Il processo di distensione tra Iran e Arabia Saudita, favorito dal governo cinese, ha aperto ufficialmente una nuova fase della politica estera della casa regnante a Riyadh, inserendo lo storico alleato degli Stati Uniti nel pieno delle dinamiche multipolari e dell’integrazione euro-asiatica che hanno il loro motore a Mosca e a Pechino. In maniera singolare, l’impulso decisivo alla revisione delle modalità con cui proiettare i propri interessi in ambito regionale e non solo è arrivato in buona parte dal sanguinoso conflitto in Yemen, dove la monarchia wahhabita si ritrova impantanata da quasi un decennio senza avere risolto le problematiche legate alla sicurezza e alla competizione in Medio Oriente che ne erano alla base. Il fallimento della guerra, appoggiata in pieno da Washington, ha così spinto le autorità saudite ad allargare gli orizzonti geopolitici tradizionali, col risultato di consolidare la partnership con Russia e Cina.

 

L’importanza dell’Arabia Saudita negli equilibri dell’Asia occidentale è tale che il riassestamento delle relazioni con i vicini e con gli stessi Stati Uniti può avere effetti decisivi virtualmente su ogni singola crisi regionale in atto. Non a caso, infatti, il nuovo paradigma strategico mediorientale è stato catapultato al centro di un acceso dibattito internazionale proprio in seguito alla stretta di mano avvenuta a Pechino il 6 marzo scorso tra i rappresentanti di Teheran e Riyadh.

Un’analisi del comportamento saudita pubblicata questa settimana dalla testata on-line libanese The Cradle ha sottolineato i cambiamenti epocali insiti nelle manovre strategiche del regno. “Di particolare rilievo”, si legge nell’articolo, è il fatto che l’erede al trono saudita Mohammad bin Salman (MBS) “non si è affidato alla diplomazia per ristabilire la tradizionale centralità americana nelle politiche regionali e della sicurezza del regno, ma ha dato impulso alla cooperazione con Pechino e Mosca, snobbando Washington nel contempo”.

Se i cambiamenti a Riyadh sono nell’aria da tempo, gli ultimi mesi hanno registrato una sensibile accelerazione, testimoniata da una serie di decisioni contrarie agli interessi americani, talvolta prese addirittura in netto contrasto con le indicazioni esplicite dell’amministrazione Biden. Il coordinamento con la Russia nella stabilizzazione delle quotazioni del greggio nel quadro della formula “OPEC+” ne è un chiaro esempio. Lo scorso ottobre, i sauditi promossero un taglio alla produzione di petrolio nonostante le presunte promesse fatte qualche mese prima a un presidente americano disperatamente alla ricerca di soluzioni per contenere il prezzo dei carburanti. Una revisione al ribasso dell’attività estrattiva che è stata accentuata proprio nel fine settimana, con l’annuncio a sorpresa di un’ulteriore taglio di oltre un milione di barili al giorno concordato tra OPEC e Russia.

A dicembre, poi, il presidente cinese Xi Jinping era stato accolto a Riyadh con un cerimoniale ben diverso da quello riservato a luglio a Joe Biden. La visita di Xi era avvenuta nell’ambito del primo vertice tra la Cina e il Consiglio per la Cooperazione del Golfo (GCC), durante il quale era stato in qualche modo ratificato il ruolo di Pechino come partner di spicco sia dell’Arabia Saudita sia delle altre monarchie sunnite.

Del riavvicinamento all’Iran si è già accennato e a questo proposito va aggiunto che il processo diplomatico, finalizzato grazie sempre alla Cina, era stato preparato da svariati round di colloqui a partire dal 2021 con la mediazione dell’Iraq e, con ogni probabilità anche se dietro le quinte, della Russia di Putin. Una Russia che sta a sua volta lavorando al ristabilimento di normali relazioni tra Arabia e Siria, così da mettere fine allo scontro iniziato nel 2012 con l’appoggio del regno all’opposizione armata contro il legittimo governo di Bashar al-Assad.

