Islam, dopo una esperienza da mormone e ha trovato il suo destino nella guida dell'Islam italiano. Palazzi fino ad ora è rimasto una simpatica macchietta su Internet, ma ha comunque fatto danni anche sulla stampa, grazie a due giornalisti: Dimitri Buffa e il più noto Magdi Allam. Con Palazzi fanno un terzetto che si intervista a vicenda, e che intervistano Pizzi che racconta che deve cacciare i musulmani cattivi dalla Somalia.

Così è capitato che Allam abbia annunciato numerosi attentati imminenti e stentoree denunce contro i musulmani cattivi in agguato, desiderosi di tagliare la gola a quegli abitanti dell'Italia che lui ama, tanto da scrivere un libro per dichiararlo. Annunci spesso avvalorati da "fonti dei servizi". Se Allam è stato ingannato dall'AMI farebbe bene a denunciarlo, ma in ogni caso non ci fa una bella figura, perché la compagnia è davvero impresentabile e pare da sprovveduti prenderla sul serio.

Forse anche Dimitri Buffa (pubblicato da l'Opinione, la Padania e Libero, quest'ultimo è finanziato con i fondi pubblici grazie ai monarchici) è stato ingannato.

Sicuramente non è stato ingannato Massimo Palazzi, impegnatissimo a distribuire titoli di "Cavaliere di Shekal" e a presenziare le riunioni della destra ebraica oltranzista e ad esibirsi nella farsa del musulmano buono che accusa i musulmani cattivi. Palazzi non è credibile nel suo ruolo e siccome è comunque una personalità vulcanica, si è avventurato in Internet allo sbaraglio. L'imperizia nell'uso del mezzo e l'evidente mancanza di senso del limite ne ha fatto ben presto oggetto di dileggio e sono ormai anni che, come suol dirsi, gli stracci di Palazzi vengono lavati in pubblico.

Materiale spesso impresentabile che però ha un elevato valore sociologico, storico e didattico per capire dimensione e livello di un mondo impresentabile, che grazie a Palazzi si mette a nudo come in una lite tra parenti serpenti. L'insieme è decisamente trash, ma il vero valore dell'esistenza di un Palazzi lo rende un peso facilmente esorcizzabile, Palazzi fa ridere e piangere, ma è, o era, la finestra su quel mondo opaco.

All'arresto del signor Vittorio Emanuele già sappiamo tutto della moderna corte, dai briganti somali ai discendenti del Msi e della nobiltà nera, agli affaristi, fino a personaggi dannunziani o in odor di criminalità organizzata, ma non sappiamo ancora tutto della rete di protezione grazie alla quale restano indenni sulla scena questo genere di personaggi che a volte sembrano intoccabili nonostante vite condotte spesso oltre la legge.

Dagli ultimi avvenimenti si possono trarre molte considerazioni tra il serio ed il faceto. Ne sentiremo sicuramente ancora tante; alcune spassosissime e altre con l'agro sapore della commedia all'italiana, che quando incontra la Storia si traduce invariabilmente in tragica farsa.
In ogni caso la buona notizia è che, in Italia, scegliendo la Repubblica abbiamo fatto sicuramente un affarone.

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