Nel fine settimana, l’agenzia di stampa Reuters ha rivelato che l’Arabia Saudita intende invitare la Siria e il suo presidente al summit della Lega Araba che si terra a Riyadh il prossimo mese di maggio. La mossa dovrebbe appunto riportare la Siria nell’organizzazione da cui era stata espulsa poco dopo l’inizio della guerra. La possibile pace tra Damasco e Riyadh è strettamente collegata al dialogo tra Arabia e Repubblica Islamica e minaccia di mettere in una situazione ancora più scomoda gli Stati Uniti, a livello ufficiale sempre alla ricerca di un’intesa con Teheran per rilanciare l’accordo sul nucleare (JCPOA), ma del tutto contrari a qualsiasi forma di normalizzazione con la Siria.

Le vicende non hanno a che fare dunque solo con il nuovo ruolo dell’Arabia Saudita in Medio Oriente, ma in termini strategici più ampi rappresentano un’opportunità per Russia e Cina di fare del Golfo Persico, come scrive ancora The Cradle, “una testa di ponte per estendere la loro influenza in Asia occidentale”, promuovendo in questo modo “i rispettivi piani di integrazione euro-asiatica”. Per Mosca e Pechino, le iniziative di Riyadh “non sono soltanto vittorie diplomatiche sugli USA”, ma rappresentano la prova dell’appoggio saudita “ai loro sforzi per modellare le dinamiche [strategiche] del Golfo Persico, dove entrambe le potenze euro-asiatiche avevano finora tenuto un basso profilo alla luce del decennale dominio occidentale nella regione, ora [invece] in fase calante”.

Lo strumento chiave per la penetrazione cinese in Asia occidentale è ovviamente la “Nuova Via della Seta” o, più precisamente, “Belt and Road Initiative” (BRI), le cui fondamenta sono state gettate da tempo grazie alle esportazioni di gas e petrolio verso Pechino e agli investimenti della Cina in vari ambiti nei paesi del Golfo. Il salto di qualità in questo processo di integrazione richiede però un livello di stabilità ostacolato dai numerosi conflitti della regione. Questo imperativo è alla base dell’impegno cinese per la risoluzione diplomatica di crisi e rivalità, prima fra tutte quella tra Arabia Saudita e Iran.

Stesso discorso vale per la Russia, il cui ruolo non è confinato all’ambito della sicurezza o della fornitura di armi. Le opportunità economiche a cui punta Mosca dipendono in buona parte dal rafforzamento del cosiddetto “Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud” (INSTC), ovvero un sistema di infrastrutture, che si sovrappongono e si integrano con la BRI cinese, per facilitare gli scambi commerciali e che collega la Russia all’India attraverso l’Iran e l’Azerbaigian.

Al centro dei piani sauditi c’è ad ogni modo la necessità di diversificare l’economia del regno in prospettiva futura e in linea con l’ultra-ambizioso progetto del principe Mohammad bin Salman “Vision 2030” per svincolare l’Arabia Saudita dalla dipendenza dal petrolio. Una scommessa quella dei regnanti sauditi che implica nel medio o lungo periodo la messa in discussione dell’elemento cardine della supremazia globale di Washington – i petrodollari – e l’apertura a tutto campo verso oriente.

Decisivo in questo senso è stato anche il recente annuncio dell’intenzione dei vertici sauditi di entrare nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), vero e proprio centro nevralgico per il coordinamento delle dinamiche multipolari e che ha accolto recentemente l’Iran come membro a tutti gli effetti. Riyadh vi accederebbe inizialmente come “partner di dialogo”, ma si tratterebbe del primo passo verso una rotta già tracciata, consolidando una piattaforma su cui Russia e Cina puntano da tempo per creare un fronte compatto, anche se aperto, in grado di contrastare le mire egemoniche degli Stati Uniti.

